L’ennesima
batosta elettorale del centrosinistra, che ha perso ai ballottaggi anche
quasi tutto quel che gli restava della Toscana, forse finalmente
indurrà il centrosinistra stesso a non rinnovare l’antico errore: quello
che ancora una volta, davanti a un dito che indica la Luna, ci si fermi
a guardare il dito e non la Luna, incommensurabile più grande e più
importante.
D’accordo che in questo caso,
trattandosi di Salvini, il dito è molto ingombrante e appariscente, ma
rischia di stornare rovinosamente l’attenzione dal problema più
importante, che non si materializza nell’energumeno cui, pro tempore, è
stata affidata la delicatissima responsabilità del ministero degli
Interni, bensì in quella parte di popolo che ha dato il voto a lui,
dichiaratamente razzista ed eterofobo. Poi, che in realtà si tratti del
17 per cento dei votanti, e, quindi, soltanto di circa il 12 per cento
degli aventi diritto al voto, fa aumentare ancor di più il senso di
desolazione, sia perché mette in rilievo che Salvini ha saputo
approfittare, con ferma determinazione, della pochezza dei cosiddetti
leader degli alleati e degli oppositori, sia in quanto è riuscito ad
appropriarsi non soltanto dei voti di Forza Italia e di Fratelli
d’Italia, ma anche di quelli di coloro che, avendo scelto di votare
5stelle, oggi si trovano a essere più o meno inconsapevoli, ma
sicuramente silenziosi, complici dei suoi comportamenti.
Perché i sondaggi hanno un bel dire
che Salvini sta affascinando fette sempre più consistenti
dell’elettorato con il suo crudele maramaldeggiare sui più deboli e su
coloro che non possono reagire, con il suo forsennato presenzialismo
anche in ambiti che toccherebbero ad altri ministri che tutto sopportano
pur di non vedersi togliere lo scranno di quel governo in cui sono
tanto contenti di aver inopinatamente trovato posto. Ma il fatto più
importante – quello che deve preoccupare maggiormente – è che senza una
quantità di gente che è stata convinta ad anteporre il proprio benessere
a qualunque considerazione umanitaria, Salvini non si sarebbe mai
schiodato da quel 4, o 5 per cento che la Lega aveva quando lui ne è
diventato segretario e ha cominciato (non certo «da buon papà», come
dice lui) a seminare odio e paure a piene mani.
Voglio dire che a preoccuparci non
deve essere tanto il fatto che sia Salvini a rovinare il popolo
italiano, quanto la considerazione che, senza un terreno fertile,
nessuna pianta, neppure quella più infestante, riesce a crescere e a
svilupparsi. A preoccuparci, insomma, deve essere il terreno di coltura -
parte del popolo italiano - dal quale Salvini ha tratto la forza per
inerpicarsi fin dov’è arrivato e da dove sta minando le basi di una
società che ha tanto sacrificato, anche in termini di vite umane, per
diventare democratica; e che oggi rischia di non esserlo più.
Insomma, è sicuramente giusto e
doveroso impegnarsi a fare opposizione contro l’attuale governo, ma se
non ci si impegnerà, con molta maggiore forza, a parlare agli italiani,
tutto sarà inutile. Dai tempi della nascita delle televisioni
berlusconiane e dalla legge Mammì che ne ha permesso l’esplosione a
livello nazionale, l’impegno maggiore della destra è stato quello di
cancellare la memoria storica, o almeno di confonderne i ricordi; di far
perdere i contorni a tutta una serie di valori sociali, etici,
politici; di sostenere che tra destra e sinistra non ci sono più
differenze; di instillare dubbi e sospetti su tutte le azioni, tranne le
proprie; di infarcire i notiziari su carta, o via etere, con notizie
pretestuosamente false, tanto da far diventare più importante il
cosiddetto “percepito” che la realtà dei fatti; di dileggiare la cultura
facendola apparire come una cosa inutile («Nessuno mangia con la
cultura»), se non dannosa, e comunque spocchiosa, ben sapendo che era
l’unica arma possibile per resistere a questo attacco. Alla fine la
cultura è stata cacciata quasi completamente anche dalle organizzazioni
politiche che ne avevano fatto la propria bussola, oltre che la propria
bandiera. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Dicono che questa è la democrazia e
che, quindi, bisognerebbe rassegnarsi alla sconfitta, all’irrilevanza,
alla scomparsa. Non è così perché la democrazia, essendo umana, si
limita a indicare quello che la maggioranza (quasi sempre molto
relativa) vuole, non pretende di stabilire che le idee che ottengono più
voti siano quelle giuste. Ed è proprio per questo che ogni cinque anni,
o meno, si torna a votare: per tentare di avvicinarsi gradatamente,
talvolta anche facendo qualche passo indietro, al meglio; mai
all’ottimo.
Anche in quest’ottica adesso è
necessario riprendere praticamente da zero. Proponendo certamente delle
ricette alternative alla destra – e ai grillini con questa – nei settori
economici e produttivi, nella lotta alla povertà e alle disuguaglianze,
nella maniera di amministrare regioni e comuni, ma anche e soprattutto
andando a recuperare valori e principi di solidarietà umana a
prescindere, ideali che sono sempre stati nel patrimonio genetico della
sinistra, e dei quali bisogna recuperare l’orgoglio. Perché non si
tratta soltanto di vincere le prossime elezioni, ma di far imboccare
alla società la strada che riteniamo più giusta; o, meglio,
irrinunciabile.
E, allora, tutti devono impegnarsi, ma mettendo in primo piano gli ideali comuni e non le pur legittime ambizioni personali.
Il PD, con i suoi iscritti, deve
ritrovare la propria massa gravitazionale ripulendo se stesso da scorie
che, almeno dal punto di vista della sinistra, sono venefiche ed
evidenti come quelle portate da un personaggio, Matteo Renzi, che fin
dall’inizio aveva dichiarato che per lui «le uniche bandiere rosse sono
quelle della Ferrari» e che, perseguendo questa strada, ha stravolto
l’anima del partito e, prendendolo con un 40 per cento sicuramente
gonfiato da simpatie che gli provenivano da destra, l’ha ridotto a un 19
per cento provocato da irriducibili antipatie che gli sono arrivate da
sinistra e che lui ha inevitabilmente trasferito a tutto il partito che
per troppo tempo è stato suo personale e quasi incontrastato dominio.
Gli altri gruppi della sinistra, e i
loro aderenti, devono operare, sia rendendosi conto che i satelliti – e
qui torniamo alla Luna - sembrano dipendenti dal pianeta attorno al
quale gravitano, ma che su quel pianeta finiscono per influire in
maniera determinante con maree marine e terrestri, sia non dando per
scontato che le loro idee siano facili da instillare nelle menti altrui.
Sono idee faticose, foriere di fastidi e sacrifici, inevitabilmente
portate a far rinunciare a qualcosa di proprio pur di far star meglio
tutti. La sinistra deve imprimersi nella mente che non assolve il
proprio compito dicendo soltanto quello che pensa, bensì sforzandosi in
maniera inesausta di convincere gli altri. E non con slogan che ormai
sembrano fatti di plastica, ma con argomenti che trasudino umanità e
speranza.
Sono tutti ragionamenti su cui si
deve ritornare con più tempo e con maggiori approfondimenti, ma credo
che una cosa la si possa già dire: che in questo momento il
centrosinistra avrebbe bisogno di politici capaci, ma soprattutto di
predicatori che cerchino di parlare con orgoglio e convinzione non
pensando alle prossime elezioni, ma ai propri convincimenti, di
predicatori pazienti, capaci di farsi capire da tutti, e di far sentire
che stanno parlando sinceramente di qualcosa che deve essere di tutti
nella realtà e non soltanto nella teoria; di predicatori che sappiano
farsi ascoltare non soltanto attraverso il comodo canale di internet, ma
tornando a guardare negli occhi la gente con cui parlano.
Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo http://g-carbonetto.blogspot.it/
martedì 26 giugno 2018
sabato 16 giugno 2018
I numeri e la vita
La notizia è di
quelle che non possono lasciare indifferente nessuno, ma soprattutto chi
ha lavorato per quarant’anni sotto le insegne del Messaggero Veneto e,
grazie agli orari di una volta, ha passato innumerevoli notti a contatto
di gomito con i rotativisti. Eccola: poco prima delle 3 di notte un
caporeparto di 49 anni, friulano, si è tolto la vita in un ufficio dello
stabilimento del centro stampa di Savogna, vicino a Gorizia, dove si
trovano le rotative che stampano il Messaggero Veneto e Il Piccolo.
Lascia la moglie e un figlio di 11 anni. Il fatto si verifica cinque
giorni dopo che il gruppo Gedi News Network, di cui sono parte
integrante le due testate, aveva annunciato la chiusura del centro
stampa isontino con il trasferimento dell’attività e del personale non
interessato da possibili prepensionamenti nel centro stampa di proprietà
del gruppo a Padova. La produzione è stata subito fermata e poligrafici
e giornalisti hanno proclamato un giorno di sciopero. Il Gruppo Gedi,
dal canto suo, si è dichiarato «profondamente colpito e addolorato».
«Siamo vicini alla famiglia ha continuato – alla quale non faremo
mancare il nostro aiuto». Va anche ricordato che il Centro stampa di
Gorizia era in funzione da circa sei anni, dopo la dismissione delle
rotative di Udine e di Trieste e il loro conseguente accorpamento
nell’Isontino.
Le segreterie regionali di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil, nel commentare la notizia sottolineano: «Temiamo che anche questa possa essere una delle ragioni della tragica decisione». «Temiamo», dicono; e, infatti, nessuno può permettersi di trinciare giudizi di correlazione tra quello che è avvenuto e il perché questo è avvenuto, ma è altrettanto certo che se anche la notizia del trasferimento obbligato a Padova è stato soltanto la goccia che ha fatto traboccare un vaso, bisogna pur dire che è stata una goccia terribilmente, drammaticamente importante.
Non si può pensare, infatti, che, al di là dei dettagli di legge e di contratto, un trasferimento di città, a una distanza di circa 160 chilometri, possa essere qualcosa che lascia indifferenti, specie se la quantità di denaro a disposizione non è tale da cancellare ogni preoccupazione legata a uno spostamento di residenza, visto che un simile pendolarismo non è ipotizzabile. E non si può pensare nemmeno che non abbiano peso la quasi certa perdita di amicizie e di abitudini anche per la moglie e il figlio.
Intendiamoci: nessuna colpa particolare al Gruppo Gedi, ma, casomai, al sistema–lavoro, alla società che abbiamo costruito. Il Gruppo si è comportato come avrebbero fatto quasi tutte le altre aziende: ha deciso tenendo d’occhio soltanto i bilanci e non quelli che, lavorando, rendono possibili quei bilanci stessi. Come tutti, anche il Gruppo Gedi ha guardato i numeri e non la vita.
Nulla da eccepire se non che è semplicemente, abitudinariamente, del tutto asimmetrico pretendere dedizione, fedeltà e massimo impegno dai dipendenti, se l’azienda non li ripaga con la stessa moneta.
Ma anche l’asimmetria è diventata di moda e purtroppo non soltanto tra aziende e lavoratori, ma anche tra tante persone e la loro coscienza. Un esempio emblematico in tal senso mi sembra quello fornito in questi giorni da Alessandro Di Battista che ha ceduto per 50 mila euro i diritti per un suo prossimo libro di memorie alla Mondadori, editore Berlusconi. Alla maliziosa domanda del giornalista che gli chiedeva se non gli creasse imbarazzo ricevere soldi da uno degli imprenditori più disprezzati da lui e da tutti i 5stelle, l’ex onorevole ha risposto che come guadagna denaro «sono cavoli miei», anche se, a dire il vero, non ha usato la parola “cavoli”, ma un’altra che comincia sempre con la “c”, ma poi prosegue in modo diverso. E, asimmetricamente, non gli è venuto neppure in testa che come risponde lui, potrebbero rispondere tutti; Berlusconi compreso.
Ed è proprio per questo che l’asimmetria ha successo: solo perché i numeri, il guadagno, hanno sempre la precedenza sulla vita. Sarebbe assurdo se cercassi di illustrare bene questo concetto quando c’è già stato chi lo ha fatto alla perfezione. Si tratta di Robert Kennedy che il 18 marzo del 1968, tre mesi prima di essere assassinato mentre era in campagna elettorale per la Presidenza degli Stati Uniti, ha tenuto un discorso all’università del Kansas. Ve ne ripropongo, parola per parola, la parte che interessa l’argomento di cui sto parlando.
«Non troveremo mai un fine per la nazione, né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo».
«Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari».
«Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere, o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi».
«Il PIL non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. In breve, misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta».
Le mie più sentite e commosse condoglianze alla famiglia e ai colleghi che non sono soltanto suoi, ma anche miei, perché nei vecchi giornali i poligrafici esistevano ancora ed erano della stessa famiglia dei giornalisti in quanto entrambe le categorie sapevano che l’una senza l’altra non poteva esistere. E sono convinto che la stessa regola, pur con il dilagare dei computer, sia ancora del tutto valida, se si vuole sfruttare al massimo due professionalità e non accontentarsi di ibridi che non potranno mai – e non per colpa loro – dare il massimo, né in un campo, né nell’altro.
Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo http://g-carbonetto.blogspot.it/
Le segreterie regionali di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil, nel commentare la notizia sottolineano: «Temiamo che anche questa possa essere una delle ragioni della tragica decisione». «Temiamo», dicono; e, infatti, nessuno può permettersi di trinciare giudizi di correlazione tra quello che è avvenuto e il perché questo è avvenuto, ma è altrettanto certo che se anche la notizia del trasferimento obbligato a Padova è stato soltanto la goccia che ha fatto traboccare un vaso, bisogna pur dire che è stata una goccia terribilmente, drammaticamente importante.
Non si può pensare, infatti, che, al di là dei dettagli di legge e di contratto, un trasferimento di città, a una distanza di circa 160 chilometri, possa essere qualcosa che lascia indifferenti, specie se la quantità di denaro a disposizione non è tale da cancellare ogni preoccupazione legata a uno spostamento di residenza, visto che un simile pendolarismo non è ipotizzabile. E non si può pensare nemmeno che non abbiano peso la quasi certa perdita di amicizie e di abitudini anche per la moglie e il figlio.
Intendiamoci: nessuna colpa particolare al Gruppo Gedi, ma, casomai, al sistema–lavoro, alla società che abbiamo costruito. Il Gruppo si è comportato come avrebbero fatto quasi tutte le altre aziende: ha deciso tenendo d’occhio soltanto i bilanci e non quelli che, lavorando, rendono possibili quei bilanci stessi. Come tutti, anche il Gruppo Gedi ha guardato i numeri e non la vita.
Nulla da eccepire se non che è semplicemente, abitudinariamente, del tutto asimmetrico pretendere dedizione, fedeltà e massimo impegno dai dipendenti, se l’azienda non li ripaga con la stessa moneta.
Ma anche l’asimmetria è diventata di moda e purtroppo non soltanto tra aziende e lavoratori, ma anche tra tante persone e la loro coscienza. Un esempio emblematico in tal senso mi sembra quello fornito in questi giorni da Alessandro Di Battista che ha ceduto per 50 mila euro i diritti per un suo prossimo libro di memorie alla Mondadori, editore Berlusconi. Alla maliziosa domanda del giornalista che gli chiedeva se non gli creasse imbarazzo ricevere soldi da uno degli imprenditori più disprezzati da lui e da tutti i 5stelle, l’ex onorevole ha risposto che come guadagna denaro «sono cavoli miei», anche se, a dire il vero, non ha usato la parola “cavoli”, ma un’altra che comincia sempre con la “c”, ma poi prosegue in modo diverso. E, asimmetricamente, non gli è venuto neppure in testa che come risponde lui, potrebbero rispondere tutti; Berlusconi compreso.
Ed è proprio per questo che l’asimmetria ha successo: solo perché i numeri, il guadagno, hanno sempre la precedenza sulla vita. Sarebbe assurdo se cercassi di illustrare bene questo concetto quando c’è già stato chi lo ha fatto alla perfezione. Si tratta di Robert Kennedy che il 18 marzo del 1968, tre mesi prima di essere assassinato mentre era in campagna elettorale per la Presidenza degli Stati Uniti, ha tenuto un discorso all’università del Kansas. Ve ne ripropongo, parola per parola, la parte che interessa l’argomento di cui sto parlando.
«Non troveremo mai un fine per la nazione, né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo».
«Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari».
«Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere, o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi».
«Il PIL non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. In breve, misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta».
Le mie più sentite e commosse condoglianze alla famiglia e ai colleghi che non sono soltanto suoi, ma anche miei, perché nei vecchi giornali i poligrafici esistevano ancora ed erano della stessa famiglia dei giornalisti in quanto entrambe le categorie sapevano che l’una senza l’altra non poteva esistere. E sono convinto che la stessa regola, pur con il dilagare dei computer, sia ancora del tutto valida, se si vuole sfruttare al massimo due professionalità e non accontentarsi di ibridi che non potranno mai – e non per colpa loro – dare il massimo, né in un campo, né nell’altro.
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lunedì 4 giugno 2018
Per sempre coinvolti
Con la consueta
lucidità Umberto Galimberti, nell’ultimo numero della sua rubrica su D
la Repubblica, sotto il titolo “Il terribile è già accaduto”,
agganciandosi agli infiniti massacri siriani, afferma: «Quello che
succede in Siria è terribile, ma ancora più terribile è l’indifferenza
che ci avvolge e ci rende insensibili quando si è già paralizzata la
nostra immaginazione, la nostra percezione e il nostro sentimento». E
poi specifica che noi vediamo immagini di distruzioni, ma non percepiamo
più quello che dietro quelle immagini si agita: fame, sete, dolore; e
così «s’inceppa anche il nostro sentimento» perché «è fuori misura
rispetto al nostro quieto modo di vivere, dove non manca chi agita i
fantasmi di un’insicurezza che in nessun modo è possibile paragonare
alle condizioni di chi vive sotto le bombe». E, ancora: «il nostro
sentimento di reazione si arresta alla soglia di una certa grandezza e,
ridotti a un totale analfabetismo emotivo, continuiamo la nostra vita a
colpi di rimozione», concludendo che «Questa amputazione che ci rende
insensibili alle sorti dei nostri simili, è peggiore persino di quello
che sta accadendo in Siria, o in qualunque altro teatro di guerra».
Ineccepibile; ma credo che, oltre alla tranquillità data dalla rimozione, a spingerci verso un generale rifiuto dell’orrore sia anche una specie di autoconsolazione: quando vediamo i “cattivi” per noi è più facile sentirci “buoni” e, una volta autocollocatici nella casella che più ci soddisfa, la rimozione diventa ancora più facile.
Il fatto è che per innestare questi meccanismi e trovare i “cattivi” non occorre andare in Siria e neppure ai confini tra Israele e la striscia di Gaza dove un militare israeliano può sparare da lontano e uccidere un’infermiera palestinese ventunenne mentre sta soccorrendo un ferito, senza neppure subire un rimprovero: basta stare qui da noi.
Continua a essere vero che non ci può essere paragone tra il vivere sotto le bombe e le nostre insicurezze, ma, proprio per questo, a maggior ragione, sono ingiustificabili certi atteggiamenti come quello del nuovo ministro degli Interni, Matteo Salvini che, forse spinto dal fatto che è ancora in campagna elettorale visto che tra poco ci saranno nuove elezioni amministrative, distribuisce frasi orrende sul tipo: «Nessun vicescafista deve attraccare nei porti italiani» che, tradotto, significa che le navi delle Ong che soccorrono i migranti naufraghi nel Mediterraneo è meglio che se ne stiano a casa perché quelli che riusciranno a salvare non saranno accettati più nemmeno in Italia. E, visto il comportamento delle altre nazioni costiere, ai migranti resterebbe solo la scelta tra il morire in mare e l’essere restituiti agli aguzzini libici; soluzione che probabilmente – checché ne dica Minniti – tanto meglio non è.
Noi oggi possiamo guardare Salvini e ripetere che è un barbaro, sia perché tratta da “vicescafisti” donne e uomini che si sacrificano per salvare più vite possibili, sia in quanto, da uomo politico che ostenta di giurare sul Vangelo e sul rosario, continua a ignorare che la parola “prossimo” per il cattolicesimo non significa “vicino”, ma semplicemente “essere umano”. Avremmo ragione, ma la rimozione e l’autoconsolazione ci impedirebbe di vedere una realtà più sconvolgente e anche più importante: che barbari siamo anche noi, intesi come italiani, che abbiamo consentito che si arrivasse a questa situazione.
Alcuni alzeranno i sopraccigli, offesi da questa mia affermazione in quanto sono convinti di avere fatto il possibile perché questo non si verificasse. Ma sono la minoranza e con loro mi scuso. E non parlo nemmeno di quelli che hanno votato Lega convinti di far bene e che sia giusto lo slogan “Prima gli italiani”; con loro è inutile farlo. Mi rivolgo, invece, a quelli che hanno deciso di votare per il nuovo governo perché non hanno previsto che si potesse verificare un’alleanza di cui si parlava da almeno un anno, nonostante le indignate smentite di Grillo, Di Maio Di Battista, Salvini eccetera; a coloro che hanno votato pensando a promesse che andavano a solleticare soltanto i propri interessi personali, soprattutto economici, e non quelli dell’intera comunità, o a evitare i propri fastidi; ai tantissimi – troppi – che non hanno visto nessuno dotato di adamantina coincidenza con i loro ideali e si sono sentiti troppo nobili per abbassarsi ad andare votare per il meno peggio; ai non pochi che hanno svilito e confuso tanto la politica da farla sentire lontanissima a un numero enorme di persone. Sono anche questi i barbari che hanno consentito a un barbaro di provare a trascinare nel fango, oltre che a svariate decine di anni indietro nel tempo, la nostra civiltà che era cresciuta anche e soprattutto basandosi sulla solidarietà generale.
E adesso? Adesso pochi si pentono, mentre la maggior parte degli altri è impegnata nell’individuare gli errori che ci hanno portati a questo disastro. Errori, ovviamente, che si trovano sempre negli altri e mai in se stessi.
Un suggerimento? Proviamo a usare di nuovo le parole con il loro significato, magari dicendo davvero quello che pensiamo e mandando a quel paese quella falsa e melliflua diplomazia che non fa mai avvicinare davvero due parti in disaccordo, ma le fa soltanto convenire sul fatto che è giusto mentire esclusivamente a scopo di propaganda.
Per esempio recuperiamo il senso di parole ormai svuotate di significato, oppure non usiamole più. Pensiamo a "unità", antica chimera della sinistra: una volta, giustamente, significava mediazione tra le varie idee fino allo sfinimento; oggi è diventata adeguamento obbligatorio alle idee non di chi dirige, ma di chi comanda. Dimenticando clamorosamente che uno dei grandi pregi della democrazia sta nel fatto che non è detto che chi ha la maggioranza abbia contemporaneamente anche ragione.
Già questo dovrebbe bastare per cancellare ogni desiderio di rimozione e di autoconsolazione e per mettersi a lavorare con l'unico obbiettivo di risalire la china; ma, per sicurezza, sarebbe anche utile non dimenticare mai una frase cantata da Fabrizio De Andrè nella “Canzone di maggio” e poi ripetuta in “Nella mia ora di libertà”: «Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti».
Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo http://g-carbonetto.blogspot.it/
Ineccepibile; ma credo che, oltre alla tranquillità data dalla rimozione, a spingerci verso un generale rifiuto dell’orrore sia anche una specie di autoconsolazione: quando vediamo i “cattivi” per noi è più facile sentirci “buoni” e, una volta autocollocatici nella casella che più ci soddisfa, la rimozione diventa ancora più facile.
Il fatto è che per innestare questi meccanismi e trovare i “cattivi” non occorre andare in Siria e neppure ai confini tra Israele e la striscia di Gaza dove un militare israeliano può sparare da lontano e uccidere un’infermiera palestinese ventunenne mentre sta soccorrendo un ferito, senza neppure subire un rimprovero: basta stare qui da noi.
Continua a essere vero che non ci può essere paragone tra il vivere sotto le bombe e le nostre insicurezze, ma, proprio per questo, a maggior ragione, sono ingiustificabili certi atteggiamenti come quello del nuovo ministro degli Interni, Matteo Salvini che, forse spinto dal fatto che è ancora in campagna elettorale visto che tra poco ci saranno nuove elezioni amministrative, distribuisce frasi orrende sul tipo: «Nessun vicescafista deve attraccare nei porti italiani» che, tradotto, significa che le navi delle Ong che soccorrono i migranti naufraghi nel Mediterraneo è meglio che se ne stiano a casa perché quelli che riusciranno a salvare non saranno accettati più nemmeno in Italia. E, visto il comportamento delle altre nazioni costiere, ai migranti resterebbe solo la scelta tra il morire in mare e l’essere restituiti agli aguzzini libici; soluzione che probabilmente – checché ne dica Minniti – tanto meglio non è.
Noi oggi possiamo guardare Salvini e ripetere che è un barbaro, sia perché tratta da “vicescafisti” donne e uomini che si sacrificano per salvare più vite possibili, sia in quanto, da uomo politico che ostenta di giurare sul Vangelo e sul rosario, continua a ignorare che la parola “prossimo” per il cattolicesimo non significa “vicino”, ma semplicemente “essere umano”. Avremmo ragione, ma la rimozione e l’autoconsolazione ci impedirebbe di vedere una realtà più sconvolgente e anche più importante: che barbari siamo anche noi, intesi come italiani, che abbiamo consentito che si arrivasse a questa situazione.
Alcuni alzeranno i sopraccigli, offesi da questa mia affermazione in quanto sono convinti di avere fatto il possibile perché questo non si verificasse. Ma sono la minoranza e con loro mi scuso. E non parlo nemmeno di quelli che hanno votato Lega convinti di far bene e che sia giusto lo slogan “Prima gli italiani”; con loro è inutile farlo. Mi rivolgo, invece, a quelli che hanno deciso di votare per il nuovo governo perché non hanno previsto che si potesse verificare un’alleanza di cui si parlava da almeno un anno, nonostante le indignate smentite di Grillo, Di Maio Di Battista, Salvini eccetera; a coloro che hanno votato pensando a promesse che andavano a solleticare soltanto i propri interessi personali, soprattutto economici, e non quelli dell’intera comunità, o a evitare i propri fastidi; ai tantissimi – troppi – che non hanno visto nessuno dotato di adamantina coincidenza con i loro ideali e si sono sentiti troppo nobili per abbassarsi ad andare votare per il meno peggio; ai non pochi che hanno svilito e confuso tanto la politica da farla sentire lontanissima a un numero enorme di persone. Sono anche questi i barbari che hanno consentito a un barbaro di provare a trascinare nel fango, oltre che a svariate decine di anni indietro nel tempo, la nostra civiltà che era cresciuta anche e soprattutto basandosi sulla solidarietà generale.
E adesso? Adesso pochi si pentono, mentre la maggior parte degli altri è impegnata nell’individuare gli errori che ci hanno portati a questo disastro. Errori, ovviamente, che si trovano sempre negli altri e mai in se stessi.
Un suggerimento? Proviamo a usare di nuovo le parole con il loro significato, magari dicendo davvero quello che pensiamo e mandando a quel paese quella falsa e melliflua diplomazia che non fa mai avvicinare davvero due parti in disaccordo, ma le fa soltanto convenire sul fatto che è giusto mentire esclusivamente a scopo di propaganda.
Per esempio recuperiamo il senso di parole ormai svuotate di significato, oppure non usiamole più. Pensiamo a "unità", antica chimera della sinistra: una volta, giustamente, significava mediazione tra le varie idee fino allo sfinimento; oggi è diventata adeguamento obbligatorio alle idee non di chi dirige, ma di chi comanda. Dimenticando clamorosamente che uno dei grandi pregi della democrazia sta nel fatto che non è detto che chi ha la maggioranza abbia contemporaneamente anche ragione.
Già questo dovrebbe bastare per cancellare ogni desiderio di rimozione e di autoconsolazione e per mettersi a lavorare con l'unico obbiettivo di risalire la china; ma, per sicurezza, sarebbe anche utile non dimenticare mai una frase cantata da Fabrizio De Andrè nella “Canzone di maggio” e poi ripetuta in “Nella mia ora di libertà”: «Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti».
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mercoledì 30 maggio 2018
Vicini e lontani
Mentre a livello
nazionale tutto ribolle, sul piano regionale e comunale tutto è già
chiaro e cristallizzato per cinque anni. A Roma ci sono pochissime
certezze che riguardano Quirinale, 5stelle, Lega e PD.
Il presidente della Repubblica, per esempio, ha ben presente che un suo cedimento nella vicenda dei ministri non avrebbe avuto soltanto un significato politico opposto a quello che gli è stato dato, ma che sarebbe stato un ulteriore smottamento istituzionale che avrebbe potuto essere determinante per condurre a quella frana costituzionale desiderata da più d’uno e segnatamente da coloro che ragionano soltanto in termini di comodo a seconda delle contingenze del momento, senza neppure pensare che i contrappesi costituzionali potrebbero essere utili, o meglio necessari, anche a loro in situazioni contingenti diverse, se non diametralmente opposte.
I grillini, ma soprattutto Di Maio, non possono nemmeno pensare di non andare al governo questa volta in quanto sanno – e i sondaggi glielo stanno ricordando impietosamente – che la fase calante è già cominciata. Quindi, per arrivare a palazzo Chigi, sia pur in coabitazione, sono disposti a qualsiasi giravolta, come passare in poche ore, con splendida faccia di bronzo, dallo strillare all’impeachment, all’offrire collaborazione a Mattarella, pur di non veder sfumare il sogno.
La Lega si tiene in splendido quasi assoluto silenzio, non per sopraffina abilità politica, ma per placida sicurezza che se il governo arriva in porto, sbarca a palazzo Chigi; altrimenti i sondaggi la danno straripante in elezioni a tempi brevissimi.
Il PD, invece, continua ad andare verso la dissoluzione. Messa la sordina a divisioni interne che continuano a ribollire sotterranee, anche se poi fanno capolino ogniqualvolta Renzi parla ricordando che è «un semplice senatore», o «un mediano», ma che comunque si deve fare quello che dice lui, l’incertezza interna si manifesta anche con scelte francamente incomprensibili. Sollecitare per primi nuove elezioni in tempi brevissimi, per esempio, sembra dimostrare che quei dirigenti non hanno minimamente capito che se il partito non cambia – e non sta cambiando – la china che ha portato alla perdita di oltre cinque milioni di voti, rischia di assumere una pendenza ancora più vertiginosa. Oppure dichiarare di astenersi nel voto di fiducia a un possibile governo Cottarelli significa ancora una volta non saper scegliere, oppure privilegiare i bizantini equilibri di potere interni rispetto a una chiarezza di indirizzo che tanti vorrebbero: l’attuale PD non è né con Mattarella, né con chi l’accusa, come, del resto, dall’arrivo di Renzi alla segreteria, non è più né di destra, né di sinistra. E anche su una posizione di centro ci sarebbe qualcosa da ridire.
Lascio perdere, per carità di patria, la sinistra che continua a dividersi – e la vicenda Mattarella è il più recente, clamoroso esempio – tra inflessibile purezza e ragionata contaminazione, tra desiderio di unirsi e voglia di dividersi, con l’unica costante di una clamorosa assenza dalla scena. Sembra un sistema gravitazionale in cui la coesistenza di forze centripete e centrifughe non permettano alcun, seppur temporaneo, o addirittura momentaneo, equilibrio.
E veniamo alle nostre certezze. Per cinque anni, salvo inipotizzabili sorprese, Fedriga dominerà la Regione e Fontanini farà lo stesso a Udine. Balza subito in primo piano, insomma, la necessità di capire come fare opposizione. Può bastare il «Non faremo sconti» in consiglio? Credo di no, perché non ricordo alcuna opposizione che sia stata tenera a parole con la maggioranza; eppure i risultati delle elezioni successive non sono praticamente mai dipesi dalla lettura delle cronache consiliari. Molto più determinante, invece, può essere l’esplicitazione pubblica dei proprio dissenso, o, ancor meglio, l’impegno pratico a far sì che i progetti della maggioranza non si concretizzino.
Prendiamo l’esempio di Udine dove, per il momento, il massimo impegno del nuovo sindaco sembra essere quello di riservare parcheggi per sé e per i consiglieri vicino al municipio. Sicuramente utile è stata la manifestazione pubblica contro la scelta di Fontanini di inserire in giunta un elemento dichiaratamente nostalgico del fascismo; e che quel posto non sia andato direttamente a Salmé, ma alla sua compagna di vita ha messo in mostra soltanto un’ottima dose di ipocrisia.
Molto più importante, invece, mi appare una battaglia da cominciare subito in difesa di vicino/lontano evento culturale giunto al 14.mo anno di vita e che Fontanini ha detto che «va ripensato» come «Friuli doc». Già l’avvicinare questi due avvenimenti, lontanissimi tra loro, la dice lunga sulla sensibilità del nuovo sindaco. Ma bisognerebbe che la minoranza – ma anche la popolazione – ricordasse un po’ di cose al sindaco. Intanto per “ripensare”, bisogna aver prima aver “pensato” e questo non si attaglia proprio a vicino/lontano che in realtà è stato ideato da persone che con Fontanini non avevano contatti neppure casuali. Poi, visto che l’idea non appartiene né al sindaco, né al Comune di Udine, affermare di volerlo “ripensare” significa soltanto che a questa frase sottende una minaccia neanche tanto velata: “O accettate di cambiare, oppure il Comune non vi concederà più gli ormai tradizionali spazi, né vi darà più alcun aiuto”.
La cosa non dovrebbe stupire visto che il centrodestra ha sempre agito così nei confronti della cultura. Nella Destra Tagliamento, visto che Pordenonelegge era ormai lanciatissimo e praticamente autonomo, per ipotizzare un contenitore culturale di destra è stato creato Pordenonepensa, che si trascina da qualche anno trovando momenti di vivacità soltanto nei dibattiti tra posizioni sociali e politiche contrapposte. Per impadronirsi del Mittelfest, invece, a suo tempo non è stato rinnovato il contratto di direzione a Moni Ovadia, sperando di trovare un buon palcoscenico di propaganda. Ne è uscita la mortificante gestione Devetag, dapprima come presidente e poi come direttore artistico (?), che ha avvilito il Mittelfest fino a fargli rischiare la sparizione.
Ora la storia sembra potersi ripetere perché ancora non si è capito che la politica, se non c’è, può essere camuffata da propaganda, mentre la cultura, se non c’è, non c’è e basta.
Ecco: a me sembra obbligatorio rendersi conto che in una quinquennale serie di battaglie pubbliche e popolari di opposizione, quella per vicino/lontano mi sembra davvero la prima, e non solo temporalmente, perché è emblematica, ma è anche fondamentale per far capire che ci si può muovere assieme per salvare le cose che meritano di essere salvate in attesa di poterne costruire altre nuove. Difendere la cultura, insomma, anche per essere vicini alla politica e lontani dalla propaganda.
Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo http://g-carbonetto.blogspot.it/
Il presidente della Repubblica, per esempio, ha ben presente che un suo cedimento nella vicenda dei ministri non avrebbe avuto soltanto un significato politico opposto a quello che gli è stato dato, ma che sarebbe stato un ulteriore smottamento istituzionale che avrebbe potuto essere determinante per condurre a quella frana costituzionale desiderata da più d’uno e segnatamente da coloro che ragionano soltanto in termini di comodo a seconda delle contingenze del momento, senza neppure pensare che i contrappesi costituzionali potrebbero essere utili, o meglio necessari, anche a loro in situazioni contingenti diverse, se non diametralmente opposte.
I grillini, ma soprattutto Di Maio, non possono nemmeno pensare di non andare al governo questa volta in quanto sanno – e i sondaggi glielo stanno ricordando impietosamente – che la fase calante è già cominciata. Quindi, per arrivare a palazzo Chigi, sia pur in coabitazione, sono disposti a qualsiasi giravolta, come passare in poche ore, con splendida faccia di bronzo, dallo strillare all’impeachment, all’offrire collaborazione a Mattarella, pur di non veder sfumare il sogno.
La Lega si tiene in splendido quasi assoluto silenzio, non per sopraffina abilità politica, ma per placida sicurezza che se il governo arriva in porto, sbarca a palazzo Chigi; altrimenti i sondaggi la danno straripante in elezioni a tempi brevissimi.
Il PD, invece, continua ad andare verso la dissoluzione. Messa la sordina a divisioni interne che continuano a ribollire sotterranee, anche se poi fanno capolino ogniqualvolta Renzi parla ricordando che è «un semplice senatore», o «un mediano», ma che comunque si deve fare quello che dice lui, l’incertezza interna si manifesta anche con scelte francamente incomprensibili. Sollecitare per primi nuove elezioni in tempi brevissimi, per esempio, sembra dimostrare che quei dirigenti non hanno minimamente capito che se il partito non cambia – e non sta cambiando – la china che ha portato alla perdita di oltre cinque milioni di voti, rischia di assumere una pendenza ancora più vertiginosa. Oppure dichiarare di astenersi nel voto di fiducia a un possibile governo Cottarelli significa ancora una volta non saper scegliere, oppure privilegiare i bizantini equilibri di potere interni rispetto a una chiarezza di indirizzo che tanti vorrebbero: l’attuale PD non è né con Mattarella, né con chi l’accusa, come, del resto, dall’arrivo di Renzi alla segreteria, non è più né di destra, né di sinistra. E anche su una posizione di centro ci sarebbe qualcosa da ridire.
Lascio perdere, per carità di patria, la sinistra che continua a dividersi – e la vicenda Mattarella è il più recente, clamoroso esempio – tra inflessibile purezza e ragionata contaminazione, tra desiderio di unirsi e voglia di dividersi, con l’unica costante di una clamorosa assenza dalla scena. Sembra un sistema gravitazionale in cui la coesistenza di forze centripete e centrifughe non permettano alcun, seppur temporaneo, o addirittura momentaneo, equilibrio.
E veniamo alle nostre certezze. Per cinque anni, salvo inipotizzabili sorprese, Fedriga dominerà la Regione e Fontanini farà lo stesso a Udine. Balza subito in primo piano, insomma, la necessità di capire come fare opposizione. Può bastare il «Non faremo sconti» in consiglio? Credo di no, perché non ricordo alcuna opposizione che sia stata tenera a parole con la maggioranza; eppure i risultati delle elezioni successive non sono praticamente mai dipesi dalla lettura delle cronache consiliari. Molto più determinante, invece, può essere l’esplicitazione pubblica dei proprio dissenso, o, ancor meglio, l’impegno pratico a far sì che i progetti della maggioranza non si concretizzino.
Prendiamo l’esempio di Udine dove, per il momento, il massimo impegno del nuovo sindaco sembra essere quello di riservare parcheggi per sé e per i consiglieri vicino al municipio. Sicuramente utile è stata la manifestazione pubblica contro la scelta di Fontanini di inserire in giunta un elemento dichiaratamente nostalgico del fascismo; e che quel posto non sia andato direttamente a Salmé, ma alla sua compagna di vita ha messo in mostra soltanto un’ottima dose di ipocrisia.
Molto più importante, invece, mi appare una battaglia da cominciare subito in difesa di vicino/lontano evento culturale giunto al 14.mo anno di vita e che Fontanini ha detto che «va ripensato» come «Friuli doc». Già l’avvicinare questi due avvenimenti, lontanissimi tra loro, la dice lunga sulla sensibilità del nuovo sindaco. Ma bisognerebbe che la minoranza – ma anche la popolazione – ricordasse un po’ di cose al sindaco. Intanto per “ripensare”, bisogna aver prima aver “pensato” e questo non si attaglia proprio a vicino/lontano che in realtà è stato ideato da persone che con Fontanini non avevano contatti neppure casuali. Poi, visto che l’idea non appartiene né al sindaco, né al Comune di Udine, affermare di volerlo “ripensare” significa soltanto che a questa frase sottende una minaccia neanche tanto velata: “O accettate di cambiare, oppure il Comune non vi concederà più gli ormai tradizionali spazi, né vi darà più alcun aiuto”.
La cosa non dovrebbe stupire visto che il centrodestra ha sempre agito così nei confronti della cultura. Nella Destra Tagliamento, visto che Pordenonelegge era ormai lanciatissimo e praticamente autonomo, per ipotizzare un contenitore culturale di destra è stato creato Pordenonepensa, che si trascina da qualche anno trovando momenti di vivacità soltanto nei dibattiti tra posizioni sociali e politiche contrapposte. Per impadronirsi del Mittelfest, invece, a suo tempo non è stato rinnovato il contratto di direzione a Moni Ovadia, sperando di trovare un buon palcoscenico di propaganda. Ne è uscita la mortificante gestione Devetag, dapprima come presidente e poi come direttore artistico (?), che ha avvilito il Mittelfest fino a fargli rischiare la sparizione.
Ora la storia sembra potersi ripetere perché ancora non si è capito che la politica, se non c’è, può essere camuffata da propaganda, mentre la cultura, se non c’è, non c’è e basta.
Ecco: a me sembra obbligatorio rendersi conto che in una quinquennale serie di battaglie pubbliche e popolari di opposizione, quella per vicino/lontano mi sembra davvero la prima, e non solo temporalmente, perché è emblematica, ma è anche fondamentale per far capire che ci si può muovere assieme per salvare le cose che meritano di essere salvate in attesa di poterne costruire altre nuove. Difendere la cultura, insomma, anche per essere vicini alla politica e lontani dalla propaganda.
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venerdì 25 maggio 2018
Pianeti, satelliti e asteroidi
Una precisazione
iniziale: non sono mai stato iscritto al PD, come a nessun altro
partito politico, ma nella stragrande maggioranza dei casi, gli ultimi
esclusi, da quando è stato fondato, è stato proprio per il PD che ho
votato.
È stato con lo spirito di ospite, quindi, che, con tantissime altre persone, sono entrato nella sua sede dem udinese su invito di Enzo Martines che voleva ragionare, con tutti coloro che si collocano dal centrosinistra alla sinistra, su quello che è successo e su come andare avanti non disperdendo ciò che, nonostante la sconfitta, si è riusciti a costruire.
Ed è stato con lo spirito di ospite che, per rispetto degli ospitanti, ho scelto di non intervenire per evitare ogni possibile polemica che non avesse il tempo di essere sviscerata e analizzata, non andando quindi, verso una sua risoluzione, ma soltanto verso un ulteriore accumulo di rancori reciproci che sicuramente a sinistra non mancano, anzi sono talmente diffusi da rendere l’aria difficilmente respirabile. Preferisco, insomma, affidare allo scritto quello che penso lasciando a chi lo desidera di cominciare un dibattito che non sia limitato in poche frazioni di ora e che possa non essere inquinato dalle istintive reazioni a caldo che spesso vanno anche oltre l’intendimento di chi le ha.
Nella sede del PD ho sentito molti e apprezzabili progetti per il futuro, mi sono apparse troppo scarse le analisi – a dire il vero rinviate a data da destinarsi – sul perché di una sconfitta, ma è mancato del tutto un argomento che, a mio modo di vedere, è stato determinante, sul quale avrei voluto intervenire e che, probabilmente, mi avrebbe fruttato alcuni indispettiti «Fatti i fatti tuoi». In una serie di interventi tutti circoscritti alla situazione udinese, infatti, avrei voluto attirare l’attenzione generale sulla situazione del PD nazionale che, sempre secondo me, ma non credo soltanto secondo me, ha influito pesantemente anche sui risultati delle comunali, oltre ad aver creato disastri assoluti a livello nazionale e regionale. E a chi si fosse sentito offeso dalla mia “intrusione”, avrei voluto avere il tempo di spiegare che il problema è che questi sono anche fatti miei.
Provo a spiegarmi con un esempio astronomico. Attorno al Sole ruotano pianeti, satelliti e asteroidi. I pianeti sono diventati tali perché a un certo punto della loro genesi si è creato un nucleo di attrazione talmente potente da far unire a sé i frammenti che continuavano a orbitare separatamente. Nel frattempo si sono formati anche altri nuclei di attrazione secondari che sono diventati i satelliti, più piccoli, ma non privi di importanza: si pensi a quali problemi angustierebbero la Terra senza il fenomeno delle maree che dipende per grandissima parte proprio dalla Luna. E poi ci sono gli asteroidi, piccolissimi e insignificanti, incapaci di unirsi di fase di genesi, o di riunirsi se relitti di un antichissimo pianeta disgregatosi per cause a noi sconosciute; sono visti non certamente come possibili sedi di vita artificiale, ma soltanto, eventualmente come futuribili porzioni di materia da sfruttare succhiandone le ricchezze.
Il paragone con la nostra situazione politica mi sembra evidente. Quando il PD ha perduto la sua fisionomia politica e, quindi, la sua forza gravitazionale, si sono staccati milioni di asteroidi che non vogliono più sentire alcuna forma di attrazione, rischiano di allontanarsi ancora di più, fino a uscire dall’orbita, i vari satelliti; e lo spesso pianeta sta isterilendosi fino a rischiare di sparire schiacciato dalle forze gravitazionali di nuovi pianeti che invece stanno crescendo a dismisura.
Fuor di metafora: o il PD a livello nazionale ritroverà il suo spirito originario, o i disastri, anche a livello locale saranno terribili e difficilmente riparabili. Sono convintamente antirenziano e l’archivio dei miei “Eppure…” dimostra anche che temporalmente sono stato uno dei primi, ma vi prego di credere che nella mia analisi l’antipatia per Renzi c’entra ben poco, mentre domina la convinzione che sia necessario avere un PD nuovamente attrattivo perché anche gli altri corpi celesti del centrosinistra e della sinistra tornino ad avere un ruolo nella cosmologia della politica italiana.
Ora si parla sempre più insistentemente di una nuova separazione in casa PD in cui sarebbe Renzi ad andarsene per creare, in omaggio alla sua “grandeur”, un proprio nuovo partito personale modellato su quello di Macron. Si tratta di movimenti che passano sulla testa delle varie realtà locali? Certamente sì, ma non del tutto, perché, in previsione del congresso del PD, indicazioni preziose e importantissime possono arrivare anche e soprattutto dai responsi delle elezioni locali dei delegati e, soprattutto dalla preparazione a queste elezioni.
Prego, insomma, il PD di tornare alle sue origini e di dimenticare chi l’ha portato talmente fuori strada da fargli perdere oltre cinque milioni di voti. Non sono fatti miei? Altroché se lo sono. Anzi, lo sono di un numero incredibilmente alto di italiani.
Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo http://g-carbonetto.blogspot.it/
È stato con lo spirito di ospite, quindi, che, con tantissime altre persone, sono entrato nella sua sede dem udinese su invito di Enzo Martines che voleva ragionare, con tutti coloro che si collocano dal centrosinistra alla sinistra, su quello che è successo e su come andare avanti non disperdendo ciò che, nonostante la sconfitta, si è riusciti a costruire.
Ed è stato con lo spirito di ospite che, per rispetto degli ospitanti, ho scelto di non intervenire per evitare ogni possibile polemica che non avesse il tempo di essere sviscerata e analizzata, non andando quindi, verso una sua risoluzione, ma soltanto verso un ulteriore accumulo di rancori reciproci che sicuramente a sinistra non mancano, anzi sono talmente diffusi da rendere l’aria difficilmente respirabile. Preferisco, insomma, affidare allo scritto quello che penso lasciando a chi lo desidera di cominciare un dibattito che non sia limitato in poche frazioni di ora e che possa non essere inquinato dalle istintive reazioni a caldo che spesso vanno anche oltre l’intendimento di chi le ha.
Nella sede del PD ho sentito molti e apprezzabili progetti per il futuro, mi sono apparse troppo scarse le analisi – a dire il vero rinviate a data da destinarsi – sul perché di una sconfitta, ma è mancato del tutto un argomento che, a mio modo di vedere, è stato determinante, sul quale avrei voluto intervenire e che, probabilmente, mi avrebbe fruttato alcuni indispettiti «Fatti i fatti tuoi». In una serie di interventi tutti circoscritti alla situazione udinese, infatti, avrei voluto attirare l’attenzione generale sulla situazione del PD nazionale che, sempre secondo me, ma non credo soltanto secondo me, ha influito pesantemente anche sui risultati delle comunali, oltre ad aver creato disastri assoluti a livello nazionale e regionale. E a chi si fosse sentito offeso dalla mia “intrusione”, avrei voluto avere il tempo di spiegare che il problema è che questi sono anche fatti miei.
Provo a spiegarmi con un esempio astronomico. Attorno al Sole ruotano pianeti, satelliti e asteroidi. I pianeti sono diventati tali perché a un certo punto della loro genesi si è creato un nucleo di attrazione talmente potente da far unire a sé i frammenti che continuavano a orbitare separatamente. Nel frattempo si sono formati anche altri nuclei di attrazione secondari che sono diventati i satelliti, più piccoli, ma non privi di importanza: si pensi a quali problemi angustierebbero la Terra senza il fenomeno delle maree che dipende per grandissima parte proprio dalla Luna. E poi ci sono gli asteroidi, piccolissimi e insignificanti, incapaci di unirsi di fase di genesi, o di riunirsi se relitti di un antichissimo pianeta disgregatosi per cause a noi sconosciute; sono visti non certamente come possibili sedi di vita artificiale, ma soltanto, eventualmente come futuribili porzioni di materia da sfruttare succhiandone le ricchezze.
Il paragone con la nostra situazione politica mi sembra evidente. Quando il PD ha perduto la sua fisionomia politica e, quindi, la sua forza gravitazionale, si sono staccati milioni di asteroidi che non vogliono più sentire alcuna forma di attrazione, rischiano di allontanarsi ancora di più, fino a uscire dall’orbita, i vari satelliti; e lo spesso pianeta sta isterilendosi fino a rischiare di sparire schiacciato dalle forze gravitazionali di nuovi pianeti che invece stanno crescendo a dismisura.
Fuor di metafora: o il PD a livello nazionale ritroverà il suo spirito originario, o i disastri, anche a livello locale saranno terribili e difficilmente riparabili. Sono convintamente antirenziano e l’archivio dei miei “Eppure…” dimostra anche che temporalmente sono stato uno dei primi, ma vi prego di credere che nella mia analisi l’antipatia per Renzi c’entra ben poco, mentre domina la convinzione che sia necessario avere un PD nuovamente attrattivo perché anche gli altri corpi celesti del centrosinistra e della sinistra tornino ad avere un ruolo nella cosmologia della politica italiana.
Ora si parla sempre più insistentemente di una nuova separazione in casa PD in cui sarebbe Renzi ad andarsene per creare, in omaggio alla sua “grandeur”, un proprio nuovo partito personale modellato su quello di Macron. Si tratta di movimenti che passano sulla testa delle varie realtà locali? Certamente sì, ma non del tutto, perché, in previsione del congresso del PD, indicazioni preziose e importantissime possono arrivare anche e soprattutto dai responsi delle elezioni locali dei delegati e, soprattutto dalla preparazione a queste elezioni.
Prego, insomma, il PD di tornare alle sue origini e di dimenticare chi l’ha portato talmente fuori strada da fargli perdere oltre cinque milioni di voti. Non sono fatti miei? Altroché se lo sono. Anzi, lo sono di un numero incredibilmente alto di italiani.
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domenica 20 maggio 2018
Qualcosa di nuovo; anzi, d’antico
A naso, l’unica
soluzione possibile sembra quella di rinchiudere l’intero PD in un unico
posto: i renziani, gli antirenziani, quelli che sono convinti della
loro collocazione, quelli che non riescono a trovare il coraggio di
andarsene e quelli che sono ancora lì soltanto perché non riescono a
decidere cosa sono in realtà, o in quanto ripugna loro l’idea di uscire
da quella che hanno sempre considerato casa propria e che ora dovrebbero
lasciare in mano a coloro che sentono come “estranei”.
Bisognerebbe chiuderli tutti insieme a doppia mandata e poi lasciarli uscire soltanto quando hanno deciso cosa fare: mantenere il PD in una posizione di centro con forti simpatie per il centrodestra, riportarlo nelle posizioni di centrosinistra nelle quali e per le quali era nato, oppure finire di distruggerlo definitivamente con nuove diaspore e deporre il suo ricordo in un mausoleo assieme a quelli dei tanti partiti italiani che non ci sono più.
L’unica cosa che dovrebbe essere proibita sarebbe quella di continuare ad arzigogolare sul nulla, su bizantinismi che sicuramente avranno importanza per gli equilibri di potere interno, ma che sono perniciosi – e lo si vede sempre più distintamente – per l’intero Paese.
Lasciamo pur perdere che ben difficilmente, se non perché Renzi ha scelto e tiene in pugno troppi dirigenti e parlamentari, si può riuscire a capire come e perché l’ex sindaco di Firenze sia ancora lì a fare il bello e cattivo tempo in un partito che da quattro anni sta portando da una sconfitta all’altra e del quale, sempre in quattro anni, è riuscito a più che dimezzare le percentuali (da 40,81 a 18,72%) e a perdere oltre cinque milioni di voti.
Ma ancora più ostico è tentar di capire come non sia stato mandato a quel paese durante l’assemblea romana (alla quale ha scelto di non presenziare), che avrebbe dovuto decidere molte cose e non ha deciso nulla, se non di non decidere. Riassumo brevemente: all’Ergife le dimissioni di Renzi sono diventate «irrevocabili», anche se tutti erano convinti che fossero già state dichiarate tali già dopo il 4 marzo, ma ancora una volta l’obbediente Orfini è riuscito, pur tra fischi e urla, a rinviare la formalizzazione delle dimissioni. Ufficialmente per lasciare spazio – quel pochissimo che è rimasto dopo la discussione sul rinvio – per discutere sulla situazione politica venutasi a creare dopo l’accordo tra Lega e 5stelle; in realtà, per non arrivare subito alla designazione di un segretario non più soltanto reggente e, quindi, al fine di concedere tempo all’“irrevocabilmente dimissionario” per assicurarsi che non ci siano sorprese lungo la strada che deve far arrivare sullo scranno che conta un altro ubbidiente a tutta prova.
Poi, alla fine, come sempre, il voto con un unanimismo di maniera nella speranza di far vedere al mondo di essere sempre uniti, senza, però, risolvere nulla, senza riuscire neppure a illudere se stessi, per non parlar degli altri. A questo proposito merita riportare le parole pronunciate, dopo il voto dell’Assemblea PD, da Olga D'Antona, ex deputato del PD, alla cerimonia in ricordo del marito Massimo D'Antona, il giurista assassinato 19 anni fa dalle nuove brigate rosse: «E Maurizio Martina cosa fa? Non può permettere tutto questo. Ragazzi fate qualcosa, quello è entrato in casa nostra, ha sfasciato tutto il mobilio e adesso si è messo a mangiare i pop–corn con i piedi sul tavolo». E Rosi Bindi, “madre nobile” del PD, ha detto senza mezzi termini che «la sinistra va ricostruita e questo significa lo scioglimento del PD».
La domanda che mi pongo – e che sicuramente è anche la vostra – è: perché perdere tempo a parlare di un partito il cui recupero nella lotta contro il centrodestra e i grillin–casaleggiani appare un’impresa sempre più evidentemente disperata? La risposta è semplice: perché in quella lotta non si può rinunciare a nessuno di coloro che ancora credono che ritrovare nostalgici fascisti dichiarati, o populisti dotati soltanto di istinti sovranisti e di esclusione, nei posti dove si può decidere sia un incubo al quale non ci si può rassegnare. E anche nel PD ce ne sono molti che, però, non si decidono né a ribaltare sul serio presidenza e segreteria, né ad andarsene per tentare di creare qualcosa di nuovo; anzi, d’antico. E certamente non di vecchio e inutilizzabile.
Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo http://g-carbonetto.blogspot.it/
Bisognerebbe chiuderli tutti insieme a doppia mandata e poi lasciarli uscire soltanto quando hanno deciso cosa fare: mantenere il PD in una posizione di centro con forti simpatie per il centrodestra, riportarlo nelle posizioni di centrosinistra nelle quali e per le quali era nato, oppure finire di distruggerlo definitivamente con nuove diaspore e deporre il suo ricordo in un mausoleo assieme a quelli dei tanti partiti italiani che non ci sono più.
L’unica cosa che dovrebbe essere proibita sarebbe quella di continuare ad arzigogolare sul nulla, su bizantinismi che sicuramente avranno importanza per gli equilibri di potere interno, ma che sono perniciosi – e lo si vede sempre più distintamente – per l’intero Paese.
Lasciamo pur perdere che ben difficilmente, se non perché Renzi ha scelto e tiene in pugno troppi dirigenti e parlamentari, si può riuscire a capire come e perché l’ex sindaco di Firenze sia ancora lì a fare il bello e cattivo tempo in un partito che da quattro anni sta portando da una sconfitta all’altra e del quale, sempre in quattro anni, è riuscito a più che dimezzare le percentuali (da 40,81 a 18,72%) e a perdere oltre cinque milioni di voti.
Ma ancora più ostico è tentar di capire come non sia stato mandato a quel paese durante l’assemblea romana (alla quale ha scelto di non presenziare), che avrebbe dovuto decidere molte cose e non ha deciso nulla, se non di non decidere. Riassumo brevemente: all’Ergife le dimissioni di Renzi sono diventate «irrevocabili», anche se tutti erano convinti che fossero già state dichiarate tali già dopo il 4 marzo, ma ancora una volta l’obbediente Orfini è riuscito, pur tra fischi e urla, a rinviare la formalizzazione delle dimissioni. Ufficialmente per lasciare spazio – quel pochissimo che è rimasto dopo la discussione sul rinvio – per discutere sulla situazione politica venutasi a creare dopo l’accordo tra Lega e 5stelle; in realtà, per non arrivare subito alla designazione di un segretario non più soltanto reggente e, quindi, al fine di concedere tempo all’“irrevocabilmente dimissionario” per assicurarsi che non ci siano sorprese lungo la strada che deve far arrivare sullo scranno che conta un altro ubbidiente a tutta prova.
Poi, alla fine, come sempre, il voto con un unanimismo di maniera nella speranza di far vedere al mondo di essere sempre uniti, senza, però, risolvere nulla, senza riuscire neppure a illudere se stessi, per non parlar degli altri. A questo proposito merita riportare le parole pronunciate, dopo il voto dell’Assemblea PD, da Olga D'Antona, ex deputato del PD, alla cerimonia in ricordo del marito Massimo D'Antona, il giurista assassinato 19 anni fa dalle nuove brigate rosse: «E Maurizio Martina cosa fa? Non può permettere tutto questo. Ragazzi fate qualcosa, quello è entrato in casa nostra, ha sfasciato tutto il mobilio e adesso si è messo a mangiare i pop–corn con i piedi sul tavolo». E Rosi Bindi, “madre nobile” del PD, ha detto senza mezzi termini che «la sinistra va ricostruita e questo significa lo scioglimento del PD».
La domanda che mi pongo – e che sicuramente è anche la vostra – è: perché perdere tempo a parlare di un partito il cui recupero nella lotta contro il centrodestra e i grillin–casaleggiani appare un’impresa sempre più evidentemente disperata? La risposta è semplice: perché in quella lotta non si può rinunciare a nessuno di coloro che ancora credono che ritrovare nostalgici fascisti dichiarati, o populisti dotati soltanto di istinti sovranisti e di esclusione, nei posti dove si può decidere sia un incubo al quale non ci si può rassegnare. E anche nel PD ce ne sono molti che, però, non si decidono né a ribaltare sul serio presidenza e segreteria, né ad andarsene per tentare di creare qualcosa di nuovo; anzi, d’antico. E certamente non di vecchio e inutilizzabile.
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giovedì 17 maggio 2018
Comprendere non è condividere
Non posso dire
di non comprendere Giancarlo Velliscig quando dà sfogo al suo scoramento
per l’elezione di Fontanini dicendo che quella di quest’anno sarà
l’ultima edizione di Udin&jazz che si svolgerà nel capoluogo
friulano perché il jazz è di sua natura antifascista visto che, infatti,
«è stata una musica fortemente osteggiata dai regimi dittatoriali e
autoritari di tutto il mondo».
Posso comprendere, dicevo, visto che sono tantissimi – e tra questi anch’io – coloro che stanno vivendo come un incubo la probabilità che nella giunta comunale udinese siano inseriti un paio di nostalgici fascisti dichiarati. Ma comprendere non è condividere.
Tanti hanno sentito che Fontanini starebbe compilando una lista di proscrizione di manifestazioni culturali sgradite; e lui stesso ha affermato, senza poi mai smentire, che vicino/lontano dovrà cambiare, o sparire.
Poi, se vogliamo andare più a fondo, pensiamo soltanto a cosa succederà il prossimo 25 aprile: parlerà lui che ha sempre disertato la cerimonia perché disse – forse per motivi di sue opportunità politiche, ma le parole sono pietre – che vedeva la Resistenza soltanto come una parte di una guerra civile, praticamente senza maggiori meriti dell’altra, perché di tutti i morti – indifferente se vittime o carnefici – bisogna avere la medesima pietà? O magari designerà a farlo il futuribile assessore Salmè?.
Cosa dovrebbe fare l’Anpi? Andarsene da Udine? Disertare la manifestazione in piazza? Contestare sonoramente il sindaco? Oppure, ancora, creare una manifestazione alternativa?
L’unica ipotesi impossibile è proprio la prima perché non è andandosene che si combatte un’idea che si aborrisce. Lo si fa restando e combattendo con le proprie armi.
Parliamo di jazz? E allora parliamo anche della sua storia di libertà e di emancipazione. Lavoriamo su quello che finora è stato fatto evidentemente in maniera non sufficiente: facciamo cultura non tenendola soltanto nei posti deputati, ma diffondendola dappertutto, anche e soprattutto dove inizialmente può essere vista come una fastidiosa orticaria. Anche tra i più deboli e gli ultimi, gratuitamente, per far loro percepire che povertà non è necessariamente sinonimo di emarginazione sociale.
Non rendiamo più facile a Fontanini, andandocene, il compito di compilare le liste di proscrizione che, anzi, se saranno davvero compilate si rivolteranno potentemente contro di lui.
La nostra politica deve essere impastata di cultura, deve essere essa stessa cultura. E sono convinto che sia stata proprio la mancanza di una cultura non autoreferenziale, non sdegnosa e aperta davvero a tutti, la causa che ha innescato la crisi che ha sminuzzato il PD e che ha continuato e continua a travolgere la sinistra in genere.
Gramsci di cui domani, venerdì, alle 18, presenterò una nuova biografia di Angelo D’Orsi, alla Feltrinelli di Udine, per combattere il fascismo non se n’è andato dall’Italia, se non in fase di crescita e poi è tornato, ben sapendo quali rischi avrebbe corso e ha trasformato la sua lunga carcerazione nella distillazione di pensieri che poi si sono rivelati mortalmente venefici per quel fascismo che oggi è tornato ad alzare il capo soltanto perché noi non siamo stati evidentemente capaci di indurre sentimenti di sdegno e ripulsa in coloro che poi si sono lasciati affascinare da schifose smanie di suprematismo, di esclusione, di rapporti di forza e non di giustizia.
Per combattere questa situazione non si può lasciare campo libero a chi vorrebbe farlo diventare un campo obbligato.
Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo http://g-carbonetto.blogspot.it/
Posso comprendere, dicevo, visto che sono tantissimi – e tra questi anch’io – coloro che stanno vivendo come un incubo la probabilità che nella giunta comunale udinese siano inseriti un paio di nostalgici fascisti dichiarati. Ma comprendere non è condividere.
Tanti hanno sentito che Fontanini starebbe compilando una lista di proscrizione di manifestazioni culturali sgradite; e lui stesso ha affermato, senza poi mai smentire, che vicino/lontano dovrà cambiare, o sparire.
Poi, se vogliamo andare più a fondo, pensiamo soltanto a cosa succederà il prossimo 25 aprile: parlerà lui che ha sempre disertato la cerimonia perché disse – forse per motivi di sue opportunità politiche, ma le parole sono pietre – che vedeva la Resistenza soltanto come una parte di una guerra civile, praticamente senza maggiori meriti dell’altra, perché di tutti i morti – indifferente se vittime o carnefici – bisogna avere la medesima pietà? O magari designerà a farlo il futuribile assessore Salmè?.
Cosa dovrebbe fare l’Anpi? Andarsene da Udine? Disertare la manifestazione in piazza? Contestare sonoramente il sindaco? Oppure, ancora, creare una manifestazione alternativa?
L’unica ipotesi impossibile è proprio la prima perché non è andandosene che si combatte un’idea che si aborrisce. Lo si fa restando e combattendo con le proprie armi.
Parliamo di jazz? E allora parliamo anche della sua storia di libertà e di emancipazione. Lavoriamo su quello che finora è stato fatto evidentemente in maniera non sufficiente: facciamo cultura non tenendola soltanto nei posti deputati, ma diffondendola dappertutto, anche e soprattutto dove inizialmente può essere vista come una fastidiosa orticaria. Anche tra i più deboli e gli ultimi, gratuitamente, per far loro percepire che povertà non è necessariamente sinonimo di emarginazione sociale.
Non rendiamo più facile a Fontanini, andandocene, il compito di compilare le liste di proscrizione che, anzi, se saranno davvero compilate si rivolteranno potentemente contro di lui.
La nostra politica deve essere impastata di cultura, deve essere essa stessa cultura. E sono convinto che sia stata proprio la mancanza di una cultura non autoreferenziale, non sdegnosa e aperta davvero a tutti, la causa che ha innescato la crisi che ha sminuzzato il PD e che ha continuato e continua a travolgere la sinistra in genere.
Gramsci di cui domani, venerdì, alle 18, presenterò una nuova biografia di Angelo D’Orsi, alla Feltrinelli di Udine, per combattere il fascismo non se n’è andato dall’Italia, se non in fase di crescita e poi è tornato, ben sapendo quali rischi avrebbe corso e ha trasformato la sua lunga carcerazione nella distillazione di pensieri che poi si sono rivelati mortalmente venefici per quel fascismo che oggi è tornato ad alzare il capo soltanto perché noi non siamo stati evidentemente capaci di indurre sentimenti di sdegno e ripulsa in coloro che poi si sono lasciati affascinare da schifose smanie di suprematismo, di esclusione, di rapporti di forza e non di giustizia.
Per combattere questa situazione non si può lasciare campo libero a chi vorrebbe farlo diventare un campo obbligato.
Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo http://g-carbonetto.blogspot.it/
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