domenica 11 novembre 2018

Pubblicità regresso

Quando Giacomo Leopardi, ne “La ginestra”, metteva in dubbio, con malinconico sarcasmo, «le magnifiche sorti e progressive», non esprimeva uno sterile e pessimista rimpianto del passato, ma si dichiarava contrario non al progresso in quanto tale, bensì a coloro che lo vedevano come inarrestabile e positiva sostanza del presente, ignorando, però, del tutto le contraddizioni etiche, sociali ed economiche che tale sviluppo porta con sé; e, quindi, non pensando minimamente a correggerle. Affermava, in pratica, che non sempre quello che viene dopo è, per ciò stesso, progresso.

La cosa potrebbe anche essere accettata con una sorta di tranquillo disinteresse se non fosse che l’esperienza insegna che ogni cosa umana, se non progredisce, è inevitabilmente condannata a retrocedere. E oggi, mentre non è ancora finita una lunga e drammatica crisi non soltanto economica, questo regresso appare evidente in maniera addirittura smaccata, anche perché, in una sorta di “pubblicità regresso”, i passi indietro, le rinunce a conquiste costate sudore, lacrime e sangue, vengono presentati come nuove conquiste. E, se non stupisce che gli imbonitori tentino di subornare i possibili “acquirenti”, lascia annichiliti il fatto che in tanti si lascino convincere dalle loro parole, vuote e con scarsissimi addentellati con la realtà.

L’esempio più evidente è rappresentato dal mutare della sensibilità degli italiani nei confronti dei migranti che, pur di tentar di sopravvivere a guerre, fame, tirannie, torture e malattie, decidono di rischiare la vita attraversando il Mediterraneo su barconi totalmente inadatti e mettendosi nelle mani di personaggi privi di qualsiasi scrupolo. Ilvo Diamanti ha sottolineato come tre anni fa il 52 per cento degli italiani, nei confronti dei migranti in mare, aveva sentimenti di accoglienza, mentre erano il 40 per cento quelli che puntavano sul respingimento. Oggi, sotto la martellante propaganda di Salvini, con il suo pubblicitario «Prima gli italiani!», la situazione si è quasi esattamente invertita. E a nulla è servito sottolineare che i migranti via mare sono meno del 10 per cento del totale degli stranieri che arrivano in Italia ogni anno che, per la maggior parte, sono di sesso femminile. Come a nulla serve ribadire che l’Italia, tralasciando i Paesi del Gruppo di Visegrad, è agli ultimi posti in Europa come accoglienza calcolata sulla percentuale di presenza di stranieri rispetto al totale della popolazione.

Ma gli esempi di regresso si stanno moltiplicando ben al di là dell’accoglienza e stanno entrando pesantemente pure nella sfera privata della vita degli italiani. Un esempio clamoroso è offerto dal Ddl Pillon, un disegno di legge presentato, con il numero 735, dal senatore leghista Simone Pillon, fondatore del Family Day, il cui provvedimento, che fissa una serie di modifiche sull’affido condiviso dei figli in caso di separazione e di divorzio, è ora all’esame della Commissione Giustizia del Senato.

In breve, prevede l’eliminazione dell’assegno forfettario di mantenimento per il figlio disposto dal giudice, che sarebbe sostituito da una cifra calcolata sulle varie spese e perfettamente, ma iniquamente divisa tra i due genitori. I figli sarebbero obbligati a passare non meno di 12 giorni al mese con entrambi i genitori facendo la spola tra le due diverse abitazioni. Imporrebbe il ricorso obbligatorio a un mediatore familiare pagato dai genitori in via di separazione.

La prima considerazione è immediata e riguarda la disumanizzazione di tutti i protagonisti. Innanzitutto le prime vittime sono i figli che da bambini e ragazzi vengono trasformati in una sorta di pacchi, obbligati a vagare da una casa all’altra e magari da una città all’altra, con problemi evidentissimi, solo per citare i primi che balzano agli occhi, dal punto di vista di scuola, amicizie ed educazione. Ma ancora più grave appare il fatto che non avranno più una famiglia di riferimento, ma ne avranno due, magari in contrasto tra loro; quindi, praticamente nessuna. Senza contare il fatto che i 12 giorni a casa di uno dei due genitori potrebbero essere decisamente contrari alla loro volontà.

Disumanizzante è anche il meccanismo che fa cessare l’uguaglianza tra i coniugi e favorisce nettamente il genitore più ricco, statisticamente quasi sempre l’uomo, che potrà più facilmente ottemperare alla sua metà di contribuzione alle spese, ma che anche potrà, senza eccessivi sforzi, accollarsi la propria parte di spesa per la consulenza obbligatoria.

E qui merita sottolineare un particolare perché il senatore Pillon di professione è avvocato specializzato proprio nelle mediazioni familiari. Tanto che per promuovere la sua attività sul sito del proprio studio legale scrive: «È in corso di approvazione una modifica al codice civile che conferirà grande rilievo all’attività di mediazione nel corso dei procedimenti per la separazione dei coniugi». Nel Ddl proposto si prescrive che i coniugi con figli minori per separarsi dovranno essere, per legge, seguiti da un mediatore per una durata massima di sei mesi in un numero di sedute variabile di cui soltanto la prima sarebbe gratuita., mentre le altre sarebbero da pagare al mediatore e a carico delle due persone che si stanno separando con tariffe che evidentemente dipenderanno dai vari mediatori. Il mediatore, inoltre, dopo la prima seduta potrebbe escludere dagli incontri gli avvocati di parte. Sembra un’altra fulgida perla della ricchissima collana italiana di interessi privati in atti d’ufficio e di conflitti di interesse.

Forse il vecchio slogan di Borrelli, «Resistere! Resistere! Resistere!» è ormai inadeguato. Probabilmente è il momento di sostituire la resistenza con la ribellione. Assolutamente pacifica, per carità. Ma fondata su quell’esplosivo potenziale che è racchiuso nella disobbedienza civile, in quel “No” che sempre più appare come la più preziosa parola a nostra disposizione per difendere la democrazia e la società per la quale si è tanto lottato e combattuto. Per salvare, insomma, noi stessi e i nostri cari.


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lunedì 5 novembre 2018

Le friabilità di un Paese

Davanti ai disastri provocati dall’acqua e dal vento in Carnia, nel Bellunese e in altre parti d’Italia bisognerebbe riuscire a superare in fretta le prime, pur forti e stravolgenti, emozioni per cominciare a pensare immediatamente al futuro. Non può essere sufficiente per tutti noi, infatti, piangere per le vittime, o lamentarsi per i danni catastrofici da riparare e per le stagioni turistiche almeno in parte inevitabilmente compromesse. Né può bastare, per i politici, pensare di aver esaurito il proprio compito stanziando, pur faticosamente, qualche centinaio di milioni per ricostruire ciò che è andato perduto e per aiutare chi i danni li ha subiti in prima persona.
 
Ci sono, infatti, almeno due cose di ancor più grande importanza che tutti, sia i politici, sia coloro che ne determinano l’elezione, dovrebbero tener ben presente.

La prima consiste nel rendersi conto che la locuzione “mutamento climatico”, apparentemente legata soltanto a piccoli cambiamenti di abitudini meteorologiche, nasconde, invece, quella che è la maggiore e più terribile minaccia alla vera e propria sopravvivenza, se non del pianeta, almeno della nostra specie e della civiltà a essa legata. Non soltanto i disastri di questi giorni stanno cessando di essere eccezionali, per diventare una regola con episodi sempre più ravvicinati nel tempo, ma il progressivo innalzarsi della temperatura sta già spostando le necessità umane, animali e vegetali in maniera stravolgente e il cambiamento accelererà sempre di più. Sapere che tutto questo dipende quasi unicamente dall’incredibile aumento di emissioni nell’atmosfera di gas capaci di aumentare l’effetto serra dovrebbe farci capire che la strada sulla quale oggi stiamo camminando porta alla morte. Ma evidentemente sono tanti – e non sto parlando soltanto di Trump – a pensare soprattutto alla propria attuale comodità più che alla sopravvivenza di figli, nipoti e discendenti.

Ma se questa constatazione può darci qualche alibi di impotenza in quanto riguarda l’azione politica e sociale dell’intero pianeta, una seconda evidenza ci coinvolge molto più direttamente perché riguarda proprio i territori in cui viviamo e la loro amministrazione. Poche settimane fa, alla presentazione del libro “Sisma. Dal Friuli 1976 all’Italia di oggi”, geologi, ingegneri, tecnici e amministratori hanno convenuto che se il “modello Friuli” non è stato applicato anche in altre zone colpite dai terremoti, questo dipende in parte dal fatto che oggi non potrebbe più essere applicato nemmeno in Friuli. Nuove leggi, dilagare della burocrazia e ancora più aumentata attenzione a ciò che può procurare voti rispetto a quello che davvero potrebbe fare il bene della società hanno composto una miscela assolutamente esplosiva che dovrebbe essere disinnescata e che, invece, addirittura sta progressivamente aumentando la sua pericolosità.

Oggi tutti deprechiamo sdegnati che in Sicilia si sia lasciata in piedi una villetta nel greto di un corso d’acqua che, gonfiatosi, ha distrutto nove vite, ma vi invito a dare un’occhiata alle aree golenali dei corsi d’acqua nella nostra regione e a contare quanti edifici, abitativi, produttivi, o addirittura pubblici, vi sono stati costruiti. Senza contare le coltivazioni concesse su aree demaniali. E intanto la politica trucca la realtà con parole che hanno l’unico scopo di distogliere l’attenzione, di illudere che si sia fatto tutto, mentre – per bene che vada – si è appena cominciato a fare qualcosa.

Un esempio che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi è quello della “Protezione civile”, organizzazione più che benemerita, oltre che necessaria, ma che porta, però, un nome sicuramente sbagliato. “Protezione”, infatti, deriva da proteggere, dal latino pro (davanti, cioè prima) e tegere (coprire). Quindi proteggere vuol dire fare scudo, intervenire in anticipo e non a frittata già fatta, quando si tratta di raccogliere morti e feriti, di recuperare quel poco che non è stato distrutto, di fare i pesanti conti dei danni, di rattoppare alla bell’e meglio comunità che portano ferite tanto gravi da non riprendersi più, se non trasformandosi profondamente; e non sempre in meglio. In realtà la Protezione civile che conosciamo dovrebbe chiamarsi, più puntualmente, “Soccorso civile” e dovrebbe continuare a essere pronta a intervenire sui disastri perché mai l’uomo riuscirà a innalzarsi completamente sopra la natura e a evitarli del tutto. Ma accanto ci dovrebbe essere una vera e propria “Protezione civile” intesa non solo come organizzazione, ma anche e soprattutto come sincera filosofia politica che possa essere messa in condizioni di lavorare per la prevenzione. Una “Protezione civile” capace di conoscere, studiare, progettare, intervenire e di pretendere, con buone probabilità di successo, di avere i fondi, per adempiere ai propri compiti. E, insieme, solidalmente, dovrebbe muoversi una società conscia dei pericoli a cui va incontro, ben consapevole che mettere in sicurezza un versante è meno appariscente che costruire un nuovo ponte, ma che privilegia davvero la sicurezza, anche se fa ritardare la comodità.


Ed è difficile non pensare che i disastri provocati dalla natura, o dall’uomo, si avvicinano molto anche ai disastri sociali nei quali la natura c’entra davvero ben poco. Perché l’Italia è un Paese molto friabile fisicamente, ma anche socialmente. E se intervieni sempre in emergenza non puoi che stravolgere, mentre servirebbe gradualità e progettualità per innovare davvero, cioè cambiando, pur nel rispetto di ciò che di esistente merita di essere conservato, sia a livello materiale, sia a livello sociale; ma con la determinazione a non lasciarsi irretire da abitudini di apparenza e non di sostanza; di futile comodità e non di concreta sicurezza.

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sabato 3 novembre 2018

Il gatto e la volpe

Una marea di gente a Trieste in piazza contro il fascismo
Il 4 novembre, secondo Giorgia Meloni leader di Fratelli d’Italia, dovrebbe tornare a essere festa nazionale per celebrare l’anniversario della vittoria della guerra del 1915-18, quella che i cosiddetti patrioti hanno chiamato la “Grande Guerra” e che Papa Benedetto XIV aveva definito “l’inutile strage”. Non contenta, ha rincarato la dose affermando che «Saremo in piazza per ricordare che ancora oggi vale la pena di combattere per difendere la nostra sovranità. Il 4 novembre è una festa molto più unificante di altre feste che oggi sono festa nazionale». E il riferimento, reso esplicito dai parlamentari Francesco Lollobrigida e Giovanni Dozelli, presenti alla dichiarazione, va al 25 aprile e al 2 giugno. Naturalmente, la nostalgica Meloni, che intanto ha lanciato la campagna “Non passa lo straniero”, ha ottenuto subito il consenso di Salvini che si è detto pronto a candidarla come sindaca di Roma in caso di uscita anticipata dal Campidoglio della fallimentare e inquisita Virginia Raggi. Matteo Salvini che – merita ricordarlo – vorrebbe Fdi in maggioranza per avere l’ok al decreto sicurezza sul quale al Senato almeno quattro grillini, ascoltando la propria coscienza più che Grillo e Casaleggio sono decisi a votare contro anche accettando il rischio di espulsione dal partito.
 
Come sempre, al di là delle considerazioni di sostanza, occorre apprezzare quando qualcuno parla con chiarezza perché dirada immediatamente le fumosità con cui altri cercano di dissimulare e travisare la realtà. Va in briciole, ove ve ne fosse stato ancora bisogno, infatti, uno degli slogan dei 5stelle – «La destra e la sinistra sono due realtà ormai superate» – che è stato furbescamente fatto proprio nelle parole, ma non nei fatti, anche da Salvini. Ed è difficile non illuminare dei collegamenti tra la voglia di rinfrescare la retorica sulla prima guerra mondiale e lo sfilare di camicie nere in anchilosato saluto fascista a braccia tese a Predappio per celebrare la marcia su Roma, mentre qualche imbecille sfoggiava vergognosamente una maglietta con la scritta “Auschwitzland”. Come è difficile non percepire una voglia di censura e di autoritarismo anche nel nuovo presidente della Provincia di Trento, il leghista Maurizio Fugatti che, appena eletto, ha detto che bisognerà cambiare il Festival Economia di Trento perché troppo di sinistra.
 

E che destra e sinistra esistano ancora lo dimostra anche la contemporanea presenza di due cortei a Trieste, uno inqualificabilmente autorizzato a esporre il proprio credo fascista; l’altro praticamente obbligato a scendere in strada per rivendicare orgogliosamente che l’antifascismo, nonostante i Salvini e le complicità dei Di Maio, esiste ancora ed è ben vivo; molto di più dei partiti che dovrebbero rappresentarlo.

Ma, se preferisce far finta di niente, forse Di Maio neppure sa che la prima guerra mondiale ha voluto dire per l’Italia oltre 600 mila morti direttamente per motivi bellici e altre centinaia di migliaia di civili deceduti per malattie e per fame, come Amal, quella povera bimba di 7 anni morta d’inedia a causa della guerra nello Yemen e che noi oggi compiangiamo, increduli che questo possa avvenire da qualche parte del mondo mentre succedeva, e spesso, nei luoghi dove abitiamo, anche se cento anni più indietro nel tempo. E che l’inutile strage ha cancellato intere generazioni in combattimento e migliaia di ragazzi e uomini fucilati soltanto per mantenere la disciplina, magari per decimazione.

Quando Giorgia Meloni parla di vittoria dovrebbe ricordarsi che buona parte del territorio conquistato non era mai stato italiano e che poco più di due decenni dopo ha cessato nuovamente di essere italiano. Quando parla di 25 aprile e del 2 giugno come «feste divisive» dovrebbe ricordarsi che hanno diviso soltanto i fascisti dal resto degli italiani che hanno combattuto insieme, pur con idee politiche molto diverse, per liberare la patria tanto amata a parole dai fascisti da coloro, i nazisti, che l’avevano invasa e che usavano i fascisti soltanto come spregevoli lacchè.

Se Salvini appoggia la Meloni lo fa un po’ per lucrare qualche voto e un po’ perché segue il razzista che è in lui. Se Di Maio, complice, tace, lo fa un po’ perché non sa nemmeno di cosa si parla e un po’ per non perdere le poltrone sulle quali lui e i suoi stanno tanto comodi.

Ma da Di Maio tutto questo ce lo si poteva attendere: per lui, infatti, le parole hanno un senso molto relativo visto che è il “capo politico” di un partito, anche se si fa chiamare “movimento”, che continua a scandire «Onestà! Onestà!» e contemporaneamente diffonde una falsa intervista video all’ex presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem in cui le immagini sono vere, ma le parole di chi teoricamente traduce sono largamente travisate. Del tutto inventata, per esempio è la frase secondo cui Dijsselbloem inviterebbe apertamente i mercati a «lanciare un attacco alle finanze italiane», spiegando loro anche come devono fare, e cioè orchestrando un danno ai titoli italiani, facendo così salire gli interessi sul debito all’Italia. Qualcuno dovrebbe spiegare a Di Maio che disonestà non significa soltanto appropriarsi dei soldi di qualcun altro, ma anche falsificare la realtà per ottenere vantaggi, anche se non direttamente economici, per sé e per il proprio gruppo.

Certo è che il gatto e la volpe di Pinocchio oggi ci appaiono come poveri dilettanti: la realtà, come sempre, supera di gran lunga la fantasia.

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martedì 23 ottobre 2018

Distrazioni di massa

A un primo sguardo, molto distratto, potrebbe sembrare che il “problema migranti” si sia risolto d’incanto. Sui giornali non ce n’è quasi più traccia anche perché è da giorni che Salvini non esterna più sull’argomento. Ma l’illusione è di brevissima durata perché ci si rende conto subito che il ministro dell’odio e della paura in questo momento ha trovato altri nemici da additare alla pubblica riprovazione per distrarre l’attenzione dai problemi che non sa risolvere: per un po’ nel mirino non sono più i disperati che cercano di sopravvivere a guerre, dispotismi, fame e malattie, bensì gli opulenti gestori dell’Europa Unita che si rifiutano esplicitamente – anche i sovranisti più convinti; anzi, loro soprattutto – di pagare i debiti nostri.

E a cancellare l’illusione e a far capire che questa è soltanto una breve pausa, poi, ci sono anche i leghisti del luogotenente Fedriga che, giorno dopo giorno, ne inventano sempre una nuova per rendere ancora più difficile la vita a chi già sopravvive a stento e che, solo per sperare, ha dovuto lasciare patria, casa, affetti, abitudini. L’ultima trovata consiste nel proclamare il taglio dei contributi agli albergatori che accolgono migranti, mentre il sindaco Fontanini, dal canto suo, interrompe il progetto Aura per l’accoglienza diffusa dei migranti e fa partire le ronde private che gireranno in Borgo Stazione dalle 17 alle 24 dando la sensazione di essere sgraditi ai tanti onesti che in quel borgo vivono e spingendo i disonesti nelle altre parti della città.

Eppure anche il ristoratore silenzio di Salvini non impedisce che ai nostri occhi continuino ad arrivare le immagini delle guerre, con ragazzini, donne e anziani feriti o uccisi; della desolazione di terre sconvolte dalle bombe e spaccate dalla siccità; della fame che gonfia i ventri dei bambini e svuota i seni delle donne; dei medici che si affannano al di là delle loro possibilità in ambienti inadatti e con strumenti e farmaci scarsi, se non assenti. Né possiamo dimenticare come sono state diffamate le ONG che hanno visto calare sostanziosamente i contributi volontari di persone avvelenate dai dubbi instillati da premeditate falsità.

E osservando più attentamente si notano tra le mani della gente confinata nei campi profughi, dall’America all’Africa, dall’Asia all’Europa, che spesso sono veri e propri luoghi di detenzione per innocenti, quei simboli di povertà che hanno popolato parte della nostra infanzia e che contraddistinguono ancora le baraccopoli di casa nostra: catini e taniche di plastica semitrasparente e spellata dall’uso e dal degrado chimico, strumenti e giochi primitivi, materiale che noi avremmo già gettato da tempo e che, invece, viene utilizzato ancora senza problemi.

E se ci si lascia penetrare da queste immagini si prende coscienza ancora più profondamente che la sorte di nascere in un posto anziché in un altro lascia intatta l’uguaglianza regalataci dalla natura, ma fa balzare agli occhi la diversità impostaci dalla fortuna e dal potere di certi uomini.

Poi, frugando nella mente, si trovano i ricordi di conflitti, magari coloniali, che hanno insanguinato quelle terre per trascolorare poi in non meno cruente guerre che ci ostiniamo a chiamare “civili”, anche se della civiltà non hanno più nemmeno il più pallido ricordo, e nelle quali ogni giorno tanti sono ammazzati e tantissimi altri, sicuramente di più, sono comunque uccisi, pur se apparentemente sembrano essere stati lasciati in vita.

E se si osservano i loro volti identici ai nostri, tranne che per l’irrilevante aspetto del colore, viene il sospetto che alcuni li guardino male perché diventano una specie di fantasma per noi che, permettendo il dilagare di questa crisi che ancora ci attanaglia, abbiamo cancellato troppe speranze per i nostri figli. E si capisce che hanno diritto di fuggire per dare una chance di vita vera, e non solo di angosciosa sopravvivenza, a sé e ai propri cari e non si capisce come possa esserci della gente che li respinge condannandoli a morire annegati, o a tornare in Paesi nelle cui carceri li picchiano, li torturano, li violentano, li assassinano.

Né ci si capacita che il razzismo nostrano sia diventato talmente pervasivo e sottovalutato da permettere a una donna di alzarsi dal suo posto su un treno Frecciarossa perché accanto a lei si stava per sedere una ragazza italiana, ma dalla pelle scura perché di origini indiane, dicendo di non voler sedere «accanto a una negra» con un tono di illusoria superiorità che rivela, invece, una bassezza senza confini.

E se si ragiona su tutto questo ci si accorge che provare rabbia, o piangere, davanti a simili barbarie è del tutto umano, ma che dissimulare la rabbia, o piangere in silenzio, è qualcosa di molto vicino alla complicità.

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domenica 14 ottobre 2018

Fatti non foste…

I capi di un governo che ha come motto principale “Prima gli italiani” dovrebbero essere orgogliosi dei personaggi che hanno dato lustro al nostro Paese, ma spesso viene il sospetto che non ne conoscano nemmeno l’esistenza; oppure che facciano finta di non sapere cos’hanno detto e fatto perché, in caso contrario, saprebbero benissimo di essere totalmente lontani dai loro insegnamenti.

Prendiamo, per esempio, Dante che, nel XXVI canto dell’Inferno mette in bocca a Ulisse una delle terzine più famose dell’intera Divina Commedia: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza». Per secoli si è stati tutti d’accordo che queste sono le caratteristiche principali che distinguono l’uomo da tutte le altre specie animali diffuse sulla Terra. Poi si è capito che in almeno due ambiti queste qualità dovevano essere lasciate temporaneamente da parte: le pubblicità e le campagne elettorali; che poi sono praticamente la medesima cosa.

Oggi il problema è che questo governo “anomalo bicefalo” (rubo il titolo di uno spettacolo di Dario Fo e Franca Rame) è sempre in campagna elettorale in quanto teme, una volta raggiunto il potere più per demeriti altrui che per meriti propri, di dover lasciare quelle poltrone che si sono rivelate molto più comode di quello che pensavano.

Leghisti e grillini, Salvini e Di Maio (scusate se non mi soffermo su Conte, il molto teorico presidente del Consiglio cui è stato tolto anche il diritto di parola, se non ossequiente), nella disperata ricerca di soldi per realizzare le tante promesse irrealizzabili, sembrano essersi divisi i compiti nel trascinare nel fango sia “virtute”, sia “canoscenza”.

Quale “virtute”, per esempio, può essere trovata nel “capitano” dei leghisti, ministro dell’odio e della paura, che, una volta resosi conto che la sua promessa di flat tax era irrealizzabile, non ha trovato di meglio che distrarre il proprio elettorato andandone a pungolare ulteriormente la parte più razzista, xenofoba e aliofoba, scagliandosi con fredda e meditata ferocia non soltanto contro coloro che fuggono da guerre, carestie, torture, ma anche contro gli italiani che hanno colore di pelle, religione, o abitudini sociali diverse da quelle che lui considera “giuste”: censire tutti i rom, per esempio, anche quelli italiani, ha un innegabile puzzo di discriminazione che ricorda troppo da vicino quello che dalla metà degli Anni Trenta, per un decennio, ha dominato in Germania. E non si venga a dire che non c’è pericolo che torni il fascismo in quanto la storia non si ripete mai in maniera uguale. D’accordo: qualche differenza di superficie per il momento c’è ancora, ma la sostanza sembra proprio la stessa.

Tra l’altro il censimento dei rom è sicuramente anticostituzionale, ma curiosamente Salvini, mentre “se ne frega” – verbo caro a lui e a un passato regime – della Costituzione, reclama l’osservanza totale alle leggi che gli fanno comodo, anche se sono le più contestate, quelle che maggiormente sollevano problemi di coscienza, come la Bossi-Fini sull’immigrazione. E così, approfittando della sua posizione istituzionale, ha fatto arrestare, senza neppure inviare prima un avviso di garanzia, il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, per “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” e “abuso d’ufficio”.

Poi, con la paura di dover ammettere che ci sono realtà che hanno già dimostrato di funzionare benissimo nel campo dell’accoglienza, Salvini ha deciso che è proprio tutta Riace che deve chiudere: lo ha messo nero su bianco con una delibera del 9 ottobre del suo dipartimento Immigrazione che ordina la chiusura di tutti i progetti e il trasferimento di tutti i migranti entro 60 giorni. Al centro delle contestazioni ci sono quegli strumenti di accoglienza che hanno fatto di Riace un modello di riferimento nel mondo, ma anche la solidarietà con quei richiedenti asilo che sono in condizioni di particolare vulnerabilità e che sono stati ospitati anche oltre il termine burocraticamente previsto dal progetto Sprar.

Il Viminale avrebbe voluto che quella gente – donne con figli a carico, anziani, malati – fosse messa subito alla porta. Ora l’ultima parola spetta al TAR, ma già si vede che ancora una volta la parola “legalità” non è sinonimo di “giustizia”; anzi, spesso è ed è stato addirittura il contrario. Consegnare gli ebrei ai nazisti, per esempio, era perfettamente legale, ma sfido chiunque ad affermare che fosse giusto.

E passiamo alla “canoscenza”. Lascio perdere, per eccessiva facilità di critica, le imprese del ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Toninelli, tra cui l’ultimo, per ora, è stata quella di inserire, o di lasciar inserire, nel decreto per Genova l’innalzamento di 20 volte del limite per lo sversamento in discarica di fanghi di depurazione e di alcune volte quello per la dispersione di alcuni idrocarburi nei terreni agricoli. Alla faccia della prima delle 5 stelle che avrebbe dovuto indicare l’ambiente.

Ma sulla mancata “canoscenza” bastano e avanzano le opere del “capo politico” dei grillini, Di Maio, sia nella stesura del Def, sia anche nelle sue già annunciate prime correzioni. Anche per lui la necessità primaria è quella di non far capire che il reddito di cittadinanza promesso è irrealizzabile e che, al massimo, potrà essere messo in campo un suo pallido simulacro, più povero e applicabile a meno persone. E allora si dà da fare ad annunciare che, per trovare fondi, toglierà e taglierà a tutti, senza rendersi conto che certe cose proprio non potrà farle e senza capire nemmeno che, se davvero vuole che l’economia riparta, deve lasciare più denaro possibile in circolo, esattamente il contrario di quello che intende fare perché a condannare questa politica economica non sarà soltanto l’inerpicarsi dello spread, ma anche il fatto che la classe media, sempre più impoverita dai suoi colpi di genio e dalle sollecitazioni di Salvini, che ha già chiesto ulteriori sacrifici, finirà per spendere molto meno del poco che già spende adesso, mentre il denaro che andrà ai più poveri finirà inevitabilmente, per la gran parte, ad andare ad appianare, con qualche giro di spesa, i debiti di affitto e di bollette.

Di Maio sembra un ragazzo che vuole una trave per costruirsi una capanna dei giochi e che, incapace di capire quello che sta facendo, decide di prendersi quella che regge il colmo del tetto della casa in cui vive con tutta la sua famiglia, condannandola al crollo.

A sentir parlare in giro, ci si accorge che un numero sempre crescente di cittadini non è più d’accordo con questo “governo del cambiamento” in cui una parte brilla per incompetenza, mentre l’altra spicca per cattiveria; e che sempre più gente si è pentita del voto dato a marzo. E allora, anche se appare problematico pensare di rivederli insieme, come mai i sondaggi continuano a offrire percentuali trionfali ai due partiti di governo nel caso di prossime elezioni?

La risposta è semplice: anche i sondaggi, come l’attribuzione dei seggi, si basano inevitabilmente sulle percentuali dei voti espressi a voce, o deposti nelle urne; e non sui numeri reali. Cioè, se uno non sa ancora per chi votare, oppure ha deciso addirittura di disertare le urne, esce dal conteggio. Se su cento intervistati, per esempio, cinquanta non si esprimono, basta che 17 dicano di votare per il partito X perché quel partito ottenga il 34 per cento dei suffragi espressi. Ed è immediatamente evidente, quindi, che se aumenta la quota dei votanti, calano, a parità di voti, le percentuali dei partiti che non trovano consensi ulteriori tra coloro che decidono di andare alle urne.

Il problema è che per indurre più gente ad andare a votare occorrerebbe presentare proposte serie, alternative e credibili. Servirebbe che il centrosinistra e la sinistra tornassero a mettere in campo “virtute e canoscenza”, doti che di certo non le mancavano e che si sono smarrite in una continua campagna elettorale addirittura peggiore di quelle dei leghisti e dei grillini, perché intesa non a conquistare il governo di uno Stato, ma, in modo più miserando, quello interno di un partito, o di un’area politica,, in una serie di faide personali, o di gruppuscoli, che ha svilito i tanti partiti della sinistra e ha avvilito i tanti elettori che ancora rispettano e amano i valori della sinistra e che nella sinistra continuano a sperare.

Accanto alla serietà di una proposta alternativa, però, serve anche una visibilità non di facciata, ma di partecipazione e, allora, forse diventa necessario andare a riscoprire una forma di comunicazione che è stata abbandonata con una buona dose di puzza sotto il naso: quella dello scendere in piazza. Proviamoci e magari scopriremo che saremo in molti di più di quanto temiamo e che, testimoniando esplicitamente le nostre idee, potremmo forse tornare a influire sulla politica del nostro Paese in maniera più efficace di quella che si è inaridita negli ultimi decenni quando si affidavano i nostri sogni a persone che, per la maggior parte, li mettevano subito in un cassetto e poi se ne dimenticavano perché impegnati in minuscoli giochi di potere interno.

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mercoledì 3 ottobre 2018

Sorrisi e sogghigni

Herman Melville scrisse che «Il sorriso è il veicolo d’elezione per ogni ambiguità». La mia prima impressione, quando l’avevo letta, era stata quella di trovarmi davanti a una frase cinica e pessimistica, ma gli avvenimenti più recenti l’hanno avvalorata abbondantemente confermando che non raramente un apparente sorriso, in realtà è un sogghigno che invariabilmente appare come tale quando le labbra si rilassano in quanto il cervello, troppo impegnato su altre faccende, non riesce a mantenere un decente controllo anche sui muscoli facciali.
 
Abbiamo tutti ben presente il sorriso da imbonitore sfoggiato da Matteo Renzi ogniqualvolta voleva convincere gli elettori della bontà delle sue scelte e – cosa ancor più difficile – che quelle scelte erano di sinistra. Ma bastava che qualcuno lo attaccasse sottolineando che Jobs Act, riforma costituzionale, decreto salvabanche e molte altre cose erano decisamente più vicine ai desideri del centrodestra che alle necessità di coloro che nella società sono relegati nelle posizioni più scomode, perché il sorriso scomparisse completamente lasciando spazio a una faccia decisamente arrabbiata, se non addirittura furente. Un soprassalto di sincerità al termine di un momento propagandistico non particolarmente efficace.

C’è poi il sorriso stereotipato, che sembra quasi il frutto di una paralisi facciale: quello di Di Maio, per intenderci. Immutabile, con tutti i denti, regolari e bianchissimi sempre in vista, è usato per far concentrare l’attenzione del telespettatore sul video e non sull’audio, puntando, appunto, a non far percepire immediatamente bene il senso delle parole che spesso nascondono realtà indigeribili, come quella del nuovo Def che sicuramente farà aumentare il debito, e non solo del 2,4 per cento, ma altrettanto sicuramente non farà raggiungere un incremento del Pil del 3 per cento. Poi, comunque, lo steso sorriso può essere utilizzato anche per opere di distrazione di massa. Guardate, per esempio, il sorriso smagliante con cui, per distrarre l’attenzione dal Def, tenta di spostarla sulla nuova proposta di riforma costituzionale che, guarda caso, insiste ancora sulla riduzione dei parlamentari perché – così pensano i grillini – tanto con la piattaforma Rousseau diventano sempre più inutili. Per far raggelare il sorriso di Di Maio e farlo completamente sparire più che trasformarlo in un sogghigno, basta che qualcuno gli ponga una domanda scomoda e ben argomentata: quei secondi – a faccia teoricamente seria – che impiega a cercar di capire se può cavarsela con il solito slogan, se è necessario tentare un’altra via, o se è meglio far finta di non aver sentito, sono più rivelatori di mille discorsi.

Nel caso di Salvini, invece, non è il sogghigno a interrompere il sorriso, ma succede esattamente il contrario. È stato di breve durata, infatti, il sorriso che ha sostituito il cipiglio del ministro dell’odio e della paura, quando, riferendosi all’arresto del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, orribilmente colpevole di solidarietà nei confronti dei poveri cristi che arrivano in Italia da guerre, torture, malattie e fame, ha chiesto: «Chissà cosa diranno adesso Saviano e tutti i buonisti che vorrebbero riempire l’Italia di immigrati?». È durato poco perché probabilmente ha avvertito distintamente che non soltanto Saviano e i buonisti, ma anche molti altri italiani non particolarmente impegnati, gli avrebbero risposto che semplicemente questa è una conferma che almeno uno dei due vicepremier è razzista, xenofobo ed eterofobo. Niente paura, però, la sua faccia è semplicemente tornata alla normalità.

Da ultimo, il sorriso subdolo di chi pensa di fare qualcosa di scorretto senza che nessuno se ne accorga, che si irrigidisce mentre, scoperto, tenta di escogitare velocemente una giustificazione per la scorrettezza, e poi si sgretola quando si rende conto che anche la scusa è talmente assurda da essere incredibile anche per i più distratti. In tal caso il sorriso viene sostituito da un sogghigno, ma talmente posticcio da durare poco anch’esso; non si sa se più per la delusione di non essere riusciti a imbrogliare gli altri, o per la delusione di essersi accorti di quanto incapaci, anche di mentire, si è. È il caso della sindaca di Monfalcone, la leghista Annamaria Cisint che ha tagliato gli abbonamenti per la biblioteca civica comunale ai quotidiani Il Manifesto e Avvenire, guarda caso un feroce avversario politico della Lega e il quotidiano dei vescovi che ha fatto campagne convinte contro la pretesa di Salvini di far passare per cristianesimo l’assenza di umanità e di solidarietà. Il sorriso della Cisint c’era ancora quando ha affermato: «Nessuna censura, ma razionalizzazione delle spese». Il sorriso è scomparso, però, quando, dopo che i frequentatori della biblioteca hanno fatto una colletta per finanziare i due abbonamenti, ha proibito ancora l’ingresso dei due giornali colpevoli di non essere leghisti e li ha dirottati nella casa di riposo. In questo caso anche il sogghigno non è riuscito tanto bene perché nulla come il ridicolo riesce a distruggere la protervia.

È vero che nella vecchia politica si sorrideva poco perché a dominare il quadro era la seriosità ancor più che la serietà e che frequenti erano le arrabbiature esplicite. Ma, tutto sommato, si trattava ancora più di politica che di pubblicità. Esattamente il contrario di quello che accade oggi.

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domenica 30 settembre 2018

L’abolizione del consumismo

Quando Di Maio, mentre dal balcone di palazzo Chigi i maggiorenti grillini salutavano con i segni di vittoria i loro deputati che li inneggiavano, ha cominciato a snocciolare con aria trionfante i numeri che avrebbero dovuto dimostrare la mirabolante “abolizione della povertà”, la prima reazione è stata quella di dire: «Ma chi vuoi prendere – diciamo così – in giro?». Poi, visto che sono convinto che non si possa mai dire «Non accetto lezioni da nessuno», ho preferito attendere che cifre e intendimenti fossero confermati anche da altri e poi mettere su carta alcune semplici operazioni fatte già subito a mente in pochi istanti. Adesso, però, a più di ventiquattr’ore di distanza, la mia domanda resta la stessa ed è, eventualmente affiancata da un altro quesito: «Ma davvero non c’è limite alla creduloneria anche se l’evidenza del contrario è così immediata?».

Ricapitoliamo in breve le frasi dette dall’immaginifico Di Maio che ha cominciato con: «Ci sono 10 miliardi per il reddito di cittadinanza» , una misura con la quale «restituiamo un futuro a 6,5 milioni di persone». E poi ha aggiunto che «Nessuno in Italia potrà guadagnare meno, o avere una pensione minima sotto i 780 euro».

La prima cosa che viene immediatamente da fare è dividere i 10 miliardi per i 6 milioni e mezzo di persone per capire quanto toccherebbe mediamente a testa a ognuno dei beneficiati e il risultato parla di un po’ più di 1.500 euro l’anno a persona che, divisi in dodici mensilità, sono 128 euro e qualche centesimo al mese. È ovvio che queste cifre per molti sarebbero a integrazione di pensioni minime, o di emolumenti e stipendi vergognosamente bassi che adesso riescono a mettere insieme, ma la cifra mi sembra comunque inadeguata, tenuto conto che in Italia, secondo gli ultimi dati Istat, ci sono circa 5 milioni di persone che versano nella povertà assoluta e sono oltre un milione le famiglie totalmente senza reddito. Inoltre bisognerebbe sapere se questi 128 euro saranno netti, o saranno soggetti a una pur piccola tassazione, e se il passaggio a un reddito di 780 euro mensili non porterà alla cancellazione di agevolazioni ed esenzioni già esistenti per i redditi più bassi o inesistenti.

Ma è comunque innegabile che aiutare chi non ha nulla non è assolutamente una cosa riprovevole; anzi. E – aspetto assolutamente non secondario – che tutti i beneficiati proveranno una qualche gratitudine che, almeno in parte, si tradurrà in voti elettorali. Quello che colpisce, invece, è l’improntitudine di Di Maio quando afferma che «Dobbiamo far ripartire i consumi aiutando quei 10 milioni di italiani che oggi vivono sotto la soglia di povertà: se diamo un reddito di cittadinanza a queste persone, loro faranno ripartire i consumi e aiuteranno il mercato e la domanda interna» aggiungendo che, anche con l’aumento dei consumi, questa «manovra del popolo», come l’ha ribattezzata, sarà «il più grande piano di investimenti della storia italiana».

Ma davvero Di Maio non sa che la maggior parte di quei 128 euro medi non si trasferiranno nelle tasche di commercianti e produttori facendo aumentare la domanda interna, ma andranno inevitabilmente a tappare, per prima cosa i buchi di debito che si creano con gli affitti e con le bollette di acqua, luce e gas? In realtà soltanto una piccola parte sarà destinata al vitto, al vestiario e a qualche altra necessità primaria, come il curarsi, e, quindi, più che favorire i consumi e creare, conseguentemente, produzione e crescita di posti di lavoro, questi redditi e pensioni di cittadinanza, finiranno soprattutto per ridurre i crediti di persone ed enti che affittano case e di Enel, Eni e altre aziende distributrici di energia.

Viene il dubbio che Di Maio, illudendosi di assestare un colpo mortale alla povertà, abbia semplicemente inferto un altro fendente al consumismo. Poi si potrà dire – e con molte ragioni – che anche il consumismo andrebbe abolito visto che ha portato con sé nuove e più profonde disuguaglianze, sovvertimento sociale della scala di valori che troppo spesso sono stati confusi con i prezzi, distruzione progressiva dell’ambiente che, appunto, viene “consumato”. Ma anche il consumismo, come la povertà, purtroppo non può essere abolita con decreto.

Forse qualcuno dovrebbe dirlo non tanto a Di Maio, al quale addirittura Salvini ha già risposto dicendo che «Mi piacerebbe anche abolire il cattivo tempo e i pareggi del Milan, ma purtroppo con decreto non ci riesco», bensì ai tanti che stanno festeggiando qualcosa che può essere efficace propaganda, però non soltanto è lontana dalla soluzione dei nostri problemi, ma, anzi, rischia addirittura di aggravarli.

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