giovedì 11 giugno 2026

La rana, il fascismo e il termometro

C’è poco da dire: quello che preferisco chiamare “fronte riformista”, rispetto alla irrealistica definizione di “campo largo”, sta lentamente e faticosamente recuperando tentando di arrivare alle prossime elezioni politiche in una posizione non subalterna, ma parlare di flessione della destra mi appare davvero irrealistico.

Anzi, per rendere più evidente la situazione del fascismo in Italia mi sembra molto utile ritirare fuori la “metafora della rana bollita” elaborata dal linguista e filosofo statunitense Noam Chomsky e già usata in moltissime occasioni. Più o meno, dice così: se metti una rana in una pentola piena di acqua bollente, la rana schizza fuori immediatamente; se la metti in una pentola piena di acqua fredda sotto la quale accendi un fuoco e piano piano alzi la temperatura, la rana si adatta progressivamente al calore e, quando l’acqua diventa bollente, non ha più la forza di reagire e muore.

Qualcuno potrebbe domandare: cosa c’entra la rana con il fascismo? Nulla: il fascismo non è la rana, è l’acqua; la rana siamo noi.

Voglio dire che è da anni, almeno dai tempi di Fini, che i fascisti nostrani si sono accorti che a sbattere in faccia agli italiani nostalgie autoritarie non si otteneva nulla e, infatti anche gli ultimi referendum lo hanno dimostrato abbondantemente. Se, invece, si procede un passo alla volta, cambiando una legge qua e una là, facendo credere che il razzismo corrisponde a sicurezza; che la governabilità non è una limitazione, se non negazione, della democrazia; che la magistratura non commetterebbe più errori se fosse posta sotto il controllo diretto del governo; che la crescita delle diseguaglianze sociali è inevitabile perché rispetta le diverse qualità dei singoli; che la morale sessuale e familiare deve essere rigidissima, ma soltanto per gli altri; che la morte di migliaia di migranti in mare, e di decine nei campi coltivati e nei CPR sarebbe utile per dissuadere altri disperati dal mettersi in mare; che la deportazione può essere ribattezzata “remigrazione”, la temperatura si alza un po’ alla volta e molte rane, troppe, non se ne accorgono neppure fin quando non è decisamente tardi.

Una situazione pericolosissima perché l’allarme deve essere lanciato, ripetutamente e instancabilmente, quando l’acqua è ancora fredda. Ma questo non è mai stato fatto dando la precedenza a questioni tattiche interne piuttosto che a problemi strategici generali. Per capirci, quello che una volta era chiamato il centrosinistra si è spesso logorato nelle primarie che sono lo sbocco mortale delle lotte intestine tra le varie componenti di quell’ipotetico schieramento, o addirittura tra le diverse correnti interne a un partito, trascurando in maniera del tutto improvvida quelli che erano e sono i veri avversari, o, meglio, i nemici, visto che in palio c’è una cosa importantissima come la democrazia.

E, del resto, se un partito non difende sempre con i fatti la Costituzione, è naturale che molti non si impegnino per quel partito, ma che lo facciano quando l’attacco alla Costituzione e alla democrazia diventa evidente ed esplicito.

Ma l’ingresso in politica di Vannacci, che è tanto fascista da essere incapace di fingere di non esserlo, e del suo nuovo partito non mette in crisi la parabola della rana? No, perché l’ex generale non è l’acqua, bensì il termometro usato per vedere quanto manca all’ebollizione letale. Se viene rifiutato vuol dire che l’acqua è troppo calda e che bisogna smorzare un po’ in fuoco. Se, invece, come sta succedendo, il suo consenso cresce, portando via iscritti ai tre partiti dell’attuale maggioranza, questo significa che molti ancora non si accorgono che la temperatura si è alzata pericolosamente e che si può continuare ad alimentare con pazienza il fuoco.

Secondo voi sarebbe immaginabile che Meloni, camerati e alleati, che finalmente sono riusciti a sedersi su scranni che sembravano per loro irraggiungibili, ora si rassegnino a tornarsene all’opposizione per tenere lontano un Vannacci che la pensa in buona parte come loro, ma che non sa, o non vuole, nasconderlo? Evidentemente no e allora la temperatura diventerebbe davvero troppo elevata per lasciare in vita quella rana che chiamiamo democrazia.

Colpa del fuochista? Senz’altro. Ma anche di chi lo lascia praticamente indisturbato ad alimentare il fuoco. E non è una scusa sufficiente quella di sentirsi impotenti. Nel 1943 anche molti nostri padri si sentivano impotenti davanti allo strapotere nazifascista e si sono impegnati tanto da mettere in gioco la propria vita e, così facendo, da convincere tantissimi non soltanto che ci si doveva impegnare, ma anche che quelle crudeli dittature potevano e dovevano essere sconfitte nel nome della democrazia e della libertà.

giovedì 21 maggio 2026

La fluttuante linea rossa

Teoricamente dovremmo essere soddisfatti di aver finalmente scoperto qual è il limite della decenza oltre il quale il governo italiano non ritiene sia possibile andare. A fissarlo con ipotetica chiarezza è stato il sedicente ministro degli esteri Antonio Tajani che ha affermato che questa volta, andando ad abbordare in acque internazionali un’innocua flottiglia di barche che volevano portare aiuti a Gaza, sparando proiettili di gomma, arrestando e legando tutti quelli che erano a bordo, Israele ha «superato la linea rossa». O meglio – giusto per mettere le mani ben davanti – lo ha fatto il suo ministro Itamar Ben Gvir. A far traboccare il vaso della pazienza meloniana in prospettiva internazionale, infatti, non è stato l'atto di pirateria, bensì il video che il responsabile della Sicurezza nazionale del governo Netanyahu ha diffuso sui suoi social nel quale lo si vede dileggiare gli arrestati che sono bendati, ammanettati e fatti oggetto di violenze.

«Sono indignato – ha affermato Tajani – Israele ha il diritto di difendersi ma non ha il diritto di umiliare prigionieri, persone inermi che non hanno compiuto atti di violenza e non sono terroristi. Una cosa è mantenere un blocco navale, un’altra, ben diversa, è mettere in discussione la dignità e la sicurezza delle persone».

Tutto bene? Direi di no perché è certo che la stragrande maggioranza degli oltre settantamila palestinesi uccisi a Gaza, di cui più di ventimila bambini, erano «persone inermi che non hanno compiuto atti di violenza e non sono terroristi». Però in nessuna di quelle oltre settantamila occasioni Tajani ha ritenuto, non dico di convocare l’ambasciatore, ma neppure di protestare in una semplice intervista.

Né si è mai sognato di dire qualcosa per i non si sa quanti palestinesi della Cisgiordania che sono stati assassinati dai cosiddetti “coloni” israeliani e nemmeno per tutte le vittime di quella che è una vera e propria invasione israeliana del sud del Libano, schifosa esattamente come quella della Russia in Ucraina.

Però, obbiettivamente, come si può rimproverare qualcosa a un cosiddetto ministro che davanti al sorridente e impassibile Vespa ha affermato che, proprio in occasione del primo abbordaggio israeliano alla flottiglia, «Comunque quello che dice il diritto internazionale è importante, ma fino a un certo punto.»?

Sbaglieremmo, però se addossassimo soltanto su Tajani la responsabilità di una “linea rossa” che, a essere molto riduttivi, potremmo definire “fluttuante”. All’interno del governo Tajani ha un’autonomia di giudizio, di parole e di azione che è paragonabile a quella che poteva avere uno schiavo davanti al suo faraone e in questo caso è evidentemente appiattito sulle posizioni della Meloni, che pretende le scuse, e di Salvini perché la “linea rossa” è evidentemente apparsa non perché Ben Gvir – quello commosso perché gli avevano regalato una torta di compleanno decorata con un cappio da impiccagione dei palestinesi – si è comportato così, ma perché tra gli angariati, ingiuriati, vilipesi e feriti c’erano anche degli italiani, tra cui un parlamentare.

C’è da scommettere che se nessun italiano avesse sentito il dovere di testimoniare di persona contro il genocidio di Gaza, l’azione di Ben Gvir sarebbe passata sotto l’assordante silenzio della destra nostrana. E non è fantasia perché Ben Gvir non ha cominciato a comportarsi così soltanto qualche giorno fa.

E quindi la fluttuazione della “linea rossa” è molto variabile e dipende dalla presenza o meno di italiani. Ma qui vengono altri dubbi: cosa vuol dire italiani? Perché le reazioni di Salvini e di Bignami ai fatti di Modena pongono seri dubbi. Loro vorrebbero che al folle investitore fosse tolta la cittadinanza perché è italiano “soltanto” di seconda generazione. Quindi non sarebbe la gravità del fatto a far togliere – ammesso che fosse possibile – la cittadinanza a un italiano, ma soltanto la presenza di antenati di etnia diversa. Ma antenati di quale generazione precedente? Se, per esempio Salvini, o Bignami avessero un bisavolo non italiano, varrebbe anche per loro? Oppure comunque la definizione della distanza generazionale verrebbe fissata a seconda del comodo del momento?

Ma Torniamo a Tajani, perché almeno su una cosa sono d’accordo con lui, quando dice: «Mi dispiace soprattutto per il popolo di Israele, che non merita un ministro come Ben Gvir». Anche a me dispiace per loro, ma anche per il popolo dell’Italia che non merita… E qui mi interrompo perché la lista dei ministri, viceministri e sottosegretari che non ci meritiamo sarebbe troppo lunga.

venerdì 24 aprile 2026

Un regalo per il 25 aprile

Il 25 aprile è una festa per tutti noi che la consideriamo l’anniversario della Liberazione e della vittoria della democrazia sulla dittatura. E, come in tutte le feste, è lecito per ognuno aspettarsi di ricevere un regalo.

Se potessi esprimere un solo desiderio, non avrei dubbi: chiederei che non fosse buttata al vento la vittoriosa difesa della Costituzione nel referendum contro l’ennesimo assalto di coloro che hanno nostalgia del fascismo e di tutte le orrende schifezze che gli davano vita.

Il referendum ha dimostrato anche questa volta che se c’è un importante obbiettivo comune il popolo italiano sa come rispondere, rinuncia a starsene a casa e va a votare unito e compatto anche sfidando i sondaggi contrari perché ha seguito una campagna nella quale non si magnificavano le doti di un leader, o dell’altro, ma si parlava di principi e di valori.

L’idea che dopo poche ore dal successo già si parlasse di primarie per decidere chi dovrebbe essere il presidente del Consiglio nel caso di una vittoria del cosiddetto “Campo largo”, induce a una serie di considerazioni.

Cambiate nome alla possibile coalizione: è mai concepibile che nel nome di un’alleanza non ci sia neppure una vaga indicazione delle idee che quella coalizione intende portare avanti?

Finitela di parlare di parlare di voi e delle vostre ambizioni e pensate ed esplicitate quali sono i vostri programmi comuni per tirare fuori l’Italia da quel buco nero dal quale la Meloni non ha saputo assolutamente risollevarci, ma anzi ci ha fatto ulteriormente sprofondare economicamente, ma anche politicamente ed eticamente. È vero: delle vostre ambizioni non parlate mai esplicitamente, ma sotto le vostre parole appare evidente che tutto viene detto in funzione di quelle maledette primarie.

Mettetevi in testa che gli italiani per decenni sono andati a votare in massa non per delle persone, ma per delle idee e che è stato proprio quando questa offerta è stata cambiata che l’affluenza ha cominciato a precipitare.

Restituite al concetto di “democrazia rappresentativa” il suo vero significato promettendo – ma davvero – di tornare a permettere le preferenze individuali che danno modo di indicare di quali persone ci fidiamo. Altrimenti moltissimi continueranno a non essere attratti dalla possibilità di dare il proprio suffragio a un partito che non propone più obbiettivi e ideali, ma soltanto nomi e personaggi in un clima nel quale a dominare sembra essere l’ambizione personale più che il desiderio di fare il bene per il Paese.

Mettete nel dimenticatoio le primarie che non fanno altro che dividere gli elettori di possibili coalizioni e rinviate l’eventuale scelta del presidente del Consiglio a dopo l’auspicata vittoria del centrosinistra per la quale c’è ancora tantissimo da lavorare.

Comunque, se proprio il masochismo dovesse prevalere facendo mantenere in vita le primarie, fatele celebrare soltanto a programma comune elaborato, illustrato e pubblicato e assolutamente finitela di parlare di primarie aperte. Non sono iscritto ad alcun partito politico e quindi ne sarei escluso, ma non è più sopportabile vedere, come è già successo nelle altre occasioni, che nelle file davanti ai gazebo, ci siano diversi fascisti che con pochissimo sforzo – una firma e un paio di euro – fanno tutto quello che possono per danneggiare la coalizione di sinistra.

Ecco: vorrei un regalo di questo tipo perché mi piacerebbe sognare ancora un’Italia che non sia umiliata da figuri come Meloni, Salvini, Tajani, La Russa, Nordio, Vannacci e, scusate se mi fermo, ma l’elenco sarebbe ancora troppo lungo.

Domani è il 25 aprile e, come ho detto all’inizio, è la festa di chi celebra la vittoria della democrazia sulla dittatura, di chi piange ancora i tanti che hanno dato la vita per liberare l’Italia dal nazifascismo, di chi continua a rifiutare di parificare i morti della Resistenza con quelli della repubblica di Salò perché sono convinti che l’importante è come si vive e non come si muore. Quindi, visto che non pochi rimpiangono autoritarismo, razzismo, violenza, la festa della Liberazione – si chiama così per un evidente motivo – non è assolutamente la festa di tutti. Ricordate che ai tantissimi che hanno votato NO e che saranno in piazza a cantare “Bella ciao” non interessa conoscere in anticipo il nome del prossimo presidente del Consiglio, ma soltanto che il prossimo governo abbia un programma che si occupi di tutti, di ridurre le disuguaglianze, di aiutare gli ultimi, di ridare dignità al lavoro, di risollevare la sanità pubblica, di ridare alla scuola una funzione davvero educatrice e al Parlamento le funzioni per le quali è nato.

Finora ho parlato di regalo, ma è sbagliato: è un diritto. E credo che i tantissimi giovani che hanno votato NO non accettino più che i loro diritti siano conculcati.  Seguiranno strade diverse da quelle seguite da noi quando avevamo la loro età, ma sono sicuro che arriveranno alla meta e spero anche che non ripeteranno i nostri errori.

giovedì 19 marzo 2026

L’infinita bellezza del No

Domenica e lunedì si voterà per un referendum il cui titolo che si riferisce alla separazione delle carriere nella magistratura c’entra poco o niente con la realtà degli effetti perniciosi sull’architettura della nostra Costituzione antifascista che avrà un’eventuale vittoria del sì che confermi la legge voluta soltanto da Meloni e complici senza mai dare il diritto di parola all’opposizione.

In quei due giorni la parola passerà dall’opposizione, che può essere fatta soltanto nel Parlamento dagli eletti in una democrazia delegata, alla Resistenza che può essere esercitata da tuti noi con le nostre azioni assolutamente non violente. Lunedì e martedì tornerà a essere determinante la scelta, la nostra scelta, che andrà a indicare quell’azione etica e intellettiva la cui presenza – o assenza – può cambiare profondamente la realtà sociale di un Paese perché, il voto, pur restando un impegno necessariamente e inevitabilmente individuale, può e deve diventare collettivo con la sua forza di esempio dirompente nei confronti di un più comodo conformismo.

Nella scelta e contro le sollecitazioni a sottrarvisi, infatti, diventa determinante il “No”. E non nella maniera gentile, ma sterile, in cui è ricorrente nelle risposte di Bartleby, lo scrivano di Herman Melville. Bensì nel modo in cui spicca netta la convinzione che l’uomo non è necessariamente in balia del destino, ma che, anzi, è il destino a essere creato dall’uomo con la sua dignità, il suo libero arbitrio, la capacità di indignarsi e di dire “no”, appunto.

Perché il “no” non è quel monosillabo che istintivamente è considerato come antipatico simbolo della negazione, ma è, invece, una parola bellissima perché caposaldo della libertà, base fondante non soltanto di ogni vera democrazia, ma anche dello stesso bene; perché permette il rifiuto di ragione e di coscienza e rende ridicoli quegli alibi che troppe volte nella storia abbiamo sentito provenire dal banco degli accusati dove c’erano persone che si difendevano rispondendo vacuamente: «Non ho fatto altro che eseguire gli ordini».

In quegli anni – ma anche oggi – se molti sono stati colpevoli del peccato di opere, ancora di più sono stati quelli che si sono macchiati scientemente di quello di omissione. È più comodo usare un riferimento religioso, ma la stessa cosa vale anche in una visione assolutamente laica: per me appare evidente che quando nel cattolico Confiteor si dice «perché ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni», l’ordine delle parole non è stato messo lì a casaccio, ma che chi lo ha scritto ha realizzato scientemente un ordine crescente di gravità. L’omissione, il restare inerti, il far finta di non vedere è la colpa più grave, perché è sicuramente un atteggiamento non istintivo, ma deliberato, perché è il trionfo dell’egoismo sul bene generale, della pigrizia sul dovere. Perché si possono permettere futuri danni incommensurabili per piccini desideri di tranquillità.

Il “No”, poi, diventa fondamentale se vogliamo salvare sì la Costituzione, ma soprattutto noi stessi, perché è la Costituzione che finora ci ha difeso e che dovrà difenderci per molti anni ancora da autoritarismi, monocrazie, possibili dittature che non sono più evidenti come una volta, ma che oggi diventano ancora più efficaci nel reprimere già sul nascere qualsiasi dissenso. E il dissenso – non dimentichiamolo mai – spesso porta a sconfitte elettorali, ma resta sempre l’unica cartina di tornasole che ci permette di sapere se l’aria che ci circonda è ancora respirabile, o se ci sta avvelenando.

Votate NO.

 

 

 

mercoledì 4 marzo 2026

Il diritto alla democrazia

In un Paese normale oggi le strade dovrebbero essere piene di persone che protestano perché sentono che le stanno scippando di uno dei diritti fondamentali in un mondo civilizzato e moderno: il diritto alla democrazia che, come tutti i diritti, non è un regalo definitivo, ma, anzi, è una conquista che deve essere continuamente difesa perché dà fastidio a troppi che se ne riempiono la bocca per dissimulare la loro natura, ma che considerano inopportuno, se non intollerabile, che qualcuno possa mettere in dubbio il loro volere.

Invece, le strade sono desolantemente vuote e, quindi, le giustificazioni possono essere due: la democrazia non è assolutamente in pericolo, oppure la popolazione della nostra Italia ha assunto una tale dose di anestetizzanti e di delusioni che ormai non reagisce più nemmeno davanti a quella che può essere definita “una pistola fumante”.

Prendiamo in esame la prima ipotesi, quella che dice che non ci sarebbero motivi per protestare e per ribellarsi e facciamo un semplice elenco.

Primo punto. Ci troviamo di fronte a una riforma costituzionale realizzata dalla maggioranza che, senza concedere nemmeno il diritto di parola all’opposizione, ma neppure ai parlamentari della maggioranza stessa, l’hanno fatta approvare per due volte da entrambi i rami del Parlamento, e che ora – e sapevano bene che sarebbe finita così’ – si presentano a un referendum che costerà all’incirca 400 milioni di euro e che spero si risolverà in una netta vittoria del “NO”. Perché? Semplice: perché la separazione delle carriere poteva benissimo essere resa ancor più difficoltosa con una legge ordinaria, e l’andare a modificare sette articoli della Costituzione può essere giustificata soltanto con altri obbiettivi; perché la triplicazione del CSM non ha il minimo senso, se non quello di escludere il Presidente della Repubblica dalla presidenza del nuovo organo superiore di disciplina; perché introduce un sorteggio, tra l’altro squilibrato tra membri togati e laici, per la composizione dei CSM e non ci può essere nulla di più antidemocratico di un sorteggio. Infine le frasi dal sen fuggite di Nordio, ma anche della Meloni, fanno benissimo capire che il vero progetto è quello di ridurre il potere giudiziario a favore di quello politico. Ciliegina sulla torta, quella di costringere lavoratori e studenti in trasferta a costosi ritorni ai loro luoghi di residenza per poter votare.

Secondo punto. È stato appena presentato un progetto di una nuova legge elettorale, basata su un proporzionale puro con enorme premio di maggioranza che sembra ispirata alla famigerata legge Acerbo che nel 1923 assicurò una maggioranza assoluta di seggi, pur in assenza di una simile maggioranza di voti, al partito fascista che da quel momento diventò assoluto padrone del Parlamento. Una maggioranza simile permetterebbe di eleggere senza discussioni il Presidente della Repubblica, ma anche di nominare i membri della Corte Costituzionale e tutti gli occupanti dei punti nevralgici della nazione. Proprio come quella volta.

Terzo punto. Il nuovo Decreto Sicurezza si innesta perfettamente su altri provvedimenti precedenti e mira, più che a rafforzare l'ordine pubblico, a ostacolare il dissenso, introducendo misure come il fermo preventivo durante le manifestazioni, le sanzioni ai genitori per il possesso di coltelli da parte dei minori, norme anti-occupazione e anti sit-in e così via.

. Quarto punto. L’articolo 11 della Costituzione dice che «l’Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali», eppure l’attuale governo – cioè, purtroppo, l’Italia – non ha detto e non dice una sola parola contro Trump, che vorrebbe il Nobel per la pace e che finora ha bombardato e variamente attaccato un decina scarsa di Paesi sovrani, né contro Netanyahu che a Gaza ha fatto strage di circa 70 mila palestinesi, per la maggior parte bambini, o assolutamente lontani da Hamas, e che continua a permettere che in Cisgiordania i coloni usino violenza e uccidano per israelizzare anche tutto quel territorio. È vero che Stati Uniti e Israele sono stati da sempre nostri alleati, ma la domanda è: siamo alleati di Stati Uniti e di Israele, oppure di Trump e di Netanyahu, cioè di personaggi che, pur di raggiungere i loro scop, non si fanno alcuno scrupolo di far uccidere centinaia, o migliaia di persone?

Quindi, dato per assodato che i motivi per protestare e per difendere la democrazia ci sono e sono forti, resta da capire perché la protesta, sempre in forma assolutamente pacifica, non si allarghi come sarebbe successo qualche decina di anni fa. Evidentemente siamo diventati un popolo di sfiduciati e di indifferenti, due caratteristiche che si vedono anche nel dilagante abbandono del diritto di voto. E questa è una situazione indotta dal lungimirante progetto berlusconiano di impadronirsi delle televisioni e dell’informazione, assicurandosi frequenze e voltagabbana, per anestetizzare tutti presentando verità inesistenti che adesso, con l’intelligenza artificiale, stanno dilagando.

Soluzioni? Alcune ce ne possono essere ma dipendono da due presupposti fondamentali. Il primo è che i partiti dell’opposizione trovino concordia e anima e si mettano in prima persona non soltanto a parlare, ma anche e soprattutto a condurre la protesta. Il secondo riguarda il fatto che tutti devono rendersi conto che la democrazia è un diritto e, come tale, deve essere difeso e, se del caso, riconquistato.

giovedì 22 gennaio 2026

La violenza e il dileggio

Cedere alla violenza non è mai piacevole, ma farsi da parte subendo il dileggio del prepotente e facendosi praticamente trattare da scemi, è ancora peggio.

Leggo che Trump, in un incontro con i vertici della NATO avrebbe stabilito i nuovi punti su quella che lui considera la “questione della Groenlandia”, una questione che ha creato soltanto lui perché prima nessuno aveva mai contestato la sovranità danese, se non i groenlandesi stessi che ambivano all’indipendenza e che progressivamente hanno aumentato continuamente il tasso di autonomia da Copenaghen.

Sulla scorta di mire russe e cinesi sulla più grande isola del mondo, mire alle quali finora nessuno aveva mai sentito neppure accennare, il temporaneo inquilino della Casa Bianca propone generosamente all’Europa e, in subordine alla Danimarca, che pur è la legittima titolare della sovranità, un patto che prevede che tutte le ricchissime risorse minerarie groenlandesi siano destinate agli Stati Uniti che potranno anche realizzarvi nuove basi militari. In cambio, l’isola sarà difesa dalla NATO.

Proposta generosa, dicevo, se non fosse che già oggi gli Stati Uniti dispongono su quel territorio di basi militari vicine al circolo polare artico e che, soprattutto, la NATO che Trump ha già prefigurato sarà economicamente sostenuta dai Paesi europei che dovranno portare le spese militari al 5 per cento dei loro bilanci statali.

In sintesi Trump dice: «Le ricchezze minerarie groenlandesi sono nostre, ma in cambio permettiamo agli europei di comperare da noi le armi per difendere un enorme territorio ghiacciato per il quale nessuno finora, prima di me, ha mai pensato a un’invasione».

Le cronache dicono che l’Unione Europea è cauta su questa intesa, ma voglio sperare che questa espressione venga usata soltanto per obblighi diplomatici perché in realtà Trump sarebbe da mandare direttamente a quel paese.

A proposito: non si parla neppure di rinuncia a inglobare la Groenlandia negli Stati Uniti, tanto che il segretario generale Nato, l’olandese Mark Rutte ha specificato: «Con Trump non abbiamo discusso di sovranità».

Ancora un’annotazione: tra le tante voci di protesta che si alzano dai governi di tutt’Europa, è assordante il silenzio del governo di Giorgia Meloni. Bisogna pur dire, però, che almeno non rivolge più a quel personaggio le lodi sperticate di qualche settimana fa.

venerdì 9 gennaio 2026

Se ci fosse ancora bisogno di capire

La notizia del giorno era quella dell’omicidio, a Minneapolis, di Renee Nicole Good, una donna bianca e disarmata, madre di tre figli, che soltanto esprimeva il proprio disaccordo sulla violenza dei controlli antimmigrazione da parte dei soldati dell’Immigration and Customs Enforcement, la forza speciale potenziata da Trump, e delle forti proteste del sindaco, del governatore del Minnesota e della popolazione, mentre il vicepresidente Vance garantiva all’assassino la completa immunità, o, meglio, impunità.

Poi, nella notte è balzato in primo piano il voto del Senato degli Stati Uniti che, con 52 voti a favore e 47 contrari, forse anche sotto l’impulso di questi ultimi fatti sconcertanti da parte dell’amministrazione Trump, ha approvato una risoluzione che dovrebbe impedire al presidente di intraprendere ulteriori azioni militari contro il Venezuela.

Ma anche questa notizia è stata scalzata dai titoli di testa dall’immediata risposta del presidente degli Stati Uniti: «L’unico limite al mio potere è la mia moralità, Non ho bisogno del diritto internazionale». Una frase che ricorda molto da vicino quelle di tanti dittatori per i quali l’unica legge da seguire e da imporre agli altri è stata quella dettata dai propri desideri e capricci.

Probabilmente lui non se ne rende neppure conto, ma in un ipotetico mondo razionale il suo comportamento darebbe una mazzata mortale ai concetti di alleanza e di trattato. Nel mondo reale, invece, è la paura a dominare ancora come forma di governo, sia all’interno delle nazioni, sia nei rapporti tra le nazioni stesse e il fatto che quel figuro abbia ai suoi ordini l’esercito più potente del mondo continua a essere più importante di molte altre considerazioni.

Ora sarà importantissimo vedere come reagirà il popolo americano, quello che ha eletto Trump e che probabilmente per buona parte non pensava minimamente a questa deriva autoritaria in cui un presidente esplicita il fatto che a lui delle decisioni del Senato non interessa nulla e che i trattati internazionali sono carta straccia. Le elezioni di mid term saranno importanti, ma sono ancora molto lontane e in tanti mesi i disastri che Trump può combinare, e che in pratica ha già annunciato, sono tantissimi.

Al di là di quello che sta accadendo negli Usa, però, balza agli occhi, il comportamento della stampa vicina alla presidente del Consiglio su questi avvenimenti perché ci aiuta a capire come il nostro governo valuti queste notizie e, quindi, come potrebbe essere il suo comportamento in eventualità simili.

Alle 8 del mattino i siti dei giornali di destra (mi spiace, ma non riesco proprio a comperarli per guardarne anche solo la prima pagina) davano una visione del mondo che spaventa perché fa capire benissimo come la pensano Meloni e sodali su quello che sta accadendo negli Stati Uniti. Nessuno citava né il voto del Senato, né, di conseguenza, la risposta di Trump.

 Il Giornale trattava i fatti del Venezuela da punti di vista inconsueti: “Gli italiani in Venezuela: fuga dalla Cgil” e “La violenza pro-Mad esplode nelle scuole”, mentre l’omicidio di Renee Nicole Good da parte dell’ICE era trattato, molto in basso, con questo piglio: “Un omicidio che divide (ancora) gli Usa. Chi era la vittima”.

La Verità parlava dell’omicidio di Minneapolis nella settima notizia soltanto per dire che il governatore del Minnesota “Walz ora soffia sulla guerra civile”, mentre del Venezuela non c’era più alcuna traccia. Libero, dal canto suo, metteva il Venezuela in apertura, ma soltanto per dire che Trentini non è stato ancora liberato, mentre dagli Stati Uniti sembrava fosse arrivata soltanto la notizia che il vicepresidente Vance aveva raccomandato: «Prendete Trump sul serio: Groenlandia, Vance picchia duro”. Anche il Secolo d’Italia sul Venezuela parlava soltanto dei detenuti italiani liberati e della mancanza di notizie su Trentini, mentre per l’omicidio commesso dal soldato dell’ICE titolava: “Donna uccisa dalla polizia a Minneapolis, scontri in strada. Trump: Si era comportata in modo orribile”, confondendo, tra l’altro, inqualificabilmente la polizia con i reparti federali antimmigrazione.

Giorgia Meloni, dal canto suo, non ha mai commentato minimamente l’omicidio della donna anche perché occupata a rilasciare dichiarazioni sugli scontri di Acca Larentia dove alcuni estremisti di sinistra hanno aggredito degli estremisti di destra che avevano da poco smesso di fare il saluto romano urlando Presente!».

Forse sarà costretta a dire qualcosa nella conferenza stampa di inizio anno.