mercoledì 6 ottobre 2021

Non solo uno scienziato

Giorgio ParisiQuesta intervista è stata fatta ad me al professor Giorgio Parisi, da ieri premio Nobel per la fisica, il 25 gennaio 2005, qualche giorno prima della consegna del Premio Nonino che ancora una volta è riuscito ad anticipare le scelte della commisssione di Stoccolma.

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– Professor Parisi, per prima cosa complimenti per il premio Nonino alla cui cerimonia di consegna lei, fisico teorico, sarà in compagnia di due letterati di cui una è particolarmente impegnata nel sociale. Dante parlava di «seguir virtute e canoscenza»: forse finalmente le due sfere del sapere riescono a riavvicinarsi?

«Mi sentirò in una compagnia estremamente piacevole e sono molto contento perché questo è un tentativo importante di avvicinare le due sfere della conoscenza».

– Da un certo punto di vista, lo sta già facendo, perché, un po’ come i presocratici, nei tempi in cui fisica e filosofia erano abbastanza unite, lei tenta di indagare la natura soltanto con la forza del pensiero per intuire e costruire realtà possibili. Poi ai calcolatori spetta soltanto il compito di fare una specie di prova del nove. È così?

«Sì, è giustissimo. Ma senza andare indietro nel tempo fino ai presocratici, anche al tempo di Kant ed Hegel la fisica newtoniana aveva influenzato moltissimo il pensiero filosofico».

– E poi come mai questo distacco?

«Perché la scienza è diventata molto specializzata. La quantità di studi necessari per capire i fondamenti di Newton era molto inferiore a quella che serve adesso per comprendere Einstein, o la meccanica quantistica. Inoltre, il tempo che uno ha è limitato ed è difficile trovare persone che lavorino in discipline classiche e abbiano contemporaneamente una solida formazione scientifica».

– Con la sua opera, lei ricorda che la matematica è il tessuto su cui tutti si basa: fisica, chimica, biologia, economia. Eppure la purezza e l’assolutezza della matematica sembra quasi metterla in contrasto con il caos del mondo...

«La matematica da un paio di secoli ha una certa tendenza a diventare più qualitativa. Alla fisica è sempre stata molto vicina, ma se ci si vuole confrontare con le scienze “molli”, quelle che a volte sono al limite tra scienza e conoscenza, l’unica strada è avere descrizioni il più possibile di qualità».

– Lo sforzo, insomma, è quello di tramutare cose apparentemente caotiche in qualcosa di comprensibile lavorando sia in termini di spazio, sia di tempo. Ma nel passato c’è sicuramente stato qualcosa di caotico che ora a noi sembra ordinato e comprensibile grazie ai progressi della scienza...

«È vero. Prendiamo il moto dei pianeti che, riferendosi a un sistema geocentrico, erano quasi incomprensibili. Quando gli antichi osservano con cura il cielo, una delle cose che li faceva impazzire era il fatto che Marte, che normalmente si muove in una direzione, a un certo punto sembra tornare indietro per un po’. Quello che succedeva, e non lo potevano capire, era dovuto al fatto che la Terra va più veloce di Marte e che quando la sorpassa apparentemente Marte va all’indietro; poi torna a muoversi normalmente. Per secoli molte cose sono sembrate incomprensibili, anche nella biologia».

– Quindi il caos è un concetto relativo?

«Direi che il caos è diventato un concetto tecnico; e questo è un fatto che si riesce a controllare perché esiste una definizione precisa e matematica di cos’è un sistema caotico, e di come si misurano gli indici della sua caoticità. Mentre prima di questo concetto non si poteva parlare, ora il caos è una quantità misurabile, definibile, matematicamente studiabile».

– Cercando di stabilire regole ed equilibri dentro sistemi caotici lei, in un certo senso, sembra lavorare anche per confermare l’esistenza del determinismo pensato da Laplace. È un’impresa che, ammesso io ne avessi le capacità, mi farebbe paura perché, se avessi successo, dovrei essere d’accordo con Laplace non soltanto quando dice che Dio diventa superfluo, ma anche quando implicitamente sostiene che non esiste neppure il libero arbitrio. Non la intimorisce l’idea di aprire una porta che potrebbe farle capire che lei quella porta ha dovuto e non voluto aprirla?

«Io non sono assolutamente d’accordo con l’affermazione metodologica di Laplace, perché a noi non serve assolutamente descrivere le scienze utilizzando metodi deterministici. Laplace dice che se fossimo matematici infinitamente abili saremmo in grado di costruire il futuro e ricostruire il passato. Ma non siamo matematici infinitamente abili, né siamo infinitamente precisi per sapere esattamente com’è il presente. Quindi si tratta di un’affermazione di principio del tutto irrilevante nella vita di tutti i giorni e anche nel fare scienza perché la descrizione di un sistema, non appena questo diventa un po’ complicato, deve essere fatta in termini probabilistici».

– Insomma, i concetti di Laplace sono più utili per fare filosofia che per fare scienza...

«Esattamente. Fondamentalmente, dal punto di vista matematico, io sono un probabilista. Tutto il mio lavoro si basa sull’uso, a volte molto sofisticato, delle probabilità perché, per poter fare scienza, quando sono molti i sistemi che interagiscono fra di loro, è assolutamente necessario utilizzare i concetti probabilistici».

– Quindi il libero arbitrio, da questo punto di vista, è salvo?

«Quella del libero arbitrio mi sembra una questione filosofica. Se guardo una persona nel passato non necessariamente vedo la sua libertà, ma solo che ha fatto una determinata cosa. Se era libero o no, chi può dirlo?».

– Può dipendere da molte cose...

«Anche senza parlare di determinismo, noi abbiamo tanti di quei condizionamenti sociali, più o meno inconsci, che il problema del libero arbitrio va visto in altra maniera. Uno è talmente condizionato da dove è nato, dalla propria educazione, dalla storia che vive, dalle esperienze che ha fatto, che, in fondo, di vero libero arbitrio ne rimane relativamente poco. Si potrebbe pensare che serve per utilizzare al massimo le occasioni che uno ha, ma anche questa la volontà è condizionata da tutta una serie di fattori esterni».

– L’anno scorso Marcello Cini, che l’ha preceduta nel Premio Nonino a un maestro italiano, mi aveva ripetuto che secondo lui la scienza non è neutrale. Per non esporla esclusivamente i voleri dei poteri economici e politici deve essere una scienza democratica. O bisogna limitarsi a sperare che le individualità scientifica di spicco abbiamo contemporaneamente anche uno spiccato senso etico e sociale?

«Secondo me è importante dare ai cittadini le capacità di poter capire quello che sta succedendo intorno a loro. Ci sono delle scelte tecnologiche che sono piene di significato politico e se i cittadini non hanno alcuna capacità scientifica, queste decisioni dipendono da interessi particolari. In una democrazia completa è molto importante che i cittadini possano capire cosa accade sopra le loro teste».

– La certezza che la scienza possa postulare un progresso infinito si è ormai sbriciolata. E anche le cosiddette scienze sociali sembrano aver accettato la certezza di non riuscire a progredire indefinitamente e, quindi, di non poter superare certe ingiustizie. Questo deve portare a una specie di pessimistica rassegnazione, o a una costruttiva arrabbiatura?

«Progredire, specialmente dal punto di vista sociale, vuol dire fare dei paragoni fra sistemi diversi che, alla fine, sono incommensurabili. Io spero che la scienza porti non a un progresso infinito, ma a cercare una sempre maggiore comprensione. Poi sul fatto che il progresso della società possa avere dei momenti di stagnazione, o di regresso, questo è certamente possibile».

– Lei dice che la gente deve sapere per poi valutare e decidere. In Italia il sapere scientifico è molto trascurato, forse anche perché manca una vera divulgazione scientifica, genere letterario in coda sia per le vendite, sia probabilmente anche per la qualità rispetto a quella di altri paesi...

«Sicuramente manca la divulgazione scientifica, ma molto dipende anche dal fatto che i programmi dei licei e delle medie sono fatte con i piedi. Vengono presentate una fisica e una matematica completamente astratte, che non servono per capire il mondo che ti sta accanto. Se uno studente di liceo si domanda come funziona un frigorifero, non lo sa ed è portato a credere che tutta la tecnologia sia una cosa lontana, quasi che molte macchine funzionino per virtù magiche».

– In pratica si tratta di programmi che non affascinano, ma addirittura allontanano?

«Non solo non affascinano, ma non danno nemmeno gli strumenti per comprendere quello che abbiamo accanto. Andrea Prova ha scritto un bellissimo libro “Perché accade quel che accade” in cui tenta, con linguaggio abbastanza semplice, di spiegare una serie di fenomeni della vita di tutti i giorni utilizzando concetti fisici. Secondo me la fisica e la matematica al liceo dovrebbero insegnare che il mondo che vediamo è comprendibile e che certe cose, anche se non tutte, hanno spiegazioni semplici, che tutti possono capire».

– Tra i problemi italiani, uno di quelli più sentiti è la mancanza di fondi destinati alla ricerca e, quindi, l’inevitabile fuga di cervelli. E la cosa sta peggiorando...

«La cosa sta certamente peggiorando perché gli investimenti nelle università e nella ricerca non riescono a stare dietro all’inflazione, mentre c’è assoluto bisogno di assumere del personale giovane: anche le persone che lavorano nella ricerca invecchiano di un anno ogni anno e non ci sono giovani che li sostituiscano».

– Anche perché nella ricerca il precariato è difficilmente sostenibile...

«Il fatto è che in Italia la gente rimane precaria fino a 35 anni, o anche di più, e così quelli più brillanti se ne vanno all’estero. In Francia di norma la gente viene assunta fino ai 31-32 anni: ci sono delle disposizioni in proposito. Inoltre la finanziaria 2005 ha bloccato per tre anni le assunzioni negli enti di ricerca».

– Una specie di autocastrazione di Stato?

«È uno stupido condannarsi a regredire perché – dicono – anche se ci sono i soldi non li potete usare. Infatti gli enti di ricerca sono costretti a fare concorsi per scegliere le persone, ma poi non possono assumerle in forma permanente e cercano di dare loro un posto provvisorio in attesa di poterlo tramutare in definitivo. È una follia assoluta. La spesa è la stessa, ma si impedisce di utilizzare i fondi nel modo più razionale».

– Molto spesso gli scienziati si sono tenuti un po’ ai margini della vita sociale vera e propria, anche perché totalmente assorbiti dalle loro ricerche. Adesso sono molti di più quelli che si impegnano nel prendere posizione davanti a certe realtà. Per esempio, moltissimi scienziati, tra cui anche lei, si sono dichiarati contrari alla guerra. Questo cambio di atteggiamento deriva da una maggiore coscienza, o dall’avvertire un maggiore pericolo?

«Forse da tutte e due. Ma più che di maggiore pericolo, parlerei di maggior degrado. Per esempio, prima non accadeva che l’Italia non rispettasse la Costituzione. C’era la guerra del Vietnam, ma non si è mai pensato di mandare italiani in Vietnam. Adesso, invece, sia con governi di sinistra sia con governi di destra, si mandano tranquillamente soldati italiani in zone di guerra. Penso che da questo punto di vista la situazione si sia degradata. Poi le persone che lavorano nel campo scientifico non soltanto hanno probabilmente acquisito una maggiore consapevolezza, ma tendono anche ad avere, per formazione, uno sguardo più obiettivo sulla realtà e generalmente possono parlare a voce alta senza paura di rappresaglie».

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martedì 5 ottobre 2021

Due mondi o due epoche

Elezioni A guardare i risultati delle elezioni a livello nazionale paragonandoli con quelli che sono usciti dalle urne regionali, viene il dubbio che i responsi riguardino due mondi, o due epoche diverse.

In Italia spicca una debacle assoluta della Lega salviniana, la quasi totale scomparsa, tranne che in Calabria, di Forza Italia e una buona affermazione di Fratelli d’Italia che, però, non è assolutamente all’altezza delle aspettative suggerite alla Meloni dai sondaggi.

Nel Friuli Venezia Giulia, invece, c’è stato un largo dominio dei partiti di destra, con una tenuta, ma non certamente una clamorosa riscossa, da parte del PD, con punte a Trieste dove la serietà e l’impegno di Francesco Russo gli ha permesso, pur in forte svantaggio, di arrivare al ballottaggio con Di Piazza, e a San Vito al Tagliamento dove la tradizione di sinistra è evidentemente ancora abbastanza radicata.

Unico tratto in comune tra nazione e regione, la quasi totale scomparsa dei 5stelle che ormai è difficile chiamare grillini visto che il loro inventore, Beppe Grillo, non amando l’odore della sconfitta, si è decisamente allontanato dalla sua creatura.

La domanda, inevitabile per un elettore di centrosinistra nostrano, è: ma cosa abbiamo fatto di male per avere un centrosinistra così debole?

La prima risposta è immediata, evidente e incontrovertibile: la colpa è nostra. Ci siamo limitati ad andare a votare – e nemmeno tutti – quando siamo stati chiamati alle urne e per il resto ci siamo dimenticati di reagire davanti a ogni errore, o a ogni mancanza, o per assoluto disinteresse, o, ancor peggio, per un’errata interpretazione del concetto di delega che in una democrazia rappresentativa è doverosa per demandare alcune scelte ai competenti e agli esperti che teoricamente dovremmo scegliere con il voto, ma che non può assolutamente comprendere anche la delega di responsabilità che non può che essere personale e riferirsi anche alle scelte sbagliate.

La seconda può presupporre l’esistenza di una destra talmente forte da cancellare ogni buona cosa che odori, pur vagamente di sinistra. Questa ipotesi può essere consolatoria e suggestiva, ma in realtà la destra di questa regione e delle sue varie articolazioni territoriali, ha soltanto saputo moderare i deliri sovranisti, no-vax e no-green pass di Salvini e della Meloni. Per il resto ha saputo nascondere, sotto la coperta di un’accettabile gestione dell’emergenza del Covid, un’ulteriore spinta verso la sanità privata anche se la stessa pandemia ha dimostrato ad abundantiam che i danni in termini di vite umane sarebbero stati decisamente minori se la sanità pubblica non fosse stata così ferocemente depredata nei decenni precedenti. Ha poi scaricato sulle leggi salviniane ogni disumanità nei confronti dei migranti e ha saputo nascondere, non soltanto a Udine, sotto spessi manti di asfalto steso a coprire buche di strade e marciapiedi, anche l’assoluta mancanza di progettualità per un futuro capace di proporre miglioramenti sociali, amministrativi e culturali.

La terza risposta è probabilmente quella che più si avvicina alla realtà, o che, almeno, compone la maggior parte del mosaico che rappresenta le scelte regionali: il centrosinistra, con il PD in testa, non ha saputo, o non ha voluto, parlare agli elettori. E non soltanto questa non è la prima volta, ma sembra ormai diventata una deprecabile tradizione.

Questo non accade perché questa parte politica non ha nulla da dire in campo sociale, economico, culturale, legislativo – bene o male Enrico Letta che pure non è un fuoriclasse della comunicazione ha saputo dare molte indicazioni evidentemente ben accettate nel resto d’Italia – ma soprattutto in quanto il partito appare del tutto chiuso in se stesso, sempre deciso a bloccare le liste per non permettere agli elettori di esprimere preferenze reali, capace di discutere anche animatamente, ma soltanto al suo interno, impiegando nelle dispute interne una parte non trascurabile delle proprie energie che invece sarebbero più preziose per combattere gli avversari esterni. E questo fatto riguarda tutti i partiti di sinistra, più impegnati a mettere in rilievo le piccole cose che li dividono che le grandi che li uniscono.

Tutto questo evidentemente non solo non dà buoni frutti, ma tende ad allontanare tutti coloro che pur sarebbero vicini a un centrosinistra che dovrebbe essere capace di unire i principi della sinistra laica con quelli del cristianesimo sociale.

Nel 2022 ci saranno elezioni di non piccola importanza, tra cui quelle comunali di Gorizia e di Monfalcone. Nel 2023 ci saranno quelle regionali e le comunali di Udine. Il centrosinistra di questa regione ha intenzione di reagire velocemente, oppure preferisce rassegnarsi a perdere ancora, ma soprattutto a condannare alla sconfitta i suoi possibili elettori?

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domenica 3 ottobre 2021

Veniali e mortali

Mimmo LucanoLa frase tipica con cui si tenta di darsi un contegno di equanimità davanti a un giudizio che non si condivide è: «Ovviamente attendo di leggere il dispositivo della sentenza, ma…», come se questa frase concedesse un lasciapassare assoluto a qualsiasi critica non soltanto al giudizio, ma anche ai giudici che lo hanno emesso. Ecco: davanti alla sentenza di primo grado che ha condannato Mimmo Lucano a 13 anni e due mesi di carcere, quasi raddoppiando le richieste del pubblico ministero, questa frase mi sembra del tutto inutile e non soltanto perché per chi non ha fatto studi giuridici spesso i dispositivi delle sentenze hanno un grado di comprensibilità simile a quello di un antico documento in sanscrito, ma soprattutto in quanto ci sono alcuni elementi di critica che mi sembrano oggettivi e incontestabili.

Ovviamente non mi riferisco a una possibile lettura politica della sentenza perché una simile critica sarebbe esposta a una controcritica uguale e contraria e, in quanto, insieme con l’altrettanto trita accusa di “giustizia a orologeria”, l’ho sempre ritenuta del tutto inutile, se non a contribuire a far crollare la fiducia nel sistema giudiziario delle democrazie, con gli inevitabili corollari che buona parte della popolazione finirebbe per auspicare l’avvento di una cosiddetta “giustizia” in cui le sentenze seguono sempre i voleri del capo al potere e la nascita di realtà sul tipo dei Lager o dei Gulag, o all’altrettanto improbabile “giustizia” basata su sondaggi di opinioni eseguiti tra gente che sa poco, o nulla dei fatti, e che portano a realtà simili ai linciaggi, fisici o morali che siano.

Le mie critiche si appuntano su due realtà. La prima riguarda il fatto sostanziale che probabilmente nulla sarebbe mai successo se non fossero stati in vigore dei dispositivi di legge sull’immigrazione clandestina voluti da Salvini, Meloni e loro seguaci, non per limitare i clandestini, ma per combattere l’immigrazione tout court. Non ci fossero state queste leggi disumane che addirittura volevano punire chi salvava una vita dall’annegamento, nulla sarebbe successo. Intanto perché tutto il procedimento contro l’allora sindaco di Riace nasce proprio da quelle leggi, anche se poi proprio da quelle accuse è stato assolto perché «il fatto non sussiste», mentre per altre è stato inevitabilmente condannato. E poi perché molto probabilmente, se non ci fossero state quelle leggi criminali, Mimmo Lucano non avrebbe sentito la necessità etica di infrangere quelle e altre leggi di tipo amministrativo per tentare di salvare alcune vite, non dalla morte per annegamento, ma dall’abbandono a una vita fatta di stenti, emarginazione e, con buone probabilità, destinata ad andare a ingrossare la malavita; in forma attiva, da delinquenti, o passiva, da schiavi.

La seconda realtà riguarda il fatto che – sembra incredibile – nella cattolicissima Italia si sia persa la capacità di distinguere tra il concetto di “peccato mortale” e di “peccato veniale”, che, per chi ci crede, può comportare la non piccola diversità di destinazione tra l’inferno e il purgatorio. Che Mimmo Lucano abbia infranto leggi amministrative e regolamenti burocratici falsificando alcuni atti e documenti non lo nega nessuno, come è inevitabile la critica che la disobbedienza civile deve essere accompagnata – anche se per un sindaco può essere molto più difficile che per un parlamentare, o anche per un privato cittadino – dalla dichiarazione palese che questo atteggiamento di protesta esiste proprio per opporsi a una legge ritenuta ingiusta. Ma francamente appaiono incomprensibili i 13 anni e due mesi comminati per una serie di reati amministrativi, oltretutto senza che nelle tasche del condannato sia rimasto impigliato neppure un centesimo, mentre per una tentata strage ne sono stati inflitti 12 e per altri omicidi realizzati le pene siano scese addirittura a 5 anni, o anche meno.

Quelli che sono felici che Mimmo Lucano sia stato condannato affermano che così deve essere perché le “tariffe” della giustizia sono quelle, ma dimenticano che proprio nella quantificazione delle pene i giudici possono esprimere al massimo la loro discrezionalità e se non lo fanno dimostrano quantomeno di aver perduto, appunto, la cognizione dei significati di “veniale” e “mortale” e finiscono per far ricordare una frase di François Mauriac che scrisse: «Quel che v’è di più orrendo al mondo è la giustizia separata dalla carità».

Se l’applicazione delle pene dovesse essere sempre rigida i giudici potrebbero essere sostituiti da dei computer. A qualcuno potrebbe sembrare una cosa auspicabile perché potrebbe garantire una costanza nel metro di giudizio, ma vorrei ricordare che ogni computer deve essere programmato e in quel caso saremmo in balia del programmatore.

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sabato 4 settembre 2021

I limiti della delega

piazza È un libretto piccolissimo, ma non può non attirare l’attenzione perché l’unione del nome dell’autore con il titolo del volumetto edito da Garzanti appare come l’esemplificazione del concetto di ossimoro. Sopra il titolo “Ribellatevi!”, infatti, campeggia il nome del Dalai Lama colui che universalmente è indicato come l’esempio del pacifismo. E allora non può non venire in mente che ribellione e pacifismo non sono assolutamente termini antitetici.

Tra l’altro è un titolo che non può non far tornare in mente quel piccolo pamphlet liberatorio e corrosivo “Indignatevi!”, scritto nel 1998 da Stéphane Hessel, partigiano, allora novantatreenne ancora combattivo, al quale poco dopo Pietro Ingrao aveva risposto con un altro piccolo saggio: “Indignarsi non basta!”. Ingrao non aveva torto, ma già l’indignazione sarebbe stata – e a maggior ragione sarebbe oggi – un grande successo sociale.

Pensateci: negli anni Sessanta e Settanta l’indignazione era generale e palpabile, si inalava con ogni respiro, dava corpo a idee e a fatti. Poi, pian piano, tutto si è illanguidito, tranne certi estremismi sanguinari che mai avrebbero dovuto apparire. Poi, con l’arrivo del reaganismo, del thatcherismo, del berlusconismo, l’indignazione è apparsa come un vocabolo desueto. Tanto che il successo di Hessel ha colto quasi tutti di sorpresa, anche se non avrebbe dovuto sorprendere nessuno in quanto era come vedersi offrire a prezzi bassissimi un raro oggetto di antiquariato, davvero autentico: chi avrebbe rinunciato a quell’occasione? Inoltre buona parte degli acquirenti erano proprio quelli che avevano smesso da tempo di entrare in quei negozi di riferimenti etici e sociali che sono i seggi elettorali dove non trovavano più alcun simbolo che indicasse il proprio valore di riferimento.

A leggere oggi il libretto del Dalai Lama non si può non pensare che anche oggi i motivi per scende in piazza a protestare, a indignarsi, a ribellarsi sarebbero moltissimi: dalle discriminazioni razziali che oggi non hanno alcuna legge a sostenerle, eppure sono ancora fortissime, alla distruzione del valore del lavoro sostituito dall’idolatria della finanza e dell’arricchimento; dalla rinuncia a regolamentare seriamente settori strategicamente sensibili come la comunicazione e l’informazione, alla noncuranza con la quale si accetta che una parte sempre maggiore della società sia emarginata, se non addirittura esclusa, sia per censo, sia per questioni legate al sesso, o alla religione. Non si manifesta praticamente più nemmeno davanti ai tentativi di distruzione di importanti principi costituzionali.

Eppure a scendere nelle piazze sono soltanto i no-vax e i no-pass, proprio coloro che non ne avrebbero diritto perché le manifestazioni sono accettabili, se non addirittura auspicabili, quando postulano un impegno per il bene comune; non quando si sbandierano termini sacri come “libertà” per difendere i propri egoismi a scapito degli altri.

La domanda è inevitabile: questa inazione, questa timidezza nell’agire deriva da rassegnazione, insensibilità, individualismo egoista e miope? Oppure – ed è la cosa che più mi fa paura perché mette in crisi il concetto stesso di democrazia – si tratta un eccesso di abitudine alla delega?

Il quesito è drammatico perché la democrazia rappresentativa è insostituibile visto che quella diretta, basata sul supporto informatico, non ha il minimo senso in quanto la democrazia non si nutre soltanto di voti, ma prima di tutto è confrontarsi, parlare, discutere, mettere a paragone idee diverse, trovare mediazioni che possano risolvere i problemi della maggior parte della popolazione possibile. La democrazia, poi, vive per mettere a confronto idee e ideologie, non personaggi e leader.

La democrazia rappresentativa si regge sulla delega, ma il problema è che non molti si rendono conto che il concetto di delega può riguardare l’ambito decisionale, ma non quello della responsabilità: se sbagliano quelli che abbiamo delegato, siamo noi i responsabili perché abbiamo sbagliato a sceglierli e, quindi, dobbiamo intervenire al più presto. Anche scendendo in strada, o in piazza. Anche tornando a parlare un po’ più di politica e un po’ meno di calcio e di gossip. Anche lasciando perdere gli slogan e illustrando concetti che richiedono più di pochi secondi per poter essere compresi.

Anche per questo non amo la cosiddetta “governabilità” e il maggioritario che elargisce deleghe a lungo termine che devono vivere con pochi controlli e che hanno come caratteristica voluta proprio quella di non cambiare, anche se la scelta, a mandato ancora ben lontano dalla fine, si rivela drammaticamente sbagliata.

Adesso, dopo una lunga interruzione riprendono i periodi elettorali, sia a livello amministrativo, sia a livello politico. Per risvegliare un po’ di speranza ci sarebbe bisogno di persone che dicano davvero quello che pensano non soltanto nelle aule dove si riuniscono gli eletti e nelle stanze dei raggruppamenti politici, ma anche e soprattutto, faccia a faccia, in luoghi che non siano lo schermo di un computer, o di un telefonino. E, soprattutto, di persone disposte nuovamente a indignarsi, a ribellarsi e magari a scendere in piazza. I motivi e le occasioni non mancano anche perché la gestione della nostra coscienza non possiamo continuare a delegarla ad altri.

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sabato 31 luglio 2021

La parola che manca

CovidQuesto “Eppure…” sarà sicuramente definito “divisivo”, ma la cosa non mi infastidisce perché, anzi, tendo a considerarla come un complimento. È ben vero, infatti, che le cose che dividono fanno individuare gli avversari, ma, contemporaneamente, anche coloro che ci sono vicini, che condividono i nostri valori e ideali, le esigenze e gli obbiettivi. E, del resto, è l’unire più che il dividere a creare le partizioni, a indurre a prendere parte, a diventare partigiani, aderendo a quei partiti che tanti oggi vituperano, ma che sono le organizzazioni politiche che hanno permesso il pur incostante progresso della società e che ora sono in netta crisi davanti a un mare di indeterminatezze nei valori e di personalismi che vivono e prosperano proprio grazie all’eclisse delle cosiddette ideologie che, tra l’altro, non necessariamente erano estremistiche.

Comunque, durante il primo lock-down questo blog ha ospitato per 52 giorni consecutivi “Le parole del virus” con dei testi che poi, assieme ad alcuni saggi del professor Ugo Morelli, sono andati a formare il libro “Virus. Il grande esperimento”, sottotitolato “Noi umani al cambio di un’epoca”, edito da KappaVu. Ebbene, in ogni presentazione, in rete o in presenza, c’è stata sempre una domanda: «C’è qualche parola che rimpiange di non aver inserito nell’elenco?». La risposta, invariabilmente, è stata sempre la stessa: «Sì. La parola che vorrei aver inserito è “omicidio”». E sempre c’è stato qualcuno che ha trovato esagerato pensare a questa parola legandola ai nostri comportamenti in tempo di pandemia.

Oggi, mentre la variante Delta fa aumentare nuovamente contagi, ricoveri, terapie intensive e morti, assistiamo a ripetute e deliranti manifestazioni no-vax e a non infrequenti sconfinamenti nell’intolleranza; sentiamo qualche plagiato che straparla di «dittatura sanitaria» e addirittura azzarda paragoni blasfemi con quello che è successo ad Auschwitz, perché gli si dice di usare la mascherina se è a contatto con altre persone; le cronache raccontano che addirittura molti accampano un teorico diritto di rifiutare un tampone che, se positivo, potrebbe rovinare loro le vacanze; e intanto Salvini, Meloni e altri incoscienti, si oppongono all’obbligo del green pass per poter accedere a luoghi chiusi in cui c’è molta gente, con la segretaria di Fratelli d’Italia che addirittura dice che «l’obbligo dell’uso del green pass nuocerebbe al turismo» lasciando capire che per lei la vita di una persona è decisamente meno importante del pur fondamentale settore turistico.

Perché di questo si tratta. E sarebbe ora di dirlo con chiarezza, anche e soprattutto a livello politico: chi contagia gli altri perché non ha ottemperato alle disposizioni sanitarie, o non ha voluto usare di strumenti di protezione attiva e passiva a disposizione in quel momento, si rende responsabile di mettere a repentaglio la vita altrui; purtroppo in molti casi degli oltre 125 mila totali, di aver causato la morte di altri esseri umani.
Poi è evidente che non si tratta di omicidio premeditato e – spero – neppure preterintenzionale, ma colposo sicuramente sì. Anzi, lo paragonerei all’omicidio stradale che prende corpo se uccidi qualcuno non rispettando le regole del comportamento comune che, in quel caso, è rappresentato dal Codice della strada.

Ed è altrettanto chiaro che nei primi mesi del 2020 ben pochi sapevano cosa stesse succedendo, che i vaccini non esistevano ancora e che sono stati tantissimi quelli che, pur in assoluta buona fede, hanno finito per essere veicoli involontari dell’infezione da Cvid-19. Ma tutto questo non vale per chi non accetta di vaccinarsi, per chi rifiuta l’uso della mascherina, per chi schiva i tamponi e le quarantene, per chi pensa di guadagnare qualche voto opponendosi all’uso del green pass e richiamandosi alla parola “libertà” che, invece, è soltanto arbitrario egoismo, perché la propria libertà è tale soltanto se non va a tarpare la libertà altrui tra le quali quella di vivere è la più importante.

È vero: non ci sono leggi che regolamentino la diffusione delle pandemie, se non in caso – e questo non lo è – di deliberato dolo e comunque sarebbe sicuramente difficile provare legalmente il passaggio del virus da un vettore all’altro, ma vi domando: se voi sapeste che, per leggerezza o comodità, avete portato l’infezione in una casa di riposo, o in un altro tipo di comunità, provocando la morte di decine di persone, vi sentireste a posto soltanto perché la legge non può raggiungervi, oppure sareste schiacciati dal rimorso?

È una domanda semplice, ma importantissima perché, almeno per me, il tipo di risposta è il discrimine per capire se chi risponde è un essere umano, o ne ha soltanto le sembianze.

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venerdì 2 luglio 2021

La neutralità non esiste

Quando sentite qualcuno dire «Non faccio politica; non sono né di destra, né di sinistra», dovete stare attenti: o sta cercando di fregarvi, o vi ha già fregato, oppure è un “minus habens” che non sa quello che sta dicendo. La neutralità non esiste, o, dovesse esistere, sarebbe da condannare con decisione.

Il concetto della truffa è stato ben condensato nella pubblicità che ha accompagnato la nascita, ben più di mezzo secolo fa, di un quotidiano che ha avuto momenti di gloria: “Il Giorno”. Lo slogan era «I fatti separati dalle opinioni». Ma era uno slogan coniato dai pubblicitari e mai condiviso da nessuno dei giornalisti che vi hanno lavorato tra i quali ho avuto l’orgoglio di essere per un po’ di anni corrispondente regionale. «Noi raccontiamo i fatti – si diceva – ma non tagliamo i sentimenti, i valori, le convinzioni: non faremmo giornalismo. E non perché il giornalismo nasca per educare, ma perché se non educa finisce inevitabilmente per diseducare».

A riportare in primo piano questa realtà è stato il calcio, o per essere più precisi, la nostra nazionale di calcio che, non riuscendo a mettersi d’accordo sull’inchinarsi, o meno, contro il razzismo prima del fischio d’inizio delle partite, ha curiosamente deciso di seguire quello che fa la squadra contro cui gioca, «per rispetto dell’avversario».

Lasciamo pur perdere che la nostra nazionale di basket, invece, si inginocchia comunque a prescindere dai pensieri dell’avversario, ma la motivazione dei calciatori appare decisamente curiosa. Il pensiero dell’avversario è più importante del proprio? Si può essere neutrali davanti a una realtà come quella del razzismo? Non è forse lecito che ognuno, come Costituzione prescrive, possa esprimere il proprio parere senza doverlo sottoporre al giudizio della maggioranza della squadra?

Per non fare polemiche prima della partita contro il Belgio si è preferito mettere la sordina alla questione, ma a riportarla in primo piano sono stati i ragazzi neofascisti del “Blocco studentesco”, movimento giovanile di Casapound, che hanno copiato il murale di Harry Greb che aveva raffigurato un giocatore della nazionale italiana in versione Subbuteo inginocchiato e con il pugno chiuso e alzato in omaggio al movimento “Black lives matter” (le vite nere meritano) e lo hanno affiancato a un loro disegno in puro stile ventennio, con tanto di saluto romano e affiancato alla scritta «Resta in piedi».

Non fosse bastata la dichiarazione di Salvini che incitava gli azzurri a non inginocchiarsi, ora i fascisti fanno ben capire che l’inginocchiarsi, o il non inginocchiarsi hanno significati etici ancor prima che politici ben definiti.

Probabilmente i calciatori pensano che, a seconda del loro atteggiamento, perderanno il tifo di qualche fascista, o di qualche antifascista e quasi sicuramente hanno ragione. Ma sta di fatto che lo sport è da apprezzare se fa parte del mondo e, quindi, se partecipa alle sue gioie e alle sue disgrazie, ai suoi pregi e ai suoi difetti. Altrimenti diventa un qualcosa di staccato dalla realtà, una specie di videogioco nel quale riesce difficile pensare di fare il tifo per qualche figurina elettronica che si muove sullo schermo senza sentimenti.

Prendere parte, essere partigiani, porta con sé sempre qualche rischio, piccolo o grande che sia. Ma è la stessa vita a essere rischiosa. La neutralità non soltanto non esiste: non è nemmeno umana.

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mercoledì 23 giugno 2021

I significati di “libero”

Monsignor Gallagher
Monsignor Gallagher

Doveva restare riservata, ma, per evidenti motivi, qualcuno ha ritenuto di far trapelare la notizia che attraverso il Segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, monsignor Paul Richard Gallagher, il 17 giugno è stata presentata una richiesta formale al governo italiano per fermare il disegno di legge Zan perché «viola i Patti Lateranensi». Un gesto senza precedenti nella quasi secolare storia dei rapporti tra Italia e Vaticano dopo la firma di quel trattato.

Ma, visto che nella stessa curia romana sembra esserci battaglia sullo stupefacente comunicato contro il ddl Zan, si è certi che Papa Francesco fosse a conoscenza di quello che stava per succedere con l’inedita denuncia della mancata osservanza di un trattato internazionale come i Patti Lateranensi?

La domanda, oltre che preoccupante, è più che lecita visto che l’opposizione ultraconservatrice alle posizioni pastorali del Pontefice (molti preti e prelati non hanno mai digerito quel «Chi sono io per poter giudicare» pronunciato da Bergoglio che ha sottratto loro una buona fetta di potere) ha continuato a imperversare e sta cercando di sferrare colpi terribili al “soglio di Pietro” senza rendersi neppure contro che li sta sferrando anche a se stessa per i contraccolpi che ha e avrà nel popolo cattolico.

Basterebbe pensare alle parole del novantenne cardinale Ruini che è sceso immediatamente in campo e, giulivo, ha dichiarato che è stato giusto denunciare una violazione del Concordato «nel quale la Repubblica Italiana riconosce alla Chiesa Cattolica la piena libertà di svolgere il proprio magistero e garantisce alla Chiesa stessa e ai cattolici piena libertà di pensiero e di espressione».

Ebbene, teniamo per prima cosa presente che il ddl Zan si limita a riferirsi ai crimini di odio e di incitamento all’odio, ed esclude esplicitamente qualsiasi limitazione alla propaganda di idee. Ma soprattutto leggiamo il testo: alla vecchia formulazione dell’articolo 604 bis, più conosciuto come “Legge Mancino”, «È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi», si limita ad aggiungere, in coda, «oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità».

Questo significa, secondo il cardinale Ruini e coloro che rappresenta e preferiscono restare in secondo piano, che la libertà di magistero della Chiesa e quella di pensiero e di espressione dei cattolici, sarebbero mutilate se fosse proibito per legge di incitare «alla discriminazione o alla violenza» contro quelli che sono diversi per genere, orientamento sessuale, identità di genere, o disabilità? Invocare quella norma concordataria fa pensare che per il Vaticano la libera missione pastorale e la manifestazione del pensiero possano legittimamente tradursi in azioni discriminatorie e repressive.

E assolutamente degno di attenzione, a proposito di “magistero”, è anche il fatto che la Chiesa si opponga a un disegno di legge italiano non in nome di valori etici legittimi, anche se non condivisi da tutti, ma chiamando in causa un trattato internazionale. Lasciar perdere le teoriche leggi morali per aggrapparsi, infatti, a quelle scritte su carte bollate fa trasparire sia la presa di coscienza del fallimento di una “moral suasion” praticata quando da parte del Vaticano si indicavano come salvatori del concetto di famiglia personaggi che di famiglie ne avevano avute ben più di una, sia il grande favore per la destra che contro il ddl Zan si è scagliata perché si sente limitata in quelle che evidentemente considera sue libertà. Difficile dimenticare che poco tempo fa lo stesso cardinal Ruini ha detto che «Giorgia Meloni adesso meritatamente è sulla cresta dell'onda».

Ora c’è da sperare che le istituzioni laiche della Repubblica non si facciano intimidire e che, anzi, portino velocemente in porto l’approvazione di una legge che forse potrebbe ridurre gli schifosi episodi di cronache di aggressioni discriminatorie che ogni giorno appaiono sui nostri giornali.

Auspicando che i giochi di curia non possano aver ragione sulle considerazioni evangeliche di Papa Francesco, ritengo sia inutile sperare che monsignor Gallagher, il cardinale Ruini e tutti coloro che li seguono riescano a capire che nella storica frase «Libera Chiesa in libero Stato», coniata dal conte di Montalembert e poi pronunciata più volte da Cavour e legata alla fine del potere temporale dei Papi, gli aggettivi “libero” e “libera” vogliano dire esattamente la medesima cosa.

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