domenica 14 ottobre 2018

Fatti non foste…

I capi di un governo che ha come motto principale “Prima gli italiani” dovrebbero essere orgogliosi dei personaggi che hanno dato lustro al nostro Paese, ma spesso viene il sospetto che non ne conoscano nemmeno l’esistenza; oppure che facciano finta di non sapere cos’hanno detto e fatto perché, in caso contrario, saprebbero benissimo di essere totalmente lontani dai loro insegnamenti.

Prendiamo, per esempio, Dante che, nel XXVI canto dell’Inferno mette in bocca a Ulisse una delle terzine più famose dell’intera Divina Commedia: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza». Per secoli si è stati tutti d’accordo che queste sono le caratteristiche principali che distinguono l’uomo da tutte le altre specie animali diffuse sulla Terra. Poi si è capito che in almeno due ambiti queste qualità dovevano essere lasciate temporaneamente da parte: le pubblicità e le campagne elettorali; che poi sono praticamente la medesima cosa.

Oggi il problema è che questo governo “anomalo bicefalo” (rubo il titolo di uno spettacolo di Dario Fo e Franca Rame) è sempre in campagna elettorale in quanto teme, una volta raggiunto il potere più per demeriti altrui che per meriti propri, di dover lasciare quelle poltrone che si sono rivelate molto più comode di quello che pensavano.

Leghisti e grillini, Salvini e Di Maio (scusate se non mi soffermo su Conte, il molto teorico presidente del Consiglio cui è stato tolto anche il diritto di parola, se non ossequiente), nella disperata ricerca di soldi per realizzare le tante promesse irrealizzabili, sembrano essersi divisi i compiti nel trascinare nel fango sia “virtute”, sia “canoscenza”.

Quale “virtute”, per esempio, può essere trovata nel “capitano” dei leghisti, ministro dell’odio e della paura, che, una volta resosi conto che la sua promessa di flat tax era irrealizzabile, non ha trovato di meglio che distrarre il proprio elettorato andandone a pungolare ulteriormente la parte più razzista, xenofoba e aliofoba, scagliandosi con fredda e meditata ferocia non soltanto contro coloro che fuggono da guerre, carestie, torture, ma anche contro gli italiani che hanno colore di pelle, religione, o abitudini sociali diverse da quelle che lui considera “giuste”: censire tutti i rom, per esempio, anche quelli italiani, ha un innegabile puzzo di discriminazione che ricorda troppo da vicino quello che dalla metà degli Anni Trenta, per un decennio, ha dominato in Germania. E non si venga a dire che non c’è pericolo che torni il fascismo in quanto la storia non si ripete mai in maniera uguale. D’accordo: qualche differenza di superficie per il momento c’è ancora, ma la sostanza sembra proprio la stessa.

Tra l’altro il censimento dei rom è sicuramente anticostituzionale, ma curiosamente Salvini, mentre “se ne frega” – verbo caro a lui e a un passato regime – della Costituzione, reclama l’osservanza totale alle leggi che gli fanno comodo, anche se sono le più contestate, quelle che maggiormente sollevano problemi di coscienza, come la Bossi-Fini sull’immigrazione. E così, approfittando della sua posizione istituzionale, ha fatto arrestare, senza neppure inviare prima un avviso di garanzia, il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, per “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” e “abuso d’ufficio”.

Poi, con la paura di dover ammettere che ci sono realtà che hanno già dimostrato di funzionare benissimo nel campo dell’accoglienza, Salvini ha deciso che è proprio tutta Riace che deve chiudere: lo ha messo nero su bianco con una delibera del 9 ottobre del suo dipartimento Immigrazione che ordina la chiusura di tutti i progetti e il trasferimento di tutti i migranti entro 60 giorni. Al centro delle contestazioni ci sono quegli strumenti di accoglienza che hanno fatto di Riace un modello di riferimento nel mondo, ma anche la solidarietà con quei richiedenti asilo che sono in condizioni di particolare vulnerabilità e che sono stati ospitati anche oltre il termine burocraticamente previsto dal progetto Sprar.

Il Viminale avrebbe voluto che quella gente – donne con figli a carico, anziani, malati – fosse messa subito alla porta. Ora l’ultima parola spetta al TAR, ma già si vede che ancora una volta la parola “legalità” non è sinonimo di “giustizia”; anzi, spesso è ed è stato addirittura il contrario. Consegnare gli ebrei ai nazisti, per esempio, era perfettamente legale, ma sfido chiunque ad affermare che fosse giusto.

E passiamo alla “canoscenza”. Lascio perdere, per eccessiva facilità di critica, le imprese del ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Toninelli, tra cui l’ultimo, per ora, è stata quella di inserire, o di lasciar inserire, nel decreto per Genova l’innalzamento di 20 volte del limite per lo sversamento in discarica di fanghi di depurazione e di alcune volte quello per la dispersione di alcuni idrocarburi nei terreni agricoli. Alla faccia della prima delle 5 stelle che avrebbe dovuto indicare l’ambiente.

Ma sulla mancata “canoscenza” bastano e avanzano le opere del “capo politico” dei grillini, Di Maio, sia nella stesura del Def, sia anche nelle sue già annunciate prime correzioni. Anche per lui la necessità primaria è quella di non far capire che il reddito di cittadinanza promesso è irrealizzabile e che, al massimo, potrà essere messo in campo un suo pallido simulacro, più povero e applicabile a meno persone. E allora si dà da fare ad annunciare che, per trovare fondi, toglierà e taglierà a tutti, senza rendersi conto che certe cose proprio non potrà farle e senza capire nemmeno che, se davvero vuole che l’economia riparta, deve lasciare più denaro possibile in circolo, esattamente il contrario di quello che intende fare perché a condannare questa politica economica non sarà soltanto l’inerpicarsi dello spread, ma anche il fatto che la classe media, sempre più impoverita dai suoi colpi di genio e dalle sollecitazioni di Salvini, che ha già chiesto ulteriori sacrifici, finirà per spendere molto meno del poco che già spende adesso, mentre il denaro che andrà ai più poveri finirà inevitabilmente, per la gran parte, ad andare ad appianare, con qualche giro di spesa, i debiti di affitto e di bollette.

Di Maio sembra un ragazzo che vuole una trave per costruirsi una capanna dei giochi e che, incapace di capire quello che sta facendo, decide di prendersi quella che regge il colmo del tetto della casa in cui vive con tutta la sua famiglia, condannandola al crollo.

A sentir parlare in giro, ci si accorge che un numero sempre crescente di cittadini non è più d’accordo con questo “governo del cambiamento” in cui una parte brilla per incompetenza, mentre l’altra spicca per cattiveria; e che sempre più gente si è pentita del voto dato a marzo. E allora, anche se appare problematico pensare di rivederli insieme, come mai i sondaggi continuano a offrire percentuali trionfali ai due partiti di governo nel caso di prossime elezioni?

La risposta è semplice: anche i sondaggi, come l’attribuzione dei seggi, si basano inevitabilmente sulle percentuali dei voti espressi a voce, o deposti nelle urne; e non sui numeri reali. Cioè, se uno non sa ancora per chi votare, oppure ha deciso addirittura di disertare le urne, esce dal conteggio. Se su cento intervistati, per esempio, cinquanta non si esprimono, basta che 17 dicano di votare per il partito X perché quel partito ottenga il 34 per cento dei suffragi espressi. Ed è immediatamente evidente, quindi, che se aumenta la quota dei votanti, calano, a parità di voti, le percentuali dei partiti che non trovano consensi ulteriori tra coloro che decidono di andare alle urne.

Il problema è che per indurre più gente ad andare a votare occorrerebbe presentare proposte serie, alternative e credibili. Servirebbe che il centrosinistra e la sinistra tornassero a mettere in campo “virtute e canoscenza”, doti che di certo non le mancavano e che si sono smarrite in una continua campagna elettorale addirittura peggiore di quelle dei leghisti e dei grillini, perché intesa non a conquistare il governo di uno Stato, ma, in modo più miserando, quello interno di un partito, o di un’area politica,, in una serie di faide personali, o di gruppuscoli, che ha svilito i tanti partiti della sinistra e ha avvilito i tanti elettori che ancora rispettano e amano i valori della sinistra e che nella sinistra continuano a sperare.

Accanto alla serietà di una proposta alternativa, però, serve anche una visibilità non di facciata, ma di partecipazione e, allora, forse diventa necessario andare a riscoprire una forma di comunicazione che è stata abbandonata con una buona dose di puzza sotto il naso: quella dello scendere in piazza. Proviamoci e magari scopriremo che saremo in molti di più di quanto temiamo e che, testimoniando esplicitamente le nostre idee, potremmo forse tornare a influire sulla politica del nostro Paese in maniera più efficace di quella che si è inaridita negli ultimi decenni quando si affidavano i nostri sogni a persone che, per la maggior parte, li mettevano subito in un cassetto e poi se ne dimenticavano perché impegnati in minuscoli giochi di potere interno.

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mercoledì 3 ottobre 2018

Sorrisi e sogghigni

Herman Melville scrisse che «Il sorriso è il veicolo d’elezione per ogni ambiguità». La mia prima impressione, quando l’avevo letta, era stata quella di trovarmi davanti a una frase cinica e pessimistica, ma gli avvenimenti più recenti l’hanno avvalorata abbondantemente confermando che non raramente un apparente sorriso, in realtà è un sogghigno che invariabilmente appare come tale quando le labbra si rilassano in quanto il cervello, troppo impegnato su altre faccende, non riesce a mantenere un decente controllo anche sui muscoli facciali.
 
Abbiamo tutti ben presente il sorriso da imbonitore sfoggiato da Matteo Renzi ogniqualvolta voleva convincere gli elettori della bontà delle sue scelte e – cosa ancor più difficile – che quelle scelte erano di sinistra. Ma bastava che qualcuno lo attaccasse sottolineando che Jobs Act, riforma costituzionale, decreto salvabanche e molte altre cose erano decisamente più vicine ai desideri del centrodestra che alle necessità di coloro che nella società sono relegati nelle posizioni più scomode, perché il sorriso scomparisse completamente lasciando spazio a una faccia decisamente arrabbiata, se non addirittura furente. Un soprassalto di sincerità al termine di un momento propagandistico non particolarmente efficace.

C’è poi il sorriso stereotipato, che sembra quasi il frutto di una paralisi facciale: quello di Di Maio, per intenderci. Immutabile, con tutti i denti, regolari e bianchissimi sempre in vista, è usato per far concentrare l’attenzione del telespettatore sul video e non sull’audio, puntando, appunto, a non far percepire immediatamente bene il senso delle parole che spesso nascondono realtà indigeribili, come quella del nuovo Def che sicuramente farà aumentare il debito, e non solo del 2,4 per cento, ma altrettanto sicuramente non farà raggiungere un incremento del Pil del 3 per cento. Poi, comunque, lo steso sorriso può essere utilizzato anche per opere di distrazione di massa. Guardate, per esempio, il sorriso smagliante con cui, per distrarre l’attenzione dal Def, tenta di spostarla sulla nuova proposta di riforma costituzionale che, guarda caso, insiste ancora sulla riduzione dei parlamentari perché – così pensano i grillini – tanto con la piattaforma Rousseau diventano sempre più inutili. Per far raggelare il sorriso di Di Maio e farlo completamente sparire più che trasformarlo in un sogghigno, basta che qualcuno gli ponga una domanda scomoda e ben argomentata: quei secondi – a faccia teoricamente seria – che impiega a cercar di capire se può cavarsela con il solito slogan, se è necessario tentare un’altra via, o se è meglio far finta di non aver sentito, sono più rivelatori di mille discorsi.

Nel caso di Salvini, invece, non è il sogghigno a interrompere il sorriso, ma succede esattamente il contrario. È stato di breve durata, infatti, il sorriso che ha sostituito il cipiglio del ministro dell’odio e della paura, quando, riferendosi all’arresto del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, orribilmente colpevole di solidarietà nei confronti dei poveri cristi che arrivano in Italia da guerre, torture, malattie e fame, ha chiesto: «Chissà cosa diranno adesso Saviano e tutti i buonisti che vorrebbero riempire l’Italia di immigrati?». È durato poco perché probabilmente ha avvertito distintamente che non soltanto Saviano e i buonisti, ma anche molti altri italiani non particolarmente impegnati, gli avrebbero risposto che semplicemente questa è una conferma che almeno uno dei due vicepremier è razzista, xenofobo ed eterofobo. Niente paura, però, la sua faccia è semplicemente tornata alla normalità.

Da ultimo, il sorriso subdolo di chi pensa di fare qualcosa di scorretto senza che nessuno se ne accorga, che si irrigidisce mentre, scoperto, tenta di escogitare velocemente una giustificazione per la scorrettezza, e poi si sgretola quando si rende conto che anche la scusa è talmente assurda da essere incredibile anche per i più distratti. In tal caso il sorriso viene sostituito da un sogghigno, ma talmente posticcio da durare poco anch’esso; non si sa se più per la delusione di non essere riusciti a imbrogliare gli altri, o per la delusione di essersi accorti di quanto incapaci, anche di mentire, si è. È il caso della sindaca di Monfalcone, la leghista Annamaria Cisint che ha tagliato gli abbonamenti per la biblioteca civica comunale ai quotidiani Il Manifesto e Avvenire, guarda caso un feroce avversario politico della Lega e il quotidiano dei vescovi che ha fatto campagne convinte contro la pretesa di Salvini di far passare per cristianesimo l’assenza di umanità e di solidarietà. Il sorriso della Cisint c’era ancora quando ha affermato: «Nessuna censura, ma razionalizzazione delle spese». Il sorriso è scomparso, però, quando, dopo che i frequentatori della biblioteca hanno fatto una colletta per finanziare i due abbonamenti, ha proibito ancora l’ingresso dei due giornali colpevoli di non essere leghisti e li ha dirottati nella casa di riposo. In questo caso anche il sogghigno non è riuscito tanto bene perché nulla come il ridicolo riesce a distruggere la protervia.

È vero che nella vecchia politica si sorrideva poco perché a dominare il quadro era la seriosità ancor più che la serietà e che frequenti erano le arrabbiature esplicite. Ma, tutto sommato, si trattava ancora più di politica che di pubblicità. Esattamente il contrario di quello che accade oggi.

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domenica 30 settembre 2018

L’abolizione del consumismo

Quando Di Maio, mentre dal balcone di palazzo Chigi i maggiorenti grillini salutavano con i segni di vittoria i loro deputati che li inneggiavano, ha cominciato a snocciolare con aria trionfante i numeri che avrebbero dovuto dimostrare la mirabolante “abolizione della povertà”, la prima reazione è stata quella di dire: «Ma chi vuoi prendere – diciamo così – in giro?». Poi, visto che sono convinto che non si possa mai dire «Non accetto lezioni da nessuno», ho preferito attendere che cifre e intendimenti fossero confermati anche da altri e poi mettere su carta alcune semplici operazioni fatte già subito a mente in pochi istanti. Adesso, però, a più di ventiquattr’ore di distanza, la mia domanda resta la stessa ed è, eventualmente affiancata da un altro quesito: «Ma davvero non c’è limite alla creduloneria anche se l’evidenza del contrario è così immediata?».

Ricapitoliamo in breve le frasi dette dall’immaginifico Di Maio che ha cominciato con: «Ci sono 10 miliardi per il reddito di cittadinanza» , una misura con la quale «restituiamo un futuro a 6,5 milioni di persone». E poi ha aggiunto che «Nessuno in Italia potrà guadagnare meno, o avere una pensione minima sotto i 780 euro».

La prima cosa che viene immediatamente da fare è dividere i 10 miliardi per i 6 milioni e mezzo di persone per capire quanto toccherebbe mediamente a testa a ognuno dei beneficiati e il risultato parla di un po’ più di 1.500 euro l’anno a persona che, divisi in dodici mensilità, sono 128 euro e qualche centesimo al mese. È ovvio che queste cifre per molti sarebbero a integrazione di pensioni minime, o di emolumenti e stipendi vergognosamente bassi che adesso riescono a mettere insieme, ma la cifra mi sembra comunque inadeguata, tenuto conto che in Italia, secondo gli ultimi dati Istat, ci sono circa 5 milioni di persone che versano nella povertà assoluta e sono oltre un milione le famiglie totalmente senza reddito. Inoltre bisognerebbe sapere se questi 128 euro saranno netti, o saranno soggetti a una pur piccola tassazione, e se il passaggio a un reddito di 780 euro mensili non porterà alla cancellazione di agevolazioni ed esenzioni già esistenti per i redditi più bassi o inesistenti.

Ma è comunque innegabile che aiutare chi non ha nulla non è assolutamente una cosa riprovevole; anzi. E – aspetto assolutamente non secondario – che tutti i beneficiati proveranno una qualche gratitudine che, almeno in parte, si tradurrà in voti elettorali. Quello che colpisce, invece, è l’improntitudine di Di Maio quando afferma che «Dobbiamo far ripartire i consumi aiutando quei 10 milioni di italiani che oggi vivono sotto la soglia di povertà: se diamo un reddito di cittadinanza a queste persone, loro faranno ripartire i consumi e aiuteranno il mercato e la domanda interna» aggiungendo che, anche con l’aumento dei consumi, questa «manovra del popolo», come l’ha ribattezzata, sarà «il più grande piano di investimenti della storia italiana».

Ma davvero Di Maio non sa che la maggior parte di quei 128 euro medi non si trasferiranno nelle tasche di commercianti e produttori facendo aumentare la domanda interna, ma andranno inevitabilmente a tappare, per prima cosa i buchi di debito che si creano con gli affitti e con le bollette di acqua, luce e gas? In realtà soltanto una piccola parte sarà destinata al vitto, al vestiario e a qualche altra necessità primaria, come il curarsi, e, quindi, più che favorire i consumi e creare, conseguentemente, produzione e crescita di posti di lavoro, questi redditi e pensioni di cittadinanza, finiranno soprattutto per ridurre i crediti di persone ed enti che affittano case e di Enel, Eni e altre aziende distributrici di energia.

Viene il dubbio che Di Maio, illudendosi di assestare un colpo mortale alla povertà, abbia semplicemente inferto un altro fendente al consumismo. Poi si potrà dire – e con molte ragioni – che anche il consumismo andrebbe abolito visto che ha portato con sé nuove e più profonde disuguaglianze, sovvertimento sociale della scala di valori che troppo spesso sono stati confusi con i prezzi, distruzione progressiva dell’ambiente che, appunto, viene “consumato”. Ma anche il consumismo, come la povertà, purtroppo non può essere abolita con decreto.

Forse qualcuno dovrebbe dirlo non tanto a Di Maio, al quale addirittura Salvini ha già risposto dicendo che «Mi piacerebbe anche abolire il cattivo tempo e i pareggi del Milan, ma purtroppo con decreto non ci riesco», bensì ai tanti che stanno festeggiando qualcosa che può essere efficace propaganda, però non soltanto è lontana dalla soluzione dei nostri problemi, ma, anzi, rischia addirittura di aggravarli.

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sabato 22 settembre 2018

La scelta della barbarie

Da un certo punto di vista potrebbe anche apparire bizzarramente giusto: per secoli l’Italia è stata invasa dai barbari che l’hanno percorsa in lungo e in largo, soprattutto devastandola. Ora sembra giunto il terribile momento della reciprocità nel quale siamo noi, dopo averla elettoralmente scelta e portata al vertice del nostro esecutivo, a esportare la barbarie e, dopo aver reso insicura e traballante la nostra democrazia, a contribuire alla devastazione di quella degli altri.

Salvini e i leghisti, con il determinante aiuto dei loro alleati grillini, infatti, non soltanto stanno facendo saltare con colpevole determinazione, o non meno colpevole incoscienza e incapacità, le regole che hanno tenuto insieme e fatto progredire per oltre settant’anni il nostro Paese, ma ora puntano a distruggere anche l’idea primigenia, quella di Spinelli, Rossi e Colorni, dell’Europa Unita. Lo fanno prefigurando alleanze con Orban, con la Le Pen e con tutta la destra più retriva degli Stati europei che, in vista delle elezioni di primavera, prefigura il materializzarsi dell’incubo di un continente trasformato in una fortezza assediata e incattivita, decisa a non far entrare nessuno, ma incapace essa stessa di uscire per nutrirsi e, quindi, destinata a soccombere per inedia economica, ma soprattutto etica e intellettuale.

Non serve lavorare di fantasia per rendersi conto di quello che sta per succedere: basta scorrere il testo dei 17 articoli dell’ultima bozza del decreto migranti, che il governo si prepara a varare, promettendo – o meglio minacciando – di ridisegnare il volto del “pianeta immigrazione”. Si parla della cancellazione dei permessi umanitari, di strette sui rifugiati e sulle nuove cittadinanze, di vie accelerate per costruire nuovi centri per i rimpatri, di possibilità di chiudere nei cosiddetti “hotspot” – inglesismo usato per nascondere la realtà della prigione – per 30 giorni anche i richiedenti asilo, di un prolungamento del trattenimento massimo nei centri da 90 a 180 giorni – sono sei mesi – e della cancellazione della rete Sprar che coinvolge oltre 400 comuni e che è considerato un modello di accoglienza in Europa, la cui «abolizione – afferma l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione – appare come uno dei più folli obiettivi politici degli ultimi anni, destinato, in caso di attuazione, a produrre enormi conseguenze negative in tutta Italia, tanto nelle grandi città che nei piccoli centri, al Nord come al Sud».

E non serve avere una vocazione all’autoflagellazione per capire che se Salvini continua a predicare orrori e, nonostante ciò, vede aumentare i consensi nei sondaggi, questo vuol dire che non soltanto l’opposizione in Parlamento, ma tutti noi, siamo troppo zitti. Che siamo incapaci di ribellarci se la pretesa generale è quella di farci parlare soltanto per slogan non sostenuti da ragionamenti. Che ci eravamo illusi che il razzismo, la xenofobia, l’odio per il diverso, che noi pensavamo non esistessero più, invece, sono tornati a esplodere con tutto il loro bagaglio di violenze mentali, verbali e fisiche. Ed è agghiacciante rendersi conto che la situazione sta peggiorando ancora senza che nella maggior parte della società si avverta neppure quel rifiuto ribelle con cui aveva immediatamente reagito a quell’altro abominio che ha insanguinato soprattutto gli anni Settanta e che si chiamava terrorismo.

Oggi Salvini continua a ripetere «Prima gli italiani» e quasi nessuno si rende conto che, mutando a seconda del luogo dove lo si pronuncia il nome del popolo “superiore”, si tratta dello stesso concetto che ha dato vita a tutti i colonialismi del mondo e alle guerre tra “noi” e “loro”, sia per conquistare potere e ricchezze, sia per stabilire chi – diciamo così – è “più superiore” degli altri.

E molto dovrebbe far pensare il fatto che Salvini e Di Maio – chissà se Conte se ne accorge? – si affannino a stilare decreti che fissino come legge i loro sogni che per me e per molti altri, invece, sono incubi. Del resto non è una novità il fatto che il concetto di legalità è uno di quelli maggiormente in grado di turlupinare i distratti: legalità, infatti, significa soltanto che stiamo parlando di qualcosa conforme alla legge, ma non sempre una legge è conforme alla giustizia e, quindi, all’etica. Un esempio per tutti sono state le leggi razziste promulgate dal fascismo ottant’anni fa secondo le quali criminale era chi salvava gli ebrei e non chi li condannava a morte praticamente sicura nei Lager. Ma non serve andare tanto indietro nel tempo: basta pensare all’oggi quando un ministro che si definisce dell’Interno, ma in realtà è dell’odio e della paura, stabilisce che salvare un naufrago in mare non è più un dovere, ma diventa un delitto. Se non è barbarie questa…

E oggi, non sazi di subirla in casa nostra, mentre il PD e la sinistra sono impegnati a discutere di cene e di congressi, di correnti e segreterie, di leadership e di minuscoli interessi, stiamo rischiando di permettere che la barbarie di casa nostra sia esportata anche in tutto il continente. Eppure dovremmo ricordare la cosiddetta “svolta di Salerno”, dell’aprile del 1944, quando nel Comitato di Liberazione Nazionale fu trovato un compromesso tra tutti – ma proprio tutti – coloro che volevano sconfiggere fascisti e nazisti, accantonando temporaneamente la questione istituzionale e il possibile futuro equilibrio tra le varie forze politiche. Fu in quell’occasione che fu pronunciata per la prima volta la frase «Senza resistere non si può esistere». Uno slogan, ma assolutamente non vuoto e anzi pieno di ragionamenti e di significati. Tanto pieno che poi ha permesso di far scrivere quella preziosa Costituzione che oggi leghisti e grillini stanno allegramente calpestando e per difendere la quale in campo dovrebbero scendere di nuovo tutti. Anche coloro che hanno tentato, fortunatamente invano, di cambiarla un paio di anni fa con un sistema che oggi ci vedrebbe in una situazione ancora più pericolosa.

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giovedì 20 settembre 2018

Lo sforzo del paragone

Di solito si parla della forza del paragone, ma quando il raffronto è inadeguato e ridicolo, allora la forza si tramuta in sforzo e i risultati sono talmente miserandi che, per chi su quella strada ha voluto incamminarsi sperando di fare bella figura, il risultato è quello di mettere in mostra una specie di oscena ernia cerebrale.
 
A dire il vero questo commento avrebbe dovuto uscire già il 18, nel giorno dell’ottantesimo anniversario dell’annuncio, da parte di Mussolini a Trieste, delle leggi razziste che discriminavano gli ebrei dagli altri italiani e dagli altri esseri umani. Il ritardo – e anche un mancato intervento immediato – è dovuto a un malinteso senso di rispetto per le istituzioni che mai, però, deve superare il rispetto per la realtà dei fatti.

Martedì 18, davanti al monumento che a Udine ricorda i deportati nei Lager nazisti, ha anche voluto prendere la parola quello che la maggioranza degli udinesi votanti ha scelto come loro sindaco: Pietro Fontanini. Il suo discorso non è durato molto, ma in quello spazio di tempo è riuscito a dire due concetti degni di nota.

Per prima cosa ha affermato che le leggi razziali (lui preferisce definirle più morbidamente così) sono state certamente una pessima cosa perché hanno finito per far portare tanti ebrei a morire nei Lager nazisti; che, però, non bisogna dimenticare che tanti italiani sono stati uccisi dagli slavo-comunisti che li hanno gettati nelle foibe. Poi ha anche detto che la persecuzione contro gli ebrei non è finita in quanto ci sono molti «arabi» (ma forse voleva dire musulmani, visto che gli iraniani arabi non sono) che non accettano l’esistenza dello Stato di Israele e che vorrebbero vederlo sparire.

Partiamo da questo secondo punto mettendo in evidenza che è difficile pensare che il concetto di Stato di Israele possa essere considerato coincidente con quello di persona ebrea, intesa – visto che il concetto di razza è un abominio scientifico oltre che etico e sociale – come donna o uomo di religione ebraica. Molti ebrei, pur convinti della loro religiosità, o forse proprio per questo, non si riconoscono nella politica di Netanyahu, né nelle cicliche stragi di palestinesi muniti di sassi che sono perpetrate da soldati armati di fucili da guerra; come con si erano riconosciuti nella ferocia messa in campo da Ariel Sharon a Beirut quando aveva permesso le stragi di donne, vecchi e bambini a Sabra e Shatila. Non per questo può essere accettato il terrorismo, ma quando si rifiuta per partito preso qualsiasi ipotesi di pace per problemi di sovranità basati soprattutto sulla lettura di una Bibbia che si riferisce a cose di migliaia di anni fa, qualche problema diventa inevitabile.

Ancor più evidente è l’inqualificabile sforzo di paragonare i Lager con le foibe. È evidente che anche le seconde sono state un terribile esempio di inumana ferocia, ma non si può dimenticare che le prime foibe sul Carso e in Istria non risalgono alla fine della seconda guerra mondiale, ma a circa vent’anni prima e che nella prima versione non erano gli slavi a far precipitare nel baratro gli italiani, ma esattamente il contrario. Ma anche che il 1° marzo 1942 il generale Mario Roatta emise una circolare indirizzata ai comandanti di corpo d’armata di occupazione che ordinava di incendiare e demolire case e villaggi, uccidere ostaggi e internare massicciamente la popolazione, mentre pochi mesi più tardi il generale Mario Robotti, comandante dell’XI Corpo d’Armata italiano in Slovenia e Croazia, si lamentava, sempre per iscritto, con i suoi sottoposti perché «Non si ammazza abbastanza!».

Con tutto questo non voglio assolutamente dire che la vendetta sia giustificabile; anzi. Ma intendo soltanto sottolineare che anche senza queste considerazioni, anche dando tutta la colpa all’immotivata ferocia degli slavo-comunisti, sia i crimini nazisti, sia l’orrore delle leggi razziste fasciste, non apparirebbero meno gravi nemmeno di una frazione infinitesima del loro orrore.

Comprendo che quando si è alleati con la destra estrema si è tentati di distogliere l’attenzione dai tanti crimini che la destra di un tempo ha compiuto e che quella di oggi non ha mai rinnegato, ma paragonare diversi orrori per tentar di stilare una classifica dell’inaccettabile con cui seppellire l’orrore che più ci dà fastidio sotto il mucchio di tanti altri orrori non è soltanto un’operazione sciocca: è semplicemente criminale perché, pur a distanza di tanti anni, ancora complice, di chi quegli orrori ha compiuto o almeno connivente.

Potessi esprimere un desiderio, non vorrei sentire un discorso di Pietro Fontanini, da altri eletto primo sindaco di destra di Udine, città un cui sindaco è morto in un Lager, il 25 aprile in piazza Libertà. La Resistenza non è di tutti. E tantomeno è di chi la disprezza tentando di travisare la storia e parificandone i protagonisti e le vittime ai carnefici e a coloro che l’hanno resa necessaria e benedetta.

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martedì 18 settembre 2018

Cancellare o nascondere

Da quando sono scomparse le monarchie assolute, l’impegno di quasi tutti governi del mondo è stato quello di nascondere le cose di cui non ci si poteva vantare. Lo hanno fatto anche le dittature più terribile, consce dell’effetto che trovarsi faccia a faccia con la realtà avrebbe prodotto sia sulle altre nazioni, sia anche sulla propria popolazione nella quale, per quanto asservita e servile, può sempre celarsi quella scintilla di dignità, in partenza apparentemente gracile, ma poi capace di trasformarsi in qualcosa di tanto potente da riuscire a sgretolare e abbattere anche i muri antidemocratici più muniti e più feroci. È sempre successo e sempre succederà.
 
L’unica alternativa al nascondere un’azione inaccettabile è quella di cancellarla; però si tratta di un’impresa legata non soltanto all’ammissione della colpa e al riscatto, ma anche alla vigilanza costante che i semi della pianta velenosa non possano trovare terreno fertile per rifiorire. E, quindi, troppo difficile e faticosa, quasi tutti la evitano sperando che tutto vada bene lo stesso. Ma anche in questo caso è sempre successo e sempre succederà che la mala pianta prima o poi riesca a mettere nuovamente radici.

Oggi, 18 settembre, ricorre l’ottantesimo anniversario dell’annuncio, da parte di Benito Mussolini a Trieste, in una piazza dell’Unità gremita da 150 mila persone, della promulgazione delle leggi razziste che discriminavano gli ebrei, ne limitavano la libertà e che sarebbero poi state determinanti nel causare la morte di migliaia di cittadini italiani follemente, ancora prima che ingiustamente, separati dagli altri esseri umani. Parlo di leggi “razziste” e non “razziali”, perché sono convinto che il loro vero nome non vada ammorbidito, in quanto nell’aggettivo “razziale”, quasi sempre usato, c’è soltanto una fredda constatazione del loro contenuto e non una loro esplicita e contestuale condanna.

Ebbene, oggi, a ottant’anni di distanza, si può constatare che anche in questo caso la scelta di nascondere invece che cancellare, il cullarsi in una falsa sicurezza che ha nascosto pigrizia e timore di assumere un colore politico distinto che avrebbe potuto alienare qualche simpatia elettorale, ha permesso che la malapianta rinascesse. Questa volta non si parla ancora di ebrei – e spero che quell’“ancora” sia soltanto un segno di un mio ingiustificato pessimismo – ma si parla in abbondanza, e in forma evidentemente negativa, di neri, zingari, arabi, extracomunitari in genere, allargandosi poi ai diversi di ogni tipo, anche per credenze religiose, preferenze sessuali e – perché no? – per foggia dei vestiti o per gusti alimentari.

Poi, per sicurezza, ancora ci si dà da fare per nascondere gli orrori del passato. A Trieste per esempio, i ragazzi del liceo classico Francesco Petrarca – con personale orgoglio, il mio liceo di tantissimi anni fa – ha organizzato la mostra “Razzismo in cattedra” per ricordare l’abominio di ottant’anni fa cui Trieste ancora, pur se incolpevole, si vergogna. Ebbene, il comune, saldamente in mano alla destra, approfittando che la sede della mostra è di proprietà comunale, ha di fatto finora impedito l’apertura dell’iniziativa chiedendo modifiche al manifesto e alla mostra stessa dicendo che – ha affermato il sindaco Di Piazza - «bisogna ammorbidire i toni». Ammorbidire i toni di cosa? Della ghettizzazione di centinaia di migliaia di italiani? Della loro deportazione nei Lager? Dello sterminio di migliaia di loro? Del silenzio con cui troppo spesso si è voluto velare il ricordo?

O forse, molto più direttamente, ammorbidire il tono nei confronti della giunta comunale che è quella stessa che, con esplicito ricatto economico, ha avversato il manifesto della prossima Barcolana sul quale Marina Abramovic aveva tracciato lo slogan «Siamo tutti sulla stessa barca» che evidentemente alla giunta era scomodo in quanto poteva pericolosamente ricordare non solo che anche i migranti sono esseri umani, ma che anche noi siamo stato migranti e che su quella barca che si chiama mondo c’è una sola razza, quella umana.

Con questo non voglio assolutamente dividere il mondo ponendo tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra, ma, se forse non esiste nella realtà una pur piccola quota di totalmente buoni, indubbiamente i cattivi ci sono e continuano a voler nascondere. Sia perché non sanno e non vogliono cancellare, sia perché, a lasciar parlare e a lasciar raccontare la storia, è concreto il rischio che in tanti si accorgono della rassomiglianza dell’oggi con ottant’anni fa e che agiscano, umanamente, di conseguenza.

Forse la becera determinazione della giunta comunale di Trieste, delle persone di destra in genere, dei seguaci di Salvini e dei suoi complici governativi che gli permettono di fare quello che più gli aggrada, può essere utile a far tornare in primo piano due parole. La prima è un vocabolo che dovrebbe scomparire: l’“indifferenza” con la quale silenziosamente abbiamo lasciato che il mondo precipitasse fin dove è oggi, alimentando addirittura il timore che la discesa non sia ancora finita. La seconda, invece, è la parola “urgenza” che dovrebbe diventare primaria non soltanto in questo momento, ma per un lungo e continuativo periodo nel quale si deve essere consci che ognuno deve fare il proprio possibile per cominciare a risalire: senza interruzioni e testimoniando senza esitazioni con i pensieri, le parole e le opere e cancellando del tutto le omissioni. Come hanno fatto i ragazzi, i professori e la dirigente scolastica del Petrarca che hanno scelto di ridare dignità alla parola “scuola” ritrasformandola in un luogo dove l’importante non è tanto ottenere il lasciapassare per la classe successiva, ma cominciare a conoscere davvero il mondo, imparare a imparare e a far tesoro di ciò che si apprende per rendere possibile un ragionamento non parziale e non servo di chi ha digerito più cose, o, più semplicemente, sa costruire slogan vuoti, ma efficaci.

A loro tutti i nostri più sentiti ringraziamenti perché ancora una volta hanno dimostrato che, se non riusciremo a cancellare le vergogne di questo nostro mondo, non riusciremo certo a nasconderle perché, anche se non ci piace ammetterlo, ne saremo corresponsabili.

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venerdì 31 agosto 2018

La democrazia dal volto umano

Contrariamente a quello che non pochi pensano, il primo compito di un leader democratico non è quello di vincere le elezioni successive; consiste, invece, nel difendere la democrazia, creatura preziosissima e sempre molto fragile; difenderla cercando di salvaguardare le sue istituzioni e di far vivere nella maniera migliore possibile i propri cittadini. Tenendo sempre presente che, in questa ricerca del vivere meglio, l’economia è importante, ma che non può essere elevata in posizione tale da mettere in pericolo, o addirittura da cancellare, l’etica e i suoi valori perché altrimenti, alla lunga, sarà proprio la democrazia a essere cancellata.

Dopo molti anni di silenzio su questo argomento primario, finalmente a sinistra si è ricominciato a parlare di futuro, perché quello smisurato presente che tutto sembrava assorbire, facendo dimenticare il passato e non progettare il domani, è diventato talmente brutto e pauroso da costringere a sforzarsi di uscirne al più presto. E anche, finalmente, a capire che bisogna muoversi in fretta perché di giorno in giorno diventa sempre più concreta la minaccia di perdere valori, diritti e democrazia, parole nobilissime che sembrano avere cambiato significato e sostanza nella bocca della destra estrema, violenta, razzista, xenofoba, capace di minacciare, come per Maria Lucis, se nascosta dalla moltitudine del branco, o dall’anonimato dei social network, incarnata da Salvini e dei suoi complici grillini che gli permettono di andare avanti sulla sua strada con un misto di voluttà di servilismo che si lega alla paura di perdere poltrone che hanno trovato di grande comodità, mescolata alla tradizionale presunzione e ignoranza che fa credere loro di sapere sempre più di chi davvero sa, che siano medici, scienziati, economisti; che fa sbertucciare le istituzioni facendo dire al loro capo, da un po’ abbastanza silenzioso per togliere se stesso e la Casaleggio Associati dalla luce dei riflettori, che i posti in Parlamento potrebbero essere addirittura estratti a sorte, negando in un sol colpo sia la democrazia, sia quella meritocrazia di cui Grillo si è sempre riempito la bocca, ma lasciandola evidentemente del tutto vuota.

Molti, per far capire cosa sta accadendo oggi, hanno tirato in campo il ricordo della Repubblica di Weimar che fu il prodromo della salita al potere di Hitler e del nazismo. Credo, però, che per capire come uscire da questa situazione, sia più opportuno dare un’occhiata all’invasione sovietica di Praga, di cui proprio in questo mese si è celebrato il cinquantesimo anniversario, e che è stata decisa per il timore del progetto politico di Dubcek che voleva instaurare quello che è stato definito il “comunismo dal volto umano”. Un progetto che, dal punto di vista di Mosca, era rivoluzionario e terribilmente destabilizzante, ovviamente non per il termine “comunismo”, ma per la specificazione “dal volto umano” che sottolineava come un’ideologia, pur nata per la ricerca della giustizia sociale, avesse bisogno di riacquistare quella umanità dalla quale si era allontanata per i burocratici calcoli di potere messi in campo da chi aveva in mano lo scettro del comando.

Probabilmente oggi, per sperare di uscire dal buio buco in cui siamo caduti, bisognerebbe applicare la specificazione “dal volto umano” al termine “democrazia” che ha visto deturpare il proprio volto, tanto da diventare non appetibile, se non proprio sgradita, dai tanti che ne hanno approfittato per fare i propri interessi in quella che è stata definita la “Prima Repubblica”, poi, più dichiaratamente, nel periodo berlusconiano, in quello renziano e, oggi, in quello del governo giallo-bruno, che è sicuramente il meno umano di tutti.

So bene che molti si adonteranno del fatto che abbia inserito Renzi (ma certamente non l’unico, a sinistra) tra i colpevoli di questo sfascio, ma credo sia necessario ricordarlo, visto che l’ex presidente del Consiglio continua a dire di interessarsi d’altro, ma a riempire giornali e televisioni di dichiarazioni che confermano il suo inalterato protagonismo. Su di lui, una considerazione e una domanda. La considerazione è che con il suo affannoso rincorrere la destra nella speranza di recuperare voti, Renzi ha distrutto il simbolo della sinistra e, come insegna l’etimologia che affonda le sue radici nella saggezza dell’antica Grecia, chi distrugge un simbolo (che deriva da syn-bállein, mettere insieme, unire) finisce inevitabilmente per evocare e materializzare il suo opposto, il diavolo (che deriva da dià-bállein, separare, dividere), quel demonio che sembra non aver ancora finito di distruggere quel popolo che aveva saputo trasformare alcuni sogni in realtà e che voleva materializzare ancora altre utopie. La domanda, invece, chiede di riflettere a cosa succederebbe oggi, se la riforma costituzionale e la nuova legge elettorale volute da Renzi fossero andate in porto e potessero essere usate oggi da Salvini per dilatare ulteriormente la sua prepotenza. Molti non vogliono, né possono dimenticarsene, e una presenza di Renzi e di altri che già hanno fallito diventerebbe una zavorra troppo pesante per lasciar decollare la rinascita di qualsiasi formazione di sinistra. Occorrono, invece, volti nuovi che sappiano adattare alla realtà idee vecchie, ma non desuete; che sappiano coniugare in progetti credibili la nuova società e tutti quei valori etici ai quali non è accettabile rinunciare. Forse sarebbe anche il caso di trovare anche un nome diverso da quello che è legato ormai a troppe sconfitte, ma l’importante, pur nell’epoca della apparenza, continua a essere il contenuto e non il contenitore. Ma bisogna riuscir a far capire anche questo e lo si può fare soltanto con un “volto umano”.

Ne parlo perché questo auspicato decollo è decisamente urgente e può essere possibile soltanto se, al di là degli uomini, ci sarà un recupero di quella umanità che si nutre di convinzioni, di valori e di ideologie. E, a proposito di questo, ormai appare evidente che nessuno è più integralista degli integralisti laici che dicono che tutte le ideologie devono essere annullate, combattute, distrutte. Sono come gli ateisti che non soltanto non credono in Dio, ma per negarne l’esistenza al di là di ogni dubbio, creano una propria religione che, tra l’altro, li rende liberi di cambiare atteggiamento ogni volta che lo desiderano.

E deve essere un recupero urgente perché non può bastare confidare nel tempo e nel fatto che ogni satrapia, nella vana convinzione della propria superiorità finisce per perdere i contatti con la realtà e per condannare se stessa. Pensate a quanto tempo e denaro viene oggi assorbito dalla crudele e inutile lotta contro l’accoglienza a detrimento di mille altri problemi reali, spinosi e più importanti e provate a ricordare come, sempre per motivi razzistici, i nazisti finirono per indebolire il proprio esercito privilegiando, nell’uso dei treni, i trasporti degli ebrei verso i campi di sterminioe togliendoli al rifornimento di materiali, munizioni e sussistenze ai soldati al fronte. Vien da dire che i razzisti vengono accecati da se stessi.

Non si può aspettare perché i disastri aumentano ogni giorno in progressione geometrica, ma anche perché la prima cosa da fare è quella di ridare un volto umano e finalmente davvero partecipato alla democrazia. E questo lo si può fare benissimo fin da subito perché, se non siamo riusciti a evitare che rovinassero l’Italia, dobbiamo impegnarci al massimo perché dai nazionalismi e dai razzismi, dall’odio e dalla paura non venga travolta anche la già fragile Europa per la quale si voterà in primavera. Rischierebbe di essere una strada senza ritorno.


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