martedì 11 marzo 2014

La mentalità del satrapo

Che Renzi non sia il mio ideale di uomo politico credo non sia un mistero e, ogniqualvolta ragiono su una sua azione politica, temo sempre di essere prevenuto nei suoi confronti. Ma non credo ci possano essere dubbi sul commentare il suo comportamento nella vicenda del fallimento delle iniziative parlamentari per assicurare le cosiddette “quote rosa”: ha dimostrato una mentalità da satrapo che è molto lontana da quella di un leader di un Paese democratico.

Non mi riferisco al pur vituperabile accordo con quel Berlusconi che è stato il suo primo e determinante interlocutore nel disegnare la proposta di legge elettorale. E non parlo neppure soltanto della drammatica considerazione che abbia dato importanza a un pregiudicato togliendo importanza alle istituzioni e alla magistratura.

Sono entrambe azioni inqualificabili, ma il comportamento che considero peggiore di tutti è quello che ha tenuto parlando con deputati del PD per sollecitarli ad approvare una legge che per moltissimi è indigesta e che per molti costituzionalisti è incostituzionale. Nel corso dell'assemblea del gruppo, Renzi ha assicurato che sulle quote rosa per il Pd la parità di genere è già, di fatto, una pratica. In parole povere, ha sostenuto che i parlamentari PD possono votare tranquillamente una legge che non prevede la parità di genere – tra l’altro prescritta dalla Costituzione – perché tanto loro ce l’hanno già.

Forse sono legato a stereotipi antichi, ma ho sempre ritenuto – e continuo a ritenere – che uno statista debba cercare il bene di tutti e non soltanto di coloro che già ne godono. Insomma, in soldoni, il suo compito sarebbe di battersi anche per il bene delle donne del partito di Berlusconi che avversa fortemente questa riforma; invece le lascia affogare nelle loro sabbie mobili pur di non mettere in dubbio l’accordo sottoscritto con l’uomo di Arcore.

Poi dice anche che sulla legge elettorale «non c'è da mantenere un patto con Berlusconi, ma un impegno che come partito abbiamo preso profondo, netto, chiaro». Sembra vero, ma in realtà quell’impegno è stato preso proprio sull’accordo con il capo di Forza Italia impedendo, in sede di consiglio nazionale, qualsiasi variazione su soglie di sbarramento, preferenze e quote rosa perché l’impegno con Berlusconi non si poteva toccare. Vedete un po’ se questo può essere considerato un impegno di partito, o se non assomiglia a un ricatto.

Renzi ha anche ammonito, in maniera satrapesca, i deputati del PD dicendo: «Chi farà mancare il proprio voto oggi poi lo vada a spiegare fuori». Noi, fuori, stiamo aspettando che sia lui a spiegare in maniera credibile i suoi comportamenti in questo frangente.

E ci piacerebbe anche che spiegasse cosa intende quando afferma che non pensa ai sindacati, ma alle famiglie: forse ritiene che per far restare il lavoro e i diritti fuori dalla vita di una persona – e quindi della sua famiglia – basti inserire in busta paga qualche decina di euro in più?

domenica 9 marzo 2014

Millantato credito

Billy Di Blasio, sindaco di New York, ha proibito l’ingresso alla metropolitana della Grande Mela ai mendicanti e ai musicisti di strada. Quello che colpisce di più non è il tipo di decisione (al limite se ne potrebbe anche discutere contrapponendo i pro ai contro), bensì il fatto che Di Blasio abbia voluto giustificare la propria decisione dicendo che “è una scelta di sinistra”. Si tratta con tutta evidenza di un caso di millantato credito. E non possiamo averne dubbi perché qui in Italia di casi simili abbiamo una lunghissima esperienza che si sta molto arricchendo in questi ultimi tempi grazie Matteo Renzi.

Per capirlo sarebbe bene rifarsi a “Destra e sinistra – Ragioni e significati di una distinzione politica”, di Norberto Bobbio, la cui prima edizione è apparsa nel 1994 quando già da qualche anno alcuni giocavano sporco per confondere le carte davanti a un elettorato sempre più distratto e sfiduciato. Ma basterebbe anche e soprattutto rifarsi al proprio intelletto.

Per esempio, non è certamente di sinistra sacrificare la rappresentanza alla cosiddetta governabilità. E non è certamente di sinistra non poter scegliere i propri rappresentanti. Non è certamente di sinistra non sforzarsi di realizzare davvero la parità tra uomini e donne. Sono, invece, tutte cose di destra perché sappiamo bene che il massimo di governabilità lo si può raggiungere solo con una dittatura monocratica, che soltanto il culto della personalità del capo può giustificare la scelta verticistica degli eletti e che esclusivamente un assurdo senso di superiorità machista (oltre alla paura di avere meno poltrone a disposizione) può impedire l’applicazione delle quote rosa che non sono il massimo della democrazia, ma sono meglio del sopruso messo costantemente in atto dai potenti che sono quasi sempre maschi. Molto meglio sarebbero le doppie preferenze, ma le preferenze, appunto, dovrebbero esserci.

Insomma è incontrovertibile il fatto che la legge elettorale che sembra essere vicina all’ approvazione, di sinistra, checché Renzi ne dica, non ha assolutamente nulla, se non il diritto di voto. Ma almeno di quello, nell’indigeribile accordo con Berlusconi, per il momento non si è discusso.

La democrazia dice che se a vincere è la destra, sarà giusto attendersi scelte di destra. Ma l’onestà imporrebbe di non definirle di sinistra, approfittando della disgustata distrazione degli elettori, solo per paura di perdere una fetta di voti.

venerdì 14 febbraio 2014

Stessa maggioranza, diversa opposizione

Giustamente tutti si domandano perché il futuro governo Renzi dovrebbe essere più autorevole ed efficace del governo Letta, visto che l’ibrida maggioranza che lo sosterrà rimarrà sempre la stessa. La risposta è semplice: perché, se è vero che la maggioranza sarà la stessa, è altrettanto vero che l’opposizione sarà molto diversa perché non avrà più tra le sue fila quel Matteo Renzi che, pur di arrivare dove voleva, non ha fatto passare giorno senza rassicurare falsamente il compagno di partito che sedeva a Palazzo Chigi, e, contemporaneamente, mentre si accordava con Berlusconi sulla legge elettorale, senza rilasciare dichiarazioni sulla “palude” del governo Letta colpevole soprattutto di avere accettato di fare inizialmente un governo proprio con il medesimo Berlusconi.

Molti si chiedono perché Renzi si sia comportato così e il futuro nuovo presidente del Consiglio si affretta a contestare chi lo accusa di avere una “smisurata ambizione” dicendo che la sua “smisurata ambizione” è soltanto per l’Italia, ma non riesce a spiegare perché non ha cercato di realizzarla dando più forza a Letta, invece di togliergliela.

E poi si affretta a sottolineare (anche se i sondaggi dicono esattamente il contrario) che a lui sarebbe convenuto andare a elezioni anticipate, mentre l’adorante Maria Elena Boschi sottolinea che, “accettando” (?) di andare al governo lui corre dei rischi terribili e Dario Nardella (una specie di adulante Brunetta del PD) afferma che a Renzi non conveniva assolutamente lasciare la sua posizione di forza per rischiare di bruciarsi al governo.

Ho già detto che dei rischi di Renzi mi interessa ben poco, soprattutto se paragonati a quelli corsi da tutti gli italiani e poi, forse sbaglio, ma queste sono dichiarazioni che mi ricordano molto, nella forma, quelle fatte da Berlusconi, e ripetute ossessivamente dai suoi adulanti stipendiati, secondo le quali potevamo stare tutti tranquilli perché l’uomo di Arcore, non ancora pregiudicato, era già tanto ricco che mai avrebbe pensato di andare a palazzo Chigi e di approfittare della sua posizione per tutelare i propri interessi personali. Questa volta si tratta soltanto di “smisurata ambizione”, ma viene spontaneo chiedersi quale PD è questo che, a maggioranza, continua a dare la precedenza alle lotte di potere interno e non ai bisogni e ai desideri di una consistente parte di chi lo ha votato. Anche Prodi era un ex democristiano, ma per lui anche un elettore di sinistra poteva votare senza farsi troppi problemi.

martedì 11 febbraio 2014

Echissenefrega

Talvolta resto senza scrivere per alcuni giorni; non perché manchino gli spunti sui quali ragionare, ma in quanto finisco per sentire del tutto inutile parlare di cose delle quali a questo Paese sembra non importare più nulla, anche se la crisi continua, se il lavoro manca sempre di più, se i giovani, ma anche gli anziani, non hanno speranze nel futuro, se i casi di corruzione continuano a pullulare tanto da venir considerati, come originalità della notizia, alla stregua delle previsioni del tempo.

In questi tempi, per esempio, sembra che l’unica cosa sulla quale gran parte della politica discute è se a Renzi conviene diventare subito presidente del consiglio, o se rischia di bruciarsi. Se a Renzi conviene? Ma qualcuno si chiede cosa potrebbe convenire all’Italia e ai suoi abitanti? Anche se Renzi mi fosse simpatico e se avessi fiducia in lui, la mia reazione sarebbe la stessa: “Echissenefrega”.

E la stessa reazione avrei se qualcuno cercasse di convincermi che l’importante è vincere. Non importa come, non importa con chi. A me non importa, invece, di veder vincere un PD che del PD originario mantiene soltanto il nome. Vorrei che vincesse una coalizione – indifferente il suo nome – che portasse avanti quegli ideali e valori di centrosinistra con cui il PD originario era nato.
In questi giorni si è assistito a un documento firmato da alcuni intellettuali (?) nel quale si caldeggia l’abolizione della virgola nei testi scritti, in quanto questo segno di interpunzione, già trascurato in tutti i social network, serve soltanto a sottolineare sfumature di espressione. Soltanto? È l’ennesima conferma che la nostra società non è più capace di cogliere le sfumature, o, meglio, le differenze. Che è più comodo far cadere ogni cosa in un calderone in cui sobbolle continuamente un’indistinta massa di avvenimenti. In cui si può confondere, senza sentirsene colpevoli, la libertà di opinione con la violenza (non soltanto fisica) e la sopraffazione; in cui i giudizi negativi sono spacciati sempre per offensivi, a prescindere dal comportamento di coloro ai quali questi giudizi sono rivolti; in cui non si vuole più distinguere la destra dalla sinistra, l’interesse privato da quello pubblico, l’apparenza dalla sostanza; in cui fa comodo non vedere più l’unica cosa che in quel calderone maleodorante non sono riusciti ancora a buttare: il valore della nostra Costituzione.

giovedì 30 gennaio 2014

La cultura del fare

Ve la ricordate la “cultura del fare”? Era quella che Berlusconi proclamava come caratteristica sua e dei suoi dipendenti contrapponendola alla cultura vera e propria che, a suo dire, era prerogativa della sinistra e, quindi, causa delle disgrazie italiane e mondiali. Era una specie di invito ad agire subito, senza pensare, anche perché chi pensa può diventare pericoloso in quanto magari scopre difetti nell’idea del capo, obbietta e può addirittura riuscire a convincere altri della sua idea.

Chi avesse pensato che la “cultura del fare” fosse rimasta sepolta dagli innumerevoli insuccessi berlusconiani da assieme alla pulizia delle fedina penale del suo propugnatore, deve amaramente ricredersi perché un po’ dappertutto – anche da parte di alcuni insospettabili – si sta inneggiando all’accordo elettorale Renzi-Berlusconi con l’unica motivazione che “finalmente qualcosa si è mosso”.

Sono reazioni terribili soprattutto perché dimostrano che la distruzione sociale berlusconiana ha fatto breccia un po’ deppertutto: secondo molti è importante fare qualcosa, non come lo si fa; non se quello che viene fatto porta vantaggi ai cittadini e alla democrazia, oppure se li danneggia; non se la nuova legge è ancora incostituzionale; non se tra poco scatterà un nuovo ricorso e la Consulta sarà costretta ancora una volta a intervenire.

Maurizio Menegazzi mi ha segnalato una frase agghiacciante tratta dal film “L’uomo d’acciaio” e che pare attagliarsi ottimamente all'andazzo di questi ultimi anni: «Il fatto che tu possieda un senso morale e noi no – afferma un figuro rivolgendosi al suo avversario – dà a noi un vantaggio evolutivo; e se la storia ha provato qualcosa è che l’evoluzione vince sempre». Fortunatamente non è così. Ove così fosse, la razza umana avrebbe dovuto soccombere davanti alle tigri con i denti a sciabola, ai mammut e a tutta una serie di belve feroci. Invece, fortunatamente, l’intelligenza, la cura del bene comune, una scala etica di valori hanno permesso alla nostra stirpe di sopravvivere – almeno finora – a tutte le minacce esterne. Ci si fosse affidati soltanto alla “cultura del fare”, della stirpe umana non resterebbe neppure il ricordo.

mercoledì 29 gennaio 2014

Il ricatto dell'Electrolux

Il giuslavorista Pietro Ichino afferma che il comportamento dell’azienda svedese dell’Electrolux nei confronti degli operai italiani ai quali, a parità di lavoro domanda una diminuzione di stipendio di circa il 40 per cento, se questi posti di lavoro li vogliono conservare, non è un ricatto, bensì la raffigurazione di un sistema in crisi. Il finanziere Davide Serra, dal canto suo, scrive in un tweet che la richiesta di Electrolux è «non auspicabile», ma razionale.
Si potrebbe replicare a queste due affermazioni facendo spallucce, se questi due signori fossero di destra, ma il problema è che il primo è stato il principale ispiratore economico di Renzi e il secondo è il principale sponsor economico dell’attuale segretario del PD. Molto mi colpisce il fatto che Renzi non abbia sentito il bisogno di separare la propria posizione da due persone che indubbiamente gli sono state e probabilmente gli sono ancora vicine.
Il sospetto, poi, non si dissolve ascoltando la responsabile Lavoro del PD, Marianna Madia che non apprezza la proposta dell’Electrolux, ma dice anche che «per trattenere qui il lavoro dovremo fornire alle aziende condizioni adatte». A me sarebbe piaciuto anche sentirla dire che per trattenere in questo mondo i lavoratori si dovrà fornire loro un’entrata economica adeguata al lavoro che svolgono e alle necessità della loro sopravvivenza.
Per fortuna anche tra i renziani c’è qualcuno che continua a sentire come propri i valori del centrosinistra tra i quali al primo posto non ci sono soltanto i desiderata delle industrie per far ulteriormente lievitare gli utili, ma anche le necessità dei cittadini. Debora Serracchiani, per esempio, scrive in maniera totalmente condivisibile: «No al ricatto sulla pelle degli operai e della popolazione».
È certo che, dopo il dialogo di «profonda sintonia» di Renzi con Berlusconi su una legge elettorale che dona al condannato ed espulso nuova apparente legittimità politica, questa posizione morbida davanti al ricatto dell’Electrolux fa aumentare a dismisura i nostri dubbi.
Detto in soldoni: è il partito che ha sbagliato la scelta del suo segretario? O è il segretario che ha sbagliato partito? O, ancora, siamo noi ad avere sbagliato a votare PD credendo fosse tutto un partito di centrosinistra?

lunedì 27 gennaio 2014

Sulla deportazione femminile

Molto mi ha colpito il recentissimo pamphlet scritto da Elena Löwenthal ed esplicitamente intitolato “Contro il Giorno della Memoria” in cui – riassumo rozzamente – l’autrice afferma che desidererebbe veder nascere un Giorno dell’Oblio per poter dimenticare finalmente gli orrori che il nazismo ha perpetrato contro il suo popolo e per cancellare dalla sua mente i ricorrenti incubi che proprio nella memoria dei racconti da lei sentiti si annidano. A prima vista potrebbe sembrare che questo desiderio c’entri ben poco con il tema su cui stiamo riflettendo oggi, ma in realtà, invece, mi sembra utilissimo per avvicinarvisi.
La Löwenthal può esprimere questo concetto – che nella bocca di un altro apparirebbe blasfemo – perché è ebrea, è giovane ed è donna. Ma per gli stessi tre motivi – è ebrea, è giovane ed è donna – non può permettersi di essere seriamente contro il Giorno della Memoria; di desiderare davvero di cancellarlo.
In teoria gli ebrei potrebbero anche avere il diritto di dimenticare, ma devono essere coscienti che gli altri questo diritto non possono averlo, almeno fino a quando i germi del razzismo e delle intolleranze religiose, linguistiche e politiche – di cui anche Israele è in parte portatore – non saranno del tutto scomparsi dalla faccia della terra. Perché, tra l’altro, la memoria non deve riguardare soltanto i crimini commessi dagli altri, dai cattivi conclamati, da coloro che ci sono lontani nello spazio e nel tempo, ma anche quelli commessi da noi, come popolo, in certi periodi della nostra storia: per l’Italia ricordo soltanto le leggi razziali e il colonialismo condito da bombardamenti, gas mortali, repressioni e stragi in Libia e nella cosiddetta Africa Orientale, ma anche i Lager nostrani, quelli di Gonars e di Varmo, dove hanno trovato la morte centinaia di persone di lingua slovena o croata, o, ancora, le direttive di repressione della popolazione jugoslava durante la quale il generale Mario Roatta disponeva la «deportazione totalitaria» di civili che non avrebbero dovuto più «parlare e nemmeno pensare nella loro lingua», mentre il generale Mario Robotti si lamentava per iscritto che le truppe italiane ammazzavano troppo pochi abitanti dei villaggi sloveni.
Anche i giovani potrebbero non avere voglia di sentire storie del secolo scorso perché si sentono estranei a quegli anni e non colpevoli delle atrocità avvenute. Ma pure per loro la memoria è un obbligo, morale e pratico. Ha scritto Tzvetan Todorov: «Se in seguito al morbo di Alzheimer un individuo è privato della memoria, cessa di essere se stesso. Allo stesso modo un popolo non può esistere senza una memoria comune». È un richiamo alla necessità di non dimenticare mai il proprio passato, di non far finta che le cose più orribili non siano mai accadute, ma, anzi, di indagarle con spietatezza e di mantenerle vive per poi utilizzare, ogni volta in cui serve, l’armadio dei brutti ricordi, quel posto buio e pauroso dove, però, è obbligatorio guardare ogni tanto per tenere bene a mente gli orrori e gli errori che non si devono fare più.
Per le donne, poi, il problema della saturazione della memoria non dovrebbe neppure porsi in quanto, anzi, si è ancora molto indietro nella ricostruzione di quello che l’universo della deportazione, della prigionia e dello sterminio ha voluto dire per loro. E, in questo senso, il recupero della coscienza di quello che è accaduto è importante non tanto per ricordare le vittime, che comunque sarebbero oggetto della pietas di tutti e rimarrebbero sempre presenti nelle menti di parenti e amici per i vincoli di affetto traumaticamente spezzati, quanto perché la cosa fondamentale – per quanto paradossale possa sembrare – è ricordare i carnefici, l’aberrazione dello sterminio e del razzismo, e, così facendo, tenere sempre in primo piano quella generalizzazione che tutti noi, quotidianamente, anche inconsciamente, siamo portato a fare. I meridionali, gli islamici, i drogati, i gay, i rom, gli handicappati, i disoccupati, i mendicanti, gli extracomunitari, i tedeschi, i giapponesi, le donne, appunto, come se queste immense categorie non avessero in se milioni di diversità; come se queste generalizzazioni non fossero fatte di ignoranza e non portassero alla cancellazione dell’individualità, e, quindi, a una massificazione che racchiude in sé i germi del razzismo, della xenofobia, dell’aterofobia.
Generalizzare è comodo, perché ci evita la fatica di dover conoscere, di pensare, ragionare e scegliere, ma finisce per togliere agli “altri” la vita reale, riducendoli ad astrazioni, e finendo per ammassare tutti in grandi, ipotetiche e improbabili, categorie di popoli, etnie, religioni, gruppi linguistici, dimenticando, o facendo finta di non sapere, che anche la categoria in cui ci si vede incasellati è sicuramente vista con disprezzo da qualcun altro e che l’unica specie a cui si deve fare riferimento è sempre soltanto quella umana. È la cultura, insomma, pur tanto bistrattata, che deve sforzarsi a tenere gli “altri” vivi e a ricordare che l’umanità è così preziosa proprio perché è una sommatoria di individualità. È la cultura che deve ricordare a tutti che le parole “xenofobia” e “aterofobia” non sono meno gravi di “razzismo”: ne sono soltanto l’orrenda anticamera.
In questa stessa sala, qualche anno fa, in un appuntamento dedicato al cosiddetto “omocausto”, allo sterminio nazista degli omosessuali, ho manifestato un mio disagio di fondo in quanto sento che c’è qualcosa di sbagliato nel ricordare separatamente le categorie delle vittime della sadica e lucida follia nazista; quasi che, così facendo, vengano perpetuate le divisioni volute dai carnefici di Hitler, che erano visivamente illustrate con forme e colori diversi. La stella gialla a sei punte per gli ebrei, e tutta una serie di triangoli: rosa per gli omosessuali, marrone per i rom, viola per i testimoni di Geova, nero per gli asociali, rosso per i politici, verde per i prigionieri comuni. E nulla per gli handicappati mentali e fisici perché loro neppure arrivavano ai campi di sterminio: erano affidati a un fai da te omicida nelle cosiddette case di cura dove solerti medici e infermieri e fantasiosi sperimentatori provvedevano a eliminarli, come ha magnificamente raccontato Marco Paolini nel suo “Ausmerzen, vite indegne di essere vissute”.
E nessun segno particolare era previsto anche per le donne. Si potrebbe pensare che una scelta simile fosse naturale perché comunque erano immediatamente distinguibili. E invece no, perché erano rapate a zero e perché i loro corpi, ingoffiti dalle divise della prigionia erano praticamente indistinguibili. Si potrebbe pensare che una scelta simile fosse inutile perché le donne erano confinate in aree, o in campi diversi da quelli destinati ai maschi. Ma anche questa tesi mostra i suoi limiti, perché tra i maschi comunque le divisioni visive erano mantenute pur nei Lager – diciamo così – “specializzati”. La realtà è che le donne erano considerate alla stregua degli “Untermenschen”, i sottouomini, o, meglio, in questo caso, gli esseri inferiori.
Se non erano destinate a portare in grembo futuri soldati al Reich – ed evidentemente le donne finite nei Lager non avevano i requisiti necessari della cosiddetta purezza voluta da Hitler – e se non erano destinate per avvenenza a dare piacere ai soldati del Reich, erano considerate poco più che bestie da soma con l’aggravante, rispetto ai maschi, che erano considerate più deboli, meno resistenti e ciclicamente esposte a inconvenienti come le mestruazioni, oltre al rischio di restare incinte. E così, già all’arrivo nei campi, finivano nelle camere a gas e nei forni crematori in quantità decisamente superiori a quelle dei maschi. E poi erano usate come cavie da esperimenti di sterilizzazione o di un inutile e fantasiosamente sadico artigianato genetico (chiamarlo ingegneria sarebbe assurdo) nel campo della sterilizzazione o della manipolazione in grembo dei nascituri. O erano destinate a lavori leggeri con pasti terribilmente inconsistenti, se non appositamente avariati, che le portavano in breve alla morte, o, ancora, come Kapo, o più esattamente come Blokove, con funzioni di comando delegato e di controllo sulle altre deportate. Comunque per le donne l’interesse degli aguzzini era mediamente inferiore e, quindi, la loro aspettativa di vita era ulteriormente ridotta.
Già in questo si può vedere che una delle maggiori difficoltà nel riuscire a valutare quello che accadeva nei Lager è data, fortunatamente per noi, dalla nostra incapacità di entrare negli stessi circuiti mentali degli aguzzini perché nel nazismo, e in situazioni paragonabili a quelle della dittatura nazista, l’importante non è l’essenza effettiva degli esseri umani, bensì come questi esseri umani sono visti dai carnefici.
E, nel caso delle donne, tutte sono state collocate sul gradino inferiore della scala anche approfittando di alcune loro debolezze non naturali, ma indotte dalla società in cui vivevano. Perché nella prima metà del secolo scorso – ma anche per molti anni dopo, e parzialmente ancora adesso – le donne sono state costrette a vivere in una specie di “ghetto diffuso” che non aveva limitazioni di luogo, ma ne aveva, e fortissime, nei riguardi delle competenze e, quindi, della libertà.
Pensiamo soltanto a cosa poteva voler dire per una donna, nei primi Anni Quaranta del Novecento, essere costretta a esporre in pubblico, a sguardi crudeli e/o lascivi, un corpo nudo che mai il pudore dell’epoca avrebbe permesso di vedere in circostanze normali. Pensiamo a cosa poteva voler dire sentirsi cancellare i capelli solitamente curati con attenzione come simbolo della propria bellezza e femminilità; a cosa comportava il vivere i periodi mestruali senza alcuno strumento per nascondere la propria condizione. E queste erano soltanto piccole cose perché, soprattutto, dovremmo tentare di avvicinarci alla disperata condizione psicologica di chi si vedeva strappare a forza dalle braccia i propri bambini per vederli condurre verso la morte, o, comunque, li vedeva spegnersi di stenti; alla condizione di chi aveva nel ventre una nuova vita destinata a essere tagliata non appena si apriva alla luce.
Sono tutte cose che si aggiungevano a quelle che valevano anche per gli uomini: non sapere se si sarebbe visto il tramonto del sole che si era visto sorgere; patire costantemente umiliazioni, fame, malattie e patimenti; vivere sempre nella psicosi del terrore indotto, oltre che dalle SS, anche dai Kapo da cui temevano di essere denunciati e poi puniti, anche senza aver fatto niente. E, in più, si subiva un processo di nullificazione in quanto ci si sentiva privati della propria identità e ridotti a pezzi numerati e intercambiabili tra i quali un ex delinquente comune poteva essere trattato meglio di uno arrestato soltanto perché aveva il naso adunco, o un nome che odorasse di Bibbia, o perché si era trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. E questo portava con sé danni indotti non meno importanti perché, per non rischiare, si tendeva a isolarsi dagli altri prigionieri tanto da ridurre al minimo, o da far addirittura scomparire, la fratellanza e l’aiuto fisico e psicologico fra i deportati. Il tutto, poi, immersi costantemente nello sgomento indotto dal capire che non di pazzia di pochi si trattava, ma di freddo metodo di molti, perché sotto le bandiere con le croci uncinate agivano non solo sadici aguzzini, ma anche burocrati solerti e cinici: assassini da scrivania, ligi agli ordini e sordi a ogni sussulto di coscienza – i “volonterosi carnefici di Hitler”, come li ha definiti Daniel Goldhagen – che rendevano effettiva una disumanizzazione assoluta perché, come ha giustamente scritto Tito Maniacco, quella che dominava nei Lager «non è la morte come la conosciamo, che è uno spettacolo umano; è la morte come una negazione assoluta che viene poi espressa nella banalità tragicamente borghese dei pedanti rendiconti stesi su fogli accurati. È la contabilità che rende inesprimibile il Lager».
Eppure l’indifferenza di chi non ha conosciuto i Lager si è evidenziata soprattutto in una quasi totale assenza di interesse, anche espressivo, per le tragedie delle donne; e questo ha portato molte deportate in un graduale ripiegamento su se stesse, accompagnato da patologie fisiche e mentali.
Né – ancor peggio – si può dimenticare che, a differenza di quello che accadeva agli uomini, le sofferenze delle deportate in moltissimi casi non finivano con la fine della deportazione. Perché al loro rientro si trovavano di fronte a insinuazioni che le ponevano spesso nella necessità di giustificarsi del fatto di essere sopravvissute, quasi che l’accusa di essersi concesse in qualche modo ai carnefici pur di salvarsi toccasse tutte le donne sopravvissute, senza eccezione alcuna. E anche questa è stata una discriminazione terribile, pur se non nazista, nei confronti delle vittime di sesso femminile, oltre che una affermazione di spregevole e vanagloriosa onnipotenza da parte di coloro che si ergevano a giudici e a guardiani della moralità. E forse anche per questo, per questa disumanità che è continuata anche al di fuori del filo spinato, le donne hanno prodotto relativamente poca letteratura di testimonianza.
Ma chi poteva e può permettersi di giudicare? Soprattutto riferendosi a circostanze in cui il male è tanto diffuso da diventare, come acutamente ha scritto Hannah Arendt, banale? Chi può dimenticare che nell’analisi del male importante non è il destinatario, ma il mittente; colui che infligge torture, tormenti e morte non per punire colpe altrui, ma per autoincensamento proprio.

L’impossibilità, l’illiceità del giudizio potrebbe essere già affermata con il «Nolite iudicare, ut non iudicamini», “Non giudicate, per non essere giudicati”, del Vangelo di Matteo, ma se questa sembra una prescrizione morale assoluta, più vicina al volere di Dio che alla natura dell’uomo. Forse è preferibile ricordare quello che scrive Dante, nel XIX canto del Paradiso, quando fa parlare l’aquila che, pur formata dalle luci splendenti dei beati, è decisamente più vicina alla fallibile e umana natura del poeta che alla grandezza di “Colui che tutto move”. L’aquila dice: «Or tu chi se’ che vuo’ sedere a scranna, / per giudicar di lungi mille miglia / con la veduta corta d’una spanna?».
Come si è potuto pensare di dare un giudizio su un’azione come se questa fosse svincolabile dalle circostanze in cui è avvenuta? Ben più umana – ed è tutto dire – è la regola cattolica per la quale per commettere peccato occorrono non soltanto la materia grave e la piena avvertenza, ma anche quel deliberato consenso che in un Lager certamente non aveva diritto di cittadinanza. Senza contare che, prima di un giudizio, quei poveri esseri che tornavano dall’inferno avevano bisogno di un atto di amore, di comprensione e, se del caso, di veloce e lieve aiuto a dimenticare.
E poi è evidente che donne e uomini non possono essere divisi esclusivamente in eroi ed esseri spregevoli. Oltre che non avere senso, sarebbe anche un formidabile deterrente al miglioramento comune perché non è difficile intuire che la salvezza di uno che non è perfetto diventa un grande messaggio di speranza per tutti. Mentre è terribile l’idea che soltanto gli eroi possano entrare nel regno dei cieli, o nella memoria dell’uomo. Perché l’obbligo di un atto di eroismo può scoraggiare chiunque, e farlo desistere anche dal rispettare quel principio su cui si fonda l’ordine etico che, invece, sembra connaturato ai più.
Dalle donne, da quelle donne offese, irrise e maltrattate sono arrivate testimonianze di atti di eroismo puro e disinteressato che addirittura acquistano maggior valore nello stridente contrasto con la malvagità, ma anche con l’indifferenza, quell’ostinata e cieca cura del proprio orticello mentre si fa finta che al di là delle mura di casa il mondo cessi di esistere. Perché se chi fa il male con le sue mani è colpevole del peccato di opere, gli indifferenti si macchiano scientemente di quello di omissione. E quando nel Confiteor si dice «...perché ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni» sono convinto che l’ordine delle parole non sia stato messo lì a casaccio, ma che chi lo ha scritto abbia realizzato scientemente un ordine crescente di gravità. L’omissione, il restare inerti, il far finta di non vedere, è la colpa più grave, perché è sicuramente un atteggiamento non istintivo, ma deliberato, perché è il trionfo dell’egoismo sul bene generale, della pigrizia sul dovere. Perché si possono permettere danni incommensurabili per piccini desideri di tranquillità.
Un gradino più in là c’è poi stata la connivenza. Tra i tanti orrori mostrati dal Pianista, il film di Roman Polanski ambientato nel ghetto di Varsavia e premiato con l’Oscar, forse quello che colpisce di più è il disumano e brutale egoismo degli ebrei che diventano aguzzini dei propri simili all’interno del ghetto senza rendersi conto che, così facendo, si prenotano soltanto uno degli ultimi posti della fila nella lugubre marcia verso le camere a gas. Eppure quella della anche tacita connivenza con i punti di riferimento della malvagità è una storia che si ripete e che dimostra, al di là di ogni legittimo sospetto, che il “no” non è quel monosillabo che istintivamente viene considerato come antipatico simbolo della negazione, ma è, invece, una parola bellissima perché caposaldo della libertà, base fondante non soltanto di ogni vera democrazia, ma anche dello stesso bene; perché permette il rifiuto di ragione e di coscienza, perché rende ridicoli quegli alibi che troppe volte nella storia del ventesimo secolo – e non soltanto a Norimberga e a Gerusalemme durante il processo a Eichmann – abbiamo sentito dal banco degli accusati dove c’erano persone che si difendevano rispondendo vacuamente: «Non ho fatto altro che eseguire gli ordini». Mentre invece non si può dire che si è travolti dalla storia, perché, come dice in modo poetico un cantautore intelligente e sensibile come Francesco De Gregori, «la storia siamo noi. Attenzione. Nessuno si senta escluso».
Ed è stato proprio dalle donne che sono arrivati alcuni dei più limpidi segnali di resistenza interna. Molto spesso le deportate non avevano preparazione politica, erano di estrazione sociale diversa, ma avevano in comune, come elemento di coesione, l’avversione e l’odio nei confronti dei nazisti e dei fascisti. Eppure, con queste poche armi a disposizione, in molte hanno trovato la forza di on lasciarsi andare, di resistere alla disumanizzazione, di escogitare sistemi di sopravvivenza, di aiutare le compagne di prigionia sviluppando rapporti di grande solidarietà che tra gli uomini sembrano essere stati più sporadici. E in molte, quando sono tornate, hanno avuto la determinazione di dire «Non perdonerò mai», come è stato detto dalla triestina Ida Marchetti, la cui storia è stata raccontata in un libro da Antonella Tiburzi e Aldo Pavia.
Per tornare al pamphlet scritto da Elena Löwenthal, è necessario continuare a far vivere Il Giorno della Memoria, perché, se ci pensiamo, non è il negazionismo l’aspetto più pericoloso della questione, bensì la voglia di non parlarne. Il negazionismo è tanto abnorme, talmente lontano da una realtà storica più che abbondantemente provata da far cadere nel ridicolo chi lo pratica, da non attrarre nessuno che non voglia già in partenza essere attratto. Un po’ più preoccupanti sono i tentativi di camuffare in maniera truffaldina la storia e di riscriverla per lavare alcuni panni sporchi. Ma decisamente pericoloso è il lasciar perdere, il far dimenticare un po’ alla volta con il silenzio, perché – frase abusata ma non per questo meno valida – chi non ricorda i propri errori è condannato a ripeterli. E questo vale sia per gli uomini, sia per i popoli.
Se ci pensate, il negazionismo è proprio un po’ come il razzismo che nelle sue forme più virulente è facilmente individuato e irrimediabilmente condannato. Chi, se non è razzista, non ha provato moti di ripulsa davanti alle divise brune o nere dei nazisti, ai cappucci del Ku Klux Klan? Chi non ha provato orrore davanti a quanto accadeva nel Sudafrica? Quanti non sentono vergogna di essere italiani ripensando alle cosiddette leggi per la difesa della razza? Ma queste reazioni sono facili, naturali. Molto più difficile è reagire davanti agli atteggiamenti che serpeggiano quotidianamente davanti ai nostri occhi e che possono portare a danni incommensurabili se non si fa nulla per eliminarli, o, quantomeno, per smussarli.
Un’esagerazione? Provate a pensare a dove nulla è stato fatto e si è lasciato che l’andazzo procedesse tranquillamente. Pensate a quanti mattatoi nazisti si sono reincarnati nell’ex Jugoslavia, in Afghanistan, a Timor Est, in decine di altri paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America centrale e meridionale. Il problema è che perché il male trionfi, basta che i cosiddetti buoni non facciano niente per ostacolarlo. Per venire ai tempi nostri, non è mai giusto assistere alla promulgazione di leggi che portano a nuove discriminazioni, o ne resuscitano di antiche, senza manifestare in maniera stentorea la propria opposizione. Non è civile vedere manifestazioni dirette contro una parte dell’umanità senza sentirsi nell’obbligo di protestare.
Insomma, bisogna essere memoria, ancor prima che fare memoria. Ed essere memoria è mettersi in relazione con quei tempi, con le vittime e con i carnefici. In definitiva dovremmo domandarci: cosa avrei fatto io allora? E soprattutto dovremmo risponderci sinceramente. Come sinceramente si sono risposte molte donne durante la prigionia quando si sentivano, per usare le parole di Primo Levi, «come una rana d’inverno», ma anche dopo, quando sono tornate alle loro case con una determinazione assoluta a non voler più vedere guerre e dispotismi. Una determinazione che purtroppo a molti del mio sesso – e sovente tra i più potenti – è spesso mancata.