giovedì 21 gennaio 2021

Il potere e l’esempio

Per la maggior parte della vita ho sognato, come diceva Giorgio Gaber, «una libertà diversa da quella americana», eppure ieri, durante la cerimonia del giuramento davanti al Campidoglio, ho avvertito grande ammirazione per Joe Biden e per il popolo statunitense. Oltreoceano, infatti, i cittadini sono andati alle urne in un numero mai visto prima e sono riusciti a cacciare l’indegno Trump e il neopresidente ha cominciato il suo difficile percorso dando segnali di discontinuità incontrovertibili e di enorme significato sociale. Da noi una reazione si è vista alle ultime regionali, ma i sondaggi attuali lasciano pensare che gli emuli nostrani di quel signore vincerebbero le elezioni.

Non voglio entrare nell’elenco dei 17 ordini esecutivi che Biden ha firmato e che cancellano immediatamente molte delle brutture più inaccettabili messe in piedi dal suo predecessore, ma mi colpisce con forza il ricordo che da noi la vergogna dei decreti Salvini è rimasta intatta per lungo tempo dopo l’uscita dal governo del loro creatore e che poi, comunque, probabilmente anche per non smentire Minniti, siano stati soltanto depurati delle loro parti più inumane. Altro che discontinuità.

Ma quello che mi ha colpito di Biden è stata la decisa saggezza che ha innervato tutto il suo discorso, una decisa saggezza che ha invocato la fine della politica urlata e ha invocato la ripresa del dialogo tra diversi per trovare punti di unione e di mediazione; una decisa saggezza di cui avremmo tanto bisogno qui in Italia e che ha dimostra – ove ce ne fosse stato ancora bisogno – l’idiozia di chi pretendeva di “rottamare”, con l’unica discriminante legata all’età, chi rischiava di fargli ombra.

Quanto ci sembra lontana dagli abituali interventi dei politici nostrali una frase come «Ritroveremo autorevolezza non con l’esempio del nostro potere, ma con il potere del nostro esempio». Quanto ci appare strano sentir accusare, senza circonvoluzioni dialettiche, di razzismo i razzisti e di antidemocraticità gli antidemocratici. Quanto assurdo, dopo aver sentito invocare dignità e decenza per tutti, ci appare il nostro mondo politico in cui un figuro, che non ha limiti verso il basso e che crede di essere sempre al di sopra delle leggi, si permette di ricordare, all'interno del Senato, la frase di un altro figuro per auspicare la morte dei senatori a vita perché votano in maniera diversa dai suoi desideri. Ma anche ascoltare una signora che già aveva dato prova della sua insipienza e scarsa lucidità, quando era ministro della pubblica istruzione, chiedere che nelle vaccinazioni anticovid fosse data la precedenza alle zone in cui si crea più PIL. E pure sentire un’altra signora che pretenderebbe dal presidente della Repubblica che negasse il risultato del voto al Senato soltanto perché a lei non piace; dimenticandosi, tra l’altro che, proprio grazie a quelle stesse regole il suo partito, anche se allora aveva un altro nome, ha potuto restare al governo, pur senza avere una maggioranza assoluta.

L’invidia è un sentimento detestabile e spesso immotivato, ma mi piacerebbe davvero che anche da noi ci fosse un personaggio come Biden capace, dopo una vita passata a mediare, di essere duro e deciso nel difendere le cose che non possono essere sottoposte a mediazioni, come la democrazia, per essere chiari.

A noi manca decisamente un personaggio carismatico che sappia difendere ideali e non bilanci, che si infiammi nella difesa di chiunque e non soltanto nell’attacco ai diversi, che sappia riscaldare il cuore di chi ormai si è rassegnato a non sognare più e ad attendere, tristemente impotente, che questa maledetta notte che stiamo attraversando si avvicini alla fine.

Qualcuno ha paura che ancora una volta chi vince poi non sappia rassegnarsi che la propria vittoria non può e non deve essere definitiva ed eterna? È una paura inevitabile e giusta. Ma il sistema per cancellarla è semplice, anche se difficile: moltiplicare le persone politicamente di valore tornando a usare i partiti come scuola di democrazia e di politica e non come laboratorio per trovare soluzioni che puntino soltanto a perpetuare e ad accrescere il potere.

Fino a quando non sarà di nuovo la gente a spingere, come faceva una volta, dal basso perché siano i partiti ad adeguarsi ai bisogni della gente, e non il contrario, il nostro destino non potrà essere diverso da quello di seguire con raccapriccio le gesta di quelli che eticamente ci sono più lontani e con triste delusione i comportamenti di quelli che dovrebbero esserci più vicini.

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domenica 17 gennaio 2021

Un centrodestra liberale e serio

Mio Dio, quanto mi manca un centrodestra liberale e serio! Non sono impazzito e non lo vedrei certamente come elemento politico destinatario dei miei voti, ma mi manca come alternativa temporaneamente accettabile in un gioco democratico di alternanza che nel nostro Paese ha finito da decenni di essere tale per tramutarsi in un dramma che, ogni volta che si verifica, va a cancellare qualcosa di terribilmente importante: talvolta alcuni diritti a suo tempo conquistati con grandi fatiche e sacrifici, talaltra molte vite di persone più sfortunate di noi che si assumono rischi fatali pur di fuggire dalla guerra, dalle dittature, dai dispotismi, dalla fame, dall’impossibilità di guarire da malattie che da noi consideriamo ormai soltanto più che un leggero fastidio.

Questo centro destra mi manca perché oggi, se davvero esistesse, non avrei il minimo dubbio nello sperare che l’attuale presidente del Consiglio decida davvero di andare fino in fondo nella scelta di lasciar decidere il suo destino ai voti del Parlamento e poi, nel caso di crisi irreversibile, di delegare ai voti di tutti gli italiani la scelta della maggioranza per il prossimo quinquennio.

Ma quella destra non c’è e, quindi, il rischio è quello di finire nelle grinfie di Salvini e della Meloni (Berlusconi non lo cito neanche, perché sa che ormai la sua sopravvivenza dipende dagli altri e non da lui stesso), con l’inevitabile conseguenza che alla loro distintiva ferocia nei confronti degli ultimi e dei (anche politicamente) diversi, si aggiungerebbe pure la conclamata incapacità di gestione della cosa pubblica già sperimentata e provata nei tanti governi berlusconiani e giallo-verdi sofferti in questi anni.

Se quel centrodestra ci fosse, diventerebbe concreta la possibilità di dire a Renzi che il suo bluff è fallito, che la sua pretesa di fare il dominus della politica italiana con il 2 per cento attribuitogli dai sondaggi è una cosa assurdamente presupponente, che potrà benissimo presentarsi alle urne tra qualche mese con buone probabilità di restarsene finalmente (e spererei definitivamente) a casa.

Il New York Times lo ha definito “Demolition man” (e sul “demolition” siamo perfettamente d’accordo), ma oggi, forse per la prima volta, si è accorto che, a furia di demolire – o tentare di demolire – Costituzioni, partiti, coalizioni, sentimenti politici e di “rottamare” chiunque potesse fargli ombra, questa volta si è lasciato andare un po’ troppo, tanto che ormai è probabile che tra le prossime macerie si troveranno frammenti di ex presidente della provincia di Firenze, di sindaco di quel capoluogo, di presidente del Consiglio, di transfuga dal PD per la terribile colpa di quel partito di non eseguire sempre e comunque i suoi desideri. Non per niente, dopo aver detto le peggiori cose possibili di tutti coloro che erano con lui al governo, ha deciso di far astenere sulla fiducia se stesso e i suoi servitori e di far votare favorevolmente su alcuni provvedimenti non secondari. Con l’ovvio obbiettivo di ritornare al più presto nei giochi, magari con qualche ministero, sottosegretariato e delega in più.

La cosa che colpisce, però, non è che Renzi rischi fortemente di restare con il cerino in mano: lui lo sapeva e l’azzardo è sempre stato il suo mestiere. Molto più sorprendente è il fatto che molti dei suoi accoliti si siano accorti soltanto adesso di non essere altro che piccoli strumenti nelle mani di un prestigiatore al quale non sempre riescono i suoi trucchi. Il deputato Vito De Filippo, un po’ più sveglio di altri, ha scelto di lasciare IV e di rientrare nel PD non appena ha annusato che il bluff rischiava di essere scoperto. Il povero e tremebondo Rosato, dal canto suo, afferma, tra lo stupito e lo speranzoso: «Conte, se vuole risolvere la crisi, lo fa in un pomeriggio». E la Bellanova, fedelissima ripetitrice delle parole di Renzi, sembra quasi rassegnata alle conseguenze delle azioni del suo capo: «Il Pd – dice – non cerchi vendette contro noi renziani. Siamo disponibili a stare nella maggioranza; abbiamo dimostrato che non ci interessano potere e poltrone, ma da quando abbiamo aperto la crisi siamo massacrati sui social». Che strano! Mi pareva di ricordare che fino a poche ore fa la stessa Bellanova accusava tutti, tranne Renzi, di avere aperto le porte alla crisi.

Anche se fino all’ultimo nella politica italiana non si può essere sicuri di nulla, per Renzi e i suoi figuranti sembrerebbe spalancarsi la porta dell’oblio, ma a dare loro una speranza di momentanea salvezza sono ancora Salvini, Meloni, Berlusconi con la loro protervia, o con la loro acquiescenza.

Mio Dio, quanto mi manca un centrodestra liberale e serio!

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mercoledì 13 gennaio 2021

Sansone e i Filistei

Probabilmente gli diceva di stare sereno
Turigliatto ha fatto cadere il secondo governo Prodi per motivi che si legavano a ideali politici miopi oltre che discutibili, ma sicuramente non era stata la molla dell’interesse personale a farlo muovere. In Bertinotti, l’assassino del primo governo Prodi, probabilmente era risultato determinante il narcisismo del personaggio. In Fini che aveva tentato di far cadere il governo Berlusconi, ma era stato sconfitto dal ritardo imposto da Napolitano al voto di fiducia e dalla cosiddetta “responsabilità” di personaggi come Scilipoti e Razzi, le motivazioni erano formate da un desiderio di maggior potere mescolato con l’incapacità di sopportare tutte le malefatte dell’ex cavaliere.

Per Renzi l’ideale politico è cosa molto lontana dalla sua comprensione, mentre è decisamente esperto nel capire cosa significhi potere e nei vari modi in cui si possa tentare di arrivarci, sia cancellando con l’insistente propaganda della “rottamazione” le capacità, l’esperienza e – in questo caso spesso sì – la dignità dei politici più anziani; sia tentando di cambiare le regole della stessa Costituzione per favorire se stesso senza capire che quelle stesse nuove regole avrebbero potuto regalarci davvero un Salvini con “pieni poteri”; sia attaccando con violenza coloro che, decisamente più a sinistra di lui, non se la sentivano più di stare nel Pd, ma poi andandosene non appena si è reso conto di non poter più fare il bello e cattivo tempo in quel partito; sia mettendo in pratica con grande perizia e foltissimo pelo sullo stomaco, visto anche il momento che stiamo vivendo, quei ricatti che permettono a un partito del 2 per cento di imporre i propri voleri senza accettare mediazioni e minacciando la crisi di governo.

La richiesta del ponte di Messina; quella finale del MES, condivisibile come concetto, ma evidentemente strumentale nel momento in cui è stato nuovamente richiesto come ultimatum dopo che quasi tutto il resto gli era stato concesso; l’idea di affidare a Rosato i servizi segreti; le mille piroette fatte di fronte alle decisioni da prendere per combattere il coronavirus: sono tutti fatti che dimostrano abbondantemente quanto fossero poco serie le sbandierate intenzioni di non arrivare a quella crisi che oggi Renzi tenta ridicolmente di addossare, come responsabilità, agli altri.

Lui si è mosso soltanto per arrivare al punto di poter dire, oggi, esattamente quello che ha detto in conferenza stampa: «Non abbiamo una pregiudiziale sul nome di Conte, ma non faremo mai un ribaltone e non daremo mai vita a un governo con forze della destra sovranista che abbiamo combattuto e contro le quali abbiamo fatto nascere questo governo». E per capire meglio il significato di queste parole è utile sentire la dichiarazione di Andrea Marcucci, capogruppo PD al Senato ed ex (?) fedelissimo del suo corregionale Renzi: «Serve una maggioranza con Iv». In poche parole il concetto implicitamente espresso da Renzi è: se volete non andare alle urne dateci posti e potere in più, soprattutto adesso che arrivano centinaia di miliardi dall’Europa e che a noi piacerebbe gestirli in percentuali maggiori a quelle che sembrano spettarci oggi.

È inevitabile che questa situazione porti a un bivio: da una parte si spera che un accordo di qualche tipo possa evitare il rischio a questo nostro povero Paese di cadere tra le grinfie di Salvini e di Meloni; dall’altra che, sperando che poi il popolo italiano sia ancora una volta migliore di quelli che elegge, pur andando alle urne (chissà come? Chissà quando?) il pericolo della destra sovranista non si concretizzi e che questa sia l’ultima volta che si vede Renzi e la sua banda di guitti della politica apparire sul palcoscenico romano.

Ricordate il racconto biblico di Sansone e dei Filistei? A me è sempre dispiaciuto che Sansone abbia dovuto soccombere, ma mi è sembrato assolutamente giusto il destino toccato ai Filistei. E Renzi non è certamente Sansone.

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giovedì 7 gennaio 2021

Il peso delle parole e dei silenzi

Sulla vergognosa pagina scritta dai supporters di Trump sotto dettatura dello stesso indegno presidente si scriveranno fiumi di parole, sia sulla forza, sia sulla debolezza della democrazia americana e di tutte le vere democrazie, ma anche sul fatto che gli Stati Uniti ora stanno percependo lo stesso amaro sapore che hanno sentito altri popoli quando Washington ha appoggiato palesemente figuri come Pinochet e sulle terribili difficoltà che attenderanno Joe Biden nel tentare di rendere di nuovo degni del loro nome gli Stati Uniti che oggi sono lacerati non certamente meno di come lo erano durante la guerra di secessione.

A me, anche ripensando al blocco imposto ai messaggi di Trump (mi ripugna appellarlo ancora con il titolo di presidente) da Twitter e da Facebook interessa soprattutto mettere in luce un aspetto che riguarda tutto il mondo e, cioè il peso delle parole e dei silenzi.

Alcuni potrebbero pensare che non è democratico proibire l’uso dei social a qualcuno, ma è forse democratico permettere che, con le nuove tecnologie, tutta una serie di notizie false, diffuse per evidenti interessi personali, possa dare vita a una realtà parallela e totalmente falsa, capace non soltanto di indirizzare il voto in una determinata maniera, ma anche da indurre alla violenza chi non accetta di avere perduto?

Che in Trump ci sia una vena di criminale pazzia che riesce a compenetrarsi con una lucidità propagandistica degna di miglior causa è un dato assodato per la maggior parte degli esseri umani di questo pianeta, ma se questo figuro, pur perdendo, ha ottenuto il voto di oltre 74 milioni di americani, vuol dire che la propaganda sui social ha avuto un peso preponderante e questo comporta il fatto che, come gli antichi comizi, anche i social devono sottostare a regole che difendano quel bene prezioso e fragile che si chiama democrazia e che troppo spesso vediamo trascinata nel fango senza che ci venga spontaneo reagire.

Perché, se le parole di Trump sono state schifose, i silenzi dei maggiorenti del Partito Repubblicano americano sono stati vergognosi. E le loro reazioni odierne, a frittata fatta, dopo che il tempio della democrazia americana è stato profanato anche con colpi di arma da fuoco e con la morte di alcune persone, non li riscatta minimamente, ma, anzi, sottolinea quella loro pusillanimità che li ha fatti tacere per anni, fino a quando il loro presidente garantiva il potere, ma non certamente un comportamento retto e democratico, né una fedeltà al giuramento fatto al momento del suo insediamento.

Quello che è successo in America deve essere di lezione a tutti noi. Qui, in Italia – e non voglio insistere su quelli del centrodestra che giravano con la mascherina decorata con il nome di Trump – quante volte abbiamo assistito in silenzio all’esaltazione di razzismi, fascismi e nazismi assortiti. Quante volte la politica ha scelto la convenienza del “non vedo, non sento, non parlo”, alla rettitudine istituzionale dettata dalla Costituzione?

Quanti nostri silenzi hanno contribuito a far rinascere in Italia decine di organizzazioni nostalgiche, tanto che, se il comunismo è diventato nulla più che un ricordo, il fascismo può nuovamente organizzare in maniera palese manifestazioni e azioni violente? Quanti, anche pensando al Covid, preferiscono far finta di non ricordare che quelle stesse frange politiche che oggi attaccano il governo perché troppo poco deciso, fino a poco fa lo attaccavano accusandolo di essere liberticida perché imponeva l’uso della mascherina? E quante violenze, sia fisiche, sia via internet, sono state causate da questi figuri?

Far rispettare la Costituzione e le leggi che vi si armonizzano non è minare la democrazia, ma rafforzarla. E lo si fa anche e soprattutto con le parole, ma mai con il silenzio.

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giovedì 31 dicembre 2020

Virus e vaccini

Per definire la serietà politica e intellettuale dell’iniziativa basterebbe pensare che Renzi vorrebbe che la delega ai servizi segreti fosse data a Ettore Rosato, quello che è riuscito, sotto dettatura, a intitolarsi il peggior sistema elettorale della storia; per comprendere la gravità della situazione è sufficiente constatare che, mentre servirebbe accelerare il lavoro organizzativo e progettuale per poter ottenere i miliardi di euro già stanziati dall’Unione Europea, la quasi totalità dell’attività politica italiana è assorbita dal ricatto portato avanti da Renzi che, con il suo 2 per cento abbondante attualmente attribuitogli dai sondaggi, vuole comandare tutto e tutti imponendo i suoi desideri legati alla quantità e qualità di poltrone da ottenere adesso, quando alle viste ci sono momenti di tale apparente ricchezza da far dimenticare con facilità i debiti futuri.

Per carità, il governo Conte non sarà certamente ricordato come il migliore della storia italiana, ma sta di fatto che il capo di un partito che ha scelto di darsi il nome di “Italia viva” sta cinicamente operando per sfruttare al massimo le minacce di morte per quella stessa Italia che, senza i contributi europei, sprofonderebbe non soltanto economicamente. Al suo confronto Turigliatto (per chi non se lo ricordasse, quell’erede di Bertinotti che fece cadere il secondo governo Prodi) sembra avere la statura dello statista: lui, almeno, aveva un ideale che, pur nella sua miopia, non coincideva soltanto né con il potere, né con il denaro.

Potrebbe riuscire difficile comprendere come questo Paese possa prefigurare per sé un futuro accettabile se si considera quello che è accaduto in questi ultimi dieci mesi di un anno da dimenticare. Gente che ha messo, nella scala dei valori, il proprio diritto al divertimento davanti al diritto alla vita di decine di migliaia di altre persone; “politici” – chiamiamoli così per deprecabile abitudine – che, pur in presenza di un dramma di proporzioni planetarie, hanno continuato a comportarsi come se l’unica cosa importante fosse la prossima campagna elettorale, a prescindere da quando arriverà; operatori sanitari di ogni genere e grado che vorrebbero lavorare negli ospedali, ma senza vaccinarsi, senza neppure pensare a quanti loro colleghi hanno dovuto sacrificare la vita perché volevano fare il loro dovere pur senza avere la possibilità di difendersi efficacemente; e si potrebbe andare avanti a lungo senza trarre consolazione alcuna dal fatto che le medesimi cose stanno accadendo anche in altre parti del mondo. Saranno minoranze, ma riescono a inceppare un intero meccanismo.

E, a proposito di vaccini, mentre guardiamo ammirati una scienza che in meno di un anno è riuscita a trovare delle contromisure per poter opporsi a quel nemico invisibile, ma spietato, che si chiama Covid-19, non possiamo non chiederci come da millenni non riusciamo a trovare un vaccino che possa combattere la tentazione di mandare il cervello all’ammasso preferendo, alla fatica di ragionare com-patire e impegnarsi, la comodità di seguire un capo capace di far finta di avere soluzioni che servano a tutti e non soltanto a se stesso. Un vaccino che non soltanto renda difficile a gente come Trump, Putin, Bolsonaro e mille altri, veri e propri "virus", tra cui, in sedicesimo, i nostri Renzi, Salvini, Meloni di arrivare a posti di potere, ma, soprattutto che obblighi la gente a pensare prima di votare.

Auguri a tutti. Ne abbiamo davvero bisogno.

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martedì 15 dicembre 2020

Pensierini di Natale

«Come sapete ci aspetta un Natale molto magro perché stanno pensando addirittura di aggravare ulteriormente le proibizioni. Io penso che le persone siano un po’ stanche di questa situazione e vorrebbero, alla fine, venirne fuori. Anche se qualcuno morirà, pazienza». Non è una frase estrapolata da uno dei tanti social grondanti odio per qualsiasi persona diversa da chi lo scrive, né è stata necessariamente scritta (ma forse anche sì) da un integralista degli aperitivi, da un elemento di estrema destra, o da un resistente alla cosiddetta “dittatura sanitaria”. A pronunciare queste parole inqualificabili, un vero e proprio pensierino di Natale all’incontrario, è stato il presidente di Confindustria Macerata, Domenico Guzzini, mentre parlava del Covid e delle ricadute economiche della pandemia durante un evento ufficiale on line dedicato alla moda.

In questa frase c’è una disumanità talmente forte da non essere tollerabile, da rendere difficile non soltanto credere alle proprie orecchie, ma anche accettare che a pronunciarla sia stato un essere umano. Eppure dovremmo avere la capacità di non stupirci grazie al callo creato da una storia di nefandezze inimmaginabili, e non soltanto in un’antichità che spesso guardiamo con la spocchia di chi, da presunto evoluto, guarda quelli che considera un po’ selvaggi, ma anche in epoche praticamente contemporanee quando uomini come Hitler, Mussolini, Stalin, Pol Pot e, per venire a giorni ancora più vicini a noi, Osama Bin Laden, Sharon, Bush, e una sfilza di persone che sarebbe troppo lungo elencare, che hanno avuto il potere di far uccidere tanti altri uomini da non poterne tenere un conto esatto. Mentre altri forse non hanno ammazzato con le armi, ma hanno ucciso con la fame e con le umiliazioni.

Subito dopo sono arrivate le scuse dello stesso Gozzini: «Sinceramente chiedo scusa a tutti e in particolare alle famiglie toccate dal dramma del Covid, per la frase che ho pronunciato. Ho sbagliato nei contenuti e nei modi; ho fatto un’affermazione sbagliata, che non raffigura il mio pensiero, né tantomeno quello dell’Associazione che rappresento».

Il problema, però, non è quello delle scuse: ormai valgono sì e no un centesimo la tonnellata e nessuno si scompone più neppure se deve smentire se stesso, magari accampando una temporanea incapacità di intendere e di volere. Il problema è che nessuno potrebbe mai pronunciare una simile bestialità se prima non l’avesse già pensata; se non fosse convinto che qualcuno di quelli che l’hanno ascoltata alla fine, sottovoce, dirà all’oratore: «Hai fatto bene. Era ora che qualcuno lo dicesse».

Scandalizzarci è naturale ancor prima che obbligatorio: può rassicurarci del fatto che possediamo ancora qualche briciola di umanità, ma serve davvero a ben poco. Avremmo dovuto farlo ben prima; quantomeno quando si sono aperte le porte dei campi di sterminio e si è visto cosa c’era dentro; quantomeno quando, assieme ai nostalgici fascisti, sono apparsi i negazionisti; quantomeno quando si è assistito al fatto che sempre più flebili sono state le reazioni alla scandalosa pretesa di parificare i partigiani desiderosi di libertà e democrazia ai repubblichini schiavi di Hitler e dei suoi criminali aguzzini; quantomeno quando Salvini, dietro al motto “Prima gli italiani”, ha creato decreti che hanno fatto morire nel Mediterraneo migliaia di persone che nessuno è andato più a salvare; quantomeno quando abbiamo lasciato che un partito che si definisce di centrosinistra, dopo aver accettato di avere tra le proprie file un ministro come Minniti, ha lasciato che i decreti Salvini restassero in vigore a lungo per poi ammorbidirli, ma non ancora cancellarli del tutto. Dovremmo scandalizzarci in primis di noi stessi.

I Guzzini ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre: innamorati più del benessere proprio che della vita altrui, indifferenti al fatto di poter favorire il diffondersi del contagio, interessati più alla possibilità di bere e mangiare in compagnia che ai bollettini di morte diffusi ogni pomeriggio, sensibili più alle esigenze del mercato che a quelle della vita, convinti che a morire saranno sempre gli altri. Ma il vero problema non sono loro: sarebbero trascurabili inezie se sbattessero contro quell’indignazione generale che è sempre stata la molla per ogni progresso sociale. Oggi quella molla appare allentata e se non si riuscirà a darle nuovamente tono, i veri colpevoli saremo noi.

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domenica 13 dicembre 2020

Le due competenze

Tutte le grandi crisi – e la pandemia causata dal Covid-19 non fa eccezione – portano con sé disastri, lutti e sofferenze, ma anche momenti di chiarificazione che solo apparentemente sono più o meno importanti, mentre in realtà sarebbero sempre utilissimi se diventassero, pur in un mondo terribilmente ed egoisticamente distratto, preziosi momenti di insegnamento per tutti.

Provate a pensare alla violenta polemica che rischia di mandare a casa un governo pur in piena crisi pandemica, regalando probabilmente il potere a figuri come Salvini e la Meloni e rischiando di perdere almeno una fetta dei miliardi di euro stanziati per l’Italia dall’Unione Europea. È una polemica che si sviluppa proprio sull’indirizzamento e sulla gestione di questa massa di miliardi davanti ai quali si sono inevitabilmente scatenati quei tantissimi appetiti che mai vanno in crisi, ma, anzi, si rallegrano davanti alle disgrazie altrui. Ricordate i due che, pensando ai futuri guadagni derivanti da appalti e mazzette, si telefonavano ridacchiando subito dopo la scossa che aveva raso al suolo L’Aquila e un bel po’ di Abruzzo?

Da una parte c’è Conte che vorrebbe una gestione piramidale, con lui stesso al vertice e, sotto, una nutritissima schiera di “tecnici”. Dall’altra Renzi che, non potendo pretendere di essere lui stesso al vertice, ha come prima preoccupazione quella di impedire di raggiungere quella posizione a chiunque altro e, per ottenere questo scopo, rivendica il primato della politica sulla tecnica nelle scelte. In mezzo, con infinite sfumature, tutti gli altri, generalmente con un occhio più attento al bene proprio che a quello generale.

Lasciamo perdere il fatto che ogni cosa detta da Renzi puzza lontano un miglio di interesse privato, ma questa volta c’è la netta sensazione che entrambe le posizioni abbiano in sé qualcosa di giusto e qualcosa di sbagliato. E tutto deriva, come spesso accade, dal fatto che uno stesso vocabolo può essere usato con intenzioni del tutto diverse, se non diametralmente opposte.

Questa volta a finire sul banco degli accusati è la parola “competenza” che ha, appunto, almeno due significati. Nella prima accezione, competenza significa «Piena capacità di orientarsi in un determinato campo»; nella seconda, invece, vuol dire «Legittimazione normativa di un’autorità, o di un organo, a svolgere determinate funzioni». E le due cose sono immediatamente percepibili come potenzialmente molto lontane. Un esempio chiaro è rappresentato da Danilo Toninelli che, quando era incredibilmente ministro delle infrastrutture e dei trasporti nel primo governo Conte, aveva indubbiamente la “competenza” per firmare qualsiasi carta ministeriale, ma non necessariamente quella per capire a fondo cosa vi era scritto e, tantomeno, quella, ben più importante, per dare un’impronta a una politica utile alla nazione nel settore di sua “competenza”.

La stessa cosa si potrebbe dire oggi anche di Luigi di Maio che ha la “competenza” del Ministero degli Affari esteri, ma sicuramente non quella necessaria a trattare davvero gli “affari esteri”: la stessa evanescenza davanti all’omicidio Regeni ne è una dimostrazione indiscutibile.

Sul perché politica e competenza non coincidano quasi mai si potrebbe discutere a lungo tirando in causa in primis il fatto che, visto che la quasi totalità dei partiti punta soprattutto a guadagnare voti per le elezioni successive, la competenza è inevitabilmente subordinata alla visibilità, la sostanza all’apparenza, la qualità alla rinomanza. Ma è anche indiscutibile il fatto che la competenza scientifica finirebbe per mettere irreversibilmente in crisi troppo spesso la politica, quando le scelte sono fatte pensando, appunto, alla visibilità e non alla concretezza.

Così non fosse non staremmo assistendo alle grandi discussioni su come passare Natale e capodanno e su come uscire dal proprio comune senza minimamente pensare alle decine di migliaia di morti causati da quella specie di “liberi tutti” estivo che ha favorito la diffusione del coronavirus e ci staremmo domandando, invece che gioirne, come mai la nostra regione, con tanti morti e tanti contagiati da essere citata come “maglia nera” in Italia dal New York Times, possa essere considerata “gialla”.

Dall’altra parte si può sicuramente argomentare che alcune scelte scientificamente inappuntabili, se totalmente avulse dalla situazione sociale del posto e del momento, finirebbero per creare scompensi più gravi dei benefici.

Resta il fatto che tentare non soltanto di mettere insieme le due “competenze”, ma addirittura di unirle, quando si è ai vertici è praticamente impossibile. Bisognerebbe lavorare per compenetrarle quando si è ancora giovani e aperti, anche perché non ancora irrigiditi dalle abitudini e dall’autostima.

Un’utopia? Assolutamente no. Una volta all’interno dei partiti educare politicamente e dare strumenti di giudizio per affrontare problematiche le più diverse possibili era la regola; e nessuno si vergognava di interpellare dei tecnici per acquisire anche la competenza scientifica da appaiare a quella istituzionale. Poi, più che sparire questa pratica, sono spariti i partiti, non tanto come nome, ma come sostanza costituzionale, come gruppi capaci di raccogliere persone che la pensano più o meno allo stesso modo ed entità in grado di percepire i problemi della gente e di trasportarli, come un’efficiente cinghia di trasmissione, nelle stanze dove si può decidere. Ora tutto questo non c’è più e fin quando non tornerà le due competenze non potranno mai compenetrarsi.

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