A decine,
centinaia di migliaia praticamente in tutte le città, a sventolare bandiere, scandire
slogan, marciare in corteo con un senso di partecipazione e di unità che non si
vedeva da tantissimi, troppi anni. A riunire tanta gente in strada e nelle
piazze, un argomento tra i più tragici che la maggior parte di noi abbia visto
accadere in diretta: un genocidio, quello perpetrato dall’esercito di
Netanjahu
e dei suoi complici nei confronti del popolo palestinese. Non nei confronti di
Hamas colpevole di una strage crudele e insensata di oltre milleduecento ebrei “colpevoli”
soltanto di essere tali, ma proprio di un intero popolo che, con questa scusa,
ora può essere cancellato, o almeno espulso dalla sua terra che diventerà,
secondo le parole del vergognoso ministro sionista
Smodrich, una vera miniera d’oro
immobiliare i cui frutti andranno divisi con l’alleato americano che oggi si
identifica con l’affarista immobiliare Donald Drump che un popolo, che ha
perduto la bussola democratica, ha portato per la seconda volta alla Casa
Bianca.
Il costo? Qualche
miliardo di dollari necessari a pagare le armi e i soldati che hanno ammazzato oltre
sessantamila esseri umani, per buona parte bambini, donne e anziani che nulla
hanno mai avuto a che fare con il terrorismo. E la stima delle vittime è
largamente approssimata per difetto.
A rendere ancora
più cupo il pensiero che ha accompagnato i manifestanti, la frustrazione e la
constatazione della propria impotenza all’interno di una democrazia che sta
sbandierando un nome che più non le appartiene perché il popolo è da anni che
non può più decidere nulla, nemmeno il nome di coloro che vorrebbe eleggere. È da
anni che vede succedere cose che non avrebbe mai voluto vedere: il leader dei 5
stelle che firma i disumani decreti sicurezza assieme a Salvini, un ministro
degli interni di targa PD che dà ai libici la licenza di uccidere e gli
strumenti per metterla in pratica, una presidente del Consiglio che non si
vende a Trump e alle sue criminali follie, ma addirittura si regala, in una
cupidigia di servilismo che si soddisfa anche soltanto con la momentanea vicinanza
fisica con quello che è l’indegno erede di coloro che una volta venivano
chiamati “i capi del mondo libero”.
In strada e
nelle piazze, insomma, tutti i motivi possibili per essere tristi, cupi,
disperati anche pensando che, ormai non soltanto in Medio Oriente, si parla
tranquillamente di guerra e si sostiene che anche la sanità, la scuola, il
lavoro, la cultura in genere devono sottostare a ulteriori, forti tagli perché
i soldi devono essere destinati a comperare le armi da Trump, proprio dall’idolo
di Giorgia Meloni.
Eppure in strada
e nelle piazze ci si è quasi stupiti nel vedere i sorrisi dipinti sulla faccia
di studenti, giovani, anziani, donne e uomini di qualunque età; anche di
disabili in sedia a rotelle, di giovani genitori con bimbi in passeggino. Ed
erano sorrisi spontanei, non artefatti e non difficili da decifrare: gli stessi
sorrisi che involontariamente fioriscono quando ti svegli da un incubo e ti
rendi conto che quello che hai patito nel sogno non è realtà e che quasi sempre
puoi benissimo fare in modo che non succeda.
Sorrisi che
sgorgano nel vedersi in tanti, insieme, uniti in un sentire comune in cui
nessuno sgomita per avere un posto di primo piano, ma tutti avvertono il
bisogno, ancor più che la necessità, di opporsi alla disumanità come fondamentale
impegno politico, ma ancor prima come dimostrazione di appartenere a un genere
umano e non belluino.
Sorrisi che
affiorano nel vedersi urlare “No” a un cosiddetto garante che pone limiti
assurdi all’articolo 40 della Costituzione, quello che stabilisce il diritto di
sciopero, sostenendo che si tratta di uno “sciopero politico”. Ma quale
sciopero, di grazia, non è stato politico? Uno non dovrebbe poter protestare se
colei che in teoria ti rappresenta si rifiuta di fare qualsiasi cosa di
concreto per tentar di fermare chi si sta macchiando di genocidio? Se la stessa
persona cerca di convincerti che i rappresentanti di 44 nazioni sono saliti in
barca soltanto per far dispetto al governo Meloni? Se usa toni di condanna senza
appello per chi porta aiuti umanitari, ma tace davanti a chi fa morire di fame
e di malattie curabilissime migliaia di persone? Se interpreta una protesta diffusissima
contro sé stessa con la voglia di allungare il week-end per trascorrere l’allungamento
in strada, con lo scopo di riaffermare la propria umanità che è ben diversa
dalla disumanità di una destra che dimostra di non essere minimamente mai cambiata
nelle idee.
La Meloni aveva
ragione a tentare di scongiurare questa giornata di protesta: forse aveva già
immaginato di vedere quei sorrisi che si schiudono davanti a quella che
speriamo sia una ripartenza.
Una volta si
diceva: «Una risata vi seppellirà». Oggi non c’è niente da ridere, ma si può
ben sperare che sarà un semplice sorriso, quello di questa protesta, a seppellirli.
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