domenica 19 maggio 2019

Colpe e complicità

Va bene. D’accordo. Ci dicono che è meglio, anche per questioni di utilità politica, non chiamare razzisti i razzisti e fascisti i fascisti; e noi, dubbiosi ma ragionevoli, tentiamo di adeguarci. Ma se ci adeguiamo noi fortunatamente non tutti fanno considerazioni politicamente utilitaristiche, ma preferiscono dire le cose come stanno.
Una fonte che fa così è l’ONU che, in una lettera di undici pagine, chiede all’Italia di ritirare le direttive del Viminale contro il salvataggio in mare e di interrompere immediatamente l’iter di approvazione del decreto Sicurezza bis, che Salvini vorrebbe portare subito in Consiglio dei ministri. E le motivazioni sono chiarissime, oltre che avvilenti per gli abitanti del Paese che viene richiamato: «Mette a rischio i diritti umani dei migranti, inclusi i richiedenti asilo»; «fomenta il clima di ostilità e xenofobia», «viola le convenzioni internazionali».
Beatriz Balbin, capo delle “Special procedures” dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani aggiunge che «è stato ampiamente documentato in diversi report dell’ONU che i migranti in Libia sono soggetti ad abusi, torture, omicidi e stupri e quindi la Libia non può essere considerata un ‘place of safety’, un porto sicuro, per lo sbarco». E la lettera continua specificando che «ci sono ragionevoli elementi per ritenere che la direttiva del 15 aprile sia stata emanata per colpire direttamente la Mare Jonio, vietandole l’accesso alle acque e ai porti italiani. La si accusa esplicitamente di favorire l’immigrazione clandestina. Siamo profondamente preoccupati per queste direttive, che non sono basate su alcuna sentenza della competente autorità giuridica». E osserva anche che tali direttive non sono altro che «l’ennesimo tentativo di criminalizzare le operazioni Search and rescue delle organizzazioni civili».
La missiva rivela, poi, anche un’altra notizia di estrema importanza: che l’Alto Commissariato per i Diritti Umani tramite l’ambasciatore italiano all’Onu Gian Lorenzo Cornado aveva già fatto giungere lo scorso anno al ministro italiano degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, due richiami del tutto snobbati dal governo italiano che, dunque appare responsabile in solido di queste decisioni che, pur se volute soprattutto da uno, sono state avallate da tutti in una manifestazione di complicità che non può essere in alcun modo sottaciuta.
Interessante è vedere come i tre giornali che maggiormente supportano le azioni di questo governo, o almeno di una sua parte politica, hanno affrontato la notizia. Ebbene, due non ne hanno fatto neppure ceno, salvo poi dare ampio spazio a Salvini che replica a non si sa cosa. Il terzo pubblica un sunto della lettera, ma sotto un titolo nettamente fuorviante: «L’ONU a gamba tesa su Salvini», dando l’idea che a commettere fallo sia stato l’ONU e non lo stesso Salvini.
Il ministro della paura risponde nella mattinata successiva definendo il suo decreto “Sicurezza bis” «necessario, urgente e tecnicamente ineccepibile», confermando che non permetterà alla Sea Watch di far scendere a terra i 47 migranti e invitando l’ONU a occuparsi del Venezuela piuttosto che delle sue decisioni. E in questo mi ricorda da vicino il sindaco di Udine, Pietro Fontanini, che ogni volta che sente parlare di Auschwitz, pur non essendone minimamente responsabile, risponde quasi automaticamente: «E le foibe, allora?». Come se due orrori si elidessero invece di assommarsi nella condanna.
Salvini poi se la prende con l’ONU perché l’Alto commissariato «non ha inviato la lettera prima al Viminale e poi, eventualmente, ai media e non viceversa». Azzardo una risposta: forse perché delle due prime lettere Salvini ha fatto in modo che non ne sapesse nulla nessuno.
La lettera dell’ONU e la risposta di Salvini conferma una volta di più il fatto che la reazione a quello che sta succedendo in Italia non è più una cosa che riguardi soltanto la sinistra e il centrosinistra, ma tocca tutti coloro che sono contro questi invasori e distruttori di diritti: è necessario costituire un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale nel quale non si discuta di altre cose al di là della Liberazione per via costituzionale fino a quando non si tornerà a una democrazia sostanziale nella quale tutti possano davvero dire la loro parola e nella quale nessun ministro possa sentirsi investito dal dono dell’infallibilità e della non contraddicibilità e che a tutti sia ben chiaro che la complicità non è meno condannabile della titolarità di atteggiamenti inumani.
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sabato 11 maggio 2019

Dimmi con chi vai…

Matteo Salvini ha fatto uscire dal Viminale un nuovo provvedimento in 12 articoli denominato “Decreto sicurezza bis”. Tra le tante cose di assolutamente dubbia costituzionalità ne ha infilata una che è anche di indubbia inumanità e altrettanto certa illegalità internazionale: ha stabilito, infatti, che per ogni migrante salvato dall’annegamento, il salvatore dovrà pagare multe fino a 5 mila euro.
 
Al di là del fatto che Salvini (continuo a scusarmi per usare questa parola) fa finta che non esistano i codici della navigazione, quello penale e quello di procedura penale, oltre al testo unico di pubblica sicurezza, la cosa che colpisce di più è che, lungi dall’ottemperare all’obbligo di salvare vite umane in pericolo, quel signore, che vuol farsi passare per ministro degli Interni, mentre in realtà copre soltanto il dicastero dell’odio, della paura e della propaganda pro domo sua, crea elementi di dissuasione alla solidarietà più elementare, naturale e obbligatoria: quella di salvare il proprio prossimo.

Anzi, con multe di quel tipo ci si rende responsabile di induzione alla complicità nella morte di esseri umani. Perché se puoi salvare qualcuno e non lo fai, non puoi far finta di non averne la responsabilità.

Tra i vecchi proverbi ce n’era uno che diceva: «Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei». Io d’ora in poi domanderò spesso: «Per chi voti?». E, senza pretese di sapere con certezza chi davvero è chi mi risponde, se la risposta sarà «Salvini», mi limiterò a decidere esplicitamente non soltanto di non stringergli la mano, e di non rivolgergli più la parola, ma tenterò anche di non trovarmi a respirare la sua stessa aria.

Ai razzisti e a chi ritiene di appoggiare chi razzola nelle più basse sozzerie umane pur di guadagnare qualche voto non si può non dire che sono razzisti e umanamente inaccettabili. E non soltanto per isolarli e farglielo sentire, ma anche per rispetto verso noi stessi e la nostra dignità.

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giovedì 9 maggio 2019

Le vere differenze

Quando si sbaglia, si deve ammetterlo. Ho sempre stigmatizzato il comportamento di Di Maio al governo accusandolo di essere complice di Salvini nelle sue azioni più disumane per paura di dover rinunciare a una poltrona comoda e prestigiosa come quella di vicepresidente del Consiglio. Mi sbagliavo: Di Maio è complice di Salvini semplicemente perché è simile a lui.
 
Non ci credete? A Roma la sindaca Raggi è andata a Castel Bruciato, dove andava in scena la solita violenza di CasaPound e complici contro una famiglia Rom che voleva entrare in una casa popolare assegnatale secondo le graduatorie di legge e ha detto che «Questa famiglia risulta legittima assegnataria di un alloggio. Ha diritto di entrare e la legge si rispetta. Siamo andati a conoscerli e sono terrorizzati. Abbiamo avuto modo di far conoscere questa famiglia ad alcuni condomini. Chi insulta i bambini e minaccia di stuprare le donne forse dovrebbe farsi un esame di coscienza. Non è questa una società in cui si può continuare a vivere».

L’iniziativa della sindaca, accompagnata da alcuni vicini di casa e dal direttore della Caritas diocesana di Roma, è stata accolta da una raffica di insulti e offese sessiste da parte dei fascisti e di parte dei residenti, ma anche con esplicita irritazione da Di Maio che, in piena sintonia con Salvini, ha affermato che prima si aiutano i romani, poi gli italiani, poi tutti gli altri. Il capo politico dei 5stelle si è indispettito anche per la tempistica con cui la sindaca ha scelto di prendere questa sua iniziativa facendo così distrarre una parte dell’attenzione di coloro che tra poco andranno a votare dal licenziamento del sottosegretario leghista Siri dal governo.

D’altro canto, vista a posteriori, la presa di posizione di Di Maio non avrebbe dovuto stupire perché obbiettivamente, se non si fosse della stessa idea, o almeno se non la si accettasse, sarebbe difficile tollerare di restare nella medesima stanza dove si deve respirare la stessa aria di chi, per cinica propaganda e per inumana ferocia, si spinge a considerare le migliaia di morti annegati nel Mediterraneo un buon esempio, un deterrente per altri migranti pronti a partire per fuggire da guerre, torture, dittature, fame, malattie endemiche; insomma per chi coscientemente rischia la morte per sperare di vivere. Di chi considera la morte di un essere umano, anche se ladro, una pena esemplare per dissuadere altri dal seguire la stessa strada. Di chi vuole riportarci indietro di secoli quando la giustizia non dipendeva dalle leggi, ma soltanto dalla forza e dalle armi del più forte.

Noi siamo abituati da sempre a scrutare coloro che ci arrivano davanti e a cercar di individuare in cosa sono diversi da noi. E, invece, dovremmo rovesciare la prospettiva di questi contatti. Le differenze non vanno cercate tra coloro che vengono da noi per cercare accoglienza e aiuto: loro sono tutti resi uguali dalla sofferenza e dal bisogno. Le vere differenze sono tra noi: tra quelli che accolgono e quelli che respingono; tra coloro che credono che tutti siano uguali e i razzisti che credono che un italiano Rom, o di pelle un po’ più scura, abbia meno diritti di un italiano non Rom, o di pelle chiara.

In questa nostra società i travisamenti della realtà sono sempre tantissimi, ma questo è uno dei più importanti perché dura da secoli e ha causato milioni di immotivabili persecuzioni e di lutti.

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sabato 4 maggio 2019

Disordine e indisciplina

Matteo Salvini (scusate se comincio ancora una volta con queste parole) sta tenendo una serie infinita di comizi nella sua eterna campagna elettorale e questo tra l’altro ci fa sorgere la domanda se è lecito pagare come ministro con i soldi di tutti un personaggio che si dà da fare in maniera quasi esclusiva per un partito che, guarda caso, porta anche il suo nome. Ma se questo potrebbe essere un argomento da Corte dei conti, a noi interessa molto di più la quantità inverosimile di cose che è costretto a dire per non essere troppo ripetitivo e che, alla fine, rivelano di lui molto di più dei suoi pochi, ma sempre pessimi, atti ufficiali.

A San Giuliano Terme, in provincia di Pisa, per esempio, ha affermato: «Abbiamo appena reintrodotto l’educazione civica a scuola e vorrei che tornasse anche il grembiule per evitare che vi sia il bambino con la felpa da 700 euro e quello che ce l’ha di terza mano perché non può permettersela. Ma sento già chi griderà allo scandalo ed evocherà il duce, ma un Paese migliore si costruisce anche con ordine e disciplina».

Per una volta ha proprio ragione, ma con un piccolo distinguo: ci fa avvertire la puzza di fascismo non perché parli del grembiule a scuola, ma in quanto questa uscita non fa che confermare quel miasma che già avvertiamo da tempo e che è confermato anche dalla frase successiva: «In Italia c’è la democrazia, ma questo non deve impedire di avere non solo diritti, ma anche doveri. Ed è soprattutto sui bambini che dobbiamo investire in educazione per non avere ragazzi che a vent’anni sono solo dei casinisti».

Appuntate la vostra attenzione su due particolari. Il primo: Salvini è convinto che la maggior parte dell’Italia – quella che, cioè, non la pensa come lui – non senta i propri doveri, ma reclami soltanto tanti diritti. E forse è per evitare tentazioni che il ministro della paura e della propaganda sta già operando per fare strame di tanti diritti civili e individuali. Il secondo riguarda il terrore di avere ragazzi “casinisti” perché evidentemente per lui la contestazione, se non è la sua, è cosa comunque abominevole e, anzi, se è rivolta contro di lui è da reprimere, come è stato visto fare a Modena con forza dalla polizia che dal ministero degli Interni dipende, quando alcuni “giovani casinisti”, ma anche vecchi seri e composti, hanno avuto l’impudenza di contestarlo cantando la divisivissima “Bella ciao”.

Lascerei perdere alcune ovvie contestazioni, magari sul fatto che, per quanto riguarda la scuola italiana, prima di occuparsi dei grembiuli, sarebbe il caso di preoccuparsi di soffitti che crollano, di edifici in cui le norme antisismiche sono totalmente assenti, come invece di prendere le impronte digitali ai presidi, sarebbe il caso di migliorare le condizioni degli insegnanti.

Ma torniamo alla puzza di fascismo e al significato di «ordine e disciplina» che, ovviamente non si riferiscono ai casi in cui studenti e/o genitori aggrediscono i professori rei di avere dato un’insufficienza, o di aver deciso una sospensione, perché in questi casi non di disordine e di indisciplina di tratta, ma di veri e propri reati.

Ma provate a pensare al valore simbolico del 7 in condotta, valutazione che, guarda caso, risale al ventennio fascista e che è stato fissato nel Regio decreto del 24 giugno 1924, il primo della Riforma Gentile, che, all’articolo 82, contiene questa affermazione che poi non sarà toccata: «La promozione è conferita agli alunni che nello scrutinio finale abbiano ottenuto voti non inferiori a 6 decimi in ciascuna materia, o complessivamente in ciascun gruppo di materie affini, e 8 decimi in condotta».

L’8 è generalmente un voto alto rispetto agli altri della pagella, ma nella condotta si pretendeva la perfezione del 10, o quasi: il 9 era accettato ma con malcelato disappunto, l’8 ti faceva guardare come un potenziale piccolo delinquente, il 7 era tanto basso da farti andare a ottobre (quella volta gli esami di riparazione esistevano ancora) in tutte le materie: da condannarti, insomma a tre mesi (quella volta le vacanze duravano più o meno così) da passare sui libri, o addirittura alla perdita di un anno.

E questo perché? Perché forse il saper comportarsi bene fosse più importante del conoscere l’italiano, la matematica, una lingua straniera? Assolutamente no. E, infatti, non si potrebbe capire il perché di una simile severità se si pensasse che la buona condotta è sinonimo di buona educazione. Diventa, invece, platealmente comprensibile se si capisce che buona condotta è sinonimo di disciplina. E la differenza tra disciplina ed educazione è enorme. La disciplina è il rigoroso rispetto delle regole. L’educazione, invece, è il rispetto delle persone e delle regole del vivere socialmente e solidalmente. La differenza è fondamentale perché l’educazione è un modo di porsi davanti agli altri, mentre la disciplina è il rispetto di dettami che non tengono conto del valore delle persone che quelle regole in qualche modo dovrebbero governare. Per capirci: non c’è dubbio che gli eserciti nazisti fossero rispettosi delle regole che si erano dati, ma non c’è nemmeno dubbio che erano disumani.

E durante tutto il ventennio le aule scolastiche furono utilizzate come luogo privilegiato di propaganda fascista: una palestra di obbedienza, disciplina ed efficienza. I bambini dovevano essere pronti in ogni occasione a servire il duce e la patria, senza mettere in discussione l’autorità e il potere. La figura ideale dello scolaro era delineata soprattutto in base alle sue attitudini fisiche e alla disponibilità a eseguire ordini e disposizioni di insegnanti che un po’ alla volta persero la loro autonomia educativa per diventare, in moltissimi casi, acritiche, se non addirittura entusiaste cinghie di trasmissione dei voleri del duce. E infatti al fascismo faceva gioco equivocare sul termine “educazione”, tanto che nel 1929 il ministero dell’Istruzione assunse il nome di ministero dell’Educazione nazionale, in cui il termine educazione voleva indicare l’intero processo formativo che la scuola doveva garantire. Non a caso, nel 1925 Mussolini aveva proclamato: «La disciplina dal basso all’alto non deve essere formale, ma sostanziale, e tipicamente religiosa, cioè assoluta».

Insomma, l’assoluto contrario del ragionamento, dell’obiezione sostanziale, della convinzione che l’uomo non è necessariamente in balia del destino, ma che è il destino a essere creato dall’uomo con la sua dignità, il suo libero arbitrio, la capacità di indignarsi e di dire «No», quel “No” che, in definitiva, è sempre stato il fondamento di ogni progresso sociale, ma anche scientifico, perché è l’insoddisfazione, il disaccordo di ragione o di coscienza e essere il motore più potente per cercare nuove strade che portino in posizioni migliori e più avanzate.


Salvini preferirebbe «ordine e disciplina», una locuzione che, presa nel suo insieme, non ha altro significato che “obbedienza”. Quando, alla fine del 1931, Mussolini impose ai docenti universitari di iscriversi al Partito Nazionale Fascista, pena l’automatica cacciata dai quadri dell’insegnamento, a dire «No» furono soltanto 12 professori su oltre 1.250. Ma sono quei 12, soltanto quei 12, disordinati e indisciplinati, a meritarsi la nostra ammirazione e soprattutto la nostra gratitudine.

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venerdì 26 aprile 2019

Anche oggi è il 25 aprile

Il calendario dice che oggi è venerdì 26 aprile. Sarà anche vero, ma deve essere altrettanto vero che anche oggi è il 25 aprile e che il titolo che deriva da questo concetto sarà da utilizzare pure domani, dopodomani e in ogni altro giorno a venire. Perché l’impegno a ricordare che la nostra Repubblica si fonda sull’antifascismo, e ad agire di conseguenza, non può e non deve essere circoscritto a un solo giorno l’anno.

A dimostrarlo sono i rigurgiti di fascismo, vere e proprie flatulenze mentali, che hanno insozzato varie parti d’Italia: da Marsala dove sono apparsi simboli delle SS, croci uncinate, croci celtiche e frasi fasciste, a Roma dove è stato esposto uno striscione con la scritta “Basta con l’antifascismo”, a Bologna dove è stata danneggiata una lapide commemorativa della Resistenza, a Grosseto dove sono state imbrattate di vernice la lapide dedicata a partigiani ammazzati dai nazifascisti, a Milano dove, dopo l’orrendo striscione “Onore a Mussolini” spiegato a pochi passi da piazzale Loreto e condito da saluti romani e urla fasciste, è stata incendiata una corona d’alloro deposta per ricordare un altro partigiano ucciso.

A dimostrarlo c’è l’assordante silenzio di quello che si ostina a definirsi ministro degli Interni, ma che non ritiene di sprecare neppure una parola davanti ai reati che ho appena elencato.

A dimostrarlo sono anche gli illuminati e preoccupati richiami del presidente della Repubblica Mattarella che a Vittorio Veneto, pur non citando Salvini al quale però devono essere fischiate le orecchie, ha ammonito che «La storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva» e ha ricordato che «L’Italia pone i suoi fondamenti nella dignità umana, nel rispetto dei diritti politici e sociali, nell’eguaglianza tra le persone, nella collaborazione fra i popoli, nel ripudio del razzismo e delle discriminazioni».
Ieri in piazza per ricordare la lotta partigiana e la liberazione si era in tanti, a occhio più che negli anni scorsi e anche con tanti giovani, dimentichi per un giorno delle baruffe intestine sulle pur importanti sfumature, per ricordarsi che davanti a un nemico comune bisogna fare fronte comune. E in tanti hanno ripreso a guardarsi per tentare di riuscire di nuovo a riconoscersi.

Forse, paradossalmente, dovremmo ringraziare proprio i fascisti e Salvini se oggi, angosciati da quello che sta accadendo nel nostro Paese e intristiti dal pessimismo per il futuro dei nostri giovani, finalmente cominciamo a renderci conto che se non ci affrettiamo a fare qualcosa, continueremo a vedere sempre più in pericolo quella strada di progresso che ha portato la nostra civiltà a ridurre la violenza e ad ampliare i diritti; continuaremo a temere sempre più concretamente un inversione di tendenza brusca e traumatica che – come aveva previsto in tempi non sospetti Karl Popper, che certamente comunista non era – rischia di mettere in pericolo l’esistenza stessa della nostra civiltà.

Il problema – dobbiamo avere il coraggio e l’umiltà di dirlo – è che abbiamo buttato via, almeno per una certa parte, i nostri valori. Lo hanno fatto – e sto usando termini apparentemente desueti – comunisti, socialisti, cattolici, liberali; inizialmente lo hanno fatto persino i fascisti; perché anche loro avevano delle convinzioni, anche se per me sono dei disvalori. Li abbiamo buttati via illudendoci che senza valori ci saremmo potuti avvicinare l’uno all’altro in una sorta di fatale attrazione in un posto paludoso, indistinto e ritenuto vincente che molti, per comodità, chiamano centro, ma che io non voglio definire così, perché anche il centro è stato politicamente degno. E abbiamo tentato di avvicinarci facendo ressa tutti insieme, cercando di farci belli e di attrarre simpatie, imitando gli altri quando questi stavano vincendo, truccandoci e travisando il nostro volto e il nostro pensiero, perché era più importante catturare un voto che compiere un’azione degna. Ma in definitiva non siamo riusciti ad attrarre nessuno perché il vuoto, dopo un primo senso di disorientante vertigine, non attrae mai nessuno, ma, anzi, dà un senso di repulsione.

E il risultato è che c’è stata sempre meno gente che si è avvicinata al voto, alla politica, alla partecipazione, al vivere sociale. E contemporaneamente non ci siamo sentiti più vicini agli avversari di una volta perché siamo rimasti completamente estranei. E contemporaneamente abbiamo perduto molti amici perché senza valori di riferimento non li riconoscevamo più, né loro riconoscevano noi. E contemporaneamente abbiamo perso anche il rispetto di noi stessi.

E soltanto adesso, quando abbiamo percepito questo vuoto, quando abbiamo sentito il rodere del rimorso provocato dal nostro peccato di omissione – il più grave perché l’unico sicuramente deliberato – abbiamo cominciato a tentare di tornare a pieno titolo umani, a ritenere nuovamente che la nostra vita privata e pubblica non possano esistere senza etica, che la politica non possa esistere senza etica, che il lavoro non possa esistere senza etica, che l’economia non possa esistere senza etica, che la finanza, raffinata e spietata usura moderna, così com’è non possa esistere e basta.

Quindi, se il calendario dice che oggi è il 26 aprile, sarà anche vero, ma lo spirito deve restare quello del 25 aprile, E, se vogliamo che questa maledetta notte finisca, così dovrà essere anche domani, dopodomani e ogni giorno a venire.

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mercoledì 24 aprile 2019

La resistenza non è di tutti

La domanda, assolutamente semplice, è: «Chi collabora con coloro che hanno nostalgia del fascismo può celebrare degnamente la Resistenza?». La risposta, altrettanto semplice, è: «No». E, allora, come può essere che i palchi delle manifestazioni del 25 aprile siano infestati da personaggi che finora, se mai hanno parlato della Resistenza, lo hanno fatto non per ringraziare coloro che hanno messo a repentaglio la propria vita, o addirittura l’hanno sacrificata, per regalarci democrazia e libertà, ma per sottolinearne i pochissimi momenti bui, inevitabili in una guerra.

Dai palchi sentiremo parlare molti di coloro che giustamente dicono che la Resistenza è stata fatta da tutti gli antifascisti, dai monarchici ai comunisti, ma che, contemporaneamente affermano incredibilmente anche che quelli di sinistra sono gli unici che non hanno più diritto di parlarne. O quelli che, ogni volta che si parla di fascismo, di nazismo, di leggi razziste, di deportazioni e di genocidi, continuano a passare subito al ricordo delle foibe titine, come se prima di queste con ci fossero state anche quelle fasciste e come se un orrore potesse cancellarne un altro. O, ancora, coloro che continuano a sostenere che ormai i concetti di destra e sinistra non esistono più perché politicamente loro conviene tentare di creare un caos indistinto nel quale poter seppellire ogni valore ideale sul quale sarebbero quantomeno carenti per privilegiare, invece, le facili promesse, l’abilità oratoria, la capacità di creare paure sulle quali poi lucrare per accumulare voti e potere. E poi ci sono anche quelli che il potere l’hanno raggiunto e che, per timore di perderlo, sono stati a lungo ben attenti a non disturbare i loro compagni di strada che il fascismo non l’hanno mai considerato un reato quale in realtà è.

Si dice che non bisogna disturbare la sacralità della celebrazione della Resistenza e della Liberazione. Si dice che non bisogna cadere nelle loro provocazioni. Ebbene, io credo che sia il silenzio davanti a impudenze di fascisti e assimilati a contaminare la sacralità del 25 aprile. La Resistenza non è stata, non è e non sarà mai di tutti.

Dicono che è una ricorrenza divisiva? Hanno ragione ed era una benedizione perché divideva nettamente i fascisti dagli antifascisti. E non è che, perché oggi i fascisti e i razzisti sono aumentati, il compito del 25 aprile sia cambiato. Anzi: è il momento in cui questa divisione sulla quale si è fondata la nostra Repubblica dovrebbe essere valorizzata, sia per segnare sempre nettamente la differenza incolmabile tra queste due categorie dell’essere, sia perché sia chiaro anche ai giovani i quali, a sentirsi dire che Mussolini ha fatto soltanto alcuni sbagli, potrebbero anche pensare che sia così, mentre in realtà il suo peccato originale è proprio la costruzione del fascismo e l’instaurazione di una dittatura, due ambiti all’interno dei quali nulla può essere giusto o utile.

La Resistenza non è di tutti e, quindi, il mio “Buon 25 aprile” va soltanto a coloro che davvero sanno quello che questa data significa davvero.


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mercoledì 17 aprile 2019

Naufragi di uomini e di civiltà

Potrebbe essere che le tensioni causate all’interno del governo, tra Viminale e ministero della Difesa, dalla terza direttiva firmata da Salvini sul contrasto all’immigrazione clandestina possa portare allo sgretolamento dell’alleanza di governo, anche se credo che ci vorrebbe ben altro per indurre Di Maio a rinunciare alla sua poltrona. Eppure è dall’entourage di una sua ministra, Elisabetta Trenta, che arriva la violenta protesta contro la chiusura dei porti decisa da Salvini per bloccare le navi umanitarie. «È una vera e propria ingerenza – dicono fonti dello Stato maggiore della Difesa citate da un’agenzia di stampa e non smentite – senza precedenti nella recente storia della Repubblica. Quel che è accaduto è gravissimo perché viola ogni principio, ogni protocollo e costituisce una forma di pressione impropria nei confronti del Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Enzo Vecciarelli. Non è che un ministro può alzarsi e ordinare qualcosa a un uomo dello Stato. Queste cose accadono nei regimi, non in democrazia. Noi rispondiamo al ministro della Difesa e al Capo dello Stato, che è il capo Supremo delle Forze armate».

Ma quello che mi colpisce non è tanto la qualità dello scontro istituzionale, ma il fatto che si sta baruffando su competenze e attribuzioni e non sulla sostanza delle cose, da cui tutto discende: la negazione di uno dei caposaldi del comportamento umano: il salvataggio di altri esseri umani in pericolo. Soprattutto se sono in mare.

A vedere quello che accade oggi, appare chiaro perché tanto i nostri governanti lottano per far sparire la cultura colpendo la storia e la classicità: ci sarebbe troppo su cui pensare e il pensiero è sempre pericoloso perché può anche provocare un “No” deciso, se quello che accade è contro il nostro essere, o, in caso contrario, far pesare il fatto che nel non intervenire si diventa inevitabilmente complici.

E in questi giorni non può non venire in mente uno dei classici che si studiavano a scuola. Nel primo libro dell’Eneide Virgilio descrive la tempesta che travolge le navi dei troiani in fuga dalla loro città cancellata dalla guerra e il loro arrivo sulle coste di Cartagine dove Didone, anche lei esule dalla sua città, Tiro, accoglie i superstiti. A rileggere quei versi non si può non notare che, allora come ora, sono troppi i morti, sono troppi i cadaveri che invano per un po’ si rifiutano di diventare tali prima di sparire nelle profondità del Mediterraneo. Ci si rende conto che quei versi che una volta si leggevano con i ritmi della metrica, oggi non sono altro che drammatica cronaca quasi quotidiana.

Oggi ancora una volta, a distanza di tanti secoli, si potrebbe parlare di «rari nantes in gurgite vasto», pochi naufraghi che nuotano nel vasto gorgo, o nell’immenso e desolato mare. Ma a rileggere l’emistichio di quel verso, questa volta il nostro accento cade inevitabilmente su quel “rari” perché sono pochissimi quelli che riescono a restare a galla dopo che i gommoni, sfondati e sgonfi, li hanno sprofondati nell’acqua, in quel “gurgite” che resta terribilmente “vasto”.

Passa via quasi distrattamente, invece, il pensiero che l’intera locuzione “rari nantes” per decenni è stata usata come parte del nome di tante società di nuoto e pallanuoto. Ma a quei tempi, nell’era ante Salvini, l’Eneide poteva essere usata anche soltanto come prezioso forziere di dotte citazioni poetiche; ora, come tanti altri classici, è diventata una specie di salvagente letterario che può fornirci spunti di galleggiamento etico e morale preziosissimi, se non indispensabili, in quel tempestoso e magmatico mondo in cui tanti hanno operato per distruggere tutti i punti fermi che hanno permesso all’uomo di migliorare il mondo in cui vive prima che questa maledetta notte cominciasse ad allungare la sua oscurità su di noi.

E, dato che ci siamo, fermiamoci ancora per un momento sul poema epico di Virgilio, quando Enea dice di aver perso le sue navi e tanti suoi compagni, tanti fuggitivi dalla guerra, «unius ob iram», per l’ira di uno soltanto. Virgilio, tramite Enea, si riferisce alla dea Giunone, da sempre incattivita con i troiani, ma anche oggi – e non me ne voglia Giunone per l’irrispettoso paragone – c’è una sola entità, e non certamente divina, che tiene tutto il potere di vita e di morte nelle sue mani e che – in questo caso sì – come Giunone, è animato dai peggiori sentimenti di ira e di repulsione indiscriminata nei confronti di intere etnie, impedisce a gruppi di profughi di raggiungere l’Italia, la stessa meta di Enea, preferendo lasciarli annegare.

E non può consolarci il fatto che gli dei dell’Olimpo non esistono più e che anche Salvini, che non è neppure un semidio, prima o dopo sparirà. Comunque, ora come allora, «Sunt lacrimae rerum et mentis mortalia tangunt», sono le lacrime delle cose e le vicende mortali commuovono gli animi. Allora si parlava di Troia incendiata e di cadaveri sparsi tra le sue mura. Oggi ci si riferisce a interi Paesi in cui vivere è un rischio altissimo e di bambini morti a centinaia. Lacrime per chi è ancora umano e, quindi, sa ancora piangere.

Un’ultima cosa. Nelle sue frequenti invasioni di campo questa volta Salvini, dopo essersi travestito da sceriffo per la cosiddetta “legittima difesa”, ha indossato anche la felpa del ministro della Giustizia e ha reclamato pene severe per quei giudici che hanno mandato in galera un innocente. Mi piacerebbe sapere, se non fosse proprio lui il protagonista, cosa penserebbe di chi condanna a morte tante persone innocenti perché c’è la possibilità, neppure la probabilità, che sullo stesso barcone ci possa essere anche un terrorista che, quasi sicuramente, con gli aiuti e gli appoggi di cui gode, pratica sempre strade molto meno pericolose.

E qui non si parla di errori giudiziari, ma di deliberate condanne a morte di innocenti in fuga per necessità.

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