giovedì 22 gennaio 2026

La violenza e il dileggio

Cedere alla violenza non è mai piacevole, ma farsi da parte subendo il dileggio del prepotente e facendosi praticamente trattare da scemi, è ancora peggio.

Leggo che Trump, in un incontro con i vertici della NATO avrebbe stabilito i nuovi punti su quella che lui considera la “questione della Groenlandia”, una questione che ha creato soltanto lui perché prima nessuno aveva mai contestato la sovranità danese, se non i groenlandesi stessi che ambivano all’indipendenza e che progressivamente hanno aumentato continuamente il tasso di autonomia da Copenaghen.

Sulla scorta di mire russe e cinesi sulla più grande isola del mondo, mire alle quali finora nessuno aveva mai sentito neppure accennare, il temporaneo inquilino della Casa Bianca propone generosamente all’Europa e, in subordine alla Danimarca, che pur è la legittima titolare della sovranità, un patto che prevede che tutte le ricchissime risorse minerarie groenlandesi siano destinate agli Stati Uniti che potranno anche realizzarvi nuove basi militari. In cambio, l’isola sarà difesa dalla NATO.

Proposta generosa, dicevo, se non fosse che già oggi gli Stati Uniti dispongono su quel territorio di basi militari vicine al circolo polare artico e che, soprattutto, la NATO che Trump ha già prefigurato sarà economicamente sostenuta dai Paesi europei che dovranno portare le spese militari al 5 per cento dei loro bilanci statali.

In sintesi Trump dice: «Le ricchezze minerarie groenlandesi sono nostre, ma in cambio permettiamo agli europei di comperare da noi le armi per difendere un enorme territorio ghiacciato per il quale nessuno finora, prima di me, ha mai pensato a un’invasione».

Le cronache dicono che l’Unione Europea è cauta su questa intesa, ma voglio sperare che questa espressione venga usata soltanto per obblighi diplomatici perché in realtà Trump sarebbe da mandare direttamente a quel paese.

A proposito: non si parla neppure di rinuncia a inglobare la Groenlandia negli Stati Uniti, tanto che il segretario generale Nato, l’olandese Mark Rutte ha specificato: «Con Trump non abbiamo discusso di sovranità».

Ancora un’annotazione: tra le tante voci di protesta che si alzano dai governi di tutt’Europa, è assordante il silenzio del governo di Giorgia Meloni. Bisogna pur dire, però, che almeno non rivolge più a quel personaggio le lodi sperticate di qualche settimana fa.

venerdì 9 gennaio 2026

Se ci fosse ancora bisogno di capire

La notizia del giorno era quella dell’omicidio, a Minneapolis, di Renee Nicole Good, una donna bianca e disarmata, madre di tre figli, che soltanto esprimeva il proprio disaccordo sulla violenza dei controlli antimmigrazione da parte dei soldati dell’Immigration and Customs Enforcement, la forza speciale potenziata da Trump, e delle forti proteste del sindaco, del governatore del Minnesota e della popolazione, mentre il vicepresidente Vance garantiva all’assassino la completa immunità, o, meglio, impunità.

Poi, nella notte è balzato in primo piano il voto del Senato degli Stati Uniti che, con 52 voti a favore e 47 contrari, forse anche sotto l’impulso di questi ultimi fatti sconcertanti da parte dell’amministrazione Trump, ha approvato una risoluzione che dovrebbe impedire al presidente di intraprendere ulteriori azioni militari contro il Venezuela.

Ma anche questa notizia è stata scalzata dai titoli di testa dall’immediata risposta del presidente degli Stati Uniti: «L’unico limite al mio potere è la mia moralità, Non ho bisogno del diritto internazionale». Una frase che ricorda molto da vicino quelle di tanti dittatori per i quali l’unica legge da seguire e da imporre agli altri è stata quella dettata dai propri desideri e capricci.

Probabilmente lui non se ne rende neppure conto, ma in un ipotetico mondo razionale il suo comportamento darebbe una mazzata mortale ai concetti di alleanza e di trattato. Nel mondo reale, invece, è la paura a dominare ancora come forma di governo, sia all’interno delle nazioni, sia nei rapporti tra le nazioni stesse e il fatto che quel figuro abbia ai suoi ordini l’esercito più potente del mondo continua a essere più importante di molte altre considerazioni.

Ora sarà importantissimo vedere come reagirà il popolo americano, quello che ha eletto Trump e che probabilmente per buona parte non pensava minimamente a questa deriva autoritaria in cui un presidente esplicita il fatto che a lui delle decisioni del Senato non interessa nulla e che i trattati internazionali sono carta straccia. Le elezioni di mid term saranno importanti, ma sono ancora molto lontane e in tanti mesi i disastri che Trump può combinare, e che in pratica ha già annunciato, sono tantissimi.

Al di là di quello che sta accadendo negli Usa, però, balza agli occhi, il comportamento della stampa vicina alla presidente del Consiglio su questi avvenimenti perché ci aiuta a capire come il nostro governo valuti queste notizie e, quindi, come potrebbe essere il suo comportamento in eventualità simili.

Alle 8 del mattino i siti dei giornali di destra (mi spiace, ma non riesco proprio a comperarli per guardarne anche solo la prima pagina) davano una visione del mondo che spaventa perché fa capire benissimo come la pensano Meloni e sodali su quello che sta accadendo negli Stati Uniti. Nessuno citava né il voto del Senato, né, di conseguenza, la risposta di Trump.

 Il Giornale trattava i fatti del Venezuela da punti di vista inconsueti: “Gli italiani in Venezuela: fuga dalla Cgil” e “La violenza pro-Mad esplode nelle scuole”, mentre l’omicidio di Renee Nicole Good da parte dell’ICE era trattato, molto in basso, con questo piglio: “Un omicidio che divide (ancora) gli Usa. Chi era la vittima”.

La Verità parlava dell’omicidio di Minneapolis nella settima notizia soltanto per dire che il governatore del Minnesota “Walz ora soffia sulla guerra civile”, mentre del Venezuela non c’era più alcuna traccia. Libero, dal canto suo, metteva il Venezuela in apertura, ma soltanto per dire che Trentini non è stato ancora liberato, mentre dagli Stati Uniti sembrava fosse arrivata soltanto la notizia che il vicepresidente Vance aveva raccomandato: «Prendete Trump sul serio: Groenlandia, Vance picchia duro”. Anche il Secolo d’Italia sul Venezuela parlava soltanto dei detenuti italiani liberati e della mancanza di notizie su Trentini, mentre per l’omicidio commesso dal soldato dell’ICE titolava: “Donna uccisa dalla polizia a Minneapolis, scontri in strada. Trump: Si era comportata in modo orribile”, confondendo, tra l’altro, inqualificabilmente la polizia con i reparti federali antimmigrazione.

Giorgia Meloni, dal canto suo, non ha mai commentato minimamente l’omicidio della donna anche perché occupata a rilasciare dichiarazioni sugli scontri di Acca Larentia dove alcuni estremisti di sinistra hanno aggredito degli estremisti di destra che avevano da poco smesso di fare il saluto romano urlando Presente!».

Forse sarà costretta a dire qualcosa nella conferenza stampa di inizio anno.

lunedì 5 gennaio 2026

Il vero significato di sovranismo

La Treccani è sempre stata un punto di riferimento indiscutibile, eppure, dispiace, dirlo, ma anche l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana ogni tanto può sbagliare. Sentite questa definizione tratta dal Vocabolario “Sovranismo: la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo, o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione”. Bisogna ammettere che ci eravamo cascati.

Poi, però, fortunatamente l’alto livello culturale dei vertici della politica nostrana ha rimesso le cose a posto. A dire il vero il primo che aveva provato a farci capire che questa definizione era del tutto sbagliata era stato Salvini, ma il suo incessante lavorio per offrire al dio dei terremoti un sacrificio in forma di ponte e per impedire di sottrarre al dio dei naufragi una consistente quantità di migranti, lo ha inevitabilmente distratto dal compito di stilare una nuova e finalmente esatta definizione.

Poi, però, nell’impresa si è inserita Giorgia Meloni e, con l’autorevolezza che le deriva dall’essere presidente del Consiglio, ci ha fornito la nuova ed esatta definizione: “Sovranismo: Posizione politica che propugna la scelta, da parte di un potente che possa influire su di un popolo, o di uno Stato, di un proprio sovrano davanti al quale genuflettersi in qualsiasi occasione, incensandolo anche di fronte ad avvenimenti che sono del tutto illegali e che per la maggior parte delle persone sono assolutamente ripugnanti”.

Spieghiamoci bene perché il tocco finale e confermativo di questa definizione è davvero molto recente, oltre che plateale. «Intervento legittimo». Così la Meloni ha immediatamente definito “motu – assolutamente – proprio” il blitz delle truppe di Trump, splendido autocandidato al premio Nobel per la Pace, in Venezuela che, con il costo di appena ottanta vite umane non statunitensi, molte delle quali semplici civili che erano nel posto e nel momento sbagliati, ha ottenuto gli splendidi risultati di rapire Maduro e consorte, di deporre un dittatore (qui non c’è alcuna ironia) e di impiantare una reggenza senza termine prefissato alle dirette dipendenze del governo trumpiano. Poi, a dire il vero, ci sarebbero anche alcuni altri particolari, ma di infima importanza, come l’impadronirsi dei più estesi giacimenti petroliferi del pianeta e il conferire tutti i lavori possibili a imprese statunitensi che soltanto casualmente con ogni probabilità saranno nel novero di quelle che sostengono economicamente Trump e famiglia.

La genialità meloniana è evidente perché riesce a cancellare in un colpo solo il fatto che non esiste un accenno da parte del diritto internazionale alla legittimità dell’iniziativa del presidente di uno Stato che decida di rapire e imprigionare il capo di un altro Stato e di affermare che da quel momento il dittatore, democratico ovviamente, cambia e diventa lui stesso.

E non va trascurato neppure l’imbarazzato silenzio davanti alle ultime pretese di Trump che vuole togliere la Groenlandia alla Danimarca e a sé stessa «perché ci serve».

L’obiezione sarebbe quella che non basta dare ragione una sola volta a qualcuno per diventarne adoratore, ma sta di fatto che Giorgia Meloni è riuscita sempre a dargli entusiasticamente ragione su tutto: sul comportamento trumpiano nei confronti dei palestinesi di Gaza e di Netanyahu e dei suoi assassini, dell’Ucraina e di Putin, degli insulti diretti a quell’Unione Europea di cui l’Italia non è (o, forse, non era?) soltanto parte, ma anche convinta fondatrice, della pretesa di innalzare le spese militari al 5% del Pil a scapito di cose secondarie come la salute e l’istruzione, dell’innalzamento dei dazi anche se questi stanno mettendo in crisi talora mortali molte imprese italiane e, di riflesso un numero enorme di famiglie di lavoratori.

Grazie alla Meloni abbiamo appreso che nel dizionario dei sinonimi e dei contrari “sovranismo” può essere assimilato a servilismo, mentre è il contrario di orgoglio e dignità.

Resta il dubbio del perché la presidente del Consiglio pro tempore sia così prona davanti a quel figuro che occupa lo studio ovale. Un’ipotesi potrebbe essere quella di pensare a quali aiuti potrebbe chiedere – e non è detto ricevere – nel malaugurato caso che la maggioranza degli italiani rinsavisca e che alle prossime elezioni politiche vada a votare per dire che sbagliare una volta è lecito, ma perseverare forse non è diabolico, ma sicuramente masochistico.

 

 

martedì 28 ottobre 2025

Il giorno dei morti

Non so se la scelta della data sia frutto di una casualità, ma, se così non fosse, bisognerebbe ammettere che chi l’ha decisa è dotato di una dose di humor nero decisamente superiore a quello portato sullo schermo da registi come Luis Buñuel e Marco Ferreri. Il 2 novembre, infatti è stato fissato come ultimo giorno in cui il governo italiano potrà chiedere la cessazione del Memorandum d'intesa con la Libia. Se non lo farà, il 2 febbraio 2026 l'accordo verrà automaticamente rinnovato per altri tre anni.

Per capirci, il Memorandum d'intesa è quel criminale patto che, sotto la copertina che parla di lotta al terrorismo, contiene gli strumenti che l’Italia regala alla Libia – e segnatamente alla sua guardia costiera – per bloccare, magari mitragliandoli i barconi di quei disgraziati che fuggono da guerre, carestie, epidemie, dittature, per cercare di salvare sé stessi e i propri figli. Come se già non bastassero le onde del mare e le disastrose condizioni delle barche, per garantire che ci saranno quelle migliaia di annegati che fanno del Mediterraneo il più grande e affollato cimitero del globo.

Il 2 novembre, per chi non lo ricordasse è il giorno dei morti e, grazie a questa scadenza, che sicuramente il governo Meloni non vorrà usare per interrompere l’accordo, non sarà più soltanto il giorno in cui si rivolge un reverente pensiero a chi non c’è più, ma anche quello in cui già si celebreranno le altre migliaia di bambini, donne e uomini che mai riusciranno a toccare di nuovo terra da vivi,

Non posso credere che Meloni, Salvini, Piantedosi, Nordio e compagnia, dopo aver riaccompagnato al-Masri a casa con un aereo di Stato, possano pensare di interrompere il rapporto mandante-sicario con la Libia e neppure mi immagino che il pavido Tajani, pur non inneggiando alla scelta, possa distaccarsene, ma sono sicuro che questa potrebbe essere almeno un’occasione per riflettere su come noi – intesi come popolo italiano, anche se pure all’estero succedono cose molto simili – stiamo intendendo quella che una volta era chiamata “la politica” e sul perché – almeno credo – molti di noi ormai con questa politica non vogliano avere più nulla a che fare, neppure nel breve impegno che richiede un voto.

Se il sovranismo, infatti è l’atteggiamento di chi vuol far star bene sé stesso e i propri vicini, anche a detrimento degli altri, la politica è l’arte di tentare di migliorare le condizioni di vita di tutti, anche di coloro che non ci sono né parenti, né amici, né vicini. E così è evidente la ripulsa che provo nei confronti della Meloni, che invocava non soltanto l’affondamento dei barchini dei migranti, ma anche quello delle navi delle ONG che incrociavano nel Mediterraneo per salvarli, o di Salvini, orgoglioso estensore dei suoi cosiddetti “decreti sicurezza” che, tra l’altro fanno il possibile per rendere impossibile ogni soccorso nella schifosa idea che ogni nuovo cadavere annegato possa fungere da spaventapasseri nei confronti di altri disperati, o di Piantedosi, che da fedele servitore di Salvini da funzionario del ministero, continua a mantenere la medesima obbedienza anche da titolare.

E così non posso che pensare con assoluto sdegno a Conte che, pur ammettendo oggi di avere sbagliato, da presidente del Consiglio, ha controfirmato sorridendo quei decreti Salvini. E lo stesso raccapriccio provo per Minniti che è stata la mente che ha escogitato la schifezza che sta per rinnovarsi per tre anni, ma anche per Gentiloni che, da allora presidente del Consiglio, ha consentito che i piani di Minniti, che per i migranti impedivano anche un secondo grado di giudizio, diventassero realtà.

Faccio questo elenco di personaggi per me esecrabili, non soltanto per rinfrescare un po’ la memoria a coloro che mi leggono, ma soprattutto per indicare il fatto che ormai da decenni quella che ci ostiniamo a chiamare politica ha perduto la sua funzione di ricerca del bene comune perché ha rafforzato i suoi legami con l’economia e con quel rifiuto degli altri che ormai è stata ribattezzata “sicurezza”, ma soprattutto ha reciso di netto ogni contatto con l’etica.

E se la scienza, la tecnologia e l’economia prive di contenuti etici rischiano di creare problemi spaventosi, la politica senza etica è un disastro senza paragoni perché consente tutto, anche l’essere mandante di sicari che uccidono o fanno morire i più disgraziati, gli ultimi; anche di intraprendere guerre per dimostrare di essere i più forti; gli eletti.

E a questo punto, almeno per chi è più giovane e ha ancora forze intatte, non può più essere sufficiente l’andare a votare: occorre davvero fare politica, almeno manifestando esplicitamente ogni volta che si può, anche al bar, a scuola, per strada, che è l’etica a dirigere la politica. E non viceversa.

sabato 18 ottobre 2025

Due eventi, non uno soltanto

Credo sia il caso di tornare sulla manifestazione udinese perché su stampa e televisioni assortite si notano ben più distintamente i commenti sugli incidenti scoppiati a manifestazione conclusa che sulle motivazioni che hanno portato a scendere in strada migliaia di cittadini che condannano le violenze, le invasioni e gli assassinii del governo Netanyahu e si esprimono in favore del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi. Sono sicuramente antisionisti, laddove sionismo è considerato sinonimo di imperialismo, e contemporaneamente non sono minimamente antisemiti in quanto considerano tutti gli uomini uguali, a prescindere dal colore della pelle, dalla lingua, dalla religione e dall’etnia. E lo fanno anche perché fossero loro in quella condizione vorrebbero che qualcuno manifestasse per loro.

Il fatto è che la stragrande maggioranza degli articoli che ho letto non prende in considerazione un aspetto fondamentale: se, infatti, parliamo di quello che è accaduto martedì sera, non dobbiamo riferirci a un evento unico, ma a due realtà completamente staccate tra loro.

La prima era un corteo, assolutamente pacifico, da ben oltre diecimila persone, donne e uomini, giovani e vecchi, rumorosi ma ordinati, che hanno sfilato nelle vie di Udine per qualcosa che, vista la distanza da dove la strage è avvenuta, teoricamente non avrebbe dovuto riguardarli; però hanno comunque deciso di protestare contro chi ammazza bambini, donne, uomini che nulla hanno a che fare con il terrorismo, contro coloro che sganciano bombe e mitragliano indiscriminatamente; contro quello che si vanta di aver fornito quelle bombe, quelle mitragliatrici e quei proiettili e che pretenderebbe gli dessero il Nobel per la pace perché, come ha detto Tacito, è stato sodale con coloro che hanno creato un deserto e l’hanno chiamato pace.

La seconda riguarda un centinaio, o poco più, di malintenzionati già decisi a provocare il caos visto che, già prima che il corteo vi arrivasse, urlavano in piazza Primo maggio che volevano arrivare allo stadio, ben sapendo che sarebbe stato impossibile, e che poi hanno ripetuto anche a Udine quello che avevano già inscenato in altre occasioni e in altre città: scontri con le forze dell’ordine, violenza assortite, incendi dei contenitori stradali delle immondizie.

Alcuni hanno detto che «gli organizzatori avrebbero dovuto isolare le decine di mele marce per difendere una manifestazione che era stata pacifica». Sono assolutamente d’accordo che i malintenzionati, magari già distinguibili in partenza perché celati dietro un passamontagna o qualche sciarpa, avrebbero dovuto essere isolati e allontanati dalla manifestazione, ma questo compito non era degli organizzatori, bensì delle forze dell’ordine che, oltre a possedere una professionalità che i civili non hanno, possono fruire anche di ricchi archivi e casellari giudiziali in cui nomi, cognomi, fotografie e curricula dei violenti sono già praticamente a disposizione per tempestive identificazioni.

Taluni dicono che polizie e carabinieri non devono intervenire preventivamente perché il loro compito è quello di difendere i cittadini, le proprietà private e gli arredi urbani. D’accordo, ma coloro che scendono in piazza contro il genocidio praticato contro la popolazione palestinese, non sono cittadini anche loro? Non hanno anche loro diritto alla protezione delle forze dell’ordine?

Ho sentito un’esponente della destra – purtroppo l’autodifesa della mia mente ne ha cancellato immediatamente il none – che diceva che ogni manifestazione dovrebbe essere cancellata se gli organizzatori non sono in grado di assicurare che non ci saranno incidenti. Nessuna sorpresa che costui non conosca la Costituzione, ma l’unica risposta che posso dargli è che vada a rileggersi (o più probabilmente a leggersi per la prima volta) l’articolo 21 e l’articolo 17 della nostra Carta fondamentale.

Non è accettabile che si cerchi una scappatoia del genere per evitare che il dissenso diventi troppo visibile e fastidioso. E sinceramente avrei difficoltà a discuterne anche se preventivamente, per lo stesso timore di disordini, fossero proibiti, o costretti a porte chiuse, i derby calcistici Roma-Lazio, Genoa-Sampdoria, Inter-Milan, Juventus Torino e, magari, un futuribile Udinese-Triestina. Ma sono sicuro che questo non succederà mai perché gli spettacoli calcistici, a differenza delle manifestazioni sociali e politiche in cui partecipano cittadini indignati e disinteressati, muovono ingenti masse di denaro.

Quelli che hanno sfilato non sono coloro che hanno commesso violenze e per loro non c’è da parlare di condanne perché hanno marciato per protestare, ma soprattutto per dimostrare che è di nuovo necessario sognare: immaginare e volere un mondo diverso in cui cessino le discriminazioni, i razzismi, i fondamentalismi religiosi, le diseguaglianze, il capitalismo senza freni e la povertà senza salvagenti. Un mondo di pace vera e non soltanto di assenza di spari.

È un’utopia? Sicuramente sì, ma l’aria senza utopie sarebbe irrespirabile e le utopie, del resto non sono luoghi inesistenti, ma soltanto posti in cui non si è ancora riusciti ad arrivare.

La mia emozione di aver visto tanti sognatori messi insieme è ancora fortissima e posso capire chi teme che una simile massa di persone trovi la voglia di tornare ad andare alle urne.

venerdì 3 ottobre 2025

Un sorriso vi seppellirà

A decine, centinaia di migliaia praticamente in tutte le città, a sventolare bandiere, scandire slogan, marciare in corteo con un senso di partecipazione e di unità che non si vedeva da tantissimi, troppi anni. A riunire tanta gente in strada e nelle piazze, un argomento tra i più tragici che la maggior parte di noi abbia visto accadere in diretta: un genocidio, quello perpetrato dall’esercito di Netanjahu e dei suoi complici nei confronti del popolo palestinese. Non nei confronti di Hamas colpevole di una strage crudele e insensata di oltre milleduecento ebrei “colpevoli” soltanto di essere tali, ma proprio di un intero popolo che, con questa scusa, ora può essere cancellato, o almeno espulso dalla sua terra che diventerà, secondo le parole del vergognoso ministro sionista Smodrich, una vera miniera d’oro immobiliare i cui frutti andranno divisi con l’alleato americano che oggi si identifica con l’affarista immobiliare Donald Drump che un popolo, che ha perduto la bussola democratica, ha portato per la seconda volta alla Casa Bianca.

Il costo? Qualche miliardo di dollari necessari a pagare le armi e i soldati che hanno ammazzato oltre sessantamila esseri umani, per buona parte bambini, donne e anziani che nulla hanno mai avuto a che fare con il terrorismo. E la stima delle vittime è largamente approssimata per difetto.

A rendere ancora più cupo il pensiero che ha accompagnato i manifestanti, la frustrazione e la constatazione della propria impotenza all’interno di una democrazia che sta sbandierando un nome che più non le appartiene perché il popolo è da anni che non può più decidere nulla, nemmeno il nome di coloro che vorrebbe eleggere. È da anni che vede succedere cose che non avrebbe mai voluto vedere: il leader dei 5 stelle che firma i disumani decreti sicurezza assieme a Salvini, un ministro degli interni di targa PD che dà ai libici la licenza di uccidere e gli strumenti per metterla in pratica, una presidente del Consiglio che non si vende a Trump e alle sue criminali follie, ma addirittura si regala, in una cupidigia di servilismo che si soddisfa anche soltanto con la momentanea vicinanza fisica con quello che è l’indegno erede di coloro che una volta venivano chiamati “i capi del mondo libero”.

In strada e nelle piazze, insomma, tutti i motivi possibili per essere tristi, cupi, disperati anche pensando che, ormai non soltanto in Medio Oriente, si parla tranquillamente di guerra e si sostiene che anche la sanità, la scuola, il lavoro, la cultura in genere devono sottostare a ulteriori, forti tagli perché i soldi devono essere destinati a comperare le armi da Trump, proprio dall’idolo di Giorgia Meloni.

Eppure in strada e nelle piazze ci si è quasi stupiti nel vedere i sorrisi dipinti sulla faccia di studenti, giovani, anziani, donne e uomini di qualunque età; anche di disabili in sedia a rotelle, di giovani genitori con bimbi in passeggino. Ed erano sorrisi spontanei, non artefatti e non difficili da decifrare: gli stessi sorrisi che involontariamente fioriscono quando ti svegli da un incubo e ti rendi conto che quello che hai patito nel sogno non è realtà e che quasi sempre puoi benissimo fare in modo che non succeda.

Sorrisi che sgorgano nel vedersi in tanti, insieme, uniti in un sentire comune in cui nessuno sgomita per avere un posto di primo piano, ma tutti avvertono il bisogno, ancor più che la necessità, di opporsi alla disumanità come fondamentale impegno politico, ma ancor prima come dimostrazione di appartenere a un genere umano e non belluino.

Sorrisi che affiorano nel vedersi urlare “No” a un cosiddetto garante che pone limiti assurdi all’articolo 40 della Costituzione, quello che stabilisce il diritto di sciopero, sostenendo che si tratta di uno “sciopero politico”. Ma quale sciopero, di grazia, non è stato politico? Uno non dovrebbe poter protestare se colei che in teoria ti rappresenta si rifiuta di fare qualsiasi cosa di concreto per tentar di fermare chi si sta macchiando di genocidio? Se la stessa persona cerca di convincerti che i rappresentanti di 44 nazioni sono saliti in barca soltanto per far dispetto al governo Meloni? Se usa toni di condanna senza appello per chi porta aiuti umanitari, ma tace davanti a chi fa morire di fame e di malattie curabilissime migliaia di persone? Se interpreta una protesta diffusissima contro sé stessa con la voglia di allungare il week-end per trascorrere l’allungamento in strada, con lo scopo di riaffermare la propria umanità che è ben diversa dalla disumanità di una destra che dimostra di non essere minimamente mai cambiata nelle idee.

La Meloni aveva ragione a tentare di scongiurare questa giornata di protesta: forse aveva già immaginato di vedere quei sorrisi che si schiudono davanti a quella che speriamo sia una ripartenza.

Una volta si diceva: «Una risata vi seppellirà». Oggi non c’è niente da ridere, ma si può ben sperare che sarà un semplice sorriso, quello di questa protesta, a seppellirli.

Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo http://g-carbonetto.blogspot.it/ 

venerdì 1 agosto 2025

Attenti alla “likecrazia”

Sono giornate ricchissime di fatti che meriterebbero riflessioni e approfondimenti: finalmente si allarga il numero di coloro che chiamano quello che sta succedendo a Gaza con il suo vero nome, e cioè “genocidio”; anche la Corte europea dà torto al governo Meloni su quell’obbrobrio che è quella specie di carcere costruito in Albania e destinato a rinchiudere esseri umani che non hanno commesso alcun reato e che è costato centinaia di migliaia di euro per qualche decina di poveretti che poi, alla fine, hanno dovuto essere riportati in Italia; continua il vergognoso bullismo di Trump sui dazi al quale corrisponde l’inerzia europea obbligata dai sostenitori del presidente statunitense che, pur di non dispiacere al capo, continuano a dire che va bene così.

E potremmo continuare con altri spunti di discussione. Eppure, nonostante tutto, credo che sia il caso di soffermarsi per un momento su quello che sta accadendo in Calabria dove il presidente di quella Regione, Roberto Occhiuto, indagato per corruzione, dopo aver avvertito i suoi capi di coalizione – Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi – ha deciso di dimettersi ma per ricandidarsi immediatamente.

Si tratta di una mossa inedita che, però, si inserisce perfettamente nel modo di intendere giustizia e soprattutto democrazia da parte dei partiti di destra attualmente al governo. La decisione di Occhiuto, infatti, ben lungi dal rispettare scelte, modalità e tempi della magistratura e, quindi, delle leggi in vigore, altro non fa che negarne la funzione e l’autorità non soltanto rifiutando la separazione dei poteri che è la base di ogni democrazia che non stia già franando nel satrapismo, ma, anzi dando a un teorico popolo la preminenza sulla giustizia e confermando quella teoria malata che però sta sempre più prendendo piede, secondo la quale chi vince le elezioni può fare quello che vuole e non deve essere assolutamente disturbato da nessuno: opposizione, giustizia, informazione, manifestazioni di dissenso più o meno organizzato.

Occhiuto, infatti, oltre che autoassolversi preventivamente, finisce col dire che l’inchiesta della magistratura deve sottomettersi ai risultati delle prossime elezioni. Avrebbe già dovuto farlo – è sottinteso – al risultato delle elezioni precedenti, ma adesso, sempre che sia ricandidato e rieletto, chi potrebbe – secondo lui – avere la sfrontatezza di rimetterlo sotto giudizio?

Cioè, per essere più chiari, secondo Occhiuto e i suoi capi che gli hanno dato l’ok, la giustizia vale talmente poco da dover tacere se un certo numero di cittadini vota per lui. Magari perché disinformati, magari in quanto spinti da quelle forze che sono coinvolte nelle accuse di corruzione, magari perché del tutto indifferenti a Occhiuto, ma fedeli ai partiti che lo hanno sostenuto.

Sarebbe sempre il caso di ricordare che democrazia non vuol dire soltanto voto, ma è un complesso meccanismo di scelta collettivo nel quale le basi sono l’informazione, la conoscenza, la discussione, la scelta delle parti e soltanto alla fine il voto che, tra l’altro fornisce un risultato temporaneo, anche se, disgraziatamente, maggioritario.

Quella imboccata da Occhiuto è una strada già prefigurata dalla destra in altre occasioni, ma finora mai imboccata con decisione. Ed è una strada pericolosissima che rischia di mandare in frantumi il concetto di democrazia, e quindi di libertà, per dare vita a un qualcosa che, con un neologismo, potremmo chiamare “likecrazia” nella quale l’importante diventa non la capacità, la rettitudine, il programma sociale, ma soltanto la simpatia e la capacità di fare propaganda per raccogliere il numero maggiore possibile di quei “like” che – i social insegnano – non soltanto non sono in grado di definire ciò che è giusto, ma che possono rovesciarsi da un momento all’altro e trasformare il pollice in su in pollice verso.

Sarebbe il caso di cominciare a prendere davvero sul serio anche quelle che, a prima vista, possono apparire come delle buffonate.