giovedì 19 marzo 2026

L’infinita bellezza del No

Domenica e lunedì si voterà per un referendum il cui titolo che si riferisce alla separazione delle carriere nella magistratura c’entra poco o niente con la realtà degli effetti perniciosi sull’architettura della nostra Costituzione antifascista che avrà un’eventuale vittoria del sì che confermi la legge voluta soltanto da Meloni e complici senza mai dare il diritto di parola all’opposizione.

In quei due giorni la parola passerà dall’opposizione, che può essere fatta soltanto nel Parlamento dagli eletti in una democrazia delegata, alla Resistenza che può essere esercitata da tuti noi con le nostre azioni assolutamente non violente. Lunedì e martedì tornerà a essere determinante la scelta, la nostra scelta, che andrà a indicare quell’azione etica e intellettiva la cui presenza – o assenza – può cambiare profondamente la realtà sociale di un Paese perché, il voto, pur restando un impegno necessariamente e inevitabilmente individuale, può e deve diventare collettivo con la sua forza di esempio dirompente nei confronti di un più comodo conformismo.

Nella scelta e contro le sollecitazioni a sottrarvisi, infatti, diventa determinante il “No”. E non nella maniera gentile, ma sterile, in cui è ricorrente nelle risposte di Bartleby, lo scrivano di Herman Melville. Bensì nel modo in cui spicca netta la convinzione che l’uomo non è necessariamente in balia del destino, ma che, anzi, è il destino a essere creato dall’uomo con la sua dignità, il suo libero arbitrio, la capacità di indignarsi e di dire “no”, appunto.

Perché il “no” non è quel monosillabo che istintivamente è considerato come antipatico simbolo della negazione, ma è, invece, una parola bellissima perché caposaldo della libertà, base fondante non soltanto di ogni vera democrazia, ma anche dello stesso bene; perché permette il rifiuto di ragione e di coscienza e rende ridicoli quegli alibi che troppe volte nella storia abbiamo sentito provenire dal banco degli accusati dove c’erano persone che si difendevano rispondendo vacuamente: «Non ho fatto altro che eseguire gli ordini».

In quegli anni – ma anche oggi – se molti sono stati colpevoli del peccato di opere, ancora di più sono stati quelli che si sono macchiati scientemente di quello di omissione. È più comodo usare un riferimento religioso, ma la stessa cosa vale anche in una visione assolutamente laica: per me appare evidente che quando nel cattolico Confiteor si dice «perché ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni», l’ordine delle parole non è stato messo lì a casaccio, ma che chi lo ha scritto ha realizzato scientemente un ordine crescente di gravità. L’omissione, il restare inerti, il far finta di non vedere è la colpa più grave, perché è sicuramente un atteggiamento non istintivo, ma deliberato, perché è il trionfo dell’egoismo sul bene generale, della pigrizia sul dovere. Perché si possono permettere futuri danni incommensurabili per piccini desideri di tranquillità.

Il “No”, poi, diventa fondamentale se vogliamo salvare sì la Costituzione, ma soprattutto noi stessi, perché è la Costituzione che finora ci ha difeso e che dovrà difenderci per molti anni ancora da autoritarismi, monocrazie, possibili dittature che non sono più evidenti come una volta, ma che oggi diventano ancora più efficaci nel reprimere già sul nascere qualsiasi dissenso. E il dissenso – non dimentichiamolo mai – spesso porta a sconfitte elettorali, ma resta sempre l’unica cartina di tornasole che ci permette di sapere se l’aria che ci circonda è ancora respirabile, o se ci sta avvelenando.

Votate NO.

 

 

 

mercoledì 4 marzo 2026

Il diritto alla democrazia

In un Paese normale oggi le strade dovrebbero essere piene di persone che protestano perché sentono che le stanno scippando di uno dei diritti fondamentali in un mondo civilizzato e moderno: il diritto alla democrazia che, come tutti i diritti, non è un regalo definitivo, ma, anzi, è una conquista che deve essere continuamente difesa perché dà fastidio a troppi che se ne riempiono la bocca per dissimulare la loro natura, ma che considerano inopportuno, se non intollerabile, che qualcuno possa mettere in dubbio il loro volere.

Invece, le strade sono desolantemente vuote e, quindi, le giustificazioni possono essere due: la democrazia non è assolutamente in pericolo, oppure la popolazione della nostra Italia ha assunto una tale dose di anestetizzanti e di delusioni che ormai non reagisce più nemmeno davanti a quella che può essere definita “una pistola fumante”.

Prendiamo in esame la prima ipotesi, quella che dice che non ci sarebbero motivi per protestare e per ribellarsi e facciamo un semplice elenco.

Primo punto. Ci troviamo di fronte a una riforma costituzionale realizzata dalla maggioranza che, senza concedere nemmeno il diritto di parola all’opposizione, ma neppure ai parlamentari della maggioranza stessa, l’hanno fatta approvare per due volte da entrambi i rami del Parlamento, e che ora – e sapevano bene che sarebbe finita così’ – si presentano a un referendum che costerà all’incirca 400 milioni di euro e che spero si risolverà in una netta vittoria del “NO”. Perché? Semplice: perché la separazione delle carriere poteva benissimo essere resa ancor più difficoltosa con una legge ordinaria, e l’andare a modificare sette articoli della Costituzione può essere giustificata soltanto con altri obbiettivi; perché la triplicazione del CSM non ha il minimo senso, se non quello di escludere il Presidente della Repubblica dalla presidenza del nuovo organo superiore di disciplina; perché introduce un sorteggio, tra l’altro squilibrato tra membri togati e laici, per la composizione dei CSM e non ci può essere nulla di più antidemocratico di un sorteggio. Infine le frasi dal sen fuggite di Nordio, ma anche della Meloni, fanno benissimo capire che il vero progetto è quello di ridurre il potere giudiziario a favore di quello politico. Ciliegina sulla torta, quella di costringere lavoratori e studenti in trasferta a costosi ritorni ai loro luoghi di residenza per poter votare.

Secondo punto. È stato appena presentato un progetto di una nuova legge elettorale, basata su un proporzionale puro con enorme premio di maggioranza che sembra ispirata alla famigerata legge Acerbo che nel 1923 assicurò una maggioranza assoluta di seggi, pur in assenza di una simile maggioranza di voti, al partito fascista che da quel momento diventò assoluto padrone del Parlamento. Una maggioranza simile permetterebbe di eleggere senza discussioni il Presidente della Repubblica, ma anche di nominare i membri della Corte Costituzionale e tutti gli occupanti dei punti nevralgici della nazione. Proprio come quella volta.

Terzo punto. Il nuovo Decreto Sicurezza si innesta perfettamente su altri provvedimenti precedenti e mira, più che a rafforzare l'ordine pubblico, a ostacolare il dissenso, introducendo misure come il fermo preventivo durante le manifestazioni, le sanzioni ai genitori per il possesso di coltelli da parte dei minori, norme anti-occupazione e anti sit-in e così via.

. Quarto punto. L’articolo 11 della Costituzione dice che «l’Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali», eppure l’attuale governo – cioè, purtroppo, l’Italia – non ha detto e non dice una sola parola contro Trump, che vorrebbe il Nobel per la pace e che finora ha bombardato e variamente attaccato un decina scarsa di Paesi sovrani, né contro Netanyahu che a Gaza ha fatto strage di circa 70 mila palestinesi, per la maggior parte bambini, o assolutamente lontani da Hamas, e che continua a permettere che in Cisgiordania i coloni usino violenza e uccidano per israelizzare anche tutto quel territorio. È vero che Stati Uniti e Israele sono stati da sempre nostri alleati, ma la domanda è: siamo alleati di Stati Uniti e di Israele, oppure di Trump e di Netanyahu, cioè di personaggi che, pur di raggiungere i loro scop, non si fanno alcuno scrupolo di far uccidere centinaia, o migliaia di persone?

Quindi, dato per assodato che i motivi per protestare e per difendere la democrazia ci sono e sono forti, resta da capire perché la protesta, sempre in forma assolutamente pacifica, non si allarghi come sarebbe successo qualche decina di anni fa. Evidentemente siamo diventati un popolo di sfiduciati e di indifferenti, due caratteristiche che si vedono anche nel dilagante abbandono del diritto di voto. E questa è una situazione indotta dal lungimirante progetto berlusconiano di impadronirsi delle televisioni e dell’informazione, assicurandosi frequenze e voltagabbana, per anestetizzare tutti presentando verità inesistenti che adesso, con l’intelligenza artificiale, stanno dilagando.

Soluzioni? Alcune ce ne possono essere ma dipendono da due presupposti fondamentali. Il primo è che i partiti dell’opposizione trovino concordia e anima e si mettano in prima persona non soltanto a parlare, ma anche e soprattutto a condurre la protesta. Il secondo riguarda il fatto che tutti devono rendersi conto che la democrazia è un diritto e, come tale, deve essere difeso e, se del caso, riconquistato.