Confessiamolo: siamo disabituati a cominciare una giornata illuminati da una buona notizia. Se poi le belle novità sono addirittura due, c’è il rischio di lasciarsi andare a quell’euforia che rischia di far perdere di vista la realtà.
Cominciamo con le buone notizie che arrivano da lontano. La prima ha preso corpo in Brasile. A dire il vero ho cominciato a essere ragionevolmente certo della vittoria di Lula al ballottaggio per le presidenziali brasiliane un paio di settimane fa quando, subito dopo il primo turno, ho letto i complimenti di Salvini a Bolsonaro junior perché aveva concluso il primo turno con un leggero margine di vantaggio. Per sicurezza, fino a quando non si vede il risultato ufficiale non è il caso di esultare, ma oggi questa esultanza non soltanto è permessa, ma è doverosa.
Abbastanza inaspettata, invece, ma per questo anche più entusiasmante, la vittoria, in Serbia, di Studentska lista, il Partito degli Studenti, su Serbia Unita, il partito di Aleksandar Vučić, di estrema destra, autoritario, sovranista, filo Putin, lontano dall’Europa e da 12 anni al potere. A essere determinante anche un'affluenza record, che ha sfiorato il 70%, un dato che non si vedeva da almeno trent’anni e che i commentatori già da tempo prevedevano, sostenendo che avrebbe favorito gli studenti e le proteste contro la sottrazione di democrazia e il sempre più diffuso controllo dell’informazione.
E adesso stanno arrivando anche altri appuntamenti elettorali che ci fanno sperare. Domani in Israele dove auspichiamo una sconfitta di Netanyahu e il 3 novembre negli Stati Uniti dove speriamo che Trump esca dalle elezioni di metà mandato con le ossa rotte e senza più il controllo del Parlamento. In entrambi i casi, come vedete, stiamo sperando nella sconfitta di personaggi e idee politiche ben lontani da una democrazia reale e che, anzi, usano questa parola soltanto per dire che democraticamente sono stati eletti e che, quindi, non possono essere disturbato e contestati mentre commettono le peggiori infamie.
Oggi possiamo esultare, ma stando ben attenti che questa soddisfazione non ci distragga dalla nostra situazione. Siamo ancora un Paese in cui la democrazia è imputridita visto che il Parlamento già non serve più a parlamentare, e che, se le nuova legge elettorale entrerà davvero in vigore, potrà fare ancora meno; in cui l’informazione è per la maggior parte asservita al potere e lo dimostra il fatto che delle manifestazioni di protesta quasi tutti hanno parlato soltanto degli scontri e delle violenze praticate dai soliti infiltrati violenti, mentre quasi nessuno ha fatto vedere le manifestazioni pacifiche, anche perché in tal caso avrebbe dovuto accennare ai validissimi motivi della protesta studentesca e questo avrebbe dato molto fastidio al governo Meloni; in cui la disumanità dell’esecutivo e dei suoi servi sta crescendo ancora, visto che dopo aver dato appoggio a Trump e Netanyahu, anche negando il genocidio di Gaza e le altre brutture avvenute in Cisgiordania e negli stessi Stati Uniti con la polizia antimmigrazione, e dopo aver reso sempre più difficile il salvataggio in mare dei migranti naufraghi, adesso, a Trieste, ha stabilito per decreto che il divertimento nel fine settimana di chi se lo può permettere è più importante della fame, della sete, del sonno e delle malattie dei migranti ai quali non soltanto non viene concesso il permesso di soggiorno, ma neppure il colloquio per ottenerlo.
Ecco, anche noi, come in Brasile, Serbia, Israele, Stati Uniti, siamo ben più sicuri di chi vorremmo veder perdere che di chi vorremmo veder vincere. Ma questa volta dobbiamo renderci contro che, se quelli perdono, a vincere c’è un’entità alla quale tutti teniamo: la democrazia e per la quale, come hanno dimostrato in Serbia, ci si può anche accollare il fastidio di tornare a votare, magari non convinti da qualcuno, ma dalla gravità della situazione.
Poi ci sarà tempo per discutere su alcuni aspetti e determinati disaccordi, ma tenete ben presente che se questi che vorremmo veder perdere non perderanno, in breve non avremo più possibilità di discutere su niente.

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