venerdì 23 febbraio 2024

Cattolico vuol dire universale

 

Io non sono un non credente. E questa doppia negazione non presuppone l'affermazione di una mia fede. Infatti, su questo sono uno che nulla sa, tranne il fatto che mai saprà; che al massimo vorrebbe; che considera Dio un ottativo, che se ne considera un simpatizzante, ma che non può giurare che esista un Ente supremo, né che ci sia un aldilà. Credo, invece, senza dubbi al Vangelo e a quello che contiene, alle parole di un Cristo che predica e pratica l’accoglienza come forma di fratellanza e, quindi, di amore reciproco e di pace.

Resto, quindi, sconcertato leggendo purtroppo non pochi commenti postati sui social davanti alla notizia che monsignor Riccardo Lamba è stato nominato nuovo vescovo dell’arcidiocesi di Udine, quale successore di monsignor Andrea Bruno Mazzocato che ha presentato in settembre la rinuncia per raggiunti limiti di età.

Ma più che sconcertato sono schifato: possibile che coloro che hanno scritto quei commenti vergognosi contro un prelato che neppure hanno mai visto non si vergognino di proclamare una guerra contro il nuovo vescovo in parte perché non è friulano, in parte perché pratica l’accoglienza e la vicinanza ai più disagiati e agli ultimi?

Eppure “cattolico” vuol dire universale e non “campanilista”. Eppure Cristo praticava l’accoglienza e non il rifiuto anche nei confronti di Papa Francesco che sta insegnando che la fratellanza (e quindi la pace tra gli esseri umani) deve far premio su tutto.

Se ormai la voglia di destra, di nazionalismo, di razzismo, di separatismo e di contrapposizione non si accontenta più di cancellare il senso dell’esistenza del Parlamento e di effettuare l’occupazione dei mezzi d’informazione, ma vuole anche poter disporre della religione, siamo arrivati al punto in cui ci si deve rendere conto che non si tratta più di normale contrapposizione politica, ma di vera e propria lotta per difendere la democrazia intesa come sistema politico che nasce per ottenere contemporaneamente due risultati: dare voce e potere decisionale alla maggioranza, ma anche per dare voce e rispetto alla minoranza anche perché i due ruoli, in una democrazia non malata, possono – anzi, devono – alternarsi.

A leggere il curriculum vitae di monsignor Lamba, si resta ancor più stupefatti per questa opposizione di tipo razzistico a prescindere: 67 anni, nato a Caracas, in Venezuela e rientrato in Italia, con la famiglia, nel 1965, a 8 anni. Entrato in seminario nel 1984, è stato ordinato presbitero per la diocesi di Roma nell’86. Laureato in medicina, dal 1989 al ’91 è stato assistente del Pontificio seminario Romano Maggiore. Dal ’91 al 2000 è stato assistente della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Dal 2000 al 2002 è stato Parroco di Sant’Anselmo alla Cecchignola, dal 2002 al ’18 di Gesù Divino Lavoratore e dal 2018 fino e oggi di San Ponziano a Roma. Nel ’22 papa Francesco lo ha nominato vescovo ausiliare a Roma e gli sono stati affidati l’ambito della Chiesa ospitale e “in uscita” e il servizio per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili.

Un percorso che testimonia, dunque, la disponibilità alla cura degli altri, sia in senso fisico, sia spirituale, una volontà di essere vicino a coloro che soffrono. È il ritratto di una persona che avrebbero voluto avere vicino gli emigranti che per ben più di un secolo hanno dovuto abbandonare alla ventura il Friuli, ma non soltanto il Friuli, per cercare fortuna (intesa come capacità di dar da mangiare ai propri figli) in ogni parte del mondo.

Un popolo che vuole difendere la propria anima deve possedere memoria e capacità di applicarla al presente per prefigurare un futuro migliore. Un popolo che non ha memoria non può nemmeno più chiamarsi popolo. E avere memoria non può limitarsi soltanto a difendere il proprio idioma,

Ma forse le schifezze che ho letto sulla nomina di monsignor Lamba possono essere anche utili in quanto possono essere l’occasione per sbarazzarsi di quell’ipocrisia che da troppo tempo – non per desiderio di pace, ma soltanto per timore di perdere la propria tranquillità – sta anestetizzando la sensibilità di troppa gente che preferisce far finta di non sentire anche quando le parole che invece sente davvero sono assolutamente inaccettabili.

domenica 21 gennaio 2024

La colpevole maggioranza silenziosa

Dopo quello che è successo allo Stadio Friuli, dove la partita tra Udinese e Milan è stata sospesa per 5 minuti perché il portiere ospite, Mike Maignan, seguito dai suoi compagni di squadra, è uscito dal campo perché stufo degli insulti razzisti a lui rivolti da alcuni spettatori della curva Nord, a me interessa molto poco sentir accusare «pochi sciocchi non tifosi» che si sono comportati in maniera indegna; che anche questo può aver influito sul pessimo risultato sportivo; che così ne esce compromessa la faccia «di una tra le città più civili d’Italia, spesso in prima linea per i diritti delle minoranze», anche perché tutta la scena è stata vista in diretta tv, come se la realtà diventasse tale soltanto se appare su uno schermo.

Mi interesserebbe molto di più se si cominciasse a mettere sotto accusa chi ha permesso che quei «pochi sciocchi non tifosi» facessero quello che hanno fatto. E non mi riferisco soltanto all’Udinese Calcio che, come tutte le Società delle serie maggiori di questo sport in Italia, è succube, o ricattata, e comunque colpevolmente silenziosa davanti a casi di razzismo, o di violenza, anche se ormai i loro introiti dipendono più dalle tv che dalle vendite dei biglietti.

Chiamo in causa soprattutto i tantissimi – se è vero che i cretini e i razzisti sono pochi – che erano presenti e che hanno permesso che accadesse quello che è accaduto, magari sorridendo, o con indifferenza, o anche disapprovando, ma in totale silenzio. Perché non sono pochi scemi – è un buon sinonimo di razzisti – a rovinare il nome di una città civilissima, ma i tanti che li hanno lasciati fare e, ancor prima, li hanno lasciati diventare quello che sono diventati. Perché una comunità diventa tale non soltanto se è capace di applicare la solidarietà, ma anche e soprattutto se si rende conto che sempre deve essere presente anche il concetto di corresponsabilità. Perché di quello che è successo allo Stadio Friuli siamo responsabili tutti, perché la cura di una comunità spetta a tutti coloro che di quella comunità fanno parte. È questa l’idea base sulla quale è nato il concetto di democrazia. è questa l’idea che, quando è mancata, ha spianato la strada all’avanzare di qualsiasi dittatura abbia deturpato questo nostro mondo.

E adesso? Adesso alla società non tocca soltanto di non lamentarsi davanti alle sanzioni che indubbiamente arriveranno, al minimo con la chiusura per un paio di partite della curva Nord: deve soprattutto chiedere scusa – e in maniera palese – a Mike Maignan, al Milan e a tutti coloro che amano lo sport e anche cominciare a punire coloro che sono i responsabili più apparenti di questa schifezza, individuandoli e togliendo loro il diritto di entrare allo stadio, anche restituendo una parte dei soldi dell’eventuale abbonamento.

Tenendo anche conto che questo stadio probabilmente non sarà squalificato, ma visto quello che vi succede, dovrebbe essere vietato ai minori perché se è vero che si impara dagli esempi, è altrettanto vero che anche gli esempi negativi, soprattutto se legati a una specie di impunità, devono essere considerati capaci di entrare nelle menti ancora in via di formazione.

E i tifosi? A loro spetta il compito più impegnativo: quello di fare la guardia a loro stessi, di non urlare soltanto contro l’arbitro, ma anche e soprattutto contro i propri compagni di tribuna, gradinata, o curva, se eccedono, se sconfinano nella violenza, nelle soperchierie, nel razzismo. Non si può stare zitti e sentirsi virtuosi solo perché, appunto, si è stati zitti. E magari poi lamentarsi perché la curva rimane chiusa. È come lamentarsi di come va una nazione dopo essersene sempre disinteressati e non essere andati neppure a votare.

venerdì 19 gennaio 2024

E l’articolo 527 del Codice penale?

Mi hanno insegnato a non criticare mai le sentenze della Magistratura, anche se sono convintamente in disaccordo con il verdetto. E anche questa volta farò così, limitandomi a esporre i fatti e a dare un suggerimento.

Le Sezioni unite della Corte di Cassazione erano chiamate a giudicare otto militanti di estrema destra che hanno fatto il saluto romano a Milano il 29 aprile 2016, alla commemorazione di Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù, aggredito nel 1975 da un gruppo di attivisti della sinistra extraparlamentare e morto oltre un mese e mezzo dopo per i traumi riportati. Gli aggressori di quella volta furono riconosciuti colpevoli di omicidio volontario.

Gli attuali imputati per il saluto romano erano stati assolti in primo grado e poi condannati in appello. Ora dovranno tornare davanti ai giudici d’appello su dispositivo della Suprema Corte che ha ritenuto che per i saluti romani non vada applicata la legge Scelba (formalmente legge 20 giugno 1952, n. 645) che, in attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, introdusse il reato di apologia del fascismo, in quanto – ha stabilito la Corte – «la “chiamata del presente” o “saluto romano” è un rituale evocativo della gestualità propria del disciolto partito fascista», ma che tale legge vada applicata «ove, avuto riguardo a tutte le circostanze del caso, sia idonea a integrare il concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista». E, obbiettivamente, in quella commemorazione molti hanno avuto nostalgia del drammatico ventennio, ma nessuno ha detto, o scritto, «E adesso riorganizziamo il disciolto partito fascista».

Eventualmente, continua la Corte, va valutata la legge Mancino (legge 25 giugno 1993, n. 205) anche se solo «a determinate condizioni» può configurarsi anche il delitto che «vieta il compimento di manifestazioni esteriori proprie o usuali di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi». E anche in questo caso non risulta che in nessun discorso ufficiale sia stato esplicitato l’odio che il disciolto partito fascista aveva fatto diventare leggi razziste, più che razziali, o esplicitato con una serie di dichiarazioni di guerra e con le feroci e sanguinarie avventure coloniali.

Ineccepibile, dunque, ma mi piacerebbe dare un sommesso consiglio agli avvocati che dovranno affrontare in altre occasioni processi contro i saluti romani che, dopo questa sentenza, sicuramente si moltiplicheranno a dismisura grazie a un senso di impunità gioiosamente subito messo in evidenza da Casa Pound. Provate a tirare in ballo anche l’articolo 527 del Codice Penale, quello in cui si dice che «Chiunque, in luogo pubblico, o aperto, o esposto al pubblico, compie atti osceni è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 30.000. Si applica la pena della reclusione da quattro mesi a quattro anni e sei mesi se il fatto è commesso all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori e se da ciò deriva il pericolo che essi vi assistano».

Perché poco ci può essere di più osceno del comportamento di chi ha nostalgia del partito fascista, di chi rimpiange le sue leggi e i suoi comportamenti, di chi sbeffeggia o addirittura offende coloro che durante la Resistenza hanno dato la vita per ridare la libertà di vita e di scelta agli italiani, di chi oggi sognerebbe di togliere libertà, diritti e pensiero, di chi ambirebbe di riuscire a ridurre la democrazia a un simulacro dietro al quale c’è soltanto autoritarismo.

domenica 7 gennaio 2024

La dannazione del silenzio

Ma qualcuno crede davvero che una persona sufficientemente intelligente e non sotto l’effetto di alcol, o di sostanze psicotrope, possa acquistare qualcosa di visibilmente marcio, o non funzionante, o largamente più oberato da debiti che dotato di profitti? È possibile pensare che si possano spendere milioni di euro senza prima dare un’occhiata approfondita ai bilanci delle aziende che si intendono acquistare?

Evidentemente no. E allora lo stato di crisi richiesto dopo solo un paio di mesi dall’acquisto, per i giornali del gruppo NEM – tra cui il Messaggero Veneto e Il Piccolo – non può non far pensare a quello che sta succedendo a quelle testate: 11 giornalisti da prepensionare nel quotidiano di Udine e 9 in quello di Trieste.

Lasciamo pur perdere la clamorosa assenza di una legge che impedisca di chiedere uno stato di crisi prima di un congruo periodo – almeno un paio di anni, ma proprio per tenersi bassi – dall’acquisto, ma le domande da porci sono davvero molte.

Solo per citarne alcune… Perché qualche industriale, banchiere o manager dovrebbe buttare via i soldi propri, o delle proprie aziende per acquistare qualcosa di fallimentare? Quali possono essere i vantaggi che in qualche maniera siano in grado di compensare queste perdite? Perché anche un quotidiano che crea guadagni, come il Messaggero Veneto, deve essere depauperato – anche più degli altri – con l’uscita anticipata di ben 11 professionisti di esperienza e di conoscenza anche storica del territorio? Siamo davvero convinti che la crisi economica dell’informazione sulla carta stampata non sia collegata all’impoverimento della qualità del prodotto, dovuta anche al fatto che sulle spalle dei giornalisti, comunque sempre di meno, si assommano pure i lavori che una volta erano coperti da correttori, impaginatori e poligrafici di vario tipo che ora non esistono più?

Potrei andare avanti a lungo con domande di questo tipo, ma quella che mi aggredisce, e che trasmetto con urgenza anche a voi, è questa: è possibile che la politica – ogni parte politica – sia così sorda davanti al clangore di qualcosa che sta crollando tragicamente, non soltanto per i non pochi posti di lavoro perduti, ma anche perché viene sempre più minata l’informazione, anche e soprattutto come pluralismo e, quindi, come garanzia per una democrazia che non sia soltanto di irritante facciata. Un silenzio assordante che, se è ben giustificato per coloro che mettono in atto, o sostengono questi modi di agire, è del tutto incomprensibile, oltre che inaccettabile, se osservato anche da quelli che dovrebbero opporsi, sia per convinzione, sia per dovere politico.

È vero: visto quello che sta succedendo, non dovremmo stupircene. A livello nazionale vediamo approvare la legge bavaglio che impone il divieto di pubblicazione «integrale o per estratto» del testo di un’ordinanza di custodia cautelare. A livello regionale con tanto silenzio e poche proteste è stato accolto l’allontanamento di una persona come Angelo Floramo da parte di una testata il cui nome non cito perché meriterebbe una damnatio memoriae. E il silenzio politico è pressoché totale anche davanti all’incredibile iniziativa della Danieli che ha chiesto di avere l'elenco dei firmatari della petizione contro il progetto di acciaieria a San Giorgio di Nogaro e che, dopo il rifiuto del Consiglio Regionale, per motivi di privacy, ha fatto ricorso al TAR per ottenere i documenti.

Ma il silenzio meno comprensibile e più preoccupante è quello nostro, quello dei cittadini, che ormai assorbono con rassegnazione qualunque schifezza venga loro inflitta: non protestano, non scendono più in piazza o per strada, non entrano più nei partiti per cambiarli perché ritengono impossibile farlo: non vanno più nemmeno a votare perché non trovano qualcuno sul cui nome sia desiderabile tracciare una croce. O cambieremo noi cittadini, oppure la sconfitta, la perdita di conoscenza, libertà, diritti, democrazia sarà inevitabile, anche se mai – lo dimostra la storia – definitiva.

Ma sarebbe tragico consolarsi così.

sabato 23 settembre 2023

Il prezzo della libertà

Diciamoci la verità: non avremmo mai pensato che si potesse arrivare a tanto, ma, una volta che ci hanno fatto conoscere questa loro nuova porcheria, non possiamo stupircene perché rientra benissimo nel loro modo di vedere il mondo. Mi sto riferendo al decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale in cui si precisa che un migrante potrà evitare di essere rinchiuso in un CPR a condizione che versi quasi cinquemila euro – per l’esattezza 4.938 – come «garanzia finanziaria a carico dello straniero durante lo svolgimento della procedura per l'accertamento del diritto di accedere al territorio dello Stato». L’importo è stato fissato – è specificato nel decreto – per garantire allo straniero, «per il periodo massimo di trattenimento, pari a quattro settimane (ventotto giorni), la disponibilità di un alloggio adeguato, sul territorio nazionale; della somma occorrente al rimpatrio; di mezzi di sussistenza minimi necessari, a persona».

Al di là del fatto che nel recentissimo Decreto legge deciso dal Consiglio dei ministri meloniano si specifica che il trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri sarà alzato al limite massimo consentito dalle attuali normative europee: 6 mesi, prorogabili per ulteriori 12, per un totale di 18 mesi, la decisione del truce ministro Piantedosi fa balzare immediatamente agli occhi la mentalità di chi lo ha voluto: Salvini e, di conseguenza, la Meloni.

La prima evidenza è quella che, ponendosi su posizioni diametralmente opposte rispetto alle parole e ai gesti di Papa Francesco, il rappresentante in Terra di quel Dio che la Meloni dice di voler difendere, la presidente del Consiglio fa di tutto per rendere difficile, se non impossibile, la fuga di chi vuole scappare da guerre, dittature sanguinarie, crisi climatiche, carestie e malattie curabili da noi, ma non in quei posti.

La seconda riguarda il fatto che ben poco la Meloni fa, anche se urla il contrario, per intraprendere una «guerra agli scafisti in tutto il globo terracqueo». Molto più semplice è prendersela con i più deboli, con quelli che già rischiano la vita propria e quella dei propri cari allo scopo di conquistare almeno la speranza. E continuare a dare soldi, navi e armi a quei regimi sotto i quali a prosperare sono proprio quegli scafisti che – com’è ben illustrato in “Io capitano” di Matteo Garrone – ormai non si assumono più nemmeno il rischio di mettersi in mare.

Il terzo aspetto mette in luce sia la tentazione di monetizzare tutto, di fissare un prezzo per la libertà, sia il disprezzo per la nostra Costituzione che sicuramente – dovessero disgraziatamente riuscire ad aumentare la loro maggioranza – vorrebbero cambiare. Chiedere a poveri cristi, già depredati dai mercanti di esseri umani per terra e per mare, di tirare fuori poco meno di 5.000 euro vuol dire parificarsi proprio a quegli scafisti che si dice di voler sconfiggere. E poco cambia per chi – già in povertà – si sente raggiungere da una telefonata di minacciosa richiesta di altri soldi, sentire la promessa che prima o dopo, se il migrante si sarà comportato bene, quella somma sarà restituita.

Non meno gravi sono le considerazioni costituzionali: chiedere una simile cifra ai ragazzi, agli uomini e alle donne che vediamo vagare nelle nostre strade significa stabilire che anche tra i poveri ci debbano essere delle discriminazioni: chi riesce ad avere dei soldi può salvarsi da una detenzione imposta anche senza la minima corrispondenza con un qualche reato, mentre quelli più poveri devono rassegnarsi a veder chiudere i cancelli dopo il loro ingresso perché colpevoli di essere poveri senza scampo.

Eppure la Costituzione, nell’articolo 3, specifica che «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono…».

A questo punto a Salvini e camerati, che sicuramente diranno che i migranti non sono cittadini italiani, bisognerebbe ricordare l’articolo 10 in cui è scritto: «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge».

Certamente la destra ha la maggioranza nel Parlamento, ma dovrebbe essere doveroso cercar di far vedere che questa maggioranza può verificarsi soltanto con questo sistema elettorale e soprattutto con l’abbandono delle urne. Stare zitti ci fa diventare complici e, quindi, colpevoli.

Provate a pensare a quanti esseri umani in più sarebbero stati uccisi nei Lager nazisti se l’accoglienza praticata da tanti Paesi non ci fosse stata, o se fosse stata subordinata alla disponibilità economica dei perseguitati.

 

 

venerdì 1 settembre 2023

Parole da riscoprire: piazza

In poche cose come nel linguaggio della politica ci si accorge di come cambiano – o, meglio, vengono cambiati – i significati delle parole. Prendiamo come esempio il sostantivo piazza che non molti decenni fa era considerato un luogo di ritrovo naturale e che oggi, invece, assume un senso di minaccia, o che addirittura richiede giustificazioni. I meno giovani ricorderanno certamente che cortei e manifestazioni erano parte integrante della vita sociale di ogni Paese democratico e si rendono conto che oggi tutto è cambiato.

Ivan Pedretti, segretario generale della Cgil pensionati afferma minaccioso: «Il governo vuole usare le pensioni come bancomat, ma stavolta scendiamo in piazza». E Maurizio Landini, il leader della Cigl, pur sempre molto deciso nell’esprimere il proprio sentire, si sente quasi in dovere di difendersi quando, davanti all’affermazione della destra «Protesta ancora prima di sapere quale sarà la nostra proposta di legge finanziaria», giustifica la decisione di proclamare sciopero e manifestazione per il 7 ottobre dicendo che «noi non è soltanto che protestiamo, ma abbiamo delle nostre proposte e vogliamo farle conoscere».

Conviene analizzare questo cambiamento semantico del significato di piazza. Nata nell’antica Grecia come “agorà” (da “aghéiro”: raccolgo, raduno), la piazza principale della “polis” è fondamentale nelle prime democrazie dirette per consentire alla popolazione di radunarsi, discutere e poi votare. Anche a Roma, pur se si vota di meno, la piazza serve per dare vita ai comizi, cioè ad assemblee pubbliche di patrizi e plebei assieme, le cui competenze vanno sempre più scemando. Agli albori del Medioevo, in Italia, la piazza diventa luogo di riunioni, spettacoli, prediche, cerimonie, processioni, esecuzioni, ma anche di attività commerciali e di comunicazioni pubbliche. Soltanto raramente di discussioni; praticamente mai di votazioni.

Poi, con la rivoluzione francese, la piazza torna ad animarsi, ma comincia ad assumere le caratteristiche moderne che prescindono dai concetti politici di destra e sinistra, ma si radicano nelle forme di governo: in quelle autoritarie le piazze si riempiono soltanto nel caso la folla sia plaudente; nelle democrazie quasi esclusivamente per dimostrare un dissenso nei confronti dell’operato del governo in carica. Implicitamente questo fa arrivare alla conclusione che se le piazze non si riempiono per accogliere forme di protesta, questo vuol dire che la democrazia sta attraversando un momento di crisi e non è casuale che dappertutto l’assenza di proteste di massa coincida con un drastico calo delle percentuali dei votanti nelle varie consultazioni elettorali.

La sempre più diffusa crisi delle democrazie rappresentative, infatti, non dipende tanto da un logoramento di sistemi e regole della convivenza civile, ma proprio da una sempre più marcata carenza di partecipazione che rende enormemente più facile imporre, per chi ha il potere in mano, i propri valori, o le proprie mire economiche e sociali. E, dopo anni e anni di esperienza, si può ben dire che le cosiddette “piazze virtuali” non sono soltanto dei pallidi succedanei delle antiche riunioni di massa, ma sono delle vere e proprie truffe.

Nelle piazze, infatti, ci si conosceva, ci si parlava, si discuteva, ci si rendeva conto di non essere soli, ma di far parte di una comunità che aveva delle dimensioni che spesso erano davvero ragguardevoli. E di queste dimensioni si rendevano conto anche coloro che occupavano la stanza dei bottoni e che, soprattutto in presenza di sistemi elettorali proporzionali, erano molto sensibili alla possibile perdita di qualche punto percentuale nel computo dei voti e, quindi, un po’ più disposti a ragionare sulle necessità manifestate da fette di cittadini che ci mettevano la faccia e non restavano praticamente anonimi dietro gli schermi di computer, tablet e telefonini.

Viene quasi il sospetto che l’uso dei social sia visto con grande favore, se non addirittura sponsorizzato, soprattutto da coloro che desiderano non essere seccati; non tanto dalle opposizioni parlamentari, cristallizzate nelle loro dimensioni per un lustro, ma soprattutto dalle resistenze popolari.

Ed è vacua la ripetuta giustificazione che è stata la tecnologia a rovinare in tanti aspetti la nostra società: la tecnologia dovrebbe aiutare, non rovinare e comunque sta agli esseri umani la decisione del se e del come utilizzare le novità che il progresso ci mette a disposizione. I colpevoli restiamo sempre noi, sia nell’usare scriteriatamente i mezzi che abbiamo a disposizione, sia nel far finta di non accorgerci che lo stanno facendo altri.

Ma una speranza c’è perché le piazze sono ancora là e sta a noi il compito – anzi, il dovere – di non lasciarle desolantemente vuote, ma di riempirle quando sentiamo che c’è qualche ingiustizia da rifiutare. E questo va fatto insieme, vedendo e sentendo fisicamente che non si è soli e non soltanto immaginandolo con la lettura di qualche frasetta, o addirittura di semplici like, sullo schermo di uno dei tantissimi mezzi di comunicazione che spesso ci siamo illusi che potessero sostituire il complesso della nostra umanità.

martedì 4 luglio 2023

La sregolatezza delle regole

In “Aspettando Godot” Samuel Becket fa dire a Estragone: «Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano». A prima vista può apparire un rovesciamento della realtà, ma, invece, questo assunto può essere del tutto logico. La pazzia, infatti, può derivare da problemi congeniti, o, dopo, da malattie, o eventi traumatici che mettono a repentaglio, o addirittura mandano in frantumi, quella che è chiamata normalità che, pur non essendo assolutamente uguale in tutto il mondo, è sempre la prima cosa che viene insegnata dappertutto fin dalla nascita.

La cosiddetta normalità è l’insieme delle regole che ogni comunità si dà per indurre a un certo tipo di convivenza e, quindi, la follia può essere pensata anche come la determinazione a non seguire le norme comunemente accettate. Poi, se questa insofferenza alle regole comuni non dà fastidio a nessuno e magari produce illuminazioni capaci di cambiare in meglio il mondo, l’autore può addirittura essere celebrato con l’appellativo di “genio e sregolatezza”.

Un caso emblematico è rappresentato da Albert Einstein che ha avuto il coraggio di considerare non del tutto esatta la legge newtoniana della gravitazione universale e ha elaborato la teoria della relatività che sembra astrusa e lontana da chiunque non pratichi la fisica teorica, ma che in realtà è ormai ben presente in gran parte della nostra vita quotidiana.

Quindi la follia può essere una malattia, ma anche una diversità. Non sono uno psichiatra e, quindi, non mi azzardo a entrare nel campo delle patologie individuali. Mi interessa, invece, tentar di capire meglio i meccanismi che portano a quella che ormai sempre più spesso si sente definire “società impazzita” e per fare questo è inevitabile partire da un’analisi di come le regole delle comunità sono definite, tramandate e, alla fine, rispettate, oppure ripudiate.

A rimarcare la differenza nella valutazione, a livello individuale e collettivo, di quella che può essere definita subdola follia, può essere d’aiuto una frase scritta da Friedrich Nietzsche in “Di là del bene e del male”: «La follia è molto rara negli individui, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola».

Anche qui gli esempi si sprecano. Prendiamo quelli più clamorosi: per i cattolici la vita è sacra, tanto da considerare abominevole l’aborto anche nei casi in cui si darebbe vita a esseri senza alcuna possibilità di sopravvivenza; eppure in vari periodi storici (Crociate e Inquisizione, tanto per citare due casi) e anche nel presente (gli attentati mortali contro i centri per l’aborto) si è considerato l’omicidio del tutto legittimo, se non addirittura meritorio. E la stessa cosa è accaduta – e accade ancora – per i musulmani. Intere nazioni, poi, hanno accettato come normalità quello che fino a pochi mesi prima era considerata un’assurdità criminale: potrebbe essere sufficiente citare la Germania nazista, ma in tutte le dittature, pur con sfumature e metodi diversi, è successa la stessa cosa.

Detto che in nessuna parte del mondo c’è mai stata una totale uniformità di comportamento e di valori, non può non balzare agli occhi che le follie collettive sono praticamente sempre state di tipo attivo, nel senso che hanno visto applicare violenze da un gruppo contro altri gruppi. Oggi, invece, le pazzie sono di forma passiva, quasi che il presente permetta di parlare di malattie mentali collettive, di vere e proprie epidemie i cui sintomi sono non soltanto la perdita di parametri e di regole comuni, ma anche una forma di debolezza e pigrizia: effetti gravi perché allargano la non partecipazione e, quindi, causano non solo il blocco dell’evoluzione sociale intesa come sommatoria di capacità e saperi diversi, ma eliminano anche gran parte della concorrenza permettendo ai meno dotati di issarsi fino a posti apicali e di rafforzare la loro immeritata posizione.

Pensateci: in questi ultimi decenni vere e proprie droghe letali hanno continuato a essere iniettate a dosi crescenti non solo nella nostra nazione. La propaganda ha permesso di far apparire normali alle menti torpide il disprezzo della legge; la contraffazione della storia; l’adulterazione della democrazia rappresentativa; la derisione del senso di responsabilità; l’illusione che tutti possano diventare ricchi e risolvere i loro problemi semplicemente partecipando a trasmissioni televisive; la parificazione dell’etica con la legalità  nei casi in cui si sia già riusciti a piegare la legalità ai propri voleri; la negazione delle differenze ideali tra destra e sinistra; la trasformazione dei cittadini in consumatori; la profanazione del vocabolario che finisce per far cambiare senso a parole come libertà, conservazione, riforme, democrazia, mercato; la metodicità con la quale pensiero critico, dissenso, libertà e anarchia sono avvicinati al terrorismo, se non addirittura identificati con esso; la distruzione di diritti fondamentali già conquistati; la mortificazione e la progressiva delegittimazione delle istituzioni; l’indifferenza, se non il piacere, con cui si guarda all’allontanamento sempre più diffuso dalla politica, anche nella sua forma meno impegnativa: il voto. E quasi nessuno reagisce.

E così abbiamo assistito a eventi che soltanto qualche decennio fa sarebbero apparsi come il parto di menti eccessivamente fantasiose. Putin che invade l’Ucraina e che è convinto di evitare ritorsioni soltanto imponendo di chiamare “operazione speciale” quella che in realtà è una vera e propria guerra. Berlusconi che riesce a comandare alla sua parte del Parlamento di confermare con un voto in aula che Karima El Mahroug, meglio conosciuta come “Ruby Rubacuori”, assidua partecipante alle “cene eleganti” di Arcore, era la nipote di Mubarak, mentre tutti sapevano che si trattava di una bugia assoluta. Oggi stanno cercando di convincere gli italiani che gli innegabili difetti della democrazia rappresentativa, ingigantiti scientemente proprio da chi non la sopporta, possono essere eliminati soltanto con un sistema maggioritario che porti al potere di una sola persona, o di un unico gruppo, per ottenere quella che chiamano governabilità, parola che, anche se a prima vista può non sembrare, da sempre ha fatto rima con autoritarismo, o, addirittura, con dittatura.

La propaganda, insomma, è diventata una scienza talmente approfondita ed efficace che il concetto di sregolatezza è passato dagli esseri umani alle stesse regole.

Ma se questa è una malattia mentale, come si può tentare di curarla? Quale può essere la terapia? Non è facile individuarla, ma probabilmente bisognerebbe agire prioritariamente sulla prima regola della propaganda che ci ha portato in questa drammatica situazione e cioè al fatto che sempre, in ogni frangente i cittadini sono indotti a pensare soltanto al presente, dimenticando il passato e trascurando il futuro perché è proprio l’assenza della memoria e della progettazione a restringere drammaticamente il campo nel quale il pensiero critico potrebbe esprimersi. E poi mettendo bene in chiaro che la distruzione sempre più vasta di ogni associazionismo e di ogni senso di solidarietà civile non valorizza assolutamente l’individuo, ma anzi ne polverizza ulteriormente l’autonomia che spesso, per rafforzarsi, ha proprio bisogno di sentire la consonanza con altri.

Insomma, la sregolatezza applicata alle regole dovrebbe ritrovare la sua posizione naturale: quella all’interno di ogni essere umano, non come pretesa follia, ma come inevitabile frutto della nostra natura: il cercar di conoscere per poi ragionare e scegliere.

Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo http://g-carbonetto.blogspot.it/