mercoledì 17 giugno 2026

In ricordo di Carlo Ginzburg

Purtroppo se n'è andato un altro grande uomo di cultura con cui la mia professione mi ha portato a interagire: Carlo Ginzburg, grande storico capace di innovare aspetto e senso di una disciplina che fino a lui sembrava dover essere immutabile. La sua testarda volontà di seguire quelli che prima erano considerati avvenimenti troppo picoli, trascurabili, per essere considerati degni di attenzione, ha fatto sì che balzasse sempre in primo piano l'aspetto sociale di persone, ambienti, periodi storici che ci hanno permesso di comprendere molto meglio cosa sia stato davvero il passato.
Come omaggio alla sua memoria, allego a seguire la prefazione che un bel po' di anni fa ho scritto per una delle edizioni del suo "Il formaggio e i vermi".
 

"Il formaggio e i vermi" 

Ci sono storie che appaiono fortemente legate all’epoca in cui sono avvenute e altre che possiedono, invece, un valore assoluto che va ben al di là delle loro stesse dimensioni temporali e spaziali per diventare apolo­ghi validi in ogni epoca e in ogni luogo. Questo è anche il caso de Il formaggio e i vermi, di Carlo Ginzburg, libro nato come semplice – pur se approfondita – ricerca storica e diventato in pochi anni un best-seller internazionale che è stato tradotto in una quindicina di lingue e sul quale sono stati organizzati e svolti diversi convegni internazio­nali, anche negli Stati Uniti.

La vicenda, in un primo e più superficiale livello di lettura, è ab­bastanza semplice: riguarda la vita e i processi di Domenico Scandella, soprannominato “Menocchio”, che fu giustiziato sul rogo, per ordine del Santo Uffizio, a Pordenone il 6 luglio 1601. Era nato a Montereale, in Valcellina, nel 1532 e lì visse per quasi tutta la vita. Era spo­sato, aveva sette figli, e altri quattro gli erano morti. Dal punto di vista economico non se la passava male, anche perché, accanto alla sua attività principale di mugnaio, faceva svariati altri mestieri. Si era in piena Controriforma e il 28 settembre 1583, quando aveva più di cinquant’anni, fu denunciato per la prima volta al Santo Uffizio per avere cercato di diffondere le sue opinioni, argomentandole, sul mon­do e su Dio.

Quasi tutti i testimoni al processo non gli furono ostili; al più la­sciarono trasparire una qualche disapprovazione. In realtà ai conta­dini di Montereale i suoi discorsi non apparivano del tutto estranei al loro modo di pensare. Ma comunque i giudici si convinsero subito che Menocchio si era proposto come maestro di dottrine eterodosse. Anche lui stesso, in pratica, lo confermò dicendo che era «in cervello, non mato» aggiungendo che «è vero che io ho detto che se non havesse pau­ra della giustitia parlerebbe tanto che farebbe stupire». In più Menocchio era convinto dell’originalità delle sue idee e, quindi, della forza della sua mente: «Non ho mai praticato con alcuno che fusse heretico, ma io ho il cervel sutil, et ho voluto cercar le cose alte et che non sape­va».

E poi c’era l’aspetto più rivoluzionario perché il vecchio mugnaio approfittò del processo per esprimere a pubblici ufficiali quello che da tempo ripeteva in paese e che, cioè, era «assai contra li superiori delle loro male opere», insistendo soprattutto su l’oppressione esercitata dai ricchi sui poveri attraverso l’uso, nei tribunali, di una lingua incom­prensibile come il latino. Una visione incredibilmente attuale ancora oggi, in un mondo in cui troppo spesso non la giustizia, ma certamente la sua am­ministrazione sembra piegarsi ai voleri dei più ricchi e dei più colti.

In più, oltre a rendere esplicita la sua opposizione a un mondo corrotto e a lui del tutto lontano, a una classe religioso-politica che dei subalterni sapeva riconoscere soltanto i doveri e non i più elementari diritti, Menocchio si inoltra in un altro campo che era vietato a colo­ro che non trovavano posto nelle gerarchie ecclesiastiche, quello della costruzione di una vera e propria cosmogonia. «Io ho detto – afferma – che... tutto era un caos, cioè terra, aere, aqua et fuogo insieme; et quel volume, andando così fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel deventorno vermi, et quelli furno li angeli...».

Menocchio, insomma, era un pericoloso sovversivo anche e soprat­tutto perché il desiderio di «cercar le cose alte» continuava ad apparirgli legittimo e, secondo lui, doveva essere alla portata di tutti perché era assurdo accettare una cultura privilegio dei chierici, che volevano tenere per sé il monopolio di una conoscenza che si poteva comprare per «dai soldi» sulle bancarelle dei librai di Venezia.

Menocchio fu dapprima condannato a una dura pena detentiva, ma dopo due anni di carcere la pena gli venne parzialmente cancella­ta, e poté far ritorno a Montereale. Però il suo spirito non poteva cam­biare e così fu nuovamente denunciato nel 1599, processato, e infine condannato a morte sul rogo come eretico. A dire il vero, l’inquisitore friulano era esitante e scrisse a Roma per esprimere i propri dubbi, ma la risposta fu chiarissima: «Le dico per ordine della Santità di Nostro Signore ch’ella non manchi di procedere con quella diligenza che ri­cerca la gravita della causa, a ciò che non vada impunito de’ suoi horrendi et essecrandi eccessi, ma co ’l debito et rigoroso castigo sia essempio agli altri in coteste parti...».

Si tratta di una rigidità che molto probabilmente e stata dovuta a una serie di concause. Intanto c’era la determinazione della Chiesa ro­mana di rispondere alla Riforma protestante senza ammettere alcun errore, ma anzi riaffermando la propria infallibilità e irrigidendo ul­teriormente la propria severità di giudizio, anche secolare, nei confronti dei dissidenti. Poi la necessità, da parte delle classi dominanti, di recuperare, anche ideologicamente, contadini e plebi urbane che, trasferendo gli ideali evangelici di libertà e uguaglianza diffusi dalla Rifor­ma protestante dal terreno religioso a quello politico, minacciavano di sottrarsi a ogni forma di controllo dall’alto, mantenendo, anzi sottoli­neando, le distanze sociali. E influì anche l’invenzione della stampa a caratteri mobili che aveva reso accessibili a moltissime persone dei testi che prima restavano chiusi soltanto nelle ricche biblioteche dei castelli nobiliari e dei conventi religiosi.

Menocchio è uno di quegli uomini liberi che si alzarono – e si al­zano ancora oggi, consapevoli del prezzo che dovranno pagare – davanti all’ortodossia del momento, affermando il loro diritto all’iden­tità, e di conseguenza alla diversità, mettendo in atto coraggiose scelte di libertà. Di lui gli archivi dell’Inquisizione ci hanno permesso di sapere molte cose, mentre di tanti altri come lui non sappiamo nulla. Perché se la vicenda di Menocchio è tornata alla luce, lo dobbiamo al modo di raccontare la storia adottato da Carlo Ginzburg, al quale non interessa trarre dalla sua ricerca, né una dissertazione sterilmente erudita, né un’altrettanto arida caccia al morboso e al sensazionale.

Ginzburg è convinto, infatti, come canta anche Francesco De Gregori, che «la storia siamo noi; nessuno si senta escluso». Che il divenire del mondo dipende anche dagli uomini normali e non soltanto dai cosiddetti “grandi”, che quando si arriva alla realtà quoti­diana meglio si riesce a decifrare il passato e a scorgere le connessio­ni e le cesure con il presente. E così, attraverso la sua esemplare ricerca e il suo scrivere vivace, l’autore recupera un frammento perduto del passato che non soltanto si inserisce «in una sottile, contorta, ma ben netta linea di sviluppo che arriva fino a noi», ma la illumina, la avvicina, fa capire che i germi sparsi da Menocchio non sono stati bruciati dal rogo, ma sono arrivati fino a noi, anche se spesso non ce ne rendiamo conto.

A leggere le dense pagine scritte da Ginzburg, tornano spontaneamente e prepotentemente alla memoria altri esempi di questo tipo che la storia ci offre presentandoci le vicende di persone più famose di Me­nocchio che non facevano alcun male, ma incutevano molta paura al potere costituito. Due esempi su tutti sono quelli di Giordano Bruno e di Galileo Galilei.

Il primo costruisce una propria nuova immagine della natura in netta antitesi con quella aristotelica e giunge a definire il mondo come una sorta di edificio assai grande e complesso, ma realizzato con ma­teriali relativamente semplici e, soprattutto, secondo architetture deci­frabili. La sua lettura della realtà lo porta, dunque, a posizioni materialistiche e atomistiche, ma soprattutto alla tesi della fondamentale omogeneità del mondo che sarà determinante negli imminenti svilup­pi della rivoluzione scientifica galileiana. Quella copernicana aveva già fatto sentire i suoi primi sconvolgenti segnali e Bruno era stato uno dei pochi a percepirne immediatamente la portata dirompente sia sul piano del principio sia – ben più importante per gli sviluppi futuri del mondo – su quello della metodologia di indagine. Ma idealmente egli addirittura supera Copernico non ammettendo né il vecchio geo­centrismo, né il nuovo eliocentrismo, ma postulando l’esistenza di un universo senza centri, né gerarchie perché lo considera «unitario e in­finito».

La rotta di collisione con la Chiesa appare, dunque, inevitabile e il suo destino è segnato: le varie delazioni servono soltanto a trovare una causa occasionale per destinarlo al rogo di Campo de’ fiori, a Roma, sul quale sale un po’ prima di Menocchio, il 17 febbraio del 1600, senza aver minimamente perduto quegli «eroici furori» cui allude nel­la sua opera omonima. Eppure è con lui che la scienza comincia a stac­carsi definitivamente dalla filosofia e l’accelerazione in questo percor­so è tale che meno di quarant’anni dopo la separazione è già netta e irreversibile. La data della cesura definitiva coincide con quella che, invece, secondo le gerarchie ecclesiastiche dell’epoca, avrebbe dovuto significare il rispettoso e ossequiente rientro all’ovile della scienza: si identifica con l’abiura pronunciata da Galileo Galilei davanti al so­lito Santo Uffizio che aveva costretto lo scienziato pisano a sconfessare tutto quello che aveva fino ad allora sostenuto, pur borbottando sotto­voce – almeno così sostiene la tradizione – quel «E pur si muove» riferito alla Terra non più centro dell’universo, ma pianeta tra i tanti.

È stato un atteggiamento, quello di Galilei, non soltanto diverso, ma addirittura diametralmente opposto rispetto a quello di Giordano Bruno. Tanto il filosofo si scagliò contro i suoi accusatori, tanto lo scien­ziato tentò di discolparsi; tanto Bruno fu rigido nel difendere le sue posizioni, tanto Galilei fu disponibile a dire tutto quello che gli altri si aspettavano di sentirgli dire per affossare la sua idea dell’universo. Però, alla fine, entrambi ottennero grandi risultati: la figura e le idee di Bruno acquistarono ancora maggiore peso dal rogo su cui fu co­stretto a salire; Galilei poté continuare i suoi studi e lasciare ai suoi di­scepoli altre grandissime intuizioni e conquiste. E in entrambi i casi sul Santo Uffizio si stamparono delle colpe incancellabili delle quali sol­tanto in tempi recenti si è inteso fare ammenda.

Se per Bruno e Galilei, però, il comportamento delle gerarchie ecclesiastiche poteva essere comprensibile, per l’autorevolezza e la noto­rietà dei teorici eresiarchi, più difficile è capire il perché si sia deciso di infierire su Menocchio, il mugnaio di Montereale, personaggio di un certo spicco nel proprio paese, ma del tutto insignificante in un pano­rama più vasto. E, in più, ormai avanti con gli anni. C’è una sola ma­niera per spiegare questo infierire impietoso della massima autorità ecclesiastica su un uomo che – ammesso fosse eretico – non poteva essere seriamente considerato come un pericolo diretto per la Chiesa e la sua dottrina. È quella di valutarne appieno le potenzialità come pericolo indiretto, come esempio che avrebbe potuto spargere germi, quelli sì, pericolosissimi, non riferiti alle idee, ma al comportamento.

Domenico Scandella, infatti, non soltanto sapeva leggere, ma ad­dirittura comperava libri, li leggeva, ci ragionava sopra e poi parlava con gli altri dei suoi pensieri. Importanti non erano le conclusioni alle quali arrivava; fondamentale, nel decidere la sua persecuzione, era pro­prio l’atto del leggere, del ragionare e del parlare. E, quindi, di arri­vare quasi inevitabilmente a dover usare un monosillabo piccolo, ma dalla devastante potenza: il “no”, l’unica vera arma a disposizione dei poveri e dei vessati.

Il “no”, infatti, non è quel monosillabo che istintivamente viene considerato come antipatico simbolo della negazione, ma è, invece, parola bellissima perché caposaldo e simbolo della libertà, base fon­dante non soltanto di ogni vera democrazia, ma anche dello stesso bene; perché permette il rifiuto di ragione e di coscienza, perché rende ridi­coli quegli alibi che troppe volte nella storia del ventesimo secolo ab­biamo sentito dal banco degli accusati dove c’erano persone che si di­fendevano rispondendo vacuamente: «Non ho fatto altro che eseguire gli ordini».

E quello di Menocchio era un “no” ancora più pericoloso, se sotto­valutato e non esemplarmente punito, perché era usato senza violen­za, ma con la forza della pacatezza e del ragionamento; non di nascosto, ma in aperte discussioni sia con la gente sia con i notabili e i po­tenti. Il “no” di Menocchio rappresentava un rifiuto educato, un po’ simile a quello che qualche secolo dopo Herman Melville metterà in bocca al suo Bartleby, quel «preferirei di no» che, ripetuto costante­mente, può diventare destabilizzante ancor più di una rivolta in armi perché insinua in tutti, anche nei più umili, l’idea che la storia – come sot­tolinea Ginzburg – sia fatta anche dagli umili non meno che dai po­tenti.

 

 

giovedì 11 giugno 2026

La rana, il fascismo e il termometro

C’è poco da dire: quello che preferisco chiamare “fronte riformista”, rispetto alla irrealistica definizione di “campo largo”, sta lentamente e faticosamente recuperando tentando di arrivare alle prossime elezioni politiche in una posizione non subalterna, ma parlare di flessione della destra mi appare davvero irrealistico.

Anzi, per rendere più evidente la situazione del fascismo in Italia mi sembra molto utile ritirare fuori la “metafora della rana bollita” elaborata dal linguista e filosofo statunitense Noam Chomsky e già usata in moltissime occasioni. Più o meno, dice così: se metti una rana in una pentola piena di acqua bollente, la rana schizza fuori immediatamente; se la metti in una pentola piena di acqua fredda sotto la quale accendi un fuoco e piano piano alzi la temperatura, la rana si adatta progressivamente al calore e, quando l’acqua diventa bollente, non ha più la forza di reagire e muore.

Qualcuno potrebbe domandare: cosa c’entra la rana con il fascismo? Nulla: il fascismo non è la rana, è l’acqua; la rana siamo noi.

Voglio dire che è da anni, almeno dai tempi di Fini, che i fascisti nostrani si sono accorti che a sbattere in faccia agli italiani nostalgie autoritarie non si otteneva nulla e, infatti anche gli ultimi referendum lo hanno dimostrato abbondantemente. Se, invece, si procede un passo alla volta, cambiando una legge qua e una là, facendo credere che il razzismo corrisponde a sicurezza; che la governabilità non è una limitazione, se non negazione, della democrazia; che la magistratura non commetterebbe più errori se fosse posta sotto il controllo diretto del governo; che la crescita delle diseguaglianze sociali è inevitabile perché rispetta le diverse qualità dei singoli; che la morale sessuale e familiare deve essere rigidissima, ma soltanto per gli altri; che la morte di migliaia di migranti in mare, e di decine nei campi coltivati e nei CPR sarebbe utile per dissuadere altri disperati dal mettersi in mare; che la deportazione può essere ribattezzata “remigrazione”, la temperatura si alza un po’ alla volta e molte rane, troppe, non se ne accorgono neppure fin quando non è decisamente tardi.

Una situazione pericolosissima perché l’allarme deve essere lanciato, ripetutamente e instancabilmente, quando l’acqua è ancora fredda. Ma questo non è mai stato fatto dando la precedenza a questioni tattiche interne piuttosto che a problemi strategici generali. Per capirci, quello che una volta era chiamato il centrosinistra si è spesso logorato nelle primarie che sono lo sbocco mortale delle lotte intestine tra le varie componenti di quell’ipotetico schieramento, o addirittura tra le diverse correnti interne a un partito, trascurando in maniera del tutto improvvida quelli che erano e sono i veri avversari, o, meglio, i nemici, visto che in palio c’è una cosa importantissima come la democrazia.

E, del resto, se un partito non difende sempre con i fatti la Costituzione, è naturale che molti non si impegnino per quel partito, ma che lo facciano quando l’attacco alla Costituzione e alla democrazia diventa evidente ed esplicito.

Ma l’ingresso in politica di Vannacci, che è tanto fascista da essere incapace di fingere di non esserlo, e del suo nuovo partito non mette in crisi la parabola della rana? No, perché l’ex generale non è l’acqua, bensì il termometro usato per vedere quanto manca all’ebollizione letale. Se viene rifiutato vuol dire che l’acqua è troppo calda e che bisogna smorzare un po’ in fuoco. Se, invece, come sta succedendo, il suo consenso cresce, portando via iscritti ai tre partiti dell’attuale maggioranza, questo significa che molti ancora non si accorgono che la temperatura si è alzata pericolosamente e che si può continuare ad alimentare con pazienza il fuoco.

Secondo voi sarebbe immaginabile che Meloni, camerati e alleati, che finalmente sono riusciti a sedersi su scranni che sembravano per loro irraggiungibili, ora si rassegnino a tornarsene all’opposizione per tenere lontano un Vannacci che la pensa in buona parte come loro, ma che non sa, o non vuole, nasconderlo? Evidentemente no e allora la temperatura diventerebbe davvero troppo elevata per lasciare in vita quella rana che chiamiamo democrazia.

Colpa del fuochista? Senz’altro. Ma anche di chi lo lascia praticamente indisturbato ad alimentare il fuoco. E non è una scusa sufficiente quella di sentirsi impotenti. Nel 1943 anche molti nostri padri si sentivano impotenti davanti allo strapotere nazifascista e si sono impegnati tanto da mettere in gioco la propria vita e, così facendo, da convincere tantissimi non soltanto che ci si doveva impegnare, ma anche che quelle crudeli dittature potevano e dovevano essere sconfitte nel nome della democrazia e della libertà.

giovedì 21 maggio 2026

La fluttuante linea rossa

Teoricamente dovremmo essere soddisfatti di aver finalmente scoperto qual è il limite della decenza oltre il quale il governo italiano non ritiene sia possibile andare. A fissarlo con ipotetica chiarezza è stato il sedicente ministro degli esteri Antonio Tajani che ha affermato che questa volta, andando ad abbordare in acque internazionali un’innocua flottiglia di barche che volevano portare aiuti a Gaza, sparando proiettili di gomma, arrestando e legando tutti quelli che erano a bordo, Israele ha «superato la linea rossa». O meglio – giusto per mettere le mani ben davanti – lo ha fatto il suo ministro Itamar Ben Gvir. A far traboccare il vaso della pazienza meloniana in prospettiva internazionale, infatti, non è stato l'atto di pirateria, bensì il video che il responsabile della Sicurezza nazionale del governo Netanyahu ha diffuso sui suoi social nel quale lo si vede dileggiare gli arrestati che sono bendati, ammanettati e fatti oggetto di violenze.

«Sono indignato – ha affermato Tajani – Israele ha il diritto di difendersi ma non ha il diritto di umiliare prigionieri, persone inermi che non hanno compiuto atti di violenza e non sono terroristi. Una cosa è mantenere un blocco navale, un’altra, ben diversa, è mettere in discussione la dignità e la sicurezza delle persone».

Tutto bene? Direi di no perché è certo che la stragrande maggioranza degli oltre settantamila palestinesi uccisi a Gaza, di cui più di ventimila bambini, erano «persone inermi che non hanno compiuto atti di violenza e non sono terroristi». Però in nessuna di quelle oltre settantamila occasioni Tajani ha ritenuto, non dico di convocare l’ambasciatore, ma neppure di protestare in una semplice intervista.

Né si è mai sognato di dire qualcosa per i non si sa quanti palestinesi della Cisgiordania che sono stati assassinati dai cosiddetti “coloni” israeliani e nemmeno per tutte le vittime di quella che è una vera e propria invasione israeliana del sud del Libano, schifosa esattamente come quella della Russia in Ucraina.

Però, obbiettivamente, come si può rimproverare qualcosa a un cosiddetto ministro che davanti al sorridente e impassibile Vespa ha affermato che, proprio in occasione del primo abbordaggio israeliano alla flottiglia, «Comunque quello che dice il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto.»?

Sbaglieremmo, però se addossassimo soltanto su Tajani la responsabilità di una “linea rossa” che, a essere molto riduttivi, potremmo definire “fluttuante”. All’interno del governo Tajani ha un’autonomia di giudizio, di parole e di azione che è paragonabile a quella che poteva avere uno schiavo davanti al suo faraone e in questo caso è evidentemente appiattito sulle posizioni della Meloni, che pretende le scuse, e di Salvini perché la “linea rossa” è evidentemente apparsa non perché Ben Gvir – quello commosso perché gli avevano regalato una torta di compleanno decorata con un cappio da impiccagione dei palestinesi – si è comportato così, ma perché tra gli angariati, ingiuriati, vilipesi e feriti c’erano anche degli italiani, tra cui un parlamentare.

C’è da scommettere che se nessun italiano avesse sentito il dovere di testimoniare di persona contro il genocidio di Gaza, l’azione di Ben Gvir sarebbe passata sotto l’assordante silenzio della destra nostrana. E non è fantasia perché Ben Gvir non ha cominciato a comportarsi così soltanto qualche giorno fa.

E quindi la fluttuazione della “linea rossa” è molto variabile e dipende dalla presenza o meno di italiani. Ma qui vengono altri dubbi: cosa vuol dire italiani? Perché le reazioni di Salvini e di Bignami ai fatti di Modena pongono seri dubbi. Loro vorrebbero che al folle investitore fosse tolta la cittadinanza perché è italiano “soltanto” di seconda generazione. Quindi non sarebbe la gravità del fatto a far togliere – ammesso che fosse possibile – la cittadinanza a un italiano, ma soltanto la presenza di antenati di etnia diversa. Ma antenati di quale generazione precedente? Se, per esempio Salvini, o Bignami avessero un bisavolo non italiano, varrebbe anche per loro? Oppure comunque la definizione della distanza generazionale verrebbe fissata a seconda del comodo del momento?

Ma Torniamo a Tajani, perché almeno su una cosa sono d’accordo con lui, quando dice: «Mi dispiace soprattutto per il popolo di Israele, che non merita un ministro come Ben Gvir». Anche a me dispiace per loro, ma anche per il popolo dell’Italia che non merita… E qui mi interrompo perché la lista dei ministri, viceministri e sottosegretari che non ci meritiamo sarebbe troppo lunga.

venerdì 24 aprile 2026

Un regalo per il 25 aprile

Il 25 aprile è una festa per tutti noi che la consideriamo l’anniversario della Liberazione e della vittoria della democrazia sulla dittatura. E, come in tutte le feste, è lecito per ognuno aspettarsi di ricevere un regalo.

Se potessi esprimere un solo desiderio, non avrei dubbi: chiederei che non fosse buttata al vento la vittoriosa difesa della Costituzione nel referendum contro l’ennesimo assalto di coloro che hanno nostalgia del fascismo e di tutte le orrende schifezze che gli davano vita.

Il referendum ha dimostrato anche questa volta che se c’è un importante obbiettivo comune il popolo italiano sa come rispondere, rinuncia a starsene a casa e va a votare unito e compatto anche sfidando i sondaggi contrari perché ha seguito una campagna nella quale non si magnificavano le doti di un leader, o dell’altro, ma si parlava di principi e di valori.

L’idea che dopo poche ore dal successo già si parlasse di primarie per decidere chi dovrebbe essere il presidente del Consiglio nel caso di una vittoria del cosiddetto “Campo largo”, induce a una serie di considerazioni.

Cambiate nome alla possibile coalizione: è mai concepibile che nel nome di un’alleanza non ci sia neppure una vaga indicazione delle idee che quella coalizione intende portare avanti?

Finitela di parlare di parlare di voi e delle vostre ambizioni e pensate ed esplicitate quali sono i vostri programmi comuni per tirare fuori l’Italia da quel buco nero dal quale la Meloni non ha saputo assolutamente risollevarci, ma anzi ci ha fatto ulteriormente sprofondare economicamente, ma anche politicamente ed eticamente. È vero: delle vostre ambizioni non parlate mai esplicitamente, ma sotto le vostre parole appare evidente che tutto viene detto in funzione di quelle maledette primarie.

Mettetevi in testa che gli italiani per decenni sono andati a votare in massa non per delle persone, ma per delle idee e che è stato proprio quando questa offerta è stata cambiata che l’affluenza ha cominciato a precipitare.

Restituite al concetto di “democrazia rappresentativa” il suo vero significato promettendo – ma davvero – di tornare a permettere le preferenze individuali che danno modo di indicare di quali persone ci fidiamo. Altrimenti moltissimi continueranno a non essere attratti dalla possibilità di dare il proprio suffragio a un partito che non propone più obbiettivi e ideali, ma soltanto nomi e personaggi in un clima nel quale a dominare sembra essere l’ambizione personale più che il desiderio di fare il bene per il Paese.

Mettete nel dimenticatoio le primarie che non fanno altro che dividere gli elettori di possibili coalizioni e rinviate l’eventuale scelta del presidente del Consiglio a dopo l’auspicata vittoria del centrosinistra per la quale c’è ancora tantissimo da lavorare.

Comunque, se proprio il masochismo dovesse prevalere facendo mantenere in vita le primarie, fatele celebrare soltanto a programma comune elaborato, illustrato e pubblicato e assolutamente finitela di parlare di primarie aperte. Non sono iscritto ad alcun partito politico e quindi ne sarei escluso, ma non è più sopportabile vedere, come è già successo nelle altre occasioni, che nelle file davanti ai gazebo, ci siano diversi fascisti che con pochissimo sforzo – una firma e un paio di euro – fanno tutto quello che possono per danneggiare la coalizione di sinistra.

Ecco: vorrei un regalo di questo tipo perché mi piacerebbe sognare ancora un’Italia che non sia umiliata da figuri come Meloni, Salvini, Tajani, La Russa, Nordio, Vannacci e, scusate se mi fermo, ma l’elenco sarebbe ancora troppo lungo.

Domani è il 25 aprile e, come ho detto all’inizio, è la festa di chi celebra la vittoria della democrazia sulla dittatura, di chi piange ancora i tanti che hanno dato la vita per liberare l’Italia dal nazifascismo, di chi continua a rifiutare di parificare i morti della Resistenza con quelli della repubblica di Salò perché sono convinti che l’importante è come si vive e non come si muore. Quindi, visto che non pochi rimpiangono autoritarismo, razzismo, violenza, la festa della Liberazione – si chiama così per un evidente motivo – non è assolutamente la festa di tutti. Ricordate che ai tantissimi che hanno votato NO e che saranno in piazza a cantare “Bella ciao” non interessa conoscere in anticipo il nome del prossimo presidente del Consiglio, ma soltanto che il prossimo governo abbia un programma che si occupi di tutti, di ridurre le disuguaglianze, di aiutare gli ultimi, di ridare dignità al lavoro, di risollevare la sanità pubblica, di ridare alla scuola una funzione davvero educatrice e al Parlamento le funzioni per le quali è nato.

Finora ho parlato di regalo, ma è sbagliato: è un diritto. E credo che i tantissimi giovani che hanno votato NO non accettino più che i loro diritti siano conculcati.  Seguiranno strade diverse da quelle seguite da noi quando avevamo la loro età, ma sono sicuro che arriveranno alla meta e spero anche che non ripeteranno i nostri errori.

giovedì 19 marzo 2026

L’infinita bellezza del No

Domenica e lunedì si voterà per un referendum il cui titolo che si riferisce alla separazione delle carriere nella magistratura c’entra poco o niente con la realtà degli effetti perniciosi sull’architettura della nostra Costituzione antifascista che avrà un’eventuale vittoria del sì che confermi la legge voluta soltanto da Meloni e complici senza mai dare il diritto di parola all’opposizione.

In quei due giorni la parola passerà dall’opposizione, che può essere fatta soltanto nel Parlamento dagli eletti in una democrazia delegata, alla Resistenza che può essere esercitata da tuti noi con le nostre azioni assolutamente non violente. Lunedì e martedì tornerà a essere determinante la scelta, la nostra scelta, che andrà a indicare quell’azione etica e intellettiva la cui presenza – o assenza – può cambiare profondamente la realtà sociale di un Paese perché, il voto, pur restando un impegno necessariamente e inevitabilmente individuale, può e deve diventare collettivo con la sua forza di esempio dirompente nei confronti di un più comodo conformismo.

Nella scelta e contro le sollecitazioni a sottrarvisi, infatti, diventa determinante il “No”. E non nella maniera gentile, ma sterile, in cui è ricorrente nelle risposte di Bartleby, lo scrivano di Herman Melville. Bensì nel modo in cui spicca netta la convinzione che l’uomo non è necessariamente in balia del destino, ma che, anzi, è il destino a essere creato dall’uomo con la sua dignità, il suo libero arbitrio, la capacità di indignarsi e di dire “no”, appunto.

Perché il “no” non è quel monosillabo che istintivamente è considerato come antipatico simbolo della negazione, ma è, invece, una parola bellissima perché caposaldo della libertà, base fondante non soltanto di ogni vera democrazia, ma anche dello stesso bene; perché permette il rifiuto di ragione e di coscienza e rende ridicoli quegli alibi che troppe volte nella storia abbiamo sentito provenire dal banco degli accusati dove c’erano persone che si difendevano rispondendo vacuamente: «Non ho fatto altro che eseguire gli ordini».

In quegli anni – ma anche oggi – se molti sono stati colpevoli del peccato di opere, ancora di più sono stati quelli che si sono macchiati scientemente di quello di omissione. È più comodo usare un riferimento religioso, ma la stessa cosa vale anche in una visione assolutamente laica: per me appare evidente che quando nel cattolico Confiteor si dice «perché ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni», l’ordine delle parole non è stato messo lì a casaccio, ma che chi lo ha scritto ha realizzato scientemente un ordine crescente di gravità. L’omissione, il restare inerti, il far finta di non vedere è la colpa più grave, perché è sicuramente un atteggiamento non istintivo, ma deliberato, perché è il trionfo dell’egoismo sul bene generale, della pigrizia sul dovere. Perché si possono permettere futuri danni incommensurabili per piccini desideri di tranquillità.

Il “No”, poi, diventa fondamentale se vogliamo salvare sì la Costituzione, ma soprattutto noi stessi, perché è la Costituzione che finora ci ha difeso e che dovrà difenderci per molti anni ancora da autoritarismi, monocrazie, possibili dittature che non sono più evidenti come una volta, ma che oggi diventano ancora più efficaci nel reprimere già sul nascere qualsiasi dissenso. E il dissenso – non dimentichiamolo mai – spesso porta a sconfitte elettorali, ma resta sempre l’unica cartina di tornasole che ci permette di sapere se l’aria che ci circonda è ancora respirabile, o se ci sta avvelenando.

Votate NO.

 

 

 

mercoledì 4 marzo 2026

Il diritto alla democrazia

In un Paese normale oggi le strade dovrebbero essere piene di persone che protestano perché sentono che le stanno scippando di uno dei diritti fondamentali in un mondo civilizzato e moderno: il diritto alla democrazia che, come tutti i diritti, non è un regalo definitivo, ma, anzi, è una conquista che deve essere continuamente difesa perché dà fastidio a troppi che se ne riempiono la bocca per dissimulare la loro natura, ma che considerano inopportuno, se non intollerabile, che qualcuno possa mettere in dubbio il loro volere.

Invece, le strade sono desolantemente vuote e, quindi, le giustificazioni possono essere due: la democrazia non è assolutamente in pericolo, oppure la popolazione della nostra Italia ha assunto una tale dose di anestetizzanti e di delusioni che ormai non reagisce più nemmeno davanti a quella che può essere definita “una pistola fumante”.

Prendiamo in esame la prima ipotesi, quella che dice che non ci sarebbero motivi per protestare e per ribellarsi e facciamo un semplice elenco.

Primo punto. Ci troviamo di fronte a una riforma costituzionale realizzata dalla maggioranza che, senza concedere nemmeno il diritto di parola all’opposizione, ma neppure ai parlamentari della maggioranza stessa, l’hanno fatta approvare per due volte da entrambi i rami del Parlamento, e che ora – e sapevano bene che sarebbe finita così’ – si presentano a un referendum che costerà all’incirca 400 milioni di euro e che spero si risolverà in una netta vittoria del “NO”. Perché? Semplice: perché la separazione delle carriere poteva benissimo essere resa ancor più difficoltosa con una legge ordinaria, e l’andare a modificare sette articoli della Costituzione può essere giustificata soltanto con altri obbiettivi; perché la triplicazione del CSM non ha il minimo senso, se non quello di escludere il Presidente della Repubblica dalla presidenza del nuovo organo superiore di disciplina; perché introduce un sorteggio, tra l’altro squilibrato tra membri togati e laici, per la composizione dei CSM e non ci può essere nulla di più antidemocratico di un sorteggio. Infine le frasi dal sen fuggite di Nordio, ma anche della Meloni, fanno benissimo capire che il vero progetto è quello di ridurre il potere giudiziario a favore di quello politico. Ciliegina sulla torta, quella di costringere lavoratori e studenti in trasferta a costosi ritorni ai loro luoghi di residenza per poter votare.

Secondo punto. È stato appena presentato un progetto di una nuova legge elettorale, basata su un proporzionale puro con enorme premio di maggioranza che sembra ispirata alla famigerata legge Acerbo che nel 1923 assicurò una maggioranza assoluta di seggi, pur in assenza di una simile maggioranza di voti, al partito fascista che da quel momento diventò assoluto padrone del Parlamento. Una maggioranza simile permetterebbe di eleggere senza discussioni il Presidente della Repubblica, ma anche di nominare i membri della Corte Costituzionale e tutti gli occupanti dei punti nevralgici della nazione. Proprio come quella volta.

Terzo punto. Il nuovo Decreto Sicurezza si innesta perfettamente su altri provvedimenti precedenti e mira, più che a rafforzare l'ordine pubblico, a ostacolare il dissenso, introducendo misure come il fermo preventivo durante le manifestazioni, le sanzioni ai genitori per il possesso di coltelli da parte dei minori, norme anti-occupazione e anti sit-in e così via.

. Quarto punto. L’articolo 11 della Costituzione dice che «l’Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali», eppure l’attuale governo – cioè, purtroppo, l’Italia – non ha detto e non dice una sola parola contro Trump, che vorrebbe il Nobel per la pace e che finora ha bombardato e variamente attaccato un decina scarsa di Paesi sovrani, né contro Netanyahu che a Gaza ha fatto strage di circa 70 mila palestinesi, per la maggior parte bambini, o assolutamente lontani da Hamas, e che continua a permettere che in Cisgiordania i coloni usino violenza e uccidano per israelizzare anche tutto quel territorio. È vero che Stati Uniti e Israele sono stati da sempre nostri alleati, ma la domanda è: siamo alleati di Stati Uniti e di Israele, oppure di Trump e di Netanyahu, cioè di personaggi che, pur di raggiungere i loro scop, non si fanno alcuno scrupolo di far uccidere centinaia, o migliaia di persone?

Quindi, dato per assodato che i motivi per protestare e per difendere la democrazia ci sono e sono forti, resta da capire perché la protesta, sempre in forma assolutamente pacifica, non si allarghi come sarebbe successo qualche decina di anni fa. Evidentemente siamo diventati un popolo di sfiduciati e di indifferenti, due caratteristiche che si vedono anche nel dilagante abbandono del diritto di voto. E questa è una situazione indotta dal lungimirante progetto berlusconiano di impadronirsi delle televisioni e dell’informazione, assicurandosi frequenze e voltagabbana, per anestetizzare tutti presentando verità inesistenti che adesso, con l’intelligenza artificiale, stanno dilagando.

Soluzioni? Alcune ce ne possono essere ma dipendono da due presupposti fondamentali. Il primo è che i partiti dell’opposizione trovino concordia e anima e si mettano in prima persona non soltanto a parlare, ma anche e soprattutto a condurre la protesta. Il secondo riguarda il fatto che tutti devono rendersi conto che la democrazia è un diritto e, come tale, deve essere difeso e, se del caso, riconquistato.

giovedì 22 gennaio 2026

La violenza e il dileggio

Cedere alla violenza non è mai piacevole, ma farsi da parte subendo il dileggio del prepotente e facendosi praticamente trattare da scemi, è ancora peggio.

Leggo che Trump, in un incontro con i vertici della NATO avrebbe stabilito i nuovi punti su quella che lui considera la “questione della Groenlandia”, una questione che ha creato soltanto lui perché prima nessuno aveva mai contestato la sovranità danese, se non i groenlandesi stessi che ambivano all’indipendenza e che progressivamente hanno aumentato continuamente il tasso di autonomia da Copenaghen.

Sulla scorta di mire russe e cinesi sulla più grande isola del mondo, mire alle quali finora nessuno aveva mai sentito neppure accennare, il temporaneo inquilino della Casa Bianca propone generosamente all’Europa e, in subordine alla Danimarca, che pur è la legittima titolare della sovranità, un patto che prevede che tutte le ricchissime risorse minerarie groenlandesi siano destinate agli Stati Uniti che potranno anche realizzarvi nuove basi militari. In cambio, l’isola sarà difesa dalla NATO.

Proposta generosa, dicevo, se non fosse che già oggi gli Stati Uniti dispongono su quel territorio di basi militari vicine al circolo polare artico e che, soprattutto, la NATO che Trump ha già prefigurato sarà economicamente sostenuta dai Paesi europei che dovranno portare le spese militari al 5 per cento dei loro bilanci statali.

In sintesi Trump dice: «Le ricchezze minerarie groenlandesi sono nostre, ma in cambio permettiamo agli europei di comperare da noi le armi per difendere un enorme territorio ghiacciato per il quale nessuno finora, prima di me, ha mai pensato a un’invasione».

Le cronache dicono che l’Unione Europea è cauta su questa intesa, ma voglio sperare che questa espressione venga usata soltanto per obblighi diplomatici perché in realtà Trump sarebbe da mandare direttamente a quel paese.

A proposito: non si parla neppure di rinuncia a inglobare la Groenlandia negli Stati Uniti, tanto che il segretario generale Nato, l’olandese Mark Rutte ha specificato: «Con Trump non abbiamo discusso di sovranità».

Ancora un’annotazione: tra le tante voci di protesta che si alzano dai governi di tutt’Europa, è assordante il silenzio del governo di Giorgia Meloni. Bisogna pur dire, però, che almeno non rivolge più a quel personaggio le lodi sperticate di qualche settimana fa.