lunedì 16 maggio 2022

Ricordando don Pierluigi

Di Piazza Anche nel suo ultimo atto don Pierluigi Di Piazza è rimasto coerente con il modo in cui ha sempre vissuto: restio ad apparire, fino a quando la sua presenza non appariva necessaria per la comunità di cui faceva parte, o fino al momento in cui diventava, invece, una testimonianza utile per sostenere i suoi principi, le realtà in cui credeva, per dare concretezza a quelle parole che erano sempre inestricabilmente connesse a quelle che amava definire le sue bussole etiche: i Vangeli, nel campo della fede, e la Costituzione italiana, in quello laico. Senza mai separarle troppo, perché, in definitiva, indicano lo stesso punto cardinale.
Se n’è andato così: tenendo nascosta la malattia che lo ha aggredito inaspettatamente e decidendosi a farla vedere agli altri soltanto quando, il 23 aprile, in occasione dei trent’anni della morte di padre Ernesto Balducci, cui è intitolato il Centro di accoglienza e promozione culturale di Zugliano, non se l’è sentita di essere assente al convegno che da tempo aveva organizzato con la presenza di Vito Mancuso. E poi, a quel punto, pur provatissimo, ha voluto celebrare le due successive messe domenicali a Zugliano.

Del resto i nomi di Pierluigi Di Piazza e del Centro Balducci sono inestricabilmente uniti dal febbraio 1989, da quando, cioè, il parroco da poco arrivato a Zugliano aveva deciso di aprire una parte della sua abitazione agli esuli che avevano bisogno di un tetto, ragionando su questa decisione con i suoi parrocchiani e trovando in loro sostegno e partecipazione decisivi per lo sviluppo del centro stesso che poi è sempre più cresciuto fino ad arrivare alle dimensioni odierne, capaci di accogliere una cinquantina di persone.

Una svolta di estrema importanza si è verificata quando don Pierluigi ha percepito e sostenuto con forza l’idea che la solidarietà senza crescita culturale del tessuto sociale in cui è praticata è destinata ad appassire in breve. Da quel momento ha cominciato a offrire in chiesa, dapprima ai parrocchiani e poi a tantissimi che arrivavano anche da lontano, una serie di interventi culturali, dibattiti, presentazioni di libri con il dichiarato intento di far discutere e ragionare e con la convinzione che la laicità di cui erano intrisi i suoi appuntamenti, pur se non sempre vista con piacere dalla religione, non era assolutamente di intralcio alla fede; anzi.

Ed è su questa strada che le iniziative sono cresciute e si sono moltiplicate fino a ottenere l’ospitalità dell’auditorium di Pozzuolo e, infine, trovare sede fissa nella nuova struttura del Centro Balducci, ma anche arrivando ogni anno a riempire il teatro Giovanni da Udine nella serata inaugurale del convegno di settembre che ha fatto arrivare in Friuli un’infinita serie di personalità di primo piano nel campo del pensiero, dando vita a giornate di straordinaria intensità spirituale, culturale e sociale, che hanno attratto tantissime persone, anche se non erano abituali frequentatori delle chiese, ma che sentivano comunque che in quei luoghi, in quelle occasioni, si stava cercando il bene nel senso più vero del termine. E che la ricerca del bene – che arrivi da Dio, ma sempre con il tramite dagli uomini – non può non essere la più alta missione di ogni essere umano su questa terra.

Questa sensazione di impegno e di utilità e la sua umanità sono state talmente forti che praticamente tutti coloro che sono arrivati una volta a contatto con don Pierluigi poi sono tornati; e non certamente per guadagno, tanto che molti di loro hanno rifiutato anche il rimborso spese per il viaggio. E questa tensione etica è stata trasfusa da don Pierluigi pure in altre iniziative, come la “Lettera di Natale” che ogni anno un gruppo di sacerdoti scrive e rende pubblica per affrontare con fede e apertura i maggiori problemi e dilemmi che l’anno appena trascorso porta in primo piano e che quello che sta per cominciare riceve in pesante eredità. Ma la stessa tensione appariva anche nei profondi commenti ai Vangeli che ormai da circa vent’anni appaiono settimanalmente sulle pagine di questo giornale.

Ora don Pierluigi non c’è più e dire che per il Centro Balducci nulla sarà come prima non è una frase fatta, ma una incontrovertibile verità, anche se lui ha fatto tutto il possibile per fare in modo che quella sua creatura riesca ad andare avanti con le proprie gambe e con l’impegno dei volontari, delle suore, dei tanti amici. Ma nulla sarà come prima nemmeno per i suoi parrocchiani e tantissimi che nelle sue parole trovavano conforto e spunti per ragionare, per discutere, per crescere, seguendo comunque una strada maestra costituita dai Vangeli, che non necessariamente deve essere religiosa, ma comunque non può non essere aperta ai confronti sulle nuove realtà che il passare del tempo ci mette davanti e sulle quali non ci è consentito di esimerci dal ragionare puntando al bene dell’umanità e soprattutto degli ultimi, dei più deboli, di coloro che sono cacciati da altri.

Don Pierluigi se n’è andato, ma il suo insegnamento resta ancora qui, assolutamente legato a tutti noi.

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sabato 23 aprile 2022

Invasioni e Resistenza

ucresistQuesto non sarà certamente il primo 25 aprile che mi vedrà andare in piazza con il timore di dover sentire discorsi che tentano di negare la realtà, i valori e i meriti della Resistenza. Magari da parte di sindaci i quali sembrano essere convinti che questa giornata, come il 27 gennaio, Giorno della Memoria per ricordare le vittime della Shoah, sia stata create soltanto per poter dire che «D’accordo: i fascisti e i nazisti non si sono comportati molto bene; ma pensate all’orrore delle foibe». Come se due orrori potessero elidersi a vicenda, mentre, in realtà, si assommano nel dimostrare che sono troppi gli umani a essere tali soltanto di nome non di fatto.

Questa volta, però, andrò in piazza con la paura – che spero non diventi realtà – non di udire frasi inaccettabili da persone che politicamente e socialmente mi sono lontanissime, ma anche da una parte dalla quale mai me lo sarei aspettato, cioè da chi rappresenterà l’Anpi il cui presidente nazionale, Gianfranco Pagliarulo, ha detto, tra l’altro, che «Noi pensiamo sia giusto definire la lotta armata degli ucraini contro l’esercito russo come una lotta di resistenza: formalmente è statuito in base alle Nazioni Unite. Detto questo sarebbe sbagliato identificare la resistenza italiana con quella ucraina». In definitiva Pagliarulo accetta di definire “resistenza” quella ucraina perché è l’Onu a stabilirlo, ma non le dà lo stesso valore di quella che ha permesso all’Italia di liberarsi dai nazifascisti e di riscattarsi.

È una presa di posizione inaccettabile non soltanto perché ci si trova davanti a un’invasione che eccede i già inaccettabili obbiettivi di quella che è stata definita una “operazione speciale” per difendere i russofoni di due regioni di confine, ma anche in quanto le parole di Pagliarulo lasciano trasparire il pensiero che possano esserci resistenze “buone” e resistenze “cattive”, considerazione che porterebbe inevitabilmente a ragionare su invasioni “giustificabili” e invasioni “ingiustificabili”, mentre nessuna invasione militare di un altro Stato sovrano può mai trovare un appoggio eticamente sostenibile. Neanche se lo Stato invaso non è neppure lontanamente democratico.

La resistenza, invece, deve essere sempre considerata legittima anche quando non ci si trova davanti a invasioni di territori, ma invasioni di diritti che vengono cancellati: quelli di vita, di libertà, di autodeterminazione. Un esempio palmare è costituito dall’Afghanistan che nei secoli è stato invaso da inglesi, sovietici e statunitensi, ma anche, dal di dentro, dai talebani. E sempre vi si è sviluppata una resistenza interna degna di ogni rispetto.

Del resto, se esistessero davvero resistenze “buone” e “cattive” e invasioni “giustificabili” e “ingiustificabili”, si finirebbe per accettare che il diritto alla libertà e all’autodeterminazione possa esistere fino a quando a qualcuno, almeno teoricamente più forte, questa realtà non dia fastidio.

Nel timore di sentire parole inappropriate, magari tirate fuori controvoglia per difendere posizioni altrui, ancora una volta ci si sente in dovere di ringraziare il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha pronunciato parole di una chiarezza esemplare e inattaccabile, affermando che l’Ucraina è come l’Italia durante la Resistenza e che volere la pace non significa arrendersi alla prepotenza. Mattarella sottolinea che quella della Liberazione «rappresenta la data fondativa della nostra democrazia, oltre che della ricomposizione dell’unità nazionale. Una data in cui il popolo e le Forze Alleate liberarono la nostra Patria dal giogo imposto dal nazifascismo» e che «nella ricorrenza della data che mise fine alle ostilità sul territorio italiano, viene un appello alla pace. Alla pace, non all’arrendersi di fronte alla prepotenza». E anche quella volta, ricorda, «A pagare furono le popolazioni civili, contro le quali gli aggressori si scatenarono, in un tragico e impressionante numero di episodi sanguinosi, con la brutalità delle rappresaglie, con una crudele violenza contro l’umanità, con crimini incancellabili dal registro della storia».

Insomma Mattarella ha ricordato che la Resistenza ci ha lasciato in eredità il non facile compito di dover trasmettere alle nuove generazioni la necessità di rifiutare qualsiasi sopraffazione totalitaria, qualsiasi razzismo e discriminazione, e quella di salvaguardare strenuamente la salute della democrazia che non è un bene indeperibile ed eterno, ma va salvata e curata in ogni giornata in cui siamo su questa terra. Come vanno salvaguardate le regole della comunità internazionale oggi devastate da Putin che, ove potesse continuare impunemente nei tentativi di realizzazione dei suoi incubi da megalomane, potrebbe dare il via a nuove avventure belliche. Ed è anche per questo che la resistenza ucraina ha tutti i diritti di essere aiutata, come noi abbiamo il dovere di aiutarla.

È ovvio che non si può sperare di risolve una situazione creata con la forza applicando soltanto risposte basate sulla forza: serve sedersi a un tavolo per arrivare ad accordi che non si basino soltanto sulla totale sconfitta di una delle due parti in campo, ma non si possono dimenticare due cose: che, se per invadere un altro Paese si può essere da soli, ma per trattare occorre necessariamente che siano coinvolti tutti, anche quelli che oggi rifiutano di trattare perché si sentono più forti, e che nessuno può cedere i diritti altrui.

Tutto questo tenendo sempre presente che le invasioni possono essere diverse, ma la resistenza è sempre una sola. E che spesso, purtroppo, i suoi valori non sono necessariamente di tutti.

Buon 25 aprile.

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mercoledì 20 aprile 2022

Una sola strada tra i dubbi

GuerraQuando, un po’ più di tredici anni fa, ho pensato a quale titolo dare a questo blog, ho scelto “Eppure…” perché ero convinto che fossero ben poche le affermazioni, al di là di quelle proposte dalle scienze esatte, che potessero essere esenti dall’essere messe in dubbio con un «Sembra proprio così; eppure…».

Oggi, tra le tante altre cose che la guerra ha mandato in frantumi ci sono anche alcune certezze che ritenevo granitiche e che, invece, alla prova dei fatti, sembrano essersi sbriciolate probabilmente perché ci siamo dimostrati del tutto impreparati ad affrontare gli infiniti dilemmi, pratici ed etici, che questa drammatica realtà ci pone quotidianamente davanti agli occhi.

Può essere che, nei quasi settant’anni in cui abbiamo guardato alle guerre nel mondo come a realtà che in definitiva non ci toccavano direttamente, abbiamo perduto quella sensibilità che era ben presente, invece, in coloro che avevano vissuto uno, o entrambi i conflitti mondiali. O, forse, dipende dal fatto che l’economia è diventata talmente pervasiva da indurci, più o meno consciamente, a mettere in secondo piano ogni altro aspetto sociale, ma sta di fatto che ci siamo trovati del tutto disarmati davanti alla necessità di far concludere al più presto questa guerra contrapposta all’altrettanto importante necessità di salvaguardare gli aggrediti. Perché tra le poche cose ancora certe c’è il fatto che non ci sono dubbi nell’individuare l’aggressore (la Russia) e l’aggredito (l’Ucraina). E se qualcuno dubita di questo, vorrei che spiegasse come mai gli scontri, le distruzioni e le morti sono concentrati praticamente nella loro totalità in Ucraina.

Forse la prima idea che, almeno in me, è andata in frantumi è quella del pacifismo assoluto perché mi sono reso nuovamente conto che la storia insegna che una guerra la si combatte in due, ma a dichiararla è quasi sempre uno solo, anche se preferisce chiamarla “operazione speciale”. Dunque non deve essere messo eventualmente in discussione il concetto di “ripudio” della guerra, ma quello di diritto alla difesa; anzi, di quella “legittima difesa” che è accettata da tutte le leggi, religiose o laiche che siano. Ed è la stessa Costituzione, nell’articolo 11, a dire che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», lasciando, come sottinteso evidente, il fatto che la difesa della libertà, propria o altrui, dà diritto alla resistenza, a quella stessa Resistenza che ha permesso la nascita dell’Italia repubblicana e che nessuno può proibire all’Ucraina, determinata a difendere la propria indipendenza e libertà. Anzi, visto che nell’articolo 10 si tende a attribuire a tutti gli esseri umani del mondo i medesimi diritti goduti dai cittadini italiani, appare legittimo anche l’aiuto ai combattenti ucraini.

Se la resistenza non fosse ammessa, ci si troverebbe, infatti, davanti all’impraticabile bivio tra la servitù e il martirio, un martirio che ognuno può scegliere per sé, ma non certamente per gli altri.

Il problema, insomma, non mi sembra quello di ribadire che la guerra debba sparire dalla faccia della terra, un concetto sul quale, a parole, sono tutti d’accordo. Il problema è, invece, quello di non togliere l’appoggio agli aggrediti, anche perché, se lo si facesse, automaticamente si ridarebbe fiato alla legge del più forte, al predominio della violenza sulla ragione, e si rinnegherebbero secoli di lento, faticoso, discontinuo progresso proprio sulla strada di quella pace che si può realizzare soltanto con il dialogo continuo tra le parti.

Tutto questo nega, con chiara evidenza, ogni equidistanza che rifiuti qualsiasi presa di posizione perpetuando, così, il senso di impunità di cui, in tal caso, godrebbe ogni aggressore. Anzi, la chiave è esattamente quella opposta che punta a indicare chiaramente le colpe e a bloccare, prima ancora che punire, i colpevoli.

Per seguire questa strada sono state immaginate e realizzate le organizzazioni sovrannazionali tra le quali spiccano soprattutto l’ONU e l’Unione Europea. Non sono perfette, d’accordo; anzi! La prima è schiava di quel diritto di veto che tocca a cinque Nazioni (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Unione Sovietica diventata poi Russia, e Cina) e che permette al prepotente di continuare a essere tale senza che gli altri quasi neppure possano disapprovarlo. La seconda, invece, anche se ha cancellato la realtà della guerra al suo interno da decenni, è paralizzata da quella richiesta di unanimismo che troppo spesso blocca qualsiasi iniziativa di giustizia.

Perché anche in questo è la parola giustizia a essere determinante: finché non sarà possibile applicare la giustizia anche nelle vicende tra gli Stati, ci sarà sempre qualcuno che potrà decidere di scatenare una guerra e, a quel punto, ogni tipo di pacifismo non riuscirà a risparmiare neppure una vittima; non riuscirà a salvare neppure un diritto alla libertà e all’autodeterminazione.

Come tra gli umani, anche per le Nazioni l’unica strada resta quella della giustizia. Un’utopia? Certamente, ma le utopie esistono proprio perché possano tramutarsi in realtà.

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giovedì 7 aprile 2022

Libertà di espressione e truffa

UcrainaTutti sappiamo che la guerra è una specie di fiera campionaria di tutte le crudeltà dell’uomo, delle sue spietatezze, dei suoi sadismi. Ma, ringraziando Dio, nessun essere umano, almeno vagamente degno di tal nome, saprà mai abituarsi alle sue disumanità.

Tutti sappiamo – scusate il luogo comune – che una delle prime vittime della guerra è la verità che viene sommersa dalla propaganda. Ma quando si esagera, quando ci si nascondono anche i dati di fatto incontrovertibili, più che di disumanità, si tratta di complicità.

Le polemiche sulla strage di Bucha – e quelle che usciranno sicuramente sulle altre stragi che indubbiamente sono state commesse in altri paesi dell’Ucraina – lasciano sgomenti perché certe prese di posizione e certe dichiarazioni sono francamente oscene. E fa rabbrividire che uno dei comunicati emessi in questo senso arrivi dalla presidenza nazionale dell’Anpi messa giustamente sotto accusa da molte delle sezioni regionali e locali.

E fa venire il voltastomaco assistere a comparsate televisive di personaggi che negano ogni evidenza sulle responsabilità di Putin, proprio come non molti mesi fa negavano l’esistenza del Covid e l’efficacia dei vaccini.

Un voltastomaco che investe colui che dice certe cose, ma che raggiunge il livello del vomito di fronte a certi miei colleghi che interpretano la loro professione giornalistica non come l’impegno a tentare di riportare i fatti a coloro che leggono, o ascoltano, ma come l’impegno ad aumentare la diffusione e lo share a qualsiasi costo, anche massacrando scientemente la realtà.

Perché, anche se si dice che non c’è mai certezza di quello che accade in guerra, invece qualche certezza sicuramente c’è. A invadere l’Ucraina, per esempio, è stato Putin, non certamente Zelensky. Putin aveva paura della Nato? Quindi, per questi signori, la guerra preventiva non è quella mostruosità che è sempre stata, a prescindere da chi l’ha scatenata? Putin è intervenuto per difendere i russofoni di un paio di regioni orientali dell’Ucraina? Ammesso che questi abbiano sofferto di discriminazioni e soprusi gravissimi, o addirittura estremi come la morte, perché non si è fermato dopo aver “liberato” quelle zone?

E, proseguendo, chi è che sta bombardando le città che notoriamente sono più affollate da civili che da militari? Forse è il caso di non dimenticare cosa ha fatto Putin in Cecenia dove ha fatto radere al suolo Gnozny causando alcune decine di migliaia di morti tra i cittadini di quella capitale che è stata classificata come la città maggiormente distrutta al mondo. O forse si vuol dire che i ceceni andavano puniti perché avevano invaso la Cecenia?

La libertà di espressione è sacra e garantita dalla Costituzione, ma la parola “espressione” non deve essere confusa con “menzogna” o “truffa”.

La guerra, come si diceva, tende a uccidere la verità, ma produce anche l’obbligo di ragionare su quello che accade e di prendere posizione anche su realtà che si ritenevano indiscutibili. Un merito di Zelensky, per esempio, è quello di aver riportato in primo piano uno scandalo che tutti conosciamo da sempre, ma sul quale, forse per malriposto rispetto, abbiamo sempre taciuto: quello del Consiglio di sicurezza dell’ONU nel quale le quattro grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale più la Cina hanno diritto di veto e, quindi, possono commettere qualunque nefandezza e poi bloccare qualsiasi condanna nei propri confronti.

I fatti dell’Ucraina hanno ancora una volta messo in rilievo che l’ONU attuale non soltanto è inutile, ma può diventare addirittura dannoso. Se non è possibile riformarlo dall’interno, allora forse è meglio cancellarlo e ricostruirlo ex novo con regole e parametri più efficaci. Del resto, è quello che è già successo alla fine della guerra con la nascita dell’ONU dopo che i fatti avevano dimostrato l’incapacità della Società delle Nazioni di prevenire le aggressioni delle potenze dell’Asse: Germania, Italia e Giappone.

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martedì 15 marzo 2022

Coerenza nella vergogna

San Daniele Quanto a coerenza non c’è proprio nulla da dire: il signor Pietro Valent, sindaco di San Daniele, aveva comportamenti vergognosi e democraticamente inaccettabili prima e continua ad averli ancora adesso. Non riusciva a concepire il significato della parola vergogna prima, e continua a non concepirlo ancora adesso.

Verso metà gennaio, approfittando della sua posizione a capo della giunta comunale, aveva rabbiosamente deciso di revocare il patrocinio, il partenariato e aveva chiesto «l’immediata rimozione dello Stemma comunale» da tutto il materiale digitale dell’Associazione per la Costituzione che da anni organizza un “Festival Costituzione” al quale hanno partecipato i maggiori costituzionalisti del nostro Paese, oltre a tantissimi altri personaggi di primo piano che sono venuti a San Daniele?

La colpa dell’Associazione? È presto detto: aveva emesso un comunicato nel quale, proprio pensando alla Carta fondamentale della nostra Repubblica, metteva in debito rilievo il fatto che Silvio Berlusconi non avrebbe dovuto candidarsi alla Presidenza della Repubblica perché in realtà, come affermavano anche tanti costituzionalisti, la candidatura di un simile personaggio sarebbe stata «un’offesa alla dignità della repubblica e a milioni di cittadini italiani».

Adesso il signor Valent scrive che «siamo a comunicarvi che coerentemente con la predetta revoca risulta non concedibile l’uso della sala antica della Biblioteca Guarneriana per le date da voi richieste. Si comunica, inoltre, che anche la richiesta di uso immobile comunale come sede di associazione non è al momento accoglibile per le medesime motivazioni con le quali abbiamo comunicato la revoca del patrocinio e partenariato». Nel comunicato è evidentemente saltata qualche parolina, ma il senso è chiaro. Poi, ineffabilmente ipocrita, conclude con «Cordiali saluti».

Insomma, pur nei drammatici giorni in cui si segue con ansia crescente la strage che sta insanguinando l’Ucraina, per lui resta in primo piano la sua cupidigia di servilismo nei confronti di Berlusconi. E, quindi, Valent si impegna a tentare di rendere difficile lo svolgimento del Festival dedicato alla Costituzione, parola che, evidentemente, gli causa un’orticaria simile a quella che provocava a Berlusconi e, non contento, dà anche lo sfratto all’Associazione dalla sua sede.

Paolo Mocchi, presidente dell’Associazione, risponde ancora una volta con la consueta signorilità e si limita a comunicare a tutti che comunque «ci vediamo il 27, 28, 29 maggio». Ovviamente non annuncia ancora le sedi in cui il festival si svolgerà, ma c’è sicuramente tempo, anche perché dalla stessa San Daniele, ma anche e soprattutto da molti altri comuni sono immediatamente giunte tante offerte di ospitalità.

Io non riesco a essere signorile come Paolo e, quindi, esprimo alcuni auspici. Per prima cosa che nella scelta dei locali per gli eventi del festival si tenga conto che quest’anno saranno sicuramente ancora di più coloro che vorranno testimoniare la loro indignazione contro un personaggio da dimenticare.

Il secondo che finalmente si ritrovi la strada delle manifestazioni pubbliche di protesta per subissare di fischi un personaggio che dovrebbe rappresentare e tutelare la libertà di pensiero di tutti i cittadini di San Daniele, mentre invece pensa a difendere soltanto il suo signore – ammesso che sappia quello che sta succedendo e che lo apprezzi – e se stesso.

Il terzo è che quando i sandanielesi torneranno a votare si ricordino di questa schifezza immonda e antidemocratica, da vero e proprio podestà. Ho grande rispetto per la democrazia e, quindi, non intendo assolutamente incitare a non votare a destra, ma non ho alcun rispetto per gli autoritarismi e quindi li invito a non votare mai più per il signor Valent. Poi sia la destra a decidere se sceglierlo ancora come proprio rappresentante.

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venerdì 11 marzo 2022

La guerra non è mai soltanto altrui

000Qualche giorno fa ho tentato di elaborare un ragionamento sulla liceità della fornitura di armi a un Paese aggredito da un altro, appoggiandomi agli articoli 10 e 11 della nostra Costituzione e arrivando alla conclusione che, se riconosciamo a tutti gli esseri umani, di qualunque nazionalità essi siano, gli stessi diritti di cui dovremmo godere noi italiani, e se noi ripudiamo la guerra come mezzo di offesa, ma la ammettiamo come legittima difesa davanti a un’aggressione e a un’invasione, allora anche gli altri hanno gli stessi diritti e sta a noi, ove possibile, dare loro i mezzi per renderli reali.

D’altro canto, sarebbe illogico il contrario visto che la nostra stessa Repubblica, con la sua Costituzione, è nata da una Resistenza concretizzatasi contro un invasore di territori, come l’esercito nazista, e un invasore di diritti, come il fascismo. E anche in Ucraina c’è questa doppia invasione, anche se, in questo caso, territori e diritti sono invasi e calpestati sempre dallo stesso soggetto: da Putin e dalle sue forze.

Ma ci sono anche altre considerazioni che, a mio parere, giustificano l’attuale atteggiamento di quello che per comodità, più che per convinzione, continuiamo a chiamare “l’Occidente”.

La prima riguarda l’impossibilità del pacifismo equidistante, soprattutto perché equidistante non può essere: nel momento in cui, in uno scontro disequilibrato, non si prende posizione per nessuno dei due contendenti, inevitabilmente si finisce per favorire colui che già in partenza è il più forte.

La seconda riguarda la tesi che Zelensky, invece di incitare i propri connazionali a resistere, dovrebbe puntare a farli arrendere per risparmiare loro l’orrore crescente della guerra. Questa è una tesi sulla quale a livello filosofico si potrebbe anche discutere, ma che nella realtà ha poco senso in quanto la scelta se rinunciare, senza opporsi, alla propria libertà e indipendenza non può che spettare a coloro che alla libertà e indipendenza dovrebbero rinunciare.

Terzo punto: le conseguenze economiche che la prosecuzione della guerra renderà, per tutto il mondo, ancora più pesanti di quelle che già ci sono oggi. È evidente che l’argomento riveste una notevole importanza in quanto una crisi economica – lo sappiamo benissimo – va a incidere più pesantemente sulla vita dei poveri che dei ricchi, erodendo le disponibilità economiche specialmente attraverso la crescita dell’inflazione, ma anche, se non soprattutto, con la cancellazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Però anche in questo le considerazioni economiche non possono prescindere dai sentimenti di chi la guerra la sta subendo. Immanuel Kant ha scritto: «Tutto ha un prezzo, o una dignità. Ha un prezzo ciò al cui posto può essere messo anche qualcos’altro, di equivalente. Per contro ciò che si innalza al di sopra di ogni prezzo, e per ciò non comporta equivalenti, ha una dignità». E la scelta se applicare a se stessi un prezzo, o una dignità, non può che spettare a chi si trova nell’urgenza diretta di decidere se rischiare, o meno, la propria vita.

Ancora meno supporti etici possono avere altre giustificazioni che tenderebbero a limitare i diritti a determinate categorie di persone: per capirci, a determinare l’esistenza, o meno, dei diritti di una persona non può essere la distanza da noi, né l’età, né la religione, né il credo politico e neppure altre discriminazioni, perché un diritto è tale se riguarda tutte le persone; altrimenti diventa soltanto un privilegio di alcuni, pochi o tanti che siano.

Sono sicuramente concetti non semplici da accettare e che possono dare il via a infinite discussioni, ma già una cosa è estremamente chiara: parlare di pace in tempo di pace è estremamente più facile che parlarne in tempo di guerra. E che parlarne lontano dal conflitto è più semplice che se ci si sente coinvolti.

E probabilmente è proprio qui la chiave per sperare in un futuro di pace e non di guerra: bisogna rendersi conto che parlare, ragionare e discutere resta sempre obbligatorio, ma non deve diventare mai un alibi per non operare e che la fatica delle dissuasioni diplomatiche o sanzionatorie va accettata e fatta ben prima della criticità che porta allo scoppio di un conflitto. In realtà, insomma, è dimostrata ancora una volta di più l’assurdità del “Si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra) dello scrittore latino Vegezio. In realtà bisognerebbe rendersi conto sempre che “Si vis pacem, para pacem” (se vuoi la pace, prepara la pace).

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venerdì 4 marzo 2022

Il dilemma delle armi

Ucr Poche cose come la guerra possono mettere in crisi le nostre coscienze facendo scattare una specie di corto circuito nei nostri cervelli e nei nostri cuori. E questo accade anche quando i conflitti sembrano non riguardarci direttamente, perché dentro di noi sappiamo che ogni ingiustizia non può non riguardare ogni essere umano. E, infatti, molti di noi sono entrati in crisi con le “missioni di pace” che talvolta non sono rimaste tali. Così come oggi non ci si può non interrogare davanti alla decisione di mandare armi all’Ucraina, aggredita e invasa dalle truppe di Putin.

Così ci troviamo tra due pensieri, in apparenza diametralmente opposti, che ci mettono in crisi. Da una parte c’è il «L’Italia non intende voltarsi dall’altra parte» di Mario Draghi che vuole giustificare l’invio di armi che soltanto l’ipocrita bizantinismo della nostra politica può tentare di dividere tra “letali” e “non letali”. Dall’altra, invece, risuona la frase di Gino Strada: «Non esiste alcuna guerra giusta. L’unica cosa da fare è abolire la guerra», che implicitamente condanna anche ogni uso delle armi e, quindi, pure il loro invio a qualsiasi parte belligerante.

Cioè, davanti a una guerra è lecito accettare, senza muovere un dito, che il più forte soggioghi il più debole? Oppure è lecito ergersi a giudici e tentare di aiutare chi riteniamo sia dalla parte del giusto?

Nella ricerca, probabilmente senza speranza, di poter scegliere con chiarezza quale strada intraprendere davanti a un bivio così drammatico, forse può venirci in aiuto il faro della nostra Costituzione con due dei suoi articoli. Nell’articolo 11 dice, tra l’altro: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Nel 10 sostiene che «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica».

Se da una parte, insomma, si ripudia la guerra come strumento di offesa, contemporaneamente la si considera lecita come legittima difesa davanti a un’aggressione. Dall’altra parte si punta a dare a ogni essere umano, anche se vive fuori dal nostro Paese, gli stessi diritti che spettano agli italiani. Se, quindi, si può argomentare che ogni italiano ha il diritto di difendersi da un’ingiusta aggressione, questa condizione deve essere assicurata, nei modi possibili, a chiunque sia aggredito.

Sono d’accordo che ogni ragionamento indotto può essere controbattuto con forza ed efficacia, ma già il fatto di ragionare sulla contraddizione di queste convinzioni può far capire che non è accettabile che il dibattito non ci sia, o che prenda vita soltanto a frittata già fatta, a guerra già scoppiata.

Il tema della guerra, delle ingiustizie, dell’abitudine a delegare alla forza la risoluzione delle controverse dovrebbero essere materia di ragionamento e dibattito in ogni giornata della nostra vita, proprio per prevenire i disastri che troppo spesso vediamo scatenarsi proprio sui più deboli, sugli innocenti, sugli inermi, tanto che ormai mediamente su cento morti in guerra più di novanta sono le vittime civili e i bambini.

Invece siamo diventati abilissimi nel far finta di niente, nel voltarci dall’altra parte quando si verificano fatti che andrebbero condannati esplicitamente e senza mezze misure da qualunque parte accadano e che, invece, vengono lasciati passare senza reazioni, tanto da far credere a chi commette soprusi, o di essere nel lecito, o di essere tanto potente da poter non darsi pena di cosa sia lecito e cosa sia riprovevole. Da noi ci sono stati addirittura due personaggi politici di primo piano – Berlusconi e Salvini – che hanno tessuto di Putin lodi sperticate. Ma non sono stati gli unici.

E, così, è stato nel brodo di cultura di questo crescente senso di impunità che è cresciuta la convinzione che possa essere la guerra a placare i propri appetiti, che siano territoriali, linguistici, religiosi, economici. Comunque di valore infimo rispetto a una sola vita umana.

Oggi parliamo della Russia di Putin, ma è difficile non pensare all’Afghanistan dei talebani, all’Egitto di al-Sisi, alla Siria di Assad, alla Turchia di Erdogan e ad altri infiniti casi sparsi nel mondo; non soltanto di guerre canoniche, ma anche di soprusi generalizzati contro i propri stessi cittadini.

Quindi, come indica anche la nostra Costituzione, è assolutamente giusto e doveroso fare il possibile per ripudiare la guerra. Tenendo ben presente che se, per colpa nostra, lasciamo che ogni purulenta schifezza possa crescere fino ad esplodere in un conflitto, allora sarà ben difficile far finta di niente, tentare di far credere che non sia anche colpa nostra, voltandosi dall’altra parte.

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