venerdì 1 novembre 2013

La corsa al peggio

Di almeno una cosa bisogna dar atto ai cosiddetti “tecnici”: di avere dato – per quel che si può e in senso relativo – dignità ai politici. Basterebbe pensare all’incredibile suicidio politico del capofila dei tecnici, Mario Monti, ai disastri e alle gaffes firmati dalla Fornero, alle miserande soluzioni escogitate da illustri economisti che hanno soltanto predicato tagli senza pensare che così non muore l’economia ma un intero Paese; e si potrebbe andare avanti.
Adesso, però, credo che Anna Maria Cancellieri abbia posto la lapide definitiva sulle ambizioni dei “tecnici” di governare un Paese. Il suo comportamento sul caso Ligresti è – a essere buoni – incredibile: possibile che non le sia neppure passato per la testa che un Guardasigilli non deve interferire con l’operato della magistratura? Che il suo telefono non serve per sentirsi chiedere favori e per richiedere a sua volta favori che, se detti da un ministro, diventano imperativi? Che non soltanto i ricchi e potenti soffrono la reclusione in carcere?

E non può certo sperare che la sua scorrettezza istituzionale possa essere dimenticata davanti al fatto che l’immagine del ministro della difesa Mario Mauro sia usata come pubblicità dalla Lockheed per propagandare gli F35, ridando fiato nella corsa al peggio tra “tecnici” e “politici”.

domenica 27 ottobre 2013

Il significato del verbo vincere

In questi ultimi tempi ho ascoltato più volte Matteo Renzi alla televisione e una volta Gianni Cuperlo in Sala Ajace, a Udine. Su molti aspetti hanno detto, sia pur con sfumature diverse e significative, cose molto simili: la necessità della riconquista del predominio della politica sull’economia e sulla finanza; l’obbligo da parte del centrosinistra di non rincorrere più le politiche di Berlusconi (chiamarle di centrodestra mi sembrerebbe offensivo nei confronti dei veri liberali ancora esistenti); l’imperativo di ridare a tutti i diritti e la dignità che il berlusconismo ha sottratto agli italiani.
Potrebbero sembrare strade contigue, anche se non coincidenti, ma è sul significato della parola vincere che le idee dei due più accreditati candidati alla segreteria del PD sono totalmente divergenti visto che Renzi parla senza problemi di voler recuperare i voti dei delusi dall’ex PDL e da Grillo, mentre Cuperlo indirizza i suoi sforzi verso gli elettori di centrosinistra – tanti – che, stufi delle delusioni loro inferte da un partito troppo spesso più dedito alle battaglie interne che a quelle sociali, hanno momentaneamente scelto un voto di protesta, o, molti di più, la rinuncia al diritto di voto.
Proviamo a pensarci: vincere attraendo voti dal PDL e dal M5S significherebbe annacquare i propri progetti e velare i propri valori; non sarebbe vincere, ma soltanto occupare posizioni di potere, perché in politica – quella vera che da tanto tempo non abbiamo più visto, se non durante la breve parentesi del primo governo Prodi – vincere significa portare avanti le proprie idee e realizzarle, per quanto possibile; non ridurle e stravolgerle già in partenza per venire incontro alle pretese dei meno reazionari tra berlusconiani e grillini al solo scopo di conquistare qualche voto in più.
Renzi ripete che a lui non piace perdere, come se gli altri godessero delle proprie sconfitte. Ma si tratta soltanto di capire dove collocare temporalmente il concetto di sconfitta. Mi pare che le dichiarate politiche economiche e di lavoro del sindaco di Firenze pongano la sconfitta degli ideali come base di partenza per la vittoria alla elezioni. Per me, invece, la sconfitta è accettabile soltanto poi, soltanto dopo aver combattuto, soltanto se non si è riusciti, mantenendo inalterati i propri ideali e la propria dignità, a convincere le grandi masse dei disamorati pur avendo lavorato al massimoper riuscirci.
Non è accettabile neppure dopo se è la conseguenza di un camuffamento malamente riuscito, come non è accettabile la vittoria se il camuffamento, invece, è riuscito.
I sondaggi danno Renzi vincente su Cuperlo, ma credo che nessuno debba votare soltanto seguendo i sondaggi. Con tutto il rispetto per coloro che alle primarie voteranno Renzi e sempre pensando che il centrosinistra alla fine debba essere unito nel combattere la destra, dico – ammesso che a qualcuno possa interessare – che voterò Cuperlo perché è da lui che ho sentito ripetere dopo alcuni decenni che la vera politica deve essere profezia; che è lui che ha sottolineato che deve esserci una connessione sentimentale tra l’eletto e che rappresenta; che nella sua campagna elettorale è il simbolo del partito, e cioè dei suoi ideali, a dominare sul nome del candidato e non viceversa, come ha insegnato Berlusconi e come Renzi ritiene giusto continuare a fare.

lunedì 21 ottobre 2013

I vicini e i lontani

A guardare la tradizione e la situazione politica italiana verrebbe da pensare che la caratteristica precipua della sinistra consista nel vedere con maggiore fastidio i piccoli gradini che differenziano in qualcosa le posizioni del vicino, piuttosto che gli abissi che separano da quelle del lontano, avversario o nemico che sia.
E non serve neppure scomodare la storia per ricordare l’omicidio-suicidio perpetrato dall’imperdonabile Fausto Bertinotti nei confronti del governo Prodi. Basta guardare alla cronaca, visto che buona parte delle donne e degli uomini del PD finisce per sopportare, pur brontolando, le nefandezze – per opere e per omissioni – del governo Letta-Alfano, mentre non si sforza minimamente non di fare proprie le idee di compagni di partito che si muovono in correnti diverse, ma neppure di sottoporsi al primo sforzo necessario per poi poter discutere: quello di ascoltare.
Il sospetto è che basterebbe che gli esponenti della sinistra e del centrosinistra usassero soltanto una frazione della decisione e della cattiveria con la quale affrontano i compagni di partito e gli esponenti dei partiti più vicini per controbattere coloro dai quali si è divisi da insanabili diversità etiche, politiche, economiche e sociali, per ridare un volto meno disumano a questa Italia e per recuperare buona parte degli elettori di sinistra che non vanno più alle urne perché lì la sinistra è difficilissima da trovare. O che ci vanno illusi da qualcuno che da sinistra si camuffa, ma che poi, alla prova dei fatti, si rivela per quello che è: un leghista che è parzialmente riuscito a ripulirsi dalla vernice verde.
Dicevo prima che non serve disturbare la storia e, invece, bisogna farlo perché è la scarsa memoria collettiva che permette ai pochi di imbrogliare i più. È la storia, infatti, a insegnare che mediare con i vicini è la chiave per migliorare e che mediare con i lontani è la via per scomparire. Ed è sempre la storia a dimostrare abbondantemente che quando la sinistra si divide, inevitabilmente vince la destra.
Succede anche all’estero, ma il problema è che in Italia la destra è Berlusconi. E non può certo consolarci il fatto che in Francia il frutto della divisione della sinistra e del suo annacquamento rischia di chiamarsi Le Pen.

venerdì 4 ottobre 2013

Lo schermo della vergogna

È davvero strano un mondo in cui faccia notizia il fatto che un Papa abbia detto «Una sola parola: vergogna», riferendosi alla tragedia di Lampedusa, l’ennesima, ma anche largamente la più drammaticamente grave. Viene il sospetto che questa parola sia stata alzata nei titoli come uno schermo capace di mettere in ombra le altre parole che ha detto e che ben raramente sono state sentire echeggiare nelle stanze vaticane: «la inumana crisi economica mondiale che è un sintomo grande della mancanza di rispetto per l’uomo», «la mancanza di rispetto per la verità con cui sono state prese decisioni da parte di governi e di cittadini», e «non soltanto i principali diritti politici e civili devono essere garantiti, ma si deve offrire a ognuno la possibilità di accedere effettivamente ai mezzi essenziali di sussistenza, il cibo, l’acqua, la casa, le cure sanitarie, l’istruzione e la possibilità di formare e sostenere una famiglia».
E la parola “Vergogna!” ha messo in ombra anche una terribile accusa del sindaco di Lampedusa, Giusy Nicolini, che, in lacrime, ha detto: «Tre pescherecci sono andati via dal luogo della tragedia perché il nostroi Paese ha processato tante volte i pescatori che hanno salvato vitte per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
E la parola “Vergogna!” è deviante perché fa sempre pensare che sia indirizzata ad altri, mentre, invece, tocca anche noi perché se in una democrazia è stata approvata quella schifezza immonda delle legge Bossi-Fini, la colpa è anche di coloro – cioè di tutti noi – che abbiamo consentito, con il voto, o con la mancanza di voto che andassero in Parlamento coloro che quella legge l’hanno approvata.
Dite che non siamo responsabili perché non abbiamo votato nel per Bossi, né per Fini, né per Berlusconi? Non basta lo stesso, perché evidentemente non abbiamo testimoniato con sufficiente vigore il nostro schifo davanti a chi non soltanto è razzista, ma soprattutto è inumano e, magari, dice di approvare le parole del Papa.
A sentire quello che dopo la tragedia i portavoce della Lega hanno detto contro la Boldrini e la Kyenge non può non far capire che i rapporti con la Lega e con coloro che la pensano nella stessa maniera non possono esistere. La differenza, in questo caso, non è politica. È proprio antropologica. Si può dare la mano, o semplicemente fare un cenno di saluto a coloro che non versano neanche una lacrima davanti a centinaia di morti e che pensano soltanto a difendere i loro meschini privilegi davanti a poveri diseredati che rischiano la vita scappando dalla guerra, dalla fame, dalla schiavitù?
La vergogna è tutta per noi se continueremo a rivolgere la parola ai leghisti e ai loro complici. Perché la loro non è libertà di parola: è infame arbitrio.

lunedì 30 settembre 2013

Un comico per niente ex

Quando si sbaglia è doveroso ammetterlo e sarebbe il caso che facessero ammenda tutti coloro per ben più di un anno hanno definito Beppe Grillo un “ex comico”. Non è per niente vero: Grillo è ancora un comico a tutto tondo e lo ha dimostrato in maniera spettacolare quando ha avvertito, con un cipiglio che ai più creduloni poteva sembrare vero: « Avverto i dieci milioni di italiani che votano PD e i dieci milioni di italiani che votano PDL: se continuate a votare così, il movimento se ne va. Dico che se non ci votate mi tiro fuori». E poi ha coronato il suo pindarico pensiero con un «Votiamo subito e ricostruiamo il Paese con un esecutivo a cinque stelle».
Alla seconda parte del cosiddetto ragionamento nessuno ha fatto troppo caso. È stato il primo concetto a far sobbalzare ben più dei 20 milioni di italiani che votano PD o PDL e a far chiedere loro: «Ma è davvero così facile far sparire Grillo dal panorama politico italiano?». Un panorama politico abbondantemente squallido, d’accordo, ma nel quale ancora occorre saper disporre di un vocabolario che si estenda al di là del ”no”, degli improperi, delle offese e delle parolacce. «Ma è davvero così che si può farlo tornare ai palcoscenici davanti ai quali il pubblico, per essere soddisfatto, sa accontentarsi anche di molto poco?».
Ma lasciamo perdere le facezie perché la situazione è drammatica, anche se non seria, e chiediamoci se Grillo si rende conto di vivere in un mondo che si estende un po’ oltre le stanze in cui si incontra con Casaleggio. Se sa che a problemi complessi occorre sforzarsi di rispondere con pensieri complessi e non con slogan e battute che ormai fanno ridere soltanto raramente.
La risposte mi sembrano evidentemente negative come è dimostrato abbondantemente dal concetto «Se non votate per me, non gioco più e me ne vado a casa».

venerdì 27 settembre 2013

Il compromesso antistorico

E poi dicono che il rispetto del significato delle parole non è importante. Si afferma – ed è vero – che la politica è l’arte della mediazione, parola che spesso viene assimilata come sinonimo di compromesso il cui significato etimologico, ormai praticamente dimenticato, è "promessa comune", un’azione che vede un punto di accordo e di equilibrio tra due arretramenti che possono comportare reciproci vantaggi più forti delle rispettive perdite. Quindi il sostantivo “compromesso” indica un arretramento, non una rinuncia totale ai propri principi, ai propri punti di vista, ai propri progetti e obbiettivi. Anzi.
Vista la soluzione eversiva che Berlusconi impone ai suoi obbedienti servitori per cercar di realizzare la sua convinzione di essere al di sopra della legge, viene da ripetere la domanda già fatta alcuni mesi fa: a un partito di centrosinistra conveniva davvero continuare ad arretrare davanti alle pretese sempre maggiori e ingiustificabili, in una visione di equità sociale, da parte di un evasore fiscale (la sentenza definitiva è arrivata da poco, ma tutti – tranne Bondi – ne erano già convinti da tempo) per assicurare la cosiddetta governabilità? Non era meglio rifiutare fin dall’inizio qualsiasi compromesso antistorico per non compromettersi (nel significato del verbo riflessivo: rovinare la propria reputazione) con chi è su posizioni diametralmente opposte alle proprie.
In questo momento rinnovo il mio rimpianto per Bersani: è stato perdente, ma coerente e cosciente di cosa significa mediazione, e probabilmente la sua sconfitta è dipesa anche e soprattutto da chi il compromesso lo voleva a tutti i costi.
Il risultato è stato che la governabilità è rimasta un sogno e che nel suo nome è stato dato un nuovo colpo, forse mortale, alla nostra democrazia.

domenica 1 settembre 2013

O la pernacchia o il silenzio

Una volta una delle figure tipiche delle barzellette era quella del pazzo che si credeva Napoleone e che pontificava dicendo scemenze alle quali nessuna persona sana di mente pensava di dare la minima importanza. Oggi è la realtà a fornirci questa immagine e, visto che troppo spesso rispondiamo ai “Napoleone” della politica, allora probabilmente vuol dire che troppo sani di mente non siamo neppure noi.
Pensateci: ha senso rispondere a un Berlusconi che un giorno dice che il governo non sopravvivrà alla votazione della Commissione del Senato che, alla luce della sua infamante condanna definitiva, dovrebbe espellerlo da Palazzo Madama, e che meno di ventiquattr’ore dopo afferma che questo governo è ottimo e sicuramente continuerà a operare qualsiasi cosa accada? Quel Berlusconi che, con tutta probabilità da qui al 9 settembre dirà ancora molte volte tutto e il contrario di tutto.
Oppure, ha senso prendere in considerazione le proteste dei grillini che, davanti alla nomina di quattro nuovi senatori a vita di livello altissimo, riescono soltanto a vedere che ci saranno quattro stipendi in più che usciranno dalle casse del Senato, ma non percepiscono neppure lontanamente che dentro quell’aula entreranno intelligenze di cui si avverte la mancanza?
O, ancora: ha senso ribattere in qualche modo alla Lega che, travolta dagli scandali a livello nazionale e in tantissime sue emanazioni locali, continua a pretendere di ergersi a paladina della trasparenza e dell’onestà amministrativa?
O, andando veloci, come si fa a pensare di prendere seriamente gli ondeggiamenti di comodo di Casini, o di Pannella, l’astioso cipiglio di Monti, il continuo tutti contro tutti del PD nel quale ancora qualcuno pensa di essere furbo a far scoppiare delle vere e proprie mine affrettandosi poi a dire che si tratta soltanto di opinioni personali, mentre altri esaltano il confronto soltanto quando da questo confronto non escono sconfitti dai voti?
Una volta avevo suggerito di rispolverare la potentissima arma della pernacchia genialmente suggerita a suo tempo da Totò. Oggi credo che ancora più efficace sarebbe se si cominciasse a dare a queste cose lo spazio che meritano. Cioè, nessuno.