Domenica e lunedì si voterà per un referendum il cui titolo che si riferisce alla separazione delle carriere nella magistratura c’entra poco o niente con la realtà degli effetti perniciosi sull’architettura della nostra Costituzione antifascista che avrà un’eventuale vittoria del sì che confermi la legge voluta soltanto da Meloni e complici senza mai dare il diritto di parola all’opposizione.
In quei due giorni la parola passerà dall’opposizione, che può essere fatta soltanto nel Parlamento dagli eletti in una democrazia delegata, alla Resistenza che può essere esercitata da tuti noi con le nostre azioni assolutamente non violente. Lunedì e martedì tornerà a essere determinante la scelta, la nostra scelta, che andrà a indicare quell’azione etica e intellettiva la cui presenza – o assenza – può cambiare profondamente la realtà sociale di un Paese perché, il voto, pur restando un impegno necessariamente e inevitabilmente individuale, può e deve diventare collettivo con la sua forza di esempio dirompente nei confronti di un più comodo conformismo.
Nella scelta e contro le sollecitazioni a sottrarvisi, infatti, diventa determinante il “No”. E non nella maniera gentile, ma sterile, in cui è ricorrente nelle risposte di Bartleby, lo scrivano di Herman Melville. Bensì nel modo in cui spicca netta la convinzione che l’uomo non è necessariamente in balia del destino, ma che, anzi, è il destino a essere creato dall’uomo con la sua dignità, il suo libero arbitrio, la capacità di indignarsi e di dire “no”, appunto.
Perché il “no” non è quel monosillabo che istintivamente è considerato come antipatico simbolo della negazione, ma è, invece, una parola bellissima perché caposaldo della libertà, base fondante non soltanto di ogni vera democrazia, ma anche dello stesso bene; perché permette il rifiuto di ragione e di coscienza e rende ridicoli quegli alibi che troppe volte nella storia abbiamo sentito provenire dal banco degli accusati dove c’erano persone che si difendevano rispondendo vacuamente: «Non ho fatto altro che eseguire gli ordini».
In quegli anni – ma anche oggi – se molti sono stati colpevoli del peccato di opere, ancora di più sono stati quelli che si sono macchiati scientemente di quello di omissione. È più comodo usare un riferimento religioso, ma la stessa cosa vale anche in una visione assolutamente laica: per me appare evidente che quando nel cattolico “Confiteor” si dice «perché ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni», l’ordine delle parole non è stato messo lì a casaccio, ma che chi lo ha scritto ha realizzato scientemente un ordine crescente di gravità. L’omissione, il restare inerti, il far finta di non vedere è la colpa più grave, perché è sicuramente un atteggiamento non istintivo, ma deliberato, perché è il trionfo dell’egoismo sul bene generale, della pigrizia sul dovere. Perché si possono permettere futuri danni incommensurabili per piccini desideri di tranquillità.
Il “No”, poi, diventa fondamentale se vogliamo salvare sì la Costituzione, ma soprattutto noi stessi, perché è la Costituzione che finora ci ha difeso e che dovrà difenderci per molti anni ancora da autoritarismi, monocrazie, possibili dittature che non sono più evidenti come una volta, ma che oggi diventano ancora più efficaci nel reprimere già sul nascere qualsiasi dissenso. E il dissenso – non dimentichiamolo mai – spesso porta a sconfitte elettorali, ma resta sempre l’unica cartina di tornasole che ci permette di sapere se l’aria che ci circonda è ancora respirabile, o se ci sta avvelenando.
Votate NO.

Grazie. Spero che in tanti e tante non abbiano dubbi
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