giovedì 11 giugno 2026

La rana, il fascismo e il termometro

C’è poco da dire: quello che preferisco chiamare “fronte riformista”, rispetto alla irrealistica definizione di “campo largo”, sta lentamente e faticosamente recuperando tentando di arrivare alle prossime elezioni politiche in una posizione non subalterna, ma parlare di flessione della destra mi appare davvero irrealistico.

Anzi, per rendere più evidente la situazione del fascismo in Italia mi sembra molto utile ritirare fuori la “metafora della rana bollita” elaborata dal linguista e filosofo statunitense Noam Chomsky e già usata in moltissime occasioni. Più o meno, dice così: se metti una rana in una pentola piena di acqua bollente, la rana schizza fuori immediatamente; se la metti in una pentola piena di acqua fredda sotto la quale accendi un fuoco e piano piano alzi la temperatura, la rana si adatta progressivamente al calore e, quando l’acqua diventa bollente, non ha più la forza di reagire e muore.

Qualcuno potrebbe domandare: cosa c’entra la rana con il fascismo? Nulla: il fascismo non è la rana, è l’acqua; la rana siamo noi.

Voglio dire che è da anni, almeno dai tempi di Fini, che i fascisti nostrani si sono accorti che a sbattere in faccia agli italiani nostalgie autoritarie non si otteneva nulla e, infatti anche gli ultimi referendum lo hanno dimostrato abbondantemente. Se, invece, si procede un passo alla volta, cambiando una legge qua e una là, facendo credere che il razzismo corrisponde a sicurezza; che la governabilità non è una limitazione, se non negazione, della democrazia; che la magistratura non commetterebbe più errori se fosse posta sotto il controllo diretto del governo; che la crescita delle diseguaglianze sociali è inevitabile perché rispetta le diverse qualità dei singoli; che la morale sessuale e familiare deve essere rigidissima, ma soltanto per gli altri; che la morte di migliaia di migranti in mare, e di decine nei campi coltivati e nei CPR sarebbe utile per dissuadere altri disperati dal mettersi in mare; che la deportazione può essere ribattezzata “remigrazione”, la temperatura si alza un po’ alla volta e molte rane, troppe, non se ne accorgono neppure fin quando non è decisamente tardi.

Una situazione pericolosissima perché l’allarme deve essere lanciato, ripetutamente e instancabilmente, quando l’acqua è ancora fredda. Ma questo non è mai stato fatto dando la precedenza a questioni tattiche interne piuttosto che a problemi strategici generali. Per capirci, quello che una volta era chiamato il centrosinistra si è spesso logorato nelle primarie che sono lo sbocco mortale delle lotte intestine tra le varie componenti di quell’ipotetico schieramento, o addirittura tra le diverse correnti interne a un partito, trascurando in maniera del tutto improvvida quelli che erano e sono i veri avversari, o, meglio, i nemici, visto che in palio c’è una cosa importantissima come la democrazia.

E, del resto, se un partito non difende sempre con i fatti la Costituzione, è naturale che molti non si impegnino per quel partito, ma che lo facciano quando l’attacco alla Costituzione e alla democrazia diventa evidente ed esplicito.

Ma l’ingresso in politica di Vannacci, che è tanto fascista da essere incapace di fingere di non esserlo, e del suo nuovo partito non mette in crisi la parabola della rana? No, perché l’ex generale non è l’acqua, bensì il termometro usato per vedere quanto manca all’ebollizione letale. Se viene rifiutato vuol dire che l’acqua è troppo calda e che bisogna smorzare un po’ in fuoco. Se, invece, come sta succedendo, il suo consenso cresce, portando via iscritti ai tre partiti dell’attuale maggioranza, questo significa che molti ancora non si accorgono che la temperatura si è alzata pericolosamente e che si può continuare ad alimentare con pazienza il fuoco.

Secondo voi sarebbe immaginabile che Meloni, camerati e alleati, che finalmente sono riusciti a sedersi su scranni che sembravano per loro irraggiungibili, ora si rassegnino a tornarsene all’opposizione per tenere lontano un Vannacci che la pensa in buona parte come loro, ma che non sa, o non vuole, nasconderlo? Evidentemente no e allora la temperatura diventerebbe davvero troppo elevata per lasciare in vita quella rana che chiamiamo democrazia.

Colpa del fuochista? Senz’altro. Ma anche di chi lo lascia praticamente indisturbato ad alimentare il fuoco. E non è una scusa sufficiente quella di sentirsi impotenti. Nel 1943 anche molti nostri padri si sentivano impotenti davanti allo strapotere nazifascista e si sono impegnati tanto da mettere in gioco la propria vita e, così facendo, da convincere tantissimi non soltanto che ci si doveva impegnare, ma anche che quelle crudeli dittature potevano e dovevano essere sconfitte nel nome della democrazia e della libertà.

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