La storia di Biella è presto detta.
In consiglio comunale viene portata la proposta di conferire la
cittadinanza onoraria a Liliana Segre. Il sindaco Claudio Corradino,
leghista, sceglie, come il suo partito al Senato, di non alzarsi in
piedi come segno di rispetto per la senatrice a vita e decide, come
tanti altri sindaci leghisti, di negare l’onorificenza, ma, preso dalla
voglia di strafare, propone e ottiene di dare invece la cittadinanza
onoraria a Ezio Greggio, un comico che ha sempre lavorato per la
berlusconiana Mediaset. Mal gliene incoglie perché Ezio Greggio rifiuta
la cittadinanza dicendo: «Lo faccio per coerenza con i miei valori.
Anche mio padre è stato in campo di concentramento nazista». Il sindaco
dapprima risponde secondo sua natura: «È una strumentalizzazione,
politicamente costruita ad arte e di proposito», dimenticando che tutto
era nato da scelte sue. Poche ore dopo, evidentemente consigliato
caldamente da chi sente il terreno diventargli scivoloso sotto i piedi,
anche perché c’è molta gente che comincia a reagire esplicitamente alle
sue quotidiane angherie, in una trasmissione, anch’essa rigorosamente
Mediaset, compie un’inversione a U: «Io sono stato un cretino, lo
ammetto, e chiedo scusa alla Segre e a Greggio». Un’autodefinizione
ineccepibile, se non forse per la scelta del passato come tempo verbale.
La domanda che ne discende appare
inevitabile: chissà come si sente Fontanini, sindaco di Udine, dopo aver
dapprima concesso e poi negato l’uso di Sala Ajace per un convegno
pubblico da organizzare il 7 dicembre, dalle 15.30 alle 19.30, sul tema
del fine vita «con – specifica la richiesta – particolari distinguo tra
le dichiarazioni anticipate di trattamento (regolate da legge in Italia)
e altre forme (non legali in Italia) quali il suicidio assistito e
l’eutanasia»? Soprattutto, dopo aver motivato per iscritto il cambio di
decisione perché «per alcuni argomenti trattati si ipotizzano forme non
legali in Italia» e aver spiegato così la sua decisione: «Chiaramente
come sindaco non posso permettere che spazi comunali ospitino eventi di
propaganda di cose illegali». Propaganda? Quando esplicitamente di parla
di «distinguo» tra pratiche legali e altre non legali? Infatti Beppino
Englaro definisce la sua risposta «parole incomprensibili». E, a voler
essere precisi, il professor Fontanini (scusate, ma chiamarlo sindaco è
ineccepibile, ma farlo più volte nel medesimo scritto mi riesce
difficile), pensa forse che mai nessuna legge attuale potrà essere
cambiata perché non è possibile discutere su realtà che in quel momento
legge non sono?
Ieri sono nate le sardine Friuli
Venezia Giulia e in una giornata hanno raccolto circa novemila adesioni.
Sono già cominciate – ecco la prova che sono davvero di sinistra – le
discussioni su dove fissare la prima manifestazione tra Trieste e Udine
con proposte di mediazione tra Gorizia, Monfalcone e Palmanova e su
quale spirito dare a questa iniziativa perché – dicono alcuni – non si
può manifestare “contro”, ma si deve “farlo a favore”.
A me non interessa la simbologia del
posto, mentre mi appare importante il collegamento con la cronaca e
l’attualità, per cui, a prescindere da tutto quello che potrà e dovrà
accadere prima in qualsiasi parte della regione, Pordenone, Tolmezzo e
altre località comprese, propongo che il 7 dicembre, dalle 15.30 alle
19.30, ci si riunisca sotto la loggia del Lionello, o, a voler essere
rigorosi, in piazza della Libertà (anche il nome è importante) a Udine
per parlare degli argomenti che Fontanini vorrebbe far tacere per
evitare, come ha assurdamente detto lui in campagna elettorale, che
Udine passi come «la città in cui si viene a morire». Ma, se non per
discutere per quattro ore all’aperto nel freddo di dicembre, sicuramente
per dimostrare che non sarà né un leghista, né la Lega, né tutta la
destra unita, a poter togliere ai cittadini italiani il diritto di
pensare, di parlare e di ascoltare.
Per quanto riguarda il secondo
dubbio, vorrei ricordare che non si manifesta mai soltanto “contro”, ma
sempre si scende in piazza soltanto se si ha un sogno, se si è “a
favore” di qualcosa. Perché, per capirci, chi è contro la stupidità è
sicuramente a favore del pensiero; chi manifesta contro il fascismo è a
favore della libertà, della democrazia, della solidarietà e
dell’umanità. E già questo mi appare come un programma a lunga scadenza e
tanto luminoso da cancellare le ombre che sono immancabilmente gettate
da stupidi distinguo campanilistici, o settari che sono stati sempre una
delle migliori armi che sono state regalate alle destre.
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I meno giovani ricordano sicuramente la definizione “arco costituzionale”
che una volta serviva a identificare quel gruppo di partiti che, con il
loro nome o con quello che poi avevano modernizzato, avevano
partecipato alla stesura del Costituzione; da sinistra a destra: PCI,
PSI, PSDI, PRI, DC, PLI. Gli unici esclusi erano, per ovvie ragioni, i
post(?)fascisti del MSI e i monarchici del PNM.
Oggi questa definizione ha perduto
ogni significato, visto che il più vecchio dei partiti italiani in
attività è quella Lega che fino a tutti gli anni Settanta non esisteva
neppure nei peggiori incubi della stragrande maggioranza degli italiani.
Ma se la dizione “arco
costituzionale” non ha alcun senso, la stessa cosa non si può dire per
la una definizione mai finora usata, ma assolutamente complementare:
quella di “arco anticostituzionale”. Se, infatti, nessun partito
italiano può ancora vantare radici che affondino nel ricchissimo e
fertilissimo humus democratico dal quale sono germogliate la nostra
Costituzione e la nostra Repubblica, almeno tre ne sono indubbiamente
lontanissimi: la Lega e Fratelli d’Italia, impegnati in una vigorosa
battaglia per far vedere chi è più a destra, e Forza Italia nel quale
non pochi forti malumori interni fanno capire che la posizione
berlusconiana è di comodo politico, ma non per questo è meno schifosa.
Questi tre partiti, infatti, si sono
astenuti nel voto al Senato sulla proposta di Liliana Segre per
l’istituzione di una “Commissione straordinaria per il contrasto ai
fenomeni dell’intolleranza, dell’antisemitismo e dell’istigazione
all’odio e alla violenza”. E, quando i senatori si sono alzati in piedi
per omaggiare con un applauso la senatrice a vita, quelli del
centrodestra sono rimasti seduti, senza applaudire. Poi hanno detto:
«Non abbiamo mica votato contro: semplicemente non abbiamo appoggiato
una mozione che aveva soprattutto lo scopo di criminalizzare la destra».
E, allora, due considerazioni. La
prima: se temono di essere criminalizzati per intolleranza,
antisemitismo, istigazione all’odio e alla violenza, non sarà forse
perché sanno di essere bellamente esposti a questo rischio in quanto per
una parte non trascurabile negano la realtà, o sono perfino
intolleranti, antisemiti e istigano all’odio e alla violenza se non
addirittura li praticano?
Seconda considerazione: visto il
regolamento del Senato, i seguaci di Salvini, Meloni e Berlusconi non si
sono affatto astenuti, ma – come sempre si è ripetuto, ma questa volta
si è tralasciato – hanno effettivamente votato contro perché al Senato
l’astensione equivale a un voto negativo. Se alla Camera, infatti, gli
astenuti riducono il quorum, al Senato, invece, il quorum, anche se
alcuni senatori decidono di partecipare al voto con una astensione,
resta invariato. Con il risultato che la battaglia alla Camera è un
confronto tra i sì e i no; mentre al Senato la maggioranza si raggiunge
superando di almeno un voto la metà di coloro che sono presenti in Aula
al momento della votazione.
Ancora dubbi sull’effettiva volontà
di riabilitare intolleranza, antisemitismo, istigazione all’odio e alla
violenza, in una parola, fascismo? Allora, per maggiore chiarezza,
tenete presente anche quello che è avvenuto durante la trasmissione di
La7 “L’aria che tira”. Il disegnatore Vauro ha chiesto al parlamentare
della Lega Alessandro Morelli di alzarsi in onore della senatrice
Liliana Segre. L’ex direttore di Radio Padania si è rifiutato affermando
che «Il rispetto è doveroso nei confronti di tutti gli italiani e
quello che sta avvenendo non lo è». Secondo il verde-bruno Morelli,
insomma, meritano rispetto anche i fascisti, proprio coloro che, per la
Costituzione, sono del tutto fuori legge.
Forse sarebbe davvero il caso di
finirla di fare i gentleman e di non usare il termine “fascista” nel
timore di offendere qualcuno, o di farsi vedere poco aperti a tute le
altrui idee. Non tutte le idee (proprie o altrui) sono accettabili e
comunque i fascisti sono sempre fascisti in qualunque spazio e in
qualunque tempo.
E chi li accetta è proprio come loro.
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Forse ad
abbattere di più lo spirito di chi si sente di sinistra non è tanto il
risultato dell’Umbria, quanto l’assommarsi dei commenti degli esponenti
della coalizione di governo. Scusate se la chiamo così, ma definirla di
centrosinistra mi fa venire quel certo senso di fastidio e nausea che si
prova davanti a chi, con evidenza, cerca di imbrogliarti.
Il panorama è dato da Zingaretti che
accusa Renzi (e non ha assolutamente torto); da Renzi che accusa
Zingaretti calibrando le sue dichiarazioni soltanto sui calcoli che ha
fatto (e che di solito sbaglia) per prendere e mantenere il potere; da
Di Maio che è terrorizzato soltanto dall’ipotesi di perdere il suo ruolo
di “capo politico” (risate a piacere); Leu che ovviamente (esiste
soltanto nel governo, non nel Paese) non dice nulla; Conte che esaurisce
tutte le sue energie nell’atteggiarsi a statista e mediatore tra non si
sa chi e non si sa cosa.
Sappiamo tutti che questo governo è
nato quasi esclusivamente per evitare che alla presidenza della
Repubblica possa salire tra due anni un aspirante dittatore, o, più
facilmente, un servitore di un aspirante dittatore. Ma qualcuno pensa
davvero che questo fragile collante possa essere più forte delle baruffe
quotidiane tra i soci che si basano soprattutto sugli interessi
personali e di gruppo, ma che talvolta, fortunatamente, nascono anche da
visioni politiche e sociali diverse?
Pensate davvero che l’attuale
sinistra possa continuare a non assottigliarsi se continuerà soltanto a
cercare accomodamenti di potere senza mai portare avanti una propria
idea? Per esempio: che fine ha fatto l’abolizione dei “decreti
sicurezza” del ministro degli Inferni che dovevano essere cancellati
come prima, o, al massimo, seconda mossa da un governo che coinvolge il
Pd? Dicono che non hanno potuto farlo per l’opposizione di Di Maio e di
Renzi? Benissimo, e allora denuncino a chiare lettere che sono quei due
figuri a provocare un’irreparabile frattura non tanto tra le componenti
di questo governo, ma tra i milioni di gente di centrosinistra e un
governo che dice di essere di centrosinistra, ma che tale assolutamente
non è.
È possibile che dopo tante batoste, i
cervelli pensanti dei partiti che formano il governo non abbiano capito
che ai potenziali elettori di centrosinistra non interessa
assolutamente alcuna discussione sui nomi, ma vogliono sentir discutere
(non parlare, discutere) di nuovo di idee, di valori, di democrazia, di
società, di lavoro. Se questo non avverrà, nemmeno il pur comprensibile
tentativo di impedire a Salvini di impadronirsi del Quirinale per
interposta persona riuscirà a realizzarsi. E nel frattempo la sinistra
non si sarà assottigliata, ma sarà semplicemente sparita.
Di tutto questo Angelo Floramo e io
dialoghiamo da mesi in “Fatti non foste…”, sottotitolato “Dialogo su
cultura, valori e democrazia”. Se ne avete voglia, potete ascoltare
questo dialogo, che stiamo portando in giro in regione, nella versione
che abbiamo portato al Centro Balducci. Ecco il link: Fatti non foste...
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Il taglio dei
parlamentari già soltanto a livello matematico mette in crisi la
rappresentanza. Se poi lo combiniamo con realtà già esistenti come le
liste bloccate e decise dalle segreterie e la cancellazione delle
preferenze, e con progetti sciagurati come il vincolo di mandato, allora
è proprio il concetto di rappresentanza a non esistere proprio più e,
quindi, anche quello di democrazia rappresentativa diventa talmente
diafano da far temere che stia proprio scomparendo.
Ma se la nuova legge costituzionale
(per la quale sembra che nessun partito, né alcuna regione si stia
dannando per richiedere il referendum) mette in crisi la rappresentanza
anche dal punto di vista geografico, esiste una rappresentanza politica
che è già in crisi da tempo e che non c’entra nulla con la riduzione dei
parlamentari: mi riferisco al fatto che ormai i cittadini che hanno
idee di sinistra, o anche di centrosinistra, di rappresentanti dei
propri valori e delle proprie idee non ne vedono praticamente più.
A prima vista può sembrare il
contrario visto che Salvini è uscito dalle stanze del governo dove sono
entrati, invece, i rappresentanti del Pd e di Leu che teoricamente
sarebbero la parte sinistra, mentre il centro spetta all’Italia viva di
Renzi e mentre i 5stelle continuano a muoversi come palline di flipper
che rimbalzano più per le volontà di Grillo e della Casaleggio Associati
che per motivi politici, tenendo sempre in primo piano le necessità
della propaganda rispetto ai reali bisogni sociali.
Lasciamo pur perdere i più che
legittimi legittimi dubbi che ti assalgono quando vedi un partito che
dice di guardare a sinistra e che, nello spazio di poche ore, accoglie
sia Laura Boldrini, sia Beatrice Lorenzin, ma vi sembra che in quasi un
mese e mezzo un partito anche vagamente di sinistra non avrebbe almeno
tentato di radere al suolo i cosiddetti “decreti sicurezza” dell’ex
ministro degli Inferni? Che sui punti economici della legge finanziaria
si sarebbe fatto irretire dalla serie di veti dei 5stelle, tra cui
quello di toccare quella quota 100 che sta creando nuove discriminazioni
tra i pensionati? Che avrebbe esplicitamente negato la volontà di
insistere sulla necessità di dare spazio allo “ius soli”? Che in Umbria
avrebbe dato il suo assenso al concetto di vincolo di mandato? Che a
Roma avrebbe smesso di considerare incapace e indegna la sindaca Raggi?
Che avrebbe osservato in silenzio un incapace come l’attuale ministro
degli Esteri traccheggiare davanti alla vergogna di Erdogan che assale
un popolo come i curdi al quale era stato assicurato il diritto a un suo
Stato e che merita la nostra riconoscenza perché è stato in prima linea
con le sue donne e i suoi uomini per fermare l’Isis? Che accetta che le
preoccupazioni maggiori non siano riservate a un nuovo genocidio di
conquista, ma alla minaccia di Erdogan di mandare in Europa altri
milioni di profughi di guerra?
Il fatto è che Pd, Leu e Italia
viva, sostenendo i 5stelle che, per paura di ammettere un errore, non
vogliono cambiare le malefatte politiche di cui sono stati complici
consapevoli della Lega, diventano essi stessi complici dei 5stelle e,
per induzione diretta, dei provvedimenti voluti da Salvini e che non
vengono più cambiati.
Allora, la domanda è: perché mai la
prossima volta uno di sinistra dovrebbe votare per il PD, o per Leu
(ammesso che esista ancora al di fuori del Parlamento)? Per Italia viva e
i M5S la domanda neppure si pone.
E il forte sospetto è che questa
situazione sia addirittura peggiore della precedente perché non soltanto
non cambia quanto di umanamente orrendo è stato fatto da Salvini (ci
sono navi con naufraghi a bordo che ancora oggi aspettano giorni, da
questuanti, prima di avere il permesso di entrare in un porto e ci sono
ancora e sempre più frequenti episodi di razzismo esibiti quasi con
spavalderia), ma che addirittura stia impedendo un cambiamento creando
una specie di sonno delle coscienze indotto con la paura di un ritorno
di Salvini al governo e di ulteriori peggioramenti.
Ma, forse, è proprio questo sonno
indotto a fare più male di tutto. Quando il ministro degli Inferni se ne
usciva con le sue esplicite bestemmie civili, a sinistra c’era almeno
un istintivo moto di indignazione, di rabbia, di ribellione. Ora il
sonno indotto ha assopito in troppi anche questi benedetti moti
dell’animo.
A guardare coloro che oggi si fanno
chiamare politici di centrosinistra, la sensazione è quella di trovarsi
davanti a degli illusionisti che riescono a convincere il pubblico che
la realtà sia quella che loro fanno apparire grazie a qualche trucco, e
non quella che realmente esiste. Poi, si sa, ogni trucco, anche il più
sofisticato, prima o poi viene svelato, ma se questo può essere di
soddisfazione per un pubblico che ama i prestigiatori, non può
certamente esserlo per dei cittadini che amano la democrazia. E non
soltanto perché non hanno più nessuno per cui votare, se non con
entusiasmo, almeno con la coscienza a posto, ma perché intanto i danni
inferti alla società diventano irreparabili.
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L’assurda,
istintiva tentazione sarebbe quella di dire: «Fate quello che volete
senza rompere troppo le scatole. Per quanto mi riguarda, mi curo un
angolino nel quale vivere, o sopravvivere, nel modo migliore possibile».
Ma sarebbe concedere un altro regalo a coloro che vogliono proseguire
sulla strada della distruzione della nostra democrazia – i 5stelle – e
che lo fanno deliberatamente sfruttando l’arma del ricatto al quale il
PD e anche LEU si sono inchinati.
Il taglio dei deputati (da 630 a
400) e dei senatori (da 315 a 200) e degli eletti all’estero (da 12 a 8 e
da 6 a 4) è stato approvato alla Camera, in quarta e ultima lettura,
con 553 sì, 14 no e 2 astenuti. In pratica hanno approvato il mutamento
costituzionale sia le forze di maggioranza (M5S, PD, Italia Viva, LEU),
sia quelle di opposizione (Forza Italia, Lega, Fratelli d'Italia).
Soltanto +Europa ha votato contro e ha protestato in piazza
Montecitorio.
Si potrebbe cavarsela ricordando che
la grande forza della democrazia consiste nel fatto che non sempre chi
ha la maggioranza è anche nel giusto e che i meccanismi democratici
permettono le correzioni, ma questa volta il tradimento dello spirito
costituzionale è talmente evidente che ogni rapporto, anche di velata
simpatia, o di teorica non lontananza con qualunque di questi partiti
non può non esserne uscito compromesso in maniera terribile.
Se si voleva risparmiare, bastava
calare di un terzo stipendi e benefit di deputati e senatori; se si
voleva rendere il Parlamento più efficiente sarebbe stato necessario
valutare seriamente la qualità culturale e intellettiva degli eletti e
non la loro quantità. Se si voleva far sembrare gli eletti più vicini al
popolo sicuramente non si doveva massacrare il concetto di
rappresentanza, sia perché i piccoli partiti ben difficilmente
riusciranno a entrare negli emicicli, sia in quanto, se oggi un deputato
rappresenta 96.006 abitanti, dalla prossima elezione ne rappresenterà
151.210; e così per ogni senatori che oggi è il nucleo della democrazia
rappresentativa per 188.424 abitanti, mentre domani lo sarà per 302.420.
E i pericoli non si fermano qui
perché la destra, che ha votato sì soprattutto per mettere in difficoltà
il PD, già parla di presidenzialismo, mentre i 5stelle, che già
vagheggiano una democrazia diretta gestita in proprio, continuano a
battere sul vincolo di mandato, argomento che vede il PD, almeno in
Umbria, non particolarmente granitico nell’opporsi. Eppure, se esistesse
il vincolo di mandato, la stessa esistenza del Parlamento avrebbe poco
senso: basterebbe una riunione dei capigruppo per decidere qualunque
cosa.
Ora che il partito di Zingaretti
tema terribilmente di riconsegnare il Paese a Salvini, se il governo
cadesse e si dovesse andare a nuove elezioni, è del tutto comprensibile,
ma che perché questo non succeda si rischi di affossare definitivamente
quella democrazia per la quale tanti sono morti è del tutto
inaccettabile.
Il PD e LEU potranno anche aver
deciso di votare sì in buona fede per evitare un male immediato, ma
comunque restano complici di un furto di democrazia e della distruzione
di molte minoranze. È inutile attribuirsi valori di sinistra se il primo
dei valori di sinistra – la democrazia, appunto – viene svenduta perché
non si ha coraggio di parlare con chiarezza alla gente che poi – e i
fatti di questi ultimi anni lo hanno dimostrato abbondantemente – non
riesce più a fidarsi nel momento del voto.
Un’altra cosa: questa volta a una
maggioranza bulgara in Parlamento sembra corrispondere una consistente
visione di segno contrario, tra la gente. Da oggi in poi bisogna
lavorare per cancellare questa legge, esattamente come si deve fare –
anzi, come si sarebbe già dovuto fare – con i decreti dell’odio di
Salvini.
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Di grossi
problemi reali ce ne sono in abbondanza: la crisi economica, quella
occupazionale, il crollo etico di una nazione in cui sono troppi quelli
che preferiscono veder morire annegati uomini, donne e bambini piuttosto
che rischiare di poter essere in qualche modo disturbati nelle loro
abitudini, una giustizia che attende da decenni una riforma che renda
meno importante la capacità di spesa nella scelta dell’avvocato o del
collegio di difesa, una sanità che torna a essere sempre più
differenziata tra ricchi e poveri. E potrei andare avanti ancora a
lungo.
Eppure sono altre due le questioni
che sembrano essere diventate vitali tanto da avere la precedenza sulle
altre: ridurre i parlamentari e dare il voto ai sedicenni. Sono davvero
importanti? Assolutamente no, ma si inquadrano benissimo nella scia di
quel populismo che ormai da anni sta dominando la politica italiana e
che, grazie a Salvini e Di Maio, ha raggiunto vertici drammatici. Questa
volta il populismo assume aspetti più morbidi, ma ugualmente
perniciosi; anzi, forse ancora di più perché rischiano di incidere sulla
carta fondamentale che regola la nostra democrazia, la Costituzione, e
di disequilibrarla con effetti dirompenti per il futuro.
Il taglio dei parlamentari è
l’ultimo cavallo di battaglia di Di Maio che mira a realizzarlo
confidando nel fatto che nessun altro partit avrebbe il coraggio di
andare esplicitamente contro una proposta demagogica buona per ogni
stagione in cui si punta a far emergere il risentimento dei cittadini
contro la cosiddetta “casta”. Ma questa volta è la stessa “casta” ad
attaccare la “casta” e non certamente per una sete di giustizia che
potrebbe essere placata in molti altri modi.
Di Maio, infatti, dice che,
cancellando 345 tra deputati e senatori, si risparmierebbero 100 milioni
l’anno: anche fosse vera questa cifra (e l’Osservatorio di Carlo
Cottarelli la riduce a 60 milioni) resterebbe comunque una frazione
infinitesimale in un bilancio dello Stato. Un risultato molto vicino lo
si otterrebbe riducendo di un terzo l’ammontare di stipendi e benefit
che ai parlamentari toccano. Ma chi di coloro che oggi sono chiamati al
voto accetterebbe di vedersi ridurre drasticamente lo stipendio dal
prossimo mese?
Parlare dei “costi della politica” è
da anni la via più facile per ottenere consenso, apparire dalla parte
del popolo, e cavarsela facilmente senza toccare i veri mali che
prosciugano le casse dello Stato. Ma non è economico lo stimolo che
muove la Casaleggio Associati e altri personaggi ancora in cerca di
visibilità: è soltanto politico.
Se il taglio divenisse effettivo,
avremmo un deputato ogni 150 mila abitanti e un senatore ogni 300 mila e
una riforma di questo tipo distruggerebbe anche quel che resta del
principio di rappresentatività territoriale, trasformando ancor di più
il parlamentare in una diretta emanazione del leader centrale in un
mondo che sembra sempre più dipendente dal carisma e dalla forza di chi è
al comando e che, in questo modo diventerebbe ancora più potente e
determinante per chi vuole fare politica. Combinate questa
considerazione con la proposta di istituire il vincolo di mandato e con
la piattaforma Rousseau e vedrete realizzato il sogno di Casaleggio che,
in realtà, è l’incubo peggiore per chi crede nella democrazia. Il
Parlamento, infatti, diventerebbe un inutile simulacro da lasciare lì
per scopi di dissimulazione, ma la politica con le sue decisioni
diventerebbe sempre di più un affare privato tra i pochi che possono
disporre del numero di voti necessari a prendere le decisioni. Niente
più discussioni, niente più valutazioni di chi è esperto in qualcosa, ma
soltanto propaganda e voto telematico senza neppure un reale controllo
della sua corrispondenza con la realtà.
E adesso guardiamo al voto ai
sedicenni per concedere il quale non servirebbe cambiare la Costituzione
che, all’articolo 48, recita: «Sono elettori tutti i cittadini, uomini e
donne, che hanno raggiunto la maggiore età». Quindi basterebbe cambiare
ancora una volta, con legge ordinaria, il limite, che una volta era di
21 anni, portandolo, in questo caso, da 18 a 16.
Tutto risolto? No, perché intanto
diventerebbe evidentemente incongruo l’articolo 58 che dice che i
senatori sono scelti «dagli elettori che hanno superato il
venticinquesimo anno di età». Ma, soprattutto, cambierebbero molte altre
cose nella vita di tutti i giorni. La maggiore età a 16 anni, infatti,
cancellerebbe molte delle tutele genitoriali due anni prima e, con esse,
cambierebbero non poche responsabilità penali. Inoltre cadrebbero anche
alcuni divieti, come quello di vendere alcolici ai minori di 18 anni. E
l’alcolismo tra i giovanissimi è già oggi una fonte di disperazione.
Tutto questo perché gli attuali
segretari, o cosiddetti capi politici dei partiti, sperano di guadagnare
qualche voto il più, magari cavalcando l’ondata ambientalista che vede i
più giovani tra i maggiori protagonisti, oppure confidando in una loro
maggiore influenzabilità per ancora carenti conoscenze. E il dubbio non è
peregrino se si considera che la spinta di dare il voto ai sedicenni
arriva subito dopo che è stata almeno temporaneamente depotenziato
l’insegnamento della storia, dopo aver praticamente cancellato quello
della geografia.
Ci si potrebbe rassegnare a veder
andare in briciole i principi su cui si fondano le democrazie e tutto
questo tra gli applausi di un Paese che vede nella politica il male
assoluto, senza capire che cancellando la politica si cancella anche la
democrazia. Ma già una volta, tre anni fa, gli italiani hanno dimostrato
di essere più maturi dei partiti al potere ed è proprio in loro che va
riposta la speranza. Sarà difficile e faticoso, ma prepariamoci a
lavorare per un altro referendum costituzionale da vincere a ogni costo
per assicurare la democrazia, pur con tutti i suoi difetti, anche ai
nostri figli e ai nostri nipoti.
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Il sospetto è
che siamo tanto distratti dal tentare di capire quello che sta accadendo
nel mondo politico a livello nazionale, che lasciamo passare senza
grandi reazioni collettive quello che avviene nella nostra Regione.
Guardiamo, per esempio, a quello che
sta succedendo nel campo sanitario e segnatamente nel settore delle
cure del disagio, o disturbo, mentale. In questi giorni – lo segnala Il
Piccolo – le associazioni dei familiari di sofferenti psichici di
Trieste e dell’Isontino denunciano «fatti concreti» che sembrano
preludere «allo smantellamento di un modello» che riceve apprezzamenti
nazionali e internazionali ma, «paradossalmente», è guardato con
freddezza dal governo del Friuli Venezia Giulia.
A denunciare questa situazione, che
ovviamente riguarda anche i territori delle ex provincie di Udine e di
Pordenone, non sono soltanto firme sconosciute, ma anche personaggi come
Peppe Dell’Acqua, braccio destro di Franco Basaglia, il riformatore
della disciplina in Italia, che afferma: «Sembra quasi che gli
amministratori in carica la vogliano finire con lui». O come Roberto
Mezzina, pure lui nel gruppo di lavoro basagliano, fino a ieri, prima di
andare in pensione, direttore del Dipartimento di salute mentale e
primario del Csm di Barcola, che, citando il piano regionale approvato
nel febbraio 2018, lo definisce «il più brillante che io abbia mai visto
in Italia nei miei quarant’anni di carriera », per poi affermare:
«Questo piano si è sostanzialmente fermato e non ci sono certezze su ciò
che verrà».
Insomma, le ipotesi di indebolimento
dei Dipartimenti di salute mentale, che nella regione si occupano di
circa 20 mila utenti con disturbi severi, fanno temere la crisi dei
servizi tesi a sostituire l’ospedale psichiatrico e costruiti con grande
fatica nel corso degli anni.
A tutto questo l’assessore regionale
alla Sanità, Riccardo Riccardi, risponde negando che ci sia una bozza
di riforma anche se poi, però, afferma che sarà resa nota entro questa
settimana. Ma poi continua: «Ho grande rispetto per le conquiste che il
sistema della salute mentale è riuscito a ottenere in questi anni, ma
non posso non rilevare come ci sia una sorta di azione diretta e
indiretta che avanza. Ma il mondo va avanti e gli psichiatri non possono
pensare anche di governare. Perché, a decidere, è il Consiglio
regionale. Sia chiaro che non funziona più così. Non funziona come
quando Rotelli dettava la linea».
Cioè, detto in soldoni, non sono gli
esperti a dire quello che è più giusto fare, anche in campi così
delicati e specialistici come la psichiatria, ma sono soltanto i
politici, o gli amministratori, a decidere quello che a loro sembra
meglio. Un ottimo sistema per dilatare il disagio mentale fino a farlo
diventare disagio sociale.
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