Purtroppo se n'è andato un altro grande uomo di cultura con cui la mia
professione mi ha portato a interagire: Carlo Ginzburg, grande storico
capace di innovare aspetto e senso di una disciplina che fino a lui
sembrava dover essere immutabile. La sua testarda volontà di seguire
quelli che prima erano considerati avvenimenti troppo picoli,
trascurabili, per essere considerati degni di attenzione, ha fatto sì
che balzasse sempre in primo piano l'aspetto sociale di persone,
ambienti, periodi storici che ci hanno permesso di comprendere molto
meglio cosa sia stato davvero il passato.
Come omaggio alla sua memoria, allego a seguire la prefazione che un bel po' di anni fa ho scritto per una delle edizioni del suo "Il formaggio e i vermi".
"Il formaggio e i vermi"
Ci sono storie che appaiono fortemente
legate all’epoca in cui sono avvenute e altre che possiedono, invece, un valore
assoluto che va ben al di là delle loro stesse dimensioni temporali e spaziali
per diventare apologhi validi in ogni epoca e in ogni luogo. Questo è anche il
caso de Il formaggio e i vermi, di Carlo Ginzburg, libro nato
come semplice – pur se approfondita – ricerca storica e diventato in pochi anni
un best-seller internazionale che è stato tradotto in una quindicina di lingue
e sul quale sono stati organizzati e svolti diversi convegni internazionali,
anche negli Stati Uniti.
La vicenda, in un primo e più
superficiale livello di lettura, è abbastanza semplice: riguarda la vita e i
processi di Domenico Scandella, soprannominato “Menocchio”, che fu giustiziato
sul rogo, per ordine del Santo Uffizio, a Pordenone il 6 luglio 1601. Era nato
a Montereale, in Valcellina, nel 1532 e lì visse per quasi tutta la vita. Era
sposato, aveva sette figli, e altri quattro gli erano morti. Dal punto di
vista economico non se la passava male, anche perché, accanto alla sua attività
principale di mugnaio, faceva svariati altri mestieri. Si era in piena
Controriforma e il 28 settembre 1583, quando aveva più di cinquant’anni, fu
denunciato per la prima volta al Santo Uffizio per avere cercato di diffondere
le sue opinioni, argomentandole, sul mondo e su Dio.
Quasi tutti i testimoni al processo
non gli furono ostili; al più lasciarono trasparire una qualche
disapprovazione. In realtà ai contadini di Montereale i suoi discorsi non
apparivano del tutto estranei al loro modo di pensare. Ma comunque i giudici si
convinsero subito che Menocchio si era proposto come maestro di dottrine
eterodosse. Anche lui stesso, in pratica, lo confermò dicendo che era «in
cervello, non mato» aggiungendo che «è vero che io ho detto che se non havesse
paura della giustitia parlerebbe tanto che farebbe stupire». In più Menocchio
era convinto dell’originalità delle sue idee e, quindi, della forza della sua
mente: «Non ho mai praticato con alcuno che fusse heretico, ma io ho il cervel
sutil, et ho voluto cercar le cose alte et che non sapeva».
E poi c’era l’aspetto più
rivoluzionario perché il vecchio mugnaio approfittò del processo per esprimere
a pubblici ufficiali quello che da tempo ripeteva in paese e che, cioè, era
«assai contra li superiori delle loro male opere», insistendo soprattutto su
l’oppressione esercitata dai ricchi sui poveri attraverso l’uso, nei tribunali,
di una lingua incomprensibile come il latino. Una visione incredibilmente
attuale ancora oggi, in un mondo in cui troppo spesso non la giustizia, ma
certamente la sua amministrazione sembra piegarsi ai voleri dei più ricchi e
dei più colti.
In più, oltre a rendere esplicita la
sua opposizione a un mondo corrotto e a lui del tutto lontano, a una classe
religioso-politica che dei subalterni sapeva riconoscere soltanto i doveri e
non i più elementari diritti, Menocchio si inoltra in un altro campo che era
vietato a coloro che non trovavano posto nelle gerarchie ecclesiastiche,
quello della costruzione di una vera e propria cosmogonia. «Io ho detto –
afferma – che... tutto era un caos, cioè terra, aere, aqua et fuogo insieme; et
quel volume, andando così fece una massa, aponto come si fa il formazo nel
latte, et in quel deventorno vermi, et quelli furno li angeli...».
Menocchio, insomma, era un
pericoloso sovversivo anche e soprattutto perché il desiderio di «cercar le
cose alte» continuava ad apparirgli legittimo e, secondo lui, doveva essere
alla portata di tutti perché era assurdo accettare una cultura privilegio dei
chierici, che volevano tenere per sé il monopolio di una conoscenza che si
poteva comprare per «dai soldi» sulle bancarelle dei librai di Venezia.
Menocchio fu dapprima condannato a una
dura pena detentiva, ma dopo due anni di carcere la pena gli venne parzialmente
cancellata, e poté far ritorno a Montereale. Però il suo spirito non poteva
cambiare e così fu nuovamente denunciato nel 1599, processato, e infine
condannato a morte sul rogo come eretico. A dire il vero, l’inquisitore
friulano era esitante e scrisse a Roma per esprimere i propri dubbi, ma la
risposta fu chiarissima: «Le dico per ordine della Santità di Nostro Signore
ch’ella non manchi di procedere con quella diligenza che ricerca la gravita
della causa, a ciò che non vada impunito de’ suoi horrendi et essecrandi
eccessi, ma co ’l debito et rigoroso castigo sia essempio agli altri in coteste
parti...».
Si tratta di una rigidità che molto
probabilmente e stata dovuta a una serie di concause. Intanto c’era la
determinazione della Chiesa romana di rispondere alla Riforma protestante
senza ammettere alcun errore, ma anzi riaffermando la propria infallibilità e
irrigidendo ulteriormente la propria severità di giudizio, anche secolare, nei
confronti dei dissidenti. Poi la necessità, da parte delle classi dominanti, di
recuperare, anche ideologicamente, contadini e plebi urbane che, trasferendo
gli ideali evangelici di libertà e uguaglianza diffusi dalla Riforma
protestante dal terreno religioso a quello politico, minacciavano di sottrarsi
a ogni forma di controllo dall’alto, mantenendo, anzi sottolineando, le
distanze sociali. E influì anche l’invenzione della stampa a caratteri mobili
che aveva reso accessibili a moltissime persone dei testi che prima restavano
chiusi soltanto nelle ricche biblioteche dei castelli nobiliari e dei conventi
religiosi.
Menocchio è uno di quegli uomini
liberi che si alzarono – e si alzano ancora oggi, consapevoli del prezzo che
dovranno pagare – davanti all’ortodossia del momento, affermando il loro
diritto all’identità, e di conseguenza alla diversità, mettendo in atto
coraggiose scelte di libertà. Di lui gli archivi dell’Inquisizione ci hanno
permesso di sapere molte cose, mentre di tanti altri come lui non sappiamo
nulla. Perché se la vicenda di Menocchio è tornata alla luce, lo dobbiamo al
modo di raccontare la storia adottato da Carlo Ginzburg, al quale non interessa
trarre dalla sua ricerca, né una dissertazione sterilmente erudita, né
un’altrettanto arida caccia al morboso e al sensazionale.
Ginzburg è convinto, infatti, come
canta anche Francesco De Gregori, che «la storia siamo noi; nessuno si senta
escluso». Che il divenire del mondo dipende anche dagli uomini normali e non
soltanto dai cosiddetti “grandi”, che quando si arriva alla realtà quotidiana
meglio si riesce a decifrare il passato e a scorgere le connessioni e le
cesure con il presente. E così, attraverso la sua esemplare ricerca e il suo
scrivere vivace, l’autore recupera un frammento perduto del passato che non
soltanto si inserisce «in una sottile, contorta, ma ben netta linea di sviluppo
che arriva fino a noi», ma la illumina, la avvicina, fa capire che i germi
sparsi da Menocchio non sono stati bruciati dal rogo, ma sono arrivati fino a
noi, anche se spesso non ce ne rendiamo conto.
A leggere le dense pagine scritte da
Ginzburg, tornano spontaneamente e prepotentemente alla memoria altri esempi di
questo tipo che la storia ci offre presentandoci le vicende di persone più
famose di Menocchio che non facevano alcun male, ma incutevano molta paura al
potere costituito. Due esempi su tutti sono quelli di Giordano Bruno e di
Galileo Galilei.
Il primo costruisce una propria
nuova immagine della natura in netta antitesi con quella aristotelica e giunge
a definire il mondo come una sorta di edificio assai grande e complesso, ma
realizzato con materiali relativamente semplici e, soprattutto, secondo
architetture decifrabili. La sua lettura della realtà lo porta, dunque, a
posizioni materialistiche e atomistiche, ma soprattutto alla tesi della
fondamentale omogeneità del mondo che sarà determinante negli imminenti sviluppi
della rivoluzione scientifica galileiana. Quella copernicana aveva già fatto
sentire i suoi primi sconvolgenti segnali e Bruno era stato uno dei pochi a
percepirne immediatamente la portata dirompente sia sul piano del principio sia
– ben più importante per gli sviluppi futuri del mondo – su quello della
metodologia di indagine. Ma idealmente egli addirittura supera Copernico non
ammettendo né il vecchio geocentrismo, né il nuovo eliocentrismo, ma
postulando l’esistenza di un universo senza centri, né gerarchie perché lo
considera «unitario e infinito».
La rotta di
collisione con la Chiesa appare, dunque, inevitabile e il suo destino è
segnato: le varie delazioni servono soltanto a trovare una causa occasionale
per destinarlo al rogo di Campo de’ fiori, a Roma, sul quale sale un po’ prima
di Menocchio, il 17 febbraio del 1600, senza aver minimamente perduto quegli
«eroici furori» cui allude nella sua opera omonima. Eppure è con lui che la
scienza comincia a staccarsi definitivamente dalla filosofia e l’accelerazione
in questo percorso è tale che meno di quarant’anni dopo la separazione è già
netta e irreversibile. La data della cesura definitiva coincide con quella che,
invece, secondo le gerarchie ecclesiastiche dell’epoca, avrebbe dovuto
significare il rispettoso e ossequiente rientro all’ovile della scienza: si
identifica con l’abiura pronunciata da Galileo Galilei davanti al solito Santo
Uffizio che aveva costretto lo scienziato pisano a sconfessare tutto quello che
aveva fino ad allora sostenuto, pur borbottando sottovoce – almeno così
sostiene la tradizione – quel «E pur si muove» riferito alla Terra non più
centro dell’universo, ma pianeta tra i tanti.
È stato un atteggiamento, quello di
Galilei, non soltanto diverso, ma addirittura diametralmente opposto rispetto a
quello di Giordano Bruno. Tanto il filosofo si scagliò contro i suoi
accusatori, tanto lo scienziato tentò di discolparsi; tanto Bruno fu rigido
nel difendere le sue posizioni, tanto Galilei fu disponibile a dire tutto
quello che gli altri si aspettavano di sentirgli dire per affossare la sua idea
dell’universo. Però, alla fine, entrambi ottennero grandi risultati: la figura
e le idee di Bruno acquistarono ancora maggiore peso dal rogo su cui fu costretto
a salire; Galilei poté continuare i suoi studi e lasciare ai suoi discepoli
altre grandissime intuizioni e conquiste. E in entrambi i casi sul Santo
Uffizio si stamparono delle colpe incancellabili delle quali soltanto in tempi
recenti si è inteso fare ammenda.
Se per Bruno e Galilei, però, il
comportamento delle gerarchie ecclesiastiche poteva essere comprensibile, per
l’autorevolezza e la notorietà dei teorici eresiarchi, più difficile è capire
il perché si sia deciso di infierire su Menocchio, il mugnaio di Montereale,
personaggio di un certo spicco nel proprio paese, ma del tutto insignificante
in un panorama più vasto. E, in più, ormai avanti con gli anni. C’è una sola
maniera per spiegare questo infierire impietoso della massima autorità
ecclesiastica su un uomo che – ammesso fosse eretico – non poteva essere
seriamente considerato come un pericolo diretto per la Chiesa e la sua
dottrina. È quella di valutarne appieno le potenzialità come pericolo
indiretto, come esempio che avrebbe potuto spargere germi, quelli sì,
pericolosissimi, non riferiti alle idee, ma al comportamento.
Domenico Scandella, infatti, non
soltanto sapeva leggere, ma addirittura comperava libri, li leggeva, ci
ragionava sopra e poi parlava con gli altri dei suoi pensieri. Importanti non
erano le conclusioni alle quali arrivava; fondamentale, nel decidere la sua
persecuzione, era proprio l’atto del leggere, del ragionare e del parlare. E,
quindi, di arrivare quasi inevitabilmente a dover usare un monosillabo
piccolo, ma dalla devastante potenza: il “no”, l’unica vera arma a disposizione
dei poveri e dei vessati.
Il “no”, infatti, non è quel
monosillabo che istintivamente viene considerato come antipatico simbolo della
negazione, ma è, invece, parola bellissima perché caposaldo e simbolo della
libertà, base fondante non soltanto di ogni vera democrazia, ma anche dello
stesso bene; perché permette il rifiuto di ragione e di coscienza, perché rende
ridicoli quegli alibi che troppe volte nella storia del ventesimo secolo abbiamo
sentito dal banco degli accusati dove c’erano persone che si difendevano
rispondendo vacuamente: «Non ho fatto altro che eseguire gli ordini».
E quello di Menocchio era un “no” ancora
più pericoloso, se sottovalutato e non esemplarmente punito, perché era usato
senza violenza, ma con la forza della pacatezza e del ragionamento; non di
nascosto, ma in aperte discussioni sia con la gente sia con i notabili e i potenti.
Il “no” di Menocchio rappresentava un rifiuto educato, un po’ simile a quello
che qualche secolo dopo Herman Melville metterà in bocca al suo Bartleby, quel
«preferirei di no» che, ripetuto costantemente, può diventare destabilizzante
ancor più di una rivolta in armi perché insinua in tutti, anche nei più umili,
l’idea che la storia – come sottolinea Ginzburg – sia fatta anche dagli umili
non meno che dai potenti.