lunedì 7 gennaio 2019

Tra bugie e bluff

Probabilmente pensano davvero – anzi, ne sono convinti – che il popolo italiano sia composto, per la stragrande maggioranza, da ignoranti, distratti e creduloni. Ma davanti a questa convinzione dei due vice presidenti del Consiglio, a prescindere dal fatto che possano avere ragione oppure no, è obbligatorio ribattere con tutta la forza possibile perché, in assenza di un pur minimo contraddittorio, anche le bugie più irreali, i bluff più evidenti, possono assumere fantomatici contorni di plausibilità. Per capirlo, basta prendere in esame le ultime frasi alle quali Salvini e Di Maio hanno deciso di far dare più risalto possibile ai più obbedienti tra giornali, tv, radio e siti web.

Salvini, cercando di difendersi dalle accuse di razzismo e disumanità riportate in primo piano dalla rivolta dei sindaci contro il sedicente “Decreto sicurezza”, dopo aver accusato i sindaci stessi di “tradimento”, ha detto: «È una legge che si deve applicare perché pienamente costituzionale: è stata firmata dal Presidente della Repubblica». Il sistema è collaudato: per infinocchiare i distratti basta dire una cosa reale e infarcirla e coprirla di falsità, oppure ricordarne soltanto una parte cancellando e nascondendo tutto quello che non fa comodo perché finirebbe per sgretolare le certezze che si vogliono trasmettere.

In questo la frase di Salvini è un esempio chiarissimo: è vero che Mattarella ha firmato la legge, ma è altrettanto vero che il ministro della paura ha taciuto molte altre realtà. Intanto che il Presidente può rifiutarsi di firmare soltanto se ci sono incontrovertibili elementi di incostituzionalità; se, invece, ci sono dei dubbi, per quanto forti e fondati, l’obbligo, anche per rispetto della diversità e separazione dei ruoli, è quello di permettere che la legge entri in vigore, lasciando poi alla Corte Costituzionale il compito di risolvere i dubbi di congruenza con la Carta fondamentale.

Salvini tace anche il fatto che l’iter di questa legge è stato molto tormentato con un testo che ha fatto avanti e indietro tra il Quirinale e il Viminale, per un numero di volte talmente alto che si è finito per perderne il conto, sempre con richieste, da parte di Mattarella, di correzioni di passaggi costituzionalmente inaccettabili e, di ritorno, con correzioni, sempre insufficienti, da parte di Salvini che, a denti stretti, cercava di ottenere una firma a qualsiasi costo.

E, ovviamente, il ministro degli Interni – che almeno per una volta potrebbe travestirsi con una felpa del Ministero degli Interni – non fa notare che la bocciatura di una legge da parte della Consulta non corrisponderebbe in alcun modo a una sconfessione dell’autorità presidenziale. Tant’è vero che nella vita della Repubblica sono state tantissime le leggi dichiarate parzialmente o totalmente incostituzionali, ma nessuno si è mai sognato di chiedere, per questo, le dimissioni del Presidente.

Sullo stesso tema dei migranti, e nella fattispecie sul rifiuto di far approdare le navi con a bordo 49 naufraghi nei porti italiani, è la dichiarazione di Di Maio che, pur di non dover lasciare quel posto comodo su cui si è assiso è dispostissimo a tradire tutto quello che aveva affermato in campagna elettorale. Questa volta, non sapendo cosa dire di intelligente, ha preferito ripararsi nell’assurdo. Sulla vicenda dei naufraghi che non possono scendere a terra, ha detto: «Abbiamo dato una lezione all’Europa» lasciando ai più abili decifratori e solutori di rebus il compito di capire di quale lezione stia parlando.

La prima ipotesi potrebbe essere quella di riferirsi a una lezione di inumana intransigenza salviniana, ma questa ipotesi non è molto accreditata, visto che Di Maio ha proposto di far sbarcare le donne e i bambini. Allora potrebbe essere una lezione di insensibile disumanità un po’ diversa, stante il fatto che propone di dividere famiglie già sofferenti e indebolite dal fatto di aver dovuto abbandonare la propria terra e di aver corso rischi altissimi pur di fuggire insieme per, sempre insieme, costruire una nuova vita. Ma anche questa ipotesi appare difficilmente sostenibile, visto che sia i diretti interessati, sia tutte le organizzazioni umanitarie, sia la Chiesa, sia i normali cittadini non obnubilati, hanno subito obiettato che non si può indebolire ulteriormente i soggetti deboli di una famiglia togliendo loro quello che, almeno teoricamente, dovrebbe essere il sostegno maggiore.

Altre ipotesi sono difficili da individuare, pur addentrandosi nei meandri dei ragionamenti di Di Maio, forse un po’ rilassato dalla vacanza in stazioni sciistiche dove soggiorna con Di Battista e da dove tuona contro i privilegiati che soggiornano nelle stazioni sciistiche. L’unica via d’uscita è rappresentata proprio dall’assurdo. Come, del resto, è assurdo che dall’Italia intera non si alzi un coro di pernacchie, davanti a tentativi di falso e a sciocchezze simili.

Forse per alcuni le pernacchie non posseggono quel grado di finezza necessario per interloquire con gentiluomini come Salvini e Di Maio, ma almeno una serie di palesi ed espliciti disaccordi sarebbero necessari per cominciare a uscire da questa nuova maledetta notte della Repubblica.

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giovedì 3 gennaio 2019

Resistenti e ribelli

Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando ha lanciato il guanto della sfida non tanto contro Salvini, quanto in difesa della civiltà. E altri sindaci l’hanno imitato, sospendendo l’applicazione del sedicente “Decreto sicurezza” che, in realtà, è soltanto il primo passo verso un mondo in cui la solidarietà non ha diritto d’asilo, in cui il “prima noi” ha in sé le esplicite radici di un “dopo gli altri” in cui la parola “altri” può gonfiare razzismi già esistenti che, se lasciati indisturbati, non si sa dove potrebbero portare e dove, in parte, hanno già portato.

Salvini ha risposto subito sibilando minacce di denunce e processi contro i sindaci perché «è una legge dello Stato che mette ordine e regole». Peccato che queste regole – visto che violano diritti individuali che diritti restano, anche se sono diritti di stranieri – siano nettamente in contrasto con i dettami Costituzionali, ma anche e soprattutto con le coscienze individuali. È vero: Orlando e colleghi, che il male e la malvagità continuano a non considerarli banali, ora rischiano denunce, processi e forse anche la revoca del mandato; ma tutto questo inevitabilmente porterà questa legge schifosa davanti alla Corte costituzionale.

Al di là, comunque, degli aspetti legali e procedurali, merita soffermarsi a pensare cosa sarebbe potuto succedere se ai tempi delle leggi razziste di Mussolini molti si fossero opposti clamorosamente, se fossero stati più di otto i docenti universitari che avessero rifiutato di obbedire agli ordini del regime. Sicuramente all’inizio ci sarebbero stati più carcerati e disoccupati, ma anche molti di più avrebbero avuto lo stimolo a pensare a cosa stava succedendo e a mettere sulla bilancia non soltanto la convenienza, ma, sull’altro piatto, anche la propria umanità. Forse la Resistenza sarebbe cominciata molto prima e avrebbe risparmiato molti più lutti futuri.

Vorrei ricordare che la Resistenza non è stata una rivolta, perché la sua repentina fiammata iniziale non si è rapidamente esaurita, e nemmeno una rivoluzione perché è scaturita quasi spontaneamente, senza lunghe preparazioni filosofiche e politiche. È stata, però – raro esempio nel mondo e nella storia – la sommatoria di queste due cose perché ha chiamato subito in campo tantissima gente chiedendo anche sacrifici estremi, e poi ha saputo allungare i suoi benefici influssi per sempre, mi piacerebbe poter dire; anche se in realtà questo è durato solo alcuni decenni, lasciando comunque in buona parte della popolazione la voglia di resistere ancora per difendere la propria dignità, libertà e indipendenza.

C’è una netta linea di demarcazione tra rivolte e rivoluzioni: sono diverse in termini di dimensioni, ma anche di respiro e progettualità. Se la rivolta, infatti, è localizzata, quasi istintiva e limitata al raggiungimento di alcuni risultati pratici, la rivoluzione non ha necessariamente bisogno della violenza perché porta con sé grandi obbiettivi ideali e punta a cambiare profondamente la società in cui si sviluppa, soprattutto dal punto di vista sociale e, quindi, etico.

Esiste, quindi, una differenza anche tra rivoltosi e rivoluzionari. Ma i resistenti, in realtà hanno ancora qualcosa di più della somma delle caratteristiche di queste due categorie. In realtà sono “ribelli”, e non soltanto perché l’azione del resistere ha in sé una connotazione quasi passiva, di attesa, mentre il ribellarsi fa trasparire ben chiara la decisione di fare qualcosa, di impegnarsi in prima persona.

Ma un’altra diversità risiede nel fatto che, mentre la rivoluzione ha una natura necessariamente collettiva, quella del ribelle è sempre una condizione individuale, tanto che il ribelle tende a restare tale anche quando la spinta propulsiva della rivoluzione di cui è stato parte attiva si esaurisce. Perché è inevitabile che, visto che anche le rivoluzioni sono momenti dialettici della storia, nessuna rivoluzione potrà mai riuscire, da sola, a rispondere ai problemi di un tempo che non è più il suo; magari anche in uno spazio che non è più il suo.

Ma, anche se la rivoluzione finisce, il ribelle resta tale e si distingue dal rivoluzionario. Quest’ultimo, infatti, può essere tanto indissolubilmente legato all’ideologia della sua rivoluzione da diventarne quasi prigioniero e da estremizzarla oltre ogni limite. A tale proposito, basterebbe ricordare il terrore giacobino che, in pratica, oltre a decine di migliaia di francesi, ha ucciso anche la stessa Rivoluzione francese. Ma anche guardare ai tanti che hanno votato sentendosi rivoluzionari perché pensavano a un mondo nuovo e migliore e che ora, davanti a tante promesse tradite, a tanta incapacità, a tanti ideali trascinati nel fango, si ostinano a ritenere più importante il non ammettere di aver sbagliato, che proclamare la propria lontananza dai razzismi, o dalle complicità con i razzismi.
Il ribelle, invece, è colui che sceglie la strada della resistenza ogniqualvolta si trova di fronte a un potere che sente iniquo; anche se è lo stesso potere prodotto dalla rivoluzione per la quale ha lottato. Il vero resistente, infatti, ha un’inesauribile esigenza di sincerità e, quindi, di libertà.

D’altro canto, appare anche evidente che un uomo deve essere già libero, per poter desiderare di diventarlo. Questo enunciato a prima vista può apparire paradossale, ma, in realtà, è soltanto la constatazione che, visto che di aneliti alla libertà non c’è traccia biochimica nel DNA di ognuno di noi, è evidente che per lottare per la libertà ci vogliono istruzione, memoria, conoscenza ed educazione, quasi sempre assimilate già in gioventù. In una parola, cultura; che è cosa ben diversa dall’erudizione.

In tutto questo non è possibile sottrarsi dall’obbligo di chiederci: quando è lecito ribellarsi? Quando si può essere davvero certi che la propria percezione di iniquità nei confronti del potere che ci si trova di fronte sia tale da consentirci di resistere, da concretizzare il diritto di resistenza? Un diritto che è addirittura statuito in alcune Costituzioni come, per esempio, in quella tedesca che all’articolo 20 recita: «Tutti i tedeschi hanno diritto di resistenza contro chiunque si appresti a sopprimere l’ordinamento vigente, se non sia possibile alcun altro rimedio». Comunque sul quando sia lecito resistere è obbligatorio riflettere, anche se appare facile dare una risposta nel momento in cui ci si trova di fronte a un’invasione di diritti. Nostri o altrui che siano, perché tutti i diritti, compreso quello di resistenza, devono toccare ogni cittadino, senza eccezioni. Altrimenti diventano privilegi per chi li ha.

E non si può dimenticare che il frutto della Resistenza si estrinseca nella nostra Costituzione, voluta da chi ha saputo trasformare quel drammatico modo quotidiano di vivere e combattere di oltre settant’anni fa in pacifica pratica giornaliera difendendo libertà, democrazia, lavoro, uguaglianza, dignità, giustizia, solidarietà, equità sociale e pari opportunità, nel rispetto delle diversità e del pluralismo; battendosi per i diritti umani di tutti e non soltanto di determinati, pur vasti, gruppi razziali, religiosi, linguistici culturali, o economici. Come ha magnificamente ricordato poche sere fa il Presidente Mattarella.

E a tale proposito non si può non sottolineare che la Resistenza che festeggiamo il 25 aprile non è di tutti. Non è e non sarà mai di chi a questi valori – anche a uno soltanto di questi valori – si oppone. I partigiani nella loro lotta hanno compreso l’enorme valore del “diritto di resistenza” e ne hanno fatto tesoro tanto da elaborarlo in “dovere di resistenza” in ogni giornata della loro vita. Perché per un uomo ogni diritto, se è davvero tale, una volta conquistato non può non diventare un dovere nei confronti propri e di tutti gli altri.

Sono antiche lezioni di umanità di cui ormai non si parla quasi più e che invece dovrebbero essere ripetute ogni giorno, fino alla nausea mettendole in pratica e difendendo, con forza e senza nascondersi, chi le mette in pratica, chi fa Resistenza civile, cioè Ribellione. Con la certezza che, rubando le parole a Roberto Vecchioni, «questa maledetta notte dovrà pur finire; perché la riempiremo noi, da qui, di musica e parole»


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martedì 1 gennaio 2019

Non illudiamoci

Tante volte tra l’ultimo giorno del 2018 e il primo del 2019, ho fatto gli auguri «di un buon anno nuovo, che sia migliore di questo appena passato». E mi sono sentito rispondere: «Peggio è impossibile». Non è vero. Non illudiamoci perché può peggiorare ancora. E di tanto.

Pensate, forse, che improvvisamente coloro per i quali il guadagno a ogni costo è più importante del bene del mondo rinsaviranno e la temperatura media della Terra tornerà a livelli più accettabili e meno rischiosi per la sopravvivenza del pianeta?

Credete che forse africani e mediorientali la finiranno di scappare dalle loro terre per guerre, violenze, torture, repressioni, fame, malattie, solo perché Salvini, rispondendo a Mattarella che aveva detto che la sicurezza c’è solo «se tutti si sentono rispettati», e la si realizza «preservando e garantendo i valori positivi della convivenza», ha detto che lui ha reso più sicuri i confini italiani, confondendo sfrontatamente e bambinescamente il significato di “sicuro” con quello di teoricamente “chiuso”?

Ritenete, per caso, che improvvisamente reddito di cittadinanza e pensioni decurtate, anche se agganciate alla fantomatica “quota 100”, oltre a dare agiatezza a tutti gli italiani, faranno nuovamente aumentare il lavoro, unico vero mezzo per ottenere denaro e soprattutto dignità?

Avete l’idea che la riduzione dei controlli sulle gare d’appalto favorirà la scomparsa della corruzione e il miglioramento della qualità delle opere da realizzare?

E si potrebbe andare avanti ancora a lungo con l’elenco delle domande retoriche, ma l’anno è appena cominciato e non è giusto rattristarlo ulteriormente mentre sta appena aprendo gli occhi.

Ma un’ultima sollecitazione ve la voglio suggerire. Pensate a come potrebbe andare peggio se non ci fosse – ed è paradossale dirlo – questo assurdo equilibrio frenante tra la malvagità e l’incapacità, entrambe contemporaneamente al potere. Pensate a come potrebbe andare se soltanto una delle due parti – quella più malvagia, o quella più incapace fosse al comando da solo. Pensate anche che questo si sarebbe potuto realizzare già a marzo se fosse andata in porto la riforma elettorale renziana che prevedeva un ballottaggio tra i due partiti più votati. E pensate pure che oggi chi sta meglio nelle previsioni di voto, almeno secondo i sondaggi, potrebbe essere tentato di riproporre una soluzione maggioritaria. È inutile girarci intorno: è in ballo la democrazia.

L’ultima domanda che voglio porre oggi è: pensate che tutto questo sia ineluttabile? No. Non lo è, sempre che si continui ad avere fiducia nei cittadini e che si faccia qualcosa per impedirlo, per tornare a far pensare la gente. Per far capire che quando uno dice «Prima gli italiani», implicitamente dice anche «Chi non è italiano arriva dopo». E che se si sostituisce – e non è fantascienza – la parola “italiani” con altre parole come “bianchi”, “cristiani”, “uomini”, “eterosessuali”, “normali”, e così via, cioè un gruppo ipotetico con un altro grippo ipotetico, si capisce subito che le esclusioni diventano qualcosa che non soltanto è assai simile, ma finisce per coincidere con l’intolleranza e con il razzismo.

Due gli impegni da assumere. Il primo è non lasciare mai che le parole siano falsificate e usate come clave per massacrare la lingua e la società alla ricerca di utilità personali e/o di gruppo. Il secondo è ribellarsi esplicitamente davanti al pericolo maggiore che è quello di perdere anche la democrazia che è l’unico ancoraggio, assieme alla coscienza che spesso il popolo italiano ha saputo ritrovare la via e se stesso proprio nei momenti peggiori, l’unico ancoraggio, dicevo, che ci può dare ancora speranza che da questa situazione si possa uscire in maniera non traumatica. Forse, se a ribellarsi sempre più spesso sarà la gente comune, il messaggio comincerà ad arrivare anche a quelli che, illudendosi di avere ancora in mano poteri ormai in realtà vaporizzati, si estraniano dal mondo reale per giocare a uno sterile Risiko politico all’interno di stanze in cui regna un’atmosfera stantia. Uscissero e respirassero l’aria che gira davvero nel mondo, forse comincerebbero a capire che bisogna lavorare tutti insieme perseguendo prima gli obbiettivi fondamentali e rimandando a dopo la definizione dei particolari.

Soltanto così – ed è il mio augurio di buon anno per tutti – potremmo scongiurare il pericolo che il 2019 possa essere peggiore del già orrendo 2018.


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domenica 23 dicembre 2018

Non politica, ma civiltà

Chi oggi pensasse di essere testimone di una battaglia politica, sbaglierebbe due volte. La prima perché non di una battaglia politica si tratta, bensì di una guerra di civiltà. La seconda in quanto nessuno di noi deve illudersi di poter ritagliare per se stesso un comodo ruolo di testimone esterno perché, come ripeterebbe De Andrè, «per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti».

Se poi qualcuno pensasse di rassegnarsi, non soltanto sbaglierebbe, ma sarebbe colpevole, perché essere sconfitti in una battaglia non porta necessariamente a perdere la guerra e, visto che si sta parlando di impegnarsi a combattere per difendere la civiltà, ogni tentazione di alzare bandiera bianca non può non essere bandita.

Pensate che stia esagerando? Non credo proprio, perché qui non si tratta più soltanto di lotte per conquistare, o mantenere, il potere esecutivo e legislativo; non si tratta più semplicemente di un confronto tra destra e sinistra, categorie del pensiero che, nonostante la propaganda delle destre, esistono ancora; ma di veri e propri attentati alla democrazia e ai suoi caposaldi sociali, etici, politici, culturali, addirittura scientifici. Dice benissimo Emma Bonino rivolgendosi ai leghisti e ai 5stelle, ormai inestricabilmente complici: «Voi che non capite il senso delle istituzioni, non avete idea di quanto sia grave quello che state facendo. Ci passate sopra come rulli compressori». E poi mentre la maggioranza rumoreggia e il vicepresidente di turno del Senato, un leghista, minaccia di toglierle la parola, conclude: «Ho finito il mio tempo, ma non ho finito il mio impegno a difesa della democrazia». E infatti in questo terribile tempo civiltà e democrazia sembrano davvero coincidere e il cedere dell’una porta inevitabilmente anche a una perdita dell’altra.

Intanto il confronto tra destra e sinistra continua ancora sui temi di sempre, come la solidarietà umana e sociale, opposta alla chiusura egoistica; la redistribuzione della ricchezza, contro l’accumulo da parte di chi è già ricco e l’ulteriore depauperamento di chi vive già con difficoltà; la convinzione che un consorzio umano possa progredire soltanto se tutte le sue parti collaborano per migliorare, in opposizione all’idea che ci debba essere un solo capo e tantissimi obbedienti; l’idea che i confini sono divisioni assurde e destinate a sparire, contro l’innalzamento di nuovi muri ideologici e materiali.

Ma è su altri piani che il dibattito si è ammutolito, non soltanto acuendo certe disparità di pensiero tra sinistra e destra, ma addirittura creando altre categorie che, combinate con la continua falsificazione del significato di molte parole, sono usate con la determinazione di mischiare ulteriormente le carte confondendo quanta più gente sia possibile e nascondendo accuratamente dietro apparenti emergenze alcuni aspetti che dovrebbero essere determinanti nel decidere di non poter votare per un certo simbolo e che invece restano sepolti, appunto, sotto un cumulo di ciarpame propagandistico.

Un esempio emblematico di quello che è successo e continua a succedere è il voto in Senato sul maxiemendamento alla manovra economica, proprio quello su cui è intervenuta accoratamente la Bonino. Alle 20.30 si è cominciato a “discutere” il testo che era arrivato in aula un paio di ore prima. Alle 2.30, dopo soltanto quattro ore, sul testo è stato posto il voto di fiducia. E questi sono quelli che accusavano Renzi di far ricorso troppo spesso alla fiducia e di svilire il Parlamento. Dicevano il giusto, ma loro sono infinitamente peggio perché oltre a essere antidemocratici, sono anche ipocriti.

Già anni fa, negli “Eppure…”, parlavo della “governabilità”, orrenda e pericolosissima parola, come dell’anticamera alla dittatura, o, quantomeno, alla cancellazione della democrazia intesa come sostanza e non come apparenza. Oggi quella parola non la cita più nessuno, ma Salvini e Di Maio agiscono tenendo sempre ben presente che l’unica cosa che loro importa è arrivare dove vogliono arrivare con il loro contratto, grazie alla violenza di un governo che rifiuta qualsiasi confronto e qualsiasi dialogo, a meno che non vi sia costretto con le maniere forti, come ha fatto con loro l’Europa. Accade come per le parole “fascismo” e “razzismo” che nessuno vuol neppure sentir nominare, ma che Salvini e il suo acquiescente complice Di Maio praticano sempre più spesso e sempre più palesemente.

Non siamo più davanti a una battaglia politica, ma a una guerra non cruenta in cui sono in palio civiltà e democrazia; in cui ci si deve opporre a che sta trascinano nel fango lavoro, istruzione, cultura, sanità, dignità, solidarietà. E in un confronto di questo tipo le sfumature devono, almeno temporaneamente, cedere il campo alle posizioni nette, le mille differenze devono confluire – com’è già successo settantacinque anni fa, in un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale per liberarci, questa volta non da uomini invasori, ma da idee sociali – in realtà sono anch’esse ideologie, altra parola che nessuno vuole più usare – che in realtà sono miasmi venefici che stanno rovinando tutte le conquiste democratiche e i diritti individuali e sociali raggiunti con tante lotte, tanti lutti, tanti sacrifici. La posta in palio è davvero altissima e gli egoismi personali, o di gruppo, non sono un difetto: sono una colpa.

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martedì 4 dicembre 2018

Topolino, l'americano

Topolino, l'americano

Pubblico anche su "Eppure..." questo commento scritto ieri per "Articolo 21 liberi di... Il dovere di informare, il diritto di essere informati".

A stupire, questa volta, non è tanto la notizia, quanto l’assenza della notizia che avrebbe dovuto esserne la naturale e immediata conseguenza. Se, infatti, rientra perfettamente nella logica razzista ed eterofoba della Lega, e in genere della destra, la decisione presa dal Consiglio comunale di Codroipo, centro di 16 mila abitanti in provincia di Udine, di bandire dall’asilo nido i giocattoli e gli strumenti musicali appartenenti a “culture diverse” da quella cosiddetta nostra e i bambolotti con la pelle scura, non può non preoccupare che, al di là del dissenso manifestato in sede di consiglio dalla minoranza di centrosinistra, non ci siano state reazioni spontanee e immediate da parte della popolazione che sta assistendo, silenziosa, all’avanzare della barbarie e alla distruzione, nei fatti, della nostra Carta costituzionale, che all’articolo 3 recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

I fatti sono presto detti: la maggioranza del Consiglio comunale ha approvato un emendamento che ha abolito ogni riferimento alle “diverse culture” o alle “culture di provenienza” dei bambini e lo ha fatto per renderlo coerente con le disposizioni regionali, e quindi approvate da Lega e Forza Italia, su queste strutture. Dopo le proteste dei consiglieri dell’opposizione, il sindaco, Fabio Marchetti, ha pensato di poter respingere le accuse, precisando che «al regolamento non spetta disciplinare le differenze culturali, bensì annullare le differenze sociali». Come questo possa avvenire togliendo ai bambini la possibilità di giocare anche con gli stessi balocchi che usano abitualmente a casa, resta tuto da spiegare. Come molto nebulosa è anche la correlazione tra la proibizione di poter giocare con bambolotti di colore e il dichiarato obbiettivo di «favorire le occasioni per arricchire e integrare uno spazio di reciproco aiuto e sostegno e stimolare la socializzazione tra le famiglie». Resta anche il dubbio, visto che Topolino e parenti, quasi tutti neri di pelle, arrivano dalla cultura statunitense, su come quei pupazzi potranno resistere alla furia “purificatrice” della giunta codroipese.

La realtà è che il Comune di Codroipo pensa di poter usurpare il posto dei genitori nello scegliere a quale tipo di cultura il piccolo possa avvicinarsi e a quale no. Ed è un fatto che non può non far venire alla memoria gli accadimenti della prima metà del secolo scorso, quando, soprattutto in Italia e in Germania, molte culture, religioni, abitudini e modi di essere furono messi al bando nella determinazione di omologare tutti a quella che veniva considerata la cultura dominante.

Merita insistere sulla mancanza della notizia che avrebbe dovuto essere immediata conseguenza della decisione sull’asilo nido, ma anche ricordare che, se noi giornalisti vogliamo davvero tornare ad avere la credibilità e il rispetto che ormai in tanti non ci attribuiscono più, dovremmo tornare a parlare di quello che succede e che va contro la nostra Costituzione non soltanto nel momento dell’attualità, ma anche dopo per ricordare a tutti cosa stiamo già perdendo e quanto rischiamo di perdere ancora.

E, a questo proposito, è doveroso segnalare anche che a Udine, in piazza del Pozzo, su richiesta della Confesercenti, sono state tolte due panchine. Il loro difetto? Quello di permettere di sedersi ai richiedenti asilo che gravitano nella zona e che potrebbero essere di disturbo a delle silhouette bianche di presepe collocate una quindicina di metri più in là. Gentilini, sindaco di Treviso, aveva aperto la strada molti anni fa; oggi alcuni degli esercenti pensano bene di rendere ancora più facili gli interventi della giunta a maggioranza leghista che amministra anche il Comune di Udine. Se il dissenso, davanti a questi fatti, non sarà chiaro e palese, la battaglia per non arretrare sulla strada dei diritti e della civiltà sembra già terribilmente compromessa.

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domenica 2 dicembre 2018

L’invasore interno

Nell’ormai lontano 1994 Karl Popper scriveva: «Se le nuove generazioni vengono martellate da una programmazione televisiva irresponsabile, che mostra loro migliaia di omicidi fin dalla più tenera età, è prevedibile che la loro propensione alla violenza si innalzi, poiché la considereranno un fatto normale. E la nostra civiltà, il cui progresso è consistito soprattutto nella riduzione della violenza e nell’ampliamento della tolleranza, rischierà un’inversione di marcia tale da metterne in pericolo l’esistenza». Il filosofo ed epistemologo austriaco indirizzava i suoi timori sulle fiction della televisione, probabilmente perché non pensava che il mondo avrebbe sopportate di rivedere a breve il rifiuto della solidarietà e l’accettazione della violenza come falsi diritti, prima predicati e poi accolti da tanta gente.
Non aveva, insomma, previsto né Salvini, né i suoi complici Di Maio e Conte, dei quali il primo, a parole difensore dei diritti altrui è, in realtà, ben disposto a svenderli per poter continuare a credersi una persona potente; mentre il secondo è quasi incredulo di potersi pavoneggiare delle nuove frequentazioni internazionali senza dover dare nulla in cambio, se si eccettua la cieca obbedienza agli ordini che arrivano dal vero capo del capo del governo.

O, più probabilmente, Popper aveva capito che, proprio con la quotidiana opera moralmente distruttiva della televisione, si sarebbero smantellate molte di quelle difese che apparivano come baluardi insuperabili e che, invece, in realtà erano soltanto paraventi di grande fragilità. Berlusconi lo aveva compreso e aveva insistito su una tv detta “d’evasione”, ma in realtà distruttiva. Quello che non aveva previsto è che a goderne i frutti, alla lunga, non sarebbe stato più lui.

In quest’ottica Salvini appare come un vero e proprio invasore interno. Questa definizione potrebbe sembrare un ossimoro, ma non lo è perché le conseguenze dell’invasione dei nostri territori non sono diverse da quelle causate dall’invasione dei nostri diritti. La differenza consiste soltanto nella nostra reazione e non possiamo fare a meno di chiederci perché siamo così sensibili alle invasioni dei nostri territori, e così poco sensibili alle invasioni dei nostri diritti. Nel primo caso siamo capaci di organizzare resistenze; nel secondo, stiamo lì, come inebetiti, a lamentarci un po’ e a lasciar fare.

E, come davanti a qualunque tipo di invasione, la prima domanda è: come possiamo fermarla? E, per noi, ancora più importante: come fermarla democraticamente? Perché per eliminare il substrato fascista – è ora di tornare a chiamare le cose con il loro nome – su cui i Salvini e i loro complici si reggono, è primaria l’esigenza di rispondere secondo le regole della riduzione della violenza, anche verbale; occorre ribadire che alla democrazia non intendiamo rinunciare neppure per difenderla da chi la vuole morta. Lo facessimo, sarebbe come se accettassimo che, come dice Salvini, la legittima difesa è sempre legittima, anche quando l’eccesso di legittima difesa costituisce un vero e proprio reato. Che resta tale, anche se per legge, si espropria il giudice della possibilità di giudicare.

Per fermarla democraticamente occorrerebbe avere un partito di centrosinistra capace di guardare nuovamente alla società e non soltanto a se stesso, in grado di mettere da parte le beghe per piccoli poteri e di sacrificarsi per il bene dell’intera società. In questo momento pare impossibile e sembra, anzi, essersi realizzata la profezia del Manifesto di Ventotene, steso nel 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, con Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, nel quale i confinati non si limitarono a esplicitare l’utopia dell’Europa unita, ma vaticinarono anche il calvario della sinistra.

Vi riporto un brano della quarta parte del documento: «Nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia, i democratici si sentono smarrirti non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare; perdono le occasioni favorevoli al consolidamento del nuovo regime, cercando di far funzionare subito organi che presuppongono una lunga preparazione e sono adatti ai periodi di relativa tranquillità; danno ai loro avversari armi di cui quelli poi si valgono per rovesciarli; rappresentano insomma, nelle loro mille tendenze, non già la volontà di rinnovamento, ma le confuse volontà regnanti in tutte le menti, che, paralizzandosi a vicenda, preparano il terreno propizio allo sviluppo della reazione».

Una condanna senza appello per i metodi democratici? No, perché questo si scriveva nel 1941 e già nell’aprile 1944 qualcuno riuscì a dimostrare che, pur essendo ogni democratico, e non soltanto quello di sinistra, incline a dare la precedenza alla discussione rispetto all’azione, nei casi più disperati anche i litigiosi democratici potevano mettere temporaneamente da parte gli obbiettivi secondari per raggiungere l’obbiettivo primario: cacciare gli invasori, nazisti e fascisti, di territori, o di diritti che fossero. E in quel caso le due cose coincidevano. Con la cosiddetta “Svolta di Salerno”, tutte le forze non fasciste, dai monarchici ai comunisti, con in mezzo le mille sfumature possibili, decisero di rinviare le discussioni di secondo livello a dopo il conseguimento dell’obbiettivo principale: la cacciata dell’invasore. E il Comitato di Liberazione Nazionale, nato nel settembre del 1943, acquistò una forza ideale che sarebbe poi risultata decisiva per le sorti dell’Italia.

Anche questa volta, come allora, occorre difendersi da un invasore che tale è, anche se questa volta, essendo interno, non ha bisogno di invadere territori e può scatenare tutto se stesso nell’invasione dei diritti; nel cancellare tutte le conquiste sociali che sono costate tanti decenni di fatiche e talora di sangue e che hanno costituito il vero progresso umano; nel distruggere quella società che abbiamo sempre criticato perché ancora imperfetta, ma che non ci saremmo mai sognati di non veder ulteriormente migliorare, ma solamente distruggere.

Rendendoci conto che, con l’aumento della violenza e la diminuzione della tolleranza, saremmo distrutti anche noi. Pensiamo alla vera emergenza: le beghe secondarie potremo risolverle dopo.

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martedì 20 novembre 2018

Uno vale uno?

Ogni tanto, a vedere lo sfascio, anche economico, ma soprattutto etico e sociale, che Salvini, il suo complice Di Maio e il loro ossequiente portavoce Conte, stanno facendo dell’Italia, il nostro Paese, ti viene il pensiero di riavvicinarti al PD. Non di iscriversi, per carità, ma di avvicinarsi sì.

Questi i pensieri che si agitano nella mente che cerca ogni possibile via d’uscita, per quanto improbabile possa essere. Bene o male, almeno è un partito che ha ancora, stando ai sondaggi, un 18 per cento di consensi e, quindi, non si deve ripartire da zero. Bene o male, almeno è un partito che era nato a sinistra e, quindi, nel DNA qualcosa dei geni originali deve essergli rimasto. Bene o male, almeno è un partito che ancora candida alcune persone non del tutto ignoranti e non del tutto prive di pudore. Bene o male, almeno sembra che Renzi non ci sia più. E così via.

Poi, per fortuna, arriva Dario Corallo, rampante trentenne candidato alla segreteria del partito, e rimette subito le cose a posto.

L’ambizioso Corallo, infatti, un po’ per convinzione, un po’ per far parlare e scrivere di sé, dal pulpito dell’Assemblea PD attacca Burioni, medico virologo al quale dobbiamo, almeno in parte, il fatto che, contrariamente ai desideri dei “no vax” siamo ancora abbastanza protetti contro le malattie infettive, quelle che un secolo fa mietevano migliaia di vittime e che, prima dei colpi di genio degli antivaccini, avevano quasi cancellato dalla faccia della terra alcuni di quei terribili morbi. E la reazione dei compagni (non so se si può dire ancora così) di partito è stata ancora più sconcertante della sua uscita, visto che una parte non irrilevante del PD si è schierata al suo fianco, o, almeno, non lo ha sconfessato.

La cosa che colpisce non è l’affermazione implicita che, tutto sommato, questi vaccini non sono proprio necessari, ma il modo in cui Burioni è stato accusato di «bullismo verbale». Corallo ha detto che questa è «una sinistra arrogante» e poi ha spiegato che, sul piano scientifico, con il virologo «il 99 per cento delle persone non può competere e noi ci siamo limitati a raccontare l’un per cento del popolo, mentre l’altro 99 per cento lo abbiamo umiliato, come un Burioni qualsiasi».

Ancora una volta il PD, o almeno una sua parte, non ha una propria linea, ma si mette a copiare chi in questo momento sembra avere successo. Dopo che Minniti si è ispirato a Salvini per affrontare la questione dei migranti, questa volta ci troviamo davanti all’applicazione classica di quell’“uno vale uno” che è stata la parte fondamentale dell’ascesa dei grillini che ora, però, dimostrano abbondantemente che, quando si tratta di cose tangibili, di conoscenze applicative, non siamo assolutamente tutti uguali. E, infatti, non accusavamo il maestro di averci umiliati se, dopo avergli detto che 2 più 2 fa 5, ci vedevamo appioppare un pessimo voto; e, se stiamo male, andiamo a farci visitare da un medico e non dal primo passante che incontriamo per strada.

L’uno vale uno, come mirabilmente spiega Michela Murgia nel suoironico e corrosivo “Istruzioni per diventare fascisti”, è il metodo più sicuro per cancellare la possibilità che una voce particolarmente ispirata, razionale e credibile, riesca a far pensare gli elettori, ottenga di farli andare alle urne non seguendo la rabbia della delusione, ma i propri principi e il ragionamento.

«Se l’ostacolo che la contemporaneità mette allo svi¬luppo del fascismo – scrive la Murgia – è che adesso, in democrazia, tutti, e non solo il capo, hanno un modo per far sentire la propria voce, forse la soluzione più fascista è proprio quella di farli parlare. Ma sem¬pre, però. Tutti. Contemporaneamente. Su tutto. Sen¬za la minima gerarchia di autorevolezza tra opinioni. Se milioni di persone che prima avevano la televisione e i giornali come punti di riferimento oggi stanno sui social network di continuo e commentano, condivido¬no, apprezzano o dissentono, non c'è alcuna ragione per impedirglielo, perché è proprio il fatto che lo facciano tutti a rendere la voce di ciascuno indistinguibile dalle altre e in definitiva ininfluente».

E continua: «Se convinciamo tutti che uno vale uno, alla fine nessuno varrà più di un altro e ogni cosa, idee e persone, sarà perfettamente in¬tercambiabile, come se la si estraesse a caso da un maz¬zo di carte identiche. Occorre minare ogni principio di autorevolezza tra i pareri, dunque, affinché vero e falso non siano più distinguibili in base a chi li afferma, ma per farlo sarà essenziale demolire le figure pubbliche che hanno un’autorità morale o scientifica, cioè quelli che pensano di saperne più degli altri». E che magari lo sanno davvero.

Ancora una volta appare evidente che resistere passivamente ormai non basta più. Occorre davvero ribellarsi dicendo no a chi sta distruggendo ogni residuo di democrazia vera perché cosciente.

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