È passata una settimana
dai fatti di Pisa e il senso di
déjà-vu è
ancora fortissimo e non accenna ad andarsene. Vedere ragazzini delle superiori –
disarmati e a volto scoperto – che vogliono soltanto esprimere le proprie idee,
proprio come garantisce la Costituzione, spinti in un vicolo e presi a
manganellate dai poliziotti mi ha lasciato un senso di profondo disagio poi
ulteriormente acuito dall’atteggiamento di quei politici che si sono affannati
a difendere le forze dell’ordine, come se in questa locuzione che ho sempre
ritenuto inadeguata, fosse più importante la prima parola rispetto alla seconda.
Anche accampando scuse ridicole, come quella del ministro Piantedosi che parla
di «cariche di alleggerimento» per «garantire l’incolumità degli operatori di
polizia».
Il déjà-vu
mi riporta al luglio del 2001, al G8 di Genova, alla ferocia repressiva di
troppi tutori dell’ordine; alla loro difesa, da parte di politici dell’epoca, sempre
a prescindere; alla costruzione di prove false per sostenere questa difesa; al
fatto che nelle stanze dei bottoni di allora e di oggi non c’erano le stesse
persone, ma sicuramente c’erano le medesime ideologie e alla convinzione che
oggi, come allora, siamo sull’orlo di un burrone e che un nostro disinteresse può
rendere molto più probabile lo sprofondamento in un baratro.
Un déjà-vu,
dicevo. Un ricordo incancellabile che in quei giorni del luglio
2001 ho fissato in un commento sulla prima pagina del Messaggero Veneto e che oggi vi ripropongo pari pari per vedere se
anche in voi il paragone tra oggi e quasi 23 anni fa provoca un acuto senso di
allarme.
Ecco il testo.
“Nell’interminabile fila
di gente spaventata che avanza a mani alzate, sorvegliata a vista da uomini in
blu con casco, celata e manganello in mano, c’è una signora anziana che cammina
spaurita, piangendo, e dice «Per favore, per favore», c’è un papà che tiene in
braccio un bambino che singhiozza disperato e lo fa respirare attraverso un
panno bagnato. Poco più in là ci sono un ragazzo e una ragazza seduti a terra,
in un’aiuola, abbracciati per darsi reciproco coraggio, fermi: passa un uomo
delle forze dell’ordine e il manganello scatta quasi automaticamente a colpire
la testa di uno dei due. Un’altra testa, quella di un giovane, è schiacciata
sotto uno scarpone di un poliziotto, un’altra, di un ragazzo che già si
contorce sull’asfalto, è centrata da un calcio di un carabiniere, una quarta,
di una signora dai capelli grigi è imbrattata di sangue. Il filmato choc,
trasmesso senza commento dal Tg1, ha lasciato il segno in tantissime persone,
strappando lacrime facendo ricordare tante scene di un passato tragico che non
vuole sparire. E si dice che altre ore di filmati simili, o ancor più crudi,
aspettino di essere mandati in onda soltanto davanti alle giurie, o ai
magistrati delle inchieste appena aperte.
Ci sono anche –
ovviamente – i momenti degli attacchi dei black block e degli altri
manifestanti violenti. Ma quelli sono i violenti per definizione; non li si può
parificare nei metri di giudizio alle forze di polizia che hanno ben altri
doveri e altre responsabilità: anche quelli di difendere se stessi, ma
soprattutto quello di difendere la democrazia e i cittadini che le danno
sostentamento ideale. Altrimenti si farebbe di tutta l’erba un fascio. E non è
una battuta.
Il risultato è che in
questi giorni abbiamo sentito dire più volte – e non soltanto dai protagonisti
di Genova, feriti e arrestati – che oggi lo sguardo nei confronti delle forze
dell’ordine è cambiato e che il sentimento dominante è quello di un desolato
stupore: «Prima – più o meno è questo il senso di quello che si è detto –
guardavo con fiducia poliziotti e carabinieri perché ero convinto che avrebbero
difeso me e gli altri cittadini; oggi non ho più fiducia perché temo non ci sia
più una discriminazione tra colpevoli e innocenti: si colpisce soprattutto per
intimidire più che per difendere, o anche per punire».
La perdita di fiducia nelle
forze dell’ordine è un pessimo segnale per una società civile e sembra che
nessuno di coloro che governano stia dando il minimo peso a questa realtà.
Tutti gli sforzi sono indirizzati a difendere il proprio operato e nel
giustificare agenti e carabinieri a prescindere da cosa abbiano fatto. Il
ministro degli interni e i suoi vicini, se proprio vogliono concedere qualcosa
alla crescente marea di protesta che arriva anche da molte capitali estere,
parlano di responsabilità individuali, pronti a scaricare su alcuni le colpe
che, invece, sono di molti, perché il comportamento è stato praticamente
identico in troppi posti per non pensare a un ordine eseguito.
Si risponde, insomma, che
a un’ingiustizia si è risposto con un’altra possibile ingiustizia e con questo
si fa capire che il conto dovrebbe essere chiuso. Ma questo è un errore indegno
di una società civile perché due ingiustizie non si elidono mai a vicenda, ma
si assommano esattamente come in matematica dove la somma di due numeri
negativi fornisce un risultato che è, ovviamente, ancora più negativo dei due
addendi separati.
Ma, al di là delle
valutazioni di ordine politico, la cosa che rende più inquieti è la
considerazione che questi che abbiamo visto in azione a Genova sono gli stessi
poliziotti, gli stessi carabinieri, gli stessi finanzieri, le stesse guardie
carcerarie di tre mesi fa. E, quindi, com’è possibile che l’atteggiamento delle
forze dell’ordine nei confronti dei cittadini che protestano pacificamente sia
cambiato in maniera così radicale. Com’è possibile che quegli stessi uomini che
cento giorni fa guardavamo con fiducia, a Genova abbiano infierito su persone a
terra, abbiano picchiato esseri che chiaramente non c’entravano con i black
block o con altre frange estremistiche e violente, che siano andati
indiscriminatamente ben oltre a quelli che, con tutta la più buona volontà non
possono essere neppure chiamati i limiti dell’eccesso di legittima difesa?
Ora, delle due l’una: o
parte di questa gente in divisa è sempre stata ben disposta a un certo grado di
violenza e in questi ultimissimi decenni è stata costretta a reprimere i propri
istinti per disciplina, oppure questa violenza è stata comandata, voluta,
instillata in questi ultimi tempi.
Impossibile scegliere uno
dei due corni del dilemma, ma, tutto sommato, è anche inutile perché alla fin
fine il risultato è sempre lo stesso: se l’atteggiamento è cambiato facendo
ricordare a molti le atmosfere delle dimostrazioni dei primi anni Settanta,
questo è accaduto perché le direttive sono cambiate.
Alcuni esulteranno nel
pensare a forze dell’ordine ben disciplinate e pronte a seguire gli ordini
superiori. Altri – e io sono tra quelli – si preoccuperanno perché se la
democrazia (un virus che tenta di infiltrarsi in ogni anfratto) non è riuscito
a farsi completamente largo nelle forze dell’ordine, vuol dire che quella
nostra è una democrazia ancora un po’ gracile. Non si tratta di un inno alla
disobbedienza, ma della considerazione che nessun uomo, in nessuna circostanza,
può mandare il proprio cervello all’ammasso togliendosi la responsabilità di
fissare secondo la propria coscienza il limite tra il giusto e l’ingiusto,
rifiutandosi di distinguere coloro da cui ci si deve difendere anche con la
violenza da quelli che, invece, non soltanto non sono una minaccia per la
democrazia, ma, anzi ne sono il nutrimento per il contributo di idee che vi portano
e che sono dissonanti da quelle di chi detiene – pro tempore – il potere.
Troppe volte nella storia
del ventesimo secolo abbiamo visto sul banco degli accusati persone che si
difendevano rispondendo vacuamente: «Non ho fatto altro che eseguire gli ordini».
Dimenticando che in democrazia la parola più importante resta sempre il «No»”.