venerdì 28 agosto 2015

L’esorcismo di Rimini

È tempestiva e assolutamente condivisibile l’analisi (e la condanna) che Guido Crainz fa, su “la Repubblica”, della frase con cui Renzi, con grave e sicuramente voluta sottovalutazione, ha parlato dell’antiberlusconismo come di un fenomeno di settarismo e, quindi, come di una delle cause per le quali l’Italia si è fermata e, anzi, è drammaticamente retrocessa socialmente ed economicamente.

Crainz parla di irresponsabilità di governo, stravolgimento delle istituzioni e di una grande quantità di altre iatture legate al nome dell’ex cavaliere e rigorosamente documentate con rimandi a libri e articoli contemporanei agli avvenimenti analizzati. Ma la cosa più importante, la dimensione reale della portata del berlusconismo, a mio avviso, è quella che Guido definisce «diseducazione civica», perché mentre molte delle altre brutture sono velocemente scolorite con il tramonto di Berlusconi, il veleno peggiore del berlusconismo continua a corrodere il nostro Paese. E non soltanto a destra. Anzi.

Non credo che la corsa alle televisioni, realizzata in piena intesa con Craxi, mirasse soltanto a ripianare una voragine spaventosa di debiti berlusconiani, ma sono convinto che nascondesse anche un ben mirato piano necessariamente sociale ancor prima che politico. Non può essere stata casuale, infatti la determinazione portata avanti, sia con i programmi di cosiddetta “informazione”, sia con quelli di evasione, di minare l’eticità comune facendo balenare dappertutto lo sfavillio di un mondo in cui le uniche cose importanti erano il benessere, la ricchezza, il divertimento a prescindere dalla condizione degli altri. O, forse, addirittura approfittandone. E parlando di eticità non intendo riferirmi, se non secondariamente, alla più che provata sessuomania dell’allora capo della destra e presidente del Consiglio, ma al suo incitamento all’elusione e all’evasione fiscale, alla condiscendenza nei confronti delle mafie, alla cooptazione degli obbedienti e all’acquisto dei disponibili, alle leggi ad personam e ancora ad altre evidenze il cui elenco sarebbe davvero lungo.

Berlusconi non ha avuto né visione politica, per la conclamata insofferenza alle regole e per il leaderismo portato avanti come pretesa soluzione dell’anti-partito e dell’anti-politica, né senso della storia, per l’incapacità di capire a cosa avrebbero portato le sue mosse, a livello nazionale e internazionale, non in un lontano futuro, ma neppure l’indomani.

È in questo senso che l'antiberlusconismo ha avuto ragione di esistere ed esiste, a piena ragione, ancora oggi. Come a piena ragione esiste ancora l’antifascismo. Poi è evidente che nella lunga vita del berlusconismo sono state molte le responsabilità accumulate da una sinistra che correva dietro e non andava avanti per la sua strada e che ancora oggi non riesce a trovare una propria capacità davvero elaborativa e propositiva.

Credo che Renzi, assieme alla pronuncia di una congerie dei suoi abituali slogan, abbia evocato l’antiberlusconismo dal palco del Meeting di Comunicazione e Liberazione di Rimini e, quindi, in un ambiente che sicuramente gli è vicino perché altrettanto sicuramente non è di sinistra, soprattutto per esorcizzare il crescere dell’ antirenzismo che si sta consolidando su alcune delle stesse basi, e soprattutto sulla paura di veder «intaccare quell’equilibrio fra i tre poteri dello Stato che è il fondamento della democrazia» nel nome apparente della “governabilità”, ma nella sostanza di un leaderismo che una volta era la mira di Berlusconi, come adesso è di Renzi.

È da tempo che scrivo che Renzi mi è politicamente estraneo come estraneo mi era Berlusconi. Ma forse la parola più esatta è “alieno” perché non in altra maniera posso definire chi pone l’antiberlusconismo sullo stesso piano del berlusconismo. Sarebbe – e non credo proprio di esagerare – come porre la Resistenza sullo stesso piano del nazifascismo, come attribuire alla Resistenza la causa delle migliaia di morti provocate in Italia dai nazisti e dai repubblichini dal 1943 alla fine della guerra.

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giovedì 20 agosto 2015

Domande scomode

È certo che il segretario della Conferenza Episcopale Italiana, Nunzio Galantino, sull’esempio di Papa Francesco, non usa giri di parole quando si trova ad affrontare temi che hanno a che fare con la dottrina sociale della Chiesa. Dopo l’intemerata contro Salvini e Grillo che ancora una volta si erano scagliati violentemente contro i profughi e che sono stati da lui definiti «piazzisti da quattro soldi che, pur di raccattare qualche voto, dicono cose straordinariamente insulse» e dopo aver sottolineato che «è il governo che è completamente assente sul tema dell’immigrazione», ha deciso di concludere - almeno per il momento - la polemica non partecipando a Pieve Tesino a un incontro su Alcide De Gasperi, ma mandando comunque il testo della sua lectio magistralis nella quale si legge che, a differenza dei tempi del politico trentino, oggi la politica è «un puzzle di ambizioni personali all’interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi» e che «i populismi sono un crimine di lesa maestà di pochi capi spregiudicati nei confronti di un popolo che freme e che chiede di essere portato a comprendere meglio la complessità dei passaggi della storia».
 Alcune reazioni sono scontate: Salvini usa il consueto turpiloquio per attaccare chi lo critica; i grillini tentano di negare che monsignor Galantino intendesse riferirsi anche a Grillo che pure era stato estremamente esplicito nel suo blog; quelli di Forza Italia sono un po’ smarriti davanti a prelati che criticano i politici, mentre fino a non molto tempo fa tanti prelati erano ossequienti, mentre monsignor Fisichella, davanti a una bestemmia di Berlusconi, nel tentativo di non fargli perdere voti cattolici, diceva che, evidentemente soltanto per lui, la bestemmia andava “contestualizzata”; gli alfaniani guardano con sommo disinteresse il problema dei migranti, ma fanno finta di indignarsi a essere definiti “cooptati”.

Da valutare con attenzione sono, invece, le reazioni degli esponenti del PD obbligati a esporsi in prima persona per consentire al cattolico Renzi di mantenersi defilato in una questione che, con la Chiesa in campo, può diventare spinosa. Dal punto di vista dei voti che si rischia di perdere, ovviamente, visto che la politica non si occupa più di valori e men che meno di ideologie, ma quasi esclusivamente di campagne elettorali. Ebbene, questi i portavoce del segretario del PD non fanno una piega e, anzi, annuiscono sorridendo quando le accuse sono indirizzate a Salvini e a Grillo. Però quando le critiche si rivolgono al governo l’atteggiamento cambia e dal vicesegretario Serracchiani, per esempio, viene detto che le parole di Galantino sono «ingenerose». E già questa parola la dice lunga sulla difficoltà di barcamenarsi tra la necessità di difendersi e quella di non negare una verità troppo evidente. Infatti è vero che il PD non può usare l’aggettivo «false», ma è anche vero che non si capisce il significato di «ingenerose»: forse si intende dire che Galantino ha ragione, ma che avrebbe potuto fare finta di niente per, diciamo così, “vicinanza politica”?

Molto più interessanti, però, sono le parole dette da Graziano Delrio, altro cattolico fortemente a disagio, dopo la lectio magistralis. Abbastanza scontato è il fatto che il ministro dichiari che bisogna stare «attenti alle analisi sulla politica animate dalla nostalgia dei tempi andati. La politica è fatta di ricambi. E questo è stato il tempo del ricambio e del cambiamento». Sulla qualità dei ricambi e dei cambiamenti, ovviamente, nemmeno una parola.

Più spericolate sono le affermazioni con le quali sostiene che Galantino alimenta l’antipolitica e che non si può dire che tutti i politici sono uguali. È possibile che a Delrio non venga in mente che l’antipolitica è creata proprio da coloro che mal si comportano nelle stanze in cui si decide e non da coloro che li criticano? Ed è possibile che non si accorga che ormai è diventato ben difficile distinguere tra i protagonisti della politica se tutti fanno praticamente le medesime cose, magari stringendo patti tra loro pur di riuscire ad arrivare dove vogliono? E che la scelta degli elettori – di quelli che continuano ad andare a votare – non è più tra “bene” e “male”, ma soltanto quella del “male minore”.

Il fatto è che le affermazioni di monsignor Galantino sono, in realtà, domande alle quali è difficilissimo rispondere in maniera credibile. Come si fa a dirsi cristiani se non si pratica la solidarietà e se tutto viene asservito alla logica del guadagno e della comodità? Come si fa a dirsi democratici se il demos non ha più nemmeno il diritto di eleggere direttamente i propri rappresentanti e se la cosa più importante diventa la governabilità che, per la sua stessa natura, aborrisce il dibattito e il confronto di idee? Come si fa a dirsi di sinistra quando si firmano e si accettano – e non soltanto in tema di lavoro - riforme praticamente uguali a quelle che erano state proposte dalla destra?

Sono domande che richiedono risposte che, se fossero date sinceramente dai fedeli e dai laici, cambierebbero profondamente il panorama sociale e politico di questo nostro Paese.


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lunedì 10 agosto 2015

Votare insieme a Razzi

Ormai dovrebbero saperlo tutti che gli slogan possono andar bene, al massimo, per qualche battuta – e anche un po’ deboluccia – durante una cena tra amici, ma che in politica ormai non soltanto non riescono più a fare presa, ma spesso finiscono addirittura per ritorcersi contro chi li pronuncia.
 
Stupisce, quindi, sentire Debora Serracchiani che, continuando imperterrita nella sua vita di vicesegretario nazionale del PD, che fortunatamente non sempre è coincidente con quella di Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, riferendosi alla sempre più forte opposizione della sinistra dem davanti allo scempio costituzionale voluto da Renzi, possa dire: «Credo che la minoranza del PD si dovrà interrogare se vuole votare insieme a Razzi».

Ora, visto che è assolutamente escluso che Debora Serracchiani sia un’imbecille senza memoria, questo non può che significare che lei stessa considera gli italiani degli imbecilli senza memoria perché – lasciando pur perdere il fatto che talvolta coloro che dicono a Razzi cosa votare possano anche casualmente fare la cosa giusta – è molto difficile pensare che gli italiani, almeno quelli di centrosinistra e di sinistra, non ricordino che è stato proprio Renzi, aiutato dai suoi vicesegretari Serracchiani e Guerrini, dal presidente Orfini, e da tutti i suoi ossequienti ministri e vassalli, a dire, subito dopo il patto del Nazareno, che il Pd doveva assolutamente votare insieme a Razzi.

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venerdì 7 agosto 2015

La barbarie del male minore

Lo si sente dire sempre più spesso, anche dopo la nuova lottizzazione effettuata d’amore e d’accordo con Forza Italia, anche dopo che la famosa “lotta all’evasione” si concretizza in nuovi sconti per gli evasori: «Chi non vuole le riforme consegna l’Italia a Grillo e a Salvini ». 

Lo dicono praticamente tutti i renziani, compresa la vicesegretaria Serracchiani che, dopo la dichiarazione eterodossa sulla votazione senatoriale che ha rifiutato la richiesta di arresto per Azzollini, ora rinsalda le fila del PDR (Partito di Renzi), pur non accodandosi anche all’altro codicillo minatorio ("Ve ne andate tutti a casa") molto amato dai fedeli del presidente del Consiglio pro tempore che, evidentemente, sente sempre più incombente quella fastidiosa mancanza di eternità legata al suo attuale ruolo. Dichiarazioni del genere, infatti, non sono altro che ammissioni di preoccupazione e debolezza mascherate da minacce che possono far breccia sia tra gli eletti, che vedono messa in forse la loro permanenza a Roma, sia tra gli elettori che possono anche spaventarsi davanti all’autarchico e ondivago procedere grillino, o alla stolida chiusura razzista, aliofoba e antieuropeista dei leghisti.

In pratica, agli elettori si dice: «Non vi piace Renzi? Ebbene, pensate a come si starebbe peggio con Grillo e Salvini». In linea di massima si può essere assolutamente d’accordo; anche perché è da troppi anni che ragioniamo così, non votando più per un partito che ci convinca davvero, ma soltanto per la persona che riteniamo meno dannosa di altre. Per il male minore, insomma. Ma credo che ormai non sia più rinviabile il momento in cui chiederci, seguendo le parole di Eyal Weizmann, «se il male minore non sia il nuovo nome della nostra barbarie».

Accettare il male minore, infatti, implica rassegnazione e l’immancabile conseguente sconfitta, per il progressivo lasciare spazio a cose, opere, pensieri detestabili, che invadono quel già non enorme territorio di bene che non ci rassegniamo a veder sparire; in pratica, a lasciare che il male minore diventi la base necessaria sulla quale poi veder edificare il male maggiore.

Davanti al caos e alle frustrazioni immediatamente seguenti il primo conflitto mondiale, i difetti del fascismo, e poi del nazismo, che si presentavano come portatori di ordine e di orgoglio nazionale, sono stati considerati il male minore; e tutti sappiamo a quali orrori abbiano portato. Ancora durante quella stessa guerra l’egualitarismo esasperato - d’arrivo e non di partenza - predicato da Lenin ha fatto considerare il comunismo dei soviet il male minore rispetto al crudele feudalesimo zarista. E anche in questo caso i risultati sono stati funesti. E potremmo continuare a lungo, vagando nel tempo e nello spazio.

Qualcuno sicuramente dirà che una simile visione delle cose è un indebita drammatizzazione della realtà, ma vi invito a riflettere soltanto su un fatto: su quale situazione democratica potrebbe essere quella nella quale saremmo costretti a vivere, se andassero in porto tutte le riforme della Costituzione volute da Renzi, quasi fossero il toccasana - e non lo sono - per risolvere qualsiasi problema economico accentrando quasi tutti i poteri nelle mani di un premier identico a quello sognato a suo tempo da Berlusconi e, forse, ancor prima anche da Craxi. In realtà i costituzionalisti - tutti tranne un paio di renziani di ferro - non nascondono i rischi, se non prevedono, addirittura, sfracelli istituzionali destinati ad avere conseguenze difficilmente riparabili su tutto il tessuto sociale italiano.

E allora, chiediamoci se davvero Renzi è il male minore. Tenendo ben presente che non si è condannati a scegliere soltanto tra il male minore e i mali peggiori (perché anche loro distruggerebbero quell’Italia, piena di difetti, ma sicuramente e disperatamente democratica, uscita dalla Costituente nel 1948).

La scelta, in realtà, per ognuno, deve tornare a essere tra quello che un cittadino considera bene e quello che considera male. Con un unico punto fermo di partenza: che la democrazia è bene e la falsa democrazia non lo è. Ma servono idee, progetti e persone. 

Sono convinto che in Italia ne esistano in abbondanza e che sarebbe ora che si facessero vive, anche senza poter contare in partenza della comicità di Grillo, della spudoratezza di Salvini, dell’inutile ricchezza di Berlusconi, o dell’autoritarismo, e non dell’autorevolezza, di Renzi. Il nostro Paese lo meriterebbe.

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giovedì 23 luglio 2015

E se parlassimo di democrazia?

Seguite con attenzione gli ultimi passi del progetto cosiddetto politico di Matteo Renzi.
Prima mossa: definire un “Patto con gli italiani” nel quale il presidente del Consiglio pro tempore dice: «Se voi voterete le riforme esattamente come le voglio, mi impegno, a cose fatte, a ridurre le tasse». E già qui un paio di considerazioni sono inevitabili. La prima riguarda l’assonanza con il “Contratto con gli italiani” di berlusconiana memoria; ma in realtà quello di oggi è decisamente peggiore perché, mentre Berlusconi giocava quasi soltanto sulla creduloneria degli italiani, Renzi usa, senza la minima remora, l’antica e sempre efficace arma del ricatto. La seconda è che Renzi, anche per la sede in cui lo dice, in realtà non si rivolge agli italiani, che dovrebbero tornare al voto soltanto nel 2018, ma ai parlamentari del PD che sono chiamati a votare nei prossimi mesi le sue cosiddette riforme.

Seconda mossa: chiedere alla Commissione parlamentare antimafia di posticipare la valutazione delle relazioni degli ispettori e del prefetto Gabrielli sulla questione di Mafia capitale; posticiparla rispetto alle decisioni del governo sull’eventuale commissariamento del Comune retto dal sindaco Marino. E anche qui una considerazione appare scontata: Renzi pensa che il potere esecutivo debba essere superiore a quello del Parlamento e, quindi, non accetta indicazioni da un organismo preposto alla valutazione di fatti legati alla malavita organizzata, ma, anzi, vuole mettere in difficoltà la Commissione presieduta dall’antipatica e testarda Bindi che poi sceglie una bizantina via di mezzo, evitando che qualsiasi decisione potesse prendere in futuro, in accordo o in contrasto con quella già presa dal governo, finisse per essere accusata di acquiescenza, oppure di finalità politiche di opposizione.

Terza mossa, non annunciata direttamente da Renzi, ma fatta annunciare, tramite il solito ventriloquio, dai suoi fidi, tra cui ora spicca il nuovo capogruppo alla Camera, l’obbedientissimo Ettore Rosato che, più o meno, ha detto: «Prima si discute nei gruppi parlamentari e nel partito; poi la minoranza deve adeguarsi e votare come vuole la maggioranza, altrimenti ci saranno sanzioni fino all’espulsione». E poi, da comico consumato qual è (forse addirittura anche a Renzi sarebbe scappato da ridere), aggiunge che non si tratta di benzina gettata sul fuoco dello scontro interno, ma della «seconda parte dell’offerta fatta alla minoranza per lavorare insieme al meglio. È un gesto di grande disponibilità». E anche qui il ricatto appare evidente, pur se mascherato dietro un’apparente democrazia che potrebbe anche essere reale se deputati e senatori fossero eletti e non nominati. Ma nominati sono e sanno anche che il loro futuro da parlamentari, magari con un'unica camera reale, dipenderà dalle nomine future, da parte dei vertici del partito, sia direttamente in Parlamento, sia nelle liste elettorali.

Ora si potrebbe discutere a lungo sulla scarsa attendibilità economica e realizzabilità delle promesse fatte (tagli a Imu e Tasi nel 2016, tagli all’Ires nel 2017, tagli all’Irpef nel 2018) e, quindi, di un patto che vede uno sbilanciamento totale a favore di uno solo dei teorici contraenti, ma non è su questo che ritengo sia importante appuntare la nostra attenzione, bensì sul fatto che se uno – a maggior ragione se è il presidente del Consiglio – è palesemente infastidito dalle regole democratiche anche all’interno del proprio gruppo, perché mai dovrebbe applicarle e difenderle all’esterno di quel gruppo, in questo caso nell’intero Paese?

Scrivo da tempo che è vero che una crisi economica è durissima e che ci vogliono tanti sacrifici e alcuni anni per uscirne, ma che una crisi democratica è infinitamente più grave, che i prezzi personali e sociali da pagare per riconquistare la democrazia perduta sono molto più pesanti e che il periodo in cui bisogna lottare per riconquistare quanto si è perso – la storia lo insegna – possono abbracciare anche più di una generazione. Non serve nemmeno pensare al fascismo, al nazismo, al comunismo sovietico, al franchismo, ai tanti regimi militari: basta pensare alla Grecia di oggi che, dopo aver sofferto per strappare il governo ai colonnelli, si è lasciata trasportare dai miraggi economici di un governo di socialisti e di uomini di destra, tanto da diventare ostaggio dei poteri economici e ora, nonostante i voti per Tsipras e il referendum che ha urlato un chiaro «No!», si trova a dover fare quello che vogliono gli altri, non la fantomatica Europa, ma la finanza e i poteri economici. Denaro in cambio di democrazia, che è lo scambio più squallido e scandaloso perché è ancora più pesante, ampio e coinvolgente per altri, di quello di denaro in cambio del proprio corpo.

Questo è un momento politico molto importante perché le mosse di Renzi sono l’ennesima – e forse definitiva – conferma che coloro che vorrebbero far cambiare il PD dall’interno, facendolo tornare su una via che almeno parzialmente torni a guardare a sinistra, devono cancellare ogni speranza di farcela, se non rassegnandosi a raccogliere le macerie che inevitabilmente lo stesso Renzi lascerà dopo aver distrutto scientemente la maggiore massa gravitazionale politica del centrosinistra italiano.

Molti speravano che le evidenti disaffezioni, come le uscite di esponenti di primo piano, o l’enorme quantità di persone di centrosinistra che hanno preferito non andare a votare in Emilia Romagna perché non se la sentivano più di votare questo PD, o le sconfitte incassate nell’ultima tornata delle amministrative per le medesime motivazioni, potessero far cambiare idea a Renzi. Ora devono ricredersi sulla speranza che questi avvenimenti possano spingere il presidente del Consiglio pro tempore a tentare di recuperare i voti persi a sinistra, perché a Renzi della sinistra non interessa minimamente, se non per camuffarsi citandola di tanto in tanto. Anzi alla sinistra è forse addirittura allergico, o quantomeno intollerante. Lui preferisce continuare a tentare di recuperare voti a destra e le cose che fa e quelle che promette non lasciano dubbi su questa sua strategia. Come molti dubbi non possono essere lasciati dal silenzio assordante da lui osservato nel suo lunghissimo comizio milanese su argomenti come la lotta all’evasione, o la questione morale nella rigorosità della scelta dei candidati anche con regole serie per le primarie.

Ora le carte sono quasi tutte in tavola e non può più bastare una critica, pur serrata, alle azioni di Renzi, dei suoi fidi e di coloro che fidi fanno finta di essere per timore di essere estromessi dalle stanze dove ci si sente importanti. Adesso serve elaborare di nuovo programmi e proposte di sinistra e farle sentire alla gente. E serve riprendere a dire “No!” mettendo in gioco se stessi , sapendo bene che se non ci si oppone a qualcosa di sbagliato se ne può diventare automaticamente complici.

Tutto questo significa anche che non funziona più il vecchio sistema di sperare di vincere contando sul fatto che la gente finisca per votare il meno peggio. La sconfitta ligure, ma anche altri recenti risultati, non lasciano dubbi sul fatto che l’andazzo è cambiato. E che inevitabilmente cambierà anche per coloro che sperano di cavarsela operando localmente in maniera diversa da come si comportano a livello nazionale. Perché in ballo sempre più c’è la democrazia che non può funzionare soltanto, come l’economia, geograficamente, a macchie di leopardo.

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lunedì 13 luglio 2015

La parola chiave è “fiducia”

Forse poteva finire anche peggio, ma comunque è finita – ammesso che sia davvero finita – decisamente male. Perché assieme alla Grecia è praticamente morta anche l’Europa, almeno come sogno politico elaborato a Ventotene mentre le dittature erano politiche e militari, e non ancora, come quelle di oggi, economiche e finanziarie.
 
Il punto chiave di questa situazione, ripetuto ossessivamente nelle trattative, risiede sicuramente nella parola “fiducia” e, infatti, la dichiarazione finale del Vertice europeo comincia così: «Il Vertice euro sottolinea l’assoluta necessità di ricostruire la fiducia con le autorità greche quale presupposto per un possibile futuro accordo su un nuovo programma del meccanismo europeo di stabilità».

Fiducia, insomma, da riconquistare da parte dei greci. Ma c’è un altro capitolo ancora più importante: come faranno la Germania, i suoi vassalli, e tutti coloro che per debolezza non si sono opposti davvero strenuamente, a riconquistare la fiducia di quegli europei che ancora sognavano un’Europa davvero in grado di creare un’Unione?

Andiamo con ordine, cominciando dalla Grecia dove la stragrande maggioranza della gente continua a ripetere che «Non hanno nemmeno il coraggio di buttarci fuori dall’euro. Vogliono solo uccidere il nostro Paese cercando di fare passare la tragedia come un suicidio». Ed è difficile dare loro torto ricordando che, se finora i tagli e l’austerità hanno fatto peggiorare drammaticamente la situazione, non si capisce perché altri tagli e altra austerità dovrebbero far migliorare la situazione.

Appare poi evidente che qualsiasi cosa sia costretto a fare Tsipras, pur godendo di grandissima popolarità, renderà ancora più profonde le divisioni nel Paese e ancora più larghe le spaccature nel partito. Senza andare a scomodare i ricordi delle Termopili, appare evidente che l’oltre 60 per cento dei greci che hanno votato “No” al referendum preferisce soccombere dignitosamente piuttosto che morire per umiliazione e inedia, ma è anche altrettanto chiaro che Germania e complici puntano sul fatto che nel Parlamento può costituirsi un’altra maggioranza, senza consistenti fette di Syriza, ma con il determinante apporto di Nea Demokratia e del Pasok, proprio i due partiti che sono i responsabili del disastro economico di Atene, ma anche quelli con cui i maggiorenti economici europei potevano fare quei grandi affari che, evidentemente, puntano a fare ancora, visto che nella dichiarazione finale-diktat del Vertice non soltanto si impongono molte privatizzazioni, ma si precisa anche che «le attività greche di valore saranno trasferite a un fondo indipendente che monetizzerà le attività attraverso privatizzazioni e altri mezzi. La monetizzazione delle attività sarà una fonte del piano di rimborso del nuovo prestito e nel corso della durata del nuovo prestito genererà un importo obiettivo complessivo pari a 50 miliardi di Euro, dei quali 25 miliardi saranno usati per il rimborso della ricapitalizzazione delle banche e altre attività, mentre il 50% di ogni euro restante (ossia il 50% di 25 miliardi di Euro) sarà usato per ridurre il debito in rapporto al PIL e il restante 50% sarà usato per gli investimenti. Tale fondo sarebbe stabilito in Grecia e gestito dalle autorità greche sotto la sorveglianza delle pertinenti istituzioni europee».

È evidente che a questi signori dei cittadini della Grecia non importa nulla. Importa dei soldi e delle privatizzazioni che aprono nuove autostrade di arricchimento per i più ricchi, magari dei Paesi cosiddetti “virtuosi”.

Patetico è il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, che tenta di negare l’umiliazione della Grecia dicendo che «In questo compromesso non ci sono né vincitori né sconfitti. Non penso che i cittadini greci siano stati umiliati, si tratta di un accordo tipicamente europeo». Se così fosse dovrebbe essere querelato per uso improprio e offensivo di un termine – “europeo” – che per milioni di cittadini del vecchio continente ha ancora un valore sacrale.

E altrettanto patetico è anche Matteo Renzi che resta costantemente fuori dalla stanza in cui si decide davvero e che ora tiene un profilo di dichiarazioni molto basso, limitandosi praticamente alla cronaca con un «È stata una nottata di grande impegno e anche di qualche tensione», ma è stato raggiunto «un accordo importante che in molti momenti della nottata non è apparso scontato». Poi dice che la Germania non è despota, forse ricordando che è stata cancellata, da una prima versione già resa pubblica, l’imposizione che l’eventuale “Sì” del Parlamento di Atene avrebbe dovuto essere sottoposto all’ulteriore accettazione dei Parlamenti della Germania, ma anche di Austria, Finlandia, Slovenia, Estonia e Olanda, i Paesi più amici della Merkel e di Scheuble. A proposito di democrazie che non hanno maggior valore di altre.

Dell’Europa che esce da questo Vertice a un europeista convinto non può importare niente: è un simulacro vuoto che di Europa porta solo il nome, che non ha né dignità sociale (i soldi ai creditori prima che la vita ai vivi), né dignità etica (con il recupero dei corrotti e dei corruttori, pur di potersi comperare la Grecia intera), né dignità politica (con l’allontanamento sempre più deciso da un concetto di parità tra nazioni che concorrono a costituire un’Unione e con l’ascolto dei voleri dei cittadini).

Oggi sembra quasi inevitabile stare vicini alla Grecia e stare lontani da questa sedicente Europa per tornare a sognarne una totalmente nuova e davvero degna di tal nome. Non sarà facile, ma è proprio in questi momenti che chi crede nella democrazia non deve dimenticare che le uniche armi possibili, ma anche potenti, sono l’espressione pubblica del proprio pensiero e il voto.

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domenica 12 luglio 2015

Lo sterco del diavolo

Nella Polonia dei gemelli Kaczyński vogliono rimettere in funzione la pena di morte, anche se i principi fondativi europei lo proibiscono? Che problema c’è, tanto riguarda i loro cittadini. Alcune nazioni vogliono mandare i propri soldati in guerra in Paesi come l’Iraq e l’Afghanistan? Facciano pure, tanto i soldati che rischieranno la vita sono i loro. L’Ungheria di Orbán intende costruire muri contro l’ingresso di migranti mentre in altre nazioni si vagheggia la possibilità di mitragliare i barconi? Tranquilli, tanto chissà quegli straccioni da dove arrivano? Uno Stato è in ritardo con i pagamenti e non riesce a restituire il debito? E no! Che esca dall’Europa perché quelli sono anche soldi nostri.
Mi rendo conto che è un riassunto molto grossolano di quello che è accaduto negli ultimi anni nella cosiddetta Unione Europea, ma mi sembra un efficace riepilogo di quella che è la filosofia portata avanti da Frau Angela Merkel e da Herr Wolfgang Schäuble nel nome della loro Germania.

Mi verrebbe da dire, partendo da un celebre passaggio di Nietzsche, da poco ricordato da Umberto Galimberti, che i greci hanno da sempre il coraggio di guardare in faccia il dolore, mentre i tedeschi hanno solo il coraggio di guardare in faccia il dolore degli altri. Ma sarebbe sbagliato: gli accusati non sono i tedeschi; sono i loro governanti e la responsabilità del popolo tedesco è invece quella – ma non è piccola cosa – di aver permesso che quei governanti salissero al potere. E su questo noi italiani non possiamo certamente ergerci a giudici visti i governi ai quali abbiamo permesso – e permettiamo – di dirigere le nostre vite.

Al di là di questo, che i popoli c’entrino davvero poco è confermato anche dal modo in cui, da politici e speculatori, viene dosata sapientemente l’alternanza di ottimismi e di docce gelate, un’alternanza che non ha molti altri scopi se non quello di provocare violente euforie e altrettanto profonde depressioni nelle borse, creando le condizioni indispensabili perché i già ricchi possano ulteriormente arricchirsi e i già poveri, anche quelli che non cedono al fascino del gioco d’azzardo truccato che nella cosiddetta finanza trova la sua più alta espressione, vengano ulteriormente impoveriti.

Siamo nelle mani di personaggi – come il terribile duo tedesco – senza scrupoli umanitari, senza accenni di solidarietà nei confronti degli ultimi, e del tutto refrattari all'idea che stanno afamando degli innocenti mentre i veri colpevoli se la stanno spassando beatamente, ma anche di altri personaggi – Renzi ne è un preclaro esempio – che tentano di sfruttare la situazione accreditandosi come saggi, potenti e grandi mediatori, mentre invece continuano a collezionare dichiarazioni ricche soltanto di sicumera e silenzi che tentano di nascondere, almeno ai più distratti, le vertiginose e repentine marce indietro e le smentite di se stessi che dovrebbero invece fare.

Papa Francesco, con quel suo rigore etico ancor prima che religioso, anche recentemente ha ricordato la definizione evangelica del denaro che è considerato “sterco del diavolo”. Ma se lo sterco può fare schifo, le colpe dell’imbrattamento del mondo e della vita, con quello stesso sterco, ricadono su chi lo maneggia scientemente, con l’unico scopo di incrementare potere e ricchezza. Però, almeno in parte, anche su chi permette che questo avvenga.

Molti in questi giorni dicono che il sogno di Spinelli, Rossi e Colorni stia andando in frantumi. Ma non è così: il sogno di quei tre splendidi visionari continua a rimanere lì, monolitico, bellissimo e intangibile. Quella che oggi si teme possa andare in frantumi non è l’Europa: è soltanto una cosa che si è impadronita di quel nome, guardandosi bene di fare propria anche la sostanza. È una specie di appropriazione indebita che ormai viene praticata abitualmente in vari frangenti: basti pensare a come alcuni si stanno appropriando del nome di sinistra, mentre fanno cose di destra.

Anche per l’Europa, come per la sinistra, il far cambiare rotta è nelle mani degli elettori. Sempre che si creda ancora nel significato originario della parola democrazia, altro termine abusato e sempre più spesso depredato della sua sostanza.

E, a proposito, se è vero, come hanno detto Delors e Juncker per sminuire la portata del risultato del referendum greco, che nessuna democrazia ha più valore delle altre, perché questi ineffabili personaggi non ripetono ora la stessa frase quando è la Germania a entrare a gamba tesa per scompaginare le carte di una decisione di aiuto alla Grecia che gli altri Stati europei avevano praticamente già preso?

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