È come se
qualcuno avesse lasciato una banca con la porta aperta, senza guardie
giurate in servizio e anche con la cassaforte spalancata. A un certo
punto è entrato qualcuno che si è impossessato di quello che nella banca
c’era e se n’è andato per la sua strada. È evidente che chi ha lasciato
le sue ricchezze indifese è, a essere buoni, uno sprovveduto, ma è
altrettanto evidente che chi di quelle ricchezze si è impossessato è
colpevole di furto, o, almeno, di appropriazione indebita.
Fuor di metafora e passando a
parlare di politica, dove non ci sono reati penalmente perseguibili, e
le parole hanno da sempre un valore relativo, è evidente a tutti che la
sinistra ha trascurato i propri valori e non li ha difesi adeguatamente
preferendo sprecare energie in baruffe interne, continue scissioni e
meschini calcoli elettorali quasi sempre rivelatisi clamorosamente
sbagliati. Ma è altrettanto evidente che Matteo Renzi di questa
situazione si è approfittato sottraendo alla sinistra linguaggio,
simbologia e partito.
Linguaggio perché ormai lui e i suoi
hanno camuffato un bel po’ di parole sottraendone, per i tanti
distratti, il vero significato. Così “sinistra”, nel suo linguaggio, non
è più quella determinazione politica sui valori della quale per più di
un secolo tutti sono stati d’accordo, ma soltanto la caratteristica di
chi vuole cambiare tutto e velocemente; se in meglio o in peggio, è
secondario. Simbologia in quanto i valori di riferimento non sono più
gli stessi e comunque sono subordinati alla possibilità che i diritti
delle persone, se in contrasto con gli appetiti delle aziende, debbano
essere attenuati, se non cancellati, per il timore di tener lontani
eventuali investitori. Partito perché molti di coloro che da sempre
hanno votato a sinistra non sentono più di poter votare a cuor leggero
per il PDin quanto lo avvertono come un partito che, per molti versi, ha
abbandonato la sinistra.
Le elezioni di ieri lo indicano
chiaramente, anche se Renzi continua a strombazzare che il PD ha vinto
in entrambe le regioni e che soltanto questo ha importanza. Non è vero e
il campanello d’allarme dovrebbe suonare, anche per lui, fortissimo.
Perché il risultato percentuale non può non essere traguardato
combinandolo con il pazzesco crollo dell’affluenza alle urne. In Emilia
Romagna, dove una volta andavano a votare quasi tutti e dove la sinistra
otteneva quasi sempre la maggioranza assoluta, l’affluenza è stata del
37,7 per cento e questo dato va combinato con il 44,52 per cento del
voto di lista ottenuto del PD. Questo vuol dire che soltanto il 16,78
per cento degli aventi diritto al voto se l’è sentita di spendersi per
il sedicente centrosinistra. Quello che i dirigenti del PD dovrebbero
chiedersi, è quanti elettori non se la sono più sentita di votare per
quel partito e che, visto che altre scelte accettabili non vedevano,
hanno deciso di restare a casa.
E questo non è un pessimo segnale
soltanto per il PD, ma per l’intera democrazia che dovrebbe chiedersi
soprattutto perché i cittadini non sentono più di partecipare alle
scelte che poi faranno dirigere questo Paese. Del resto, l’uso della
democrazia tirata in ballo soltanto se si sa già in partenza di poter
avere a disposizione più voti degli avversari non è certamente un
atteggiamento che possa far riavvicinare il popolo della sinistra a chi
governa.
lunedì 24 novembre 2014
sabato 22 novembre 2014
I valori non sono solo parole
Nella lettera di risposta da parte del presidente del Consiglio a “Repubblica” che ne metteva fortemente in dubbio la sua collocazione politica, Renzi sostiene di essere di sinistra e di agire in tal senso. Ebbene, questa lettera chiarifica molte cose, nel senso che non può più essere messa in dubbio né la netta cesura tra dichiarazioni e fatti, né la sua capacità di usare le parole non per rispettarne il loro significato, ma per usarle – soprattutto nelle aggettivazioni – come specchi deformanti che abbiano la capacità di catturare e riflettere un bagliore distraendo dal buio del contesto.
È vero: bisogna dargli atto che nel Parlamento europeo oggi il PD è «dentro la famiglia socialista», ma questo è avvenuto per «scelte strategiche» che sembrano riguardare più la sua personale collocazione iniziale in seno a un partito giustamente sospettoso, che la politica effettiva del partito stesso.
Dice che non «c’è un uomo solo al comando», ma come altrimenti si potrebbe spiegare la pochezza di un consiglio dei ministri che, tranne poche eccezioni, sembra fatto apposta per non aver la forza di tirare fuori le proprie idee e i propri eventuali dissensi? Quella del Pd sarà anche una «una sfida plurale», ma sta di fatto che ogni dichiarazione programmatica esce sempre e soltanto da una sola bocca e che da quella stessa bocca esce anche ogni reprimenda contro chi non è d’accordo.
Davanti all’accusa di una mancanza di rispetto nei confronti di una storia e di una rappresentanza, risponde: «Non è la mia intenzione, ho un profondo rispetto per il lavoro e per i lavoratori che il sindacato rappresenta». Viene da chiedersi: non fosse così, non si sarebbe limitato a non ascoltarli mai, ma li avrebbe cancellati? E continua: «Sono pronto sempre al confronto, da mesi giro l’Italia in lungo e largo, visitando aziende, stringendo le mani di chi lavora». È vero: da mesi gira per le aziende a stringere le mani agli imprenditori e, se ne stringe qualcuna a chi lavora – ammesso che non sia stato messo in ferie coatte nel giorno in cui era in visita e questo ricorda quel ventennio in cui ai dissidenti era tolta temporaneamente la libertà di movimento quando arrivava il capo del momento – si limita a stringerla. Fare politica seriamente non è stringere mani, ma ascoltare davvero i bisogni di tutti per tentare di migliorare la situazione.
Si lamenta giustamente che il sindacato non ha manifestato contro la Legge Fornero e oggi manifesta contro il Jobs Act. Ma l’errore è stato quello e non questo. E se dice che il sindacato oggi fa politica, dimostra di conoscere poco la Costituzione e anche che cos’è una democrazia compiuta in cui tutti i cittadini, individualmente o tramite rappresentanza, hanno il diritto-dovere di fare politica, di tentare di far star meglio se stessi e tutti gli altri. La democrazia non è soltanto andare a votare ogni cinque anni, anche se in una di quelle occasioni si riesce a raccogliere quasi il 41 per cento.
«Per noi – dice ancora – la sinistra è storia e valori; certo, è Berlinguer e Mandela, Dossetti e Langer, La Pira e Kennedy, Calamandrei e Gandhi. Ma è soprattutto un futuro su cui lavorare insieme per risolvere i problemi delle persone, per dare orizzonte e dignità, per sentirsi parte e avere orgoglio di essere non solo di sinistra, ma italiani». Mi piacerebbe molto che buona parte dei personaggi nominati da Renzi, che sono dei veri monumenti dell’umanità, ma che ho difficoltà a definire “di sinistra” e alcuni dei quali probabilmente in vita avrebbero avuto l’orticaria a sentirsi definire “di sinistra”, potessero esprimersi sulla politica di Renzi, soprattutto nel campo del lavoro e nella destrutturazione del nostro sistema democratico e costituzionale.
Vorrei ricordare che c’è anche gente di destra che onestamente pensa che le sue idee possano migliorare la situazione. Ma con la sinistra c’entrano ben poco perché sono proprio i valori cui fumosamente e fugacemente Renzi accenna di tanto in tanto a essere fortemente diversi.
venerdì 7 novembre 2014
La rabbia e il disprezzo
Ai primissimi posti della hit parade delle caratteristiche più
disdicevoli di Matteo Renzi, praticamente alla pari con l’abitudine di voler
far passare come “di sinistra” idee e provvedimenti indubitabilmente di destra,
trova posto il suo modo di rivolgersi agli italiani come se stesse parlando a
una banda di persone incapaci di discernimento.
Lo fa spesso, ma talvolta esagera davvero.
Alla Piaggio Aerospace, dopo
aver dovuto ascoltare, sia pur distrattamente, le proteste di un gruppo di lavoratori, all’esterno
del nuovo stabilimento di Villanova di Albenga, che stavano protestando contro le
esternalizzazioni previste dal gruppo, ha detto con incredibile faccia tosta al
pubblico presente all’interno dello stabilimento – e, quindi, selezionata e
plaudente – che «è normale avere idee diverse ma guai a pensare che si possa fare
del mondo del lavoro il terreno dello scontro».
Bella, questa. Cioè i
lavoratori dovrebbero stare zitti anche se i licenziamenti collettivi sono
diventati frequentissimi; anche se, per la maggior parte, i contratti sono
bloccati da anni mentre i prezzi, le tasse e le imposte continuano a crescere,
mentre i servizi diminuiscono; anche se gli 80 euro toccano soltanto una
piccola fascia di lavoratori e il provvedimento non si occupa minimamente di
quelli che stanno ancora peggio; anche se la quasi totalità delle disposizioni
della legge di stabilità si preoccupa delle aziende e non di chi vi lavora;
anche se lo steso Renzi si rifiuta di parlare con i rappresentanti dei
lavoratori mentre cinguetta con quelli degli imprenditori.
E poi ha detto, ma qui probabilmente non si è neppure reso
conto della cinica assurdità della sua frase: «Quando si sta un un'azienda ci
lega qualcosa di più che lo stipendio, ma l'idea di appartenere a una storia».
Personalmente conosco tantissima gente che ha lavorato ben al di là di quanto
richiesto dal contratto per ricevere lo stipendio e che si è sentita parte
fondamentale della storia dell’azienda per cui ha operato con orgoglio e
dedizione. E ho conosciuto anche degli imprenditori – non tutti, per fortuna –
che, appena la propria azienda ha cominciato a scricchiolare ha pensato a
mettere al sicuro se stessi fregandosene tranquillamente della propria azienda,
della sua storia e, soprattutto, della gente che vi lavorava con quell’orgoglio
di cui dicevo prima.
Renzi dovrebbe capire, prima o poi, che le uova che gli
lanciano contro e sulle quali scherza esprimono sì rabbia, ma soprattutto disprezzo.
venerdì 31 ottobre 2014
Il punto di vista
Colpisce molto non soltanto che dopo gli scontri di Roma della
Polizia contro operai di Terni, con cinque manifestanti costretti a ricorrere
alle cure ospedaliere, il ministro degli Interni Angelino Alfano solidarizzi
con tutti, ma che addirittura inviti il sindacato a controllare insieme a lui i
cortei. Ora, a prescindere dal fatto che ogni manganellata data a chi manifesta
con disperazione, ma pacificamente, finisce per far tornare alla memoria il G8
di Genova, e che il sindacato non ha ne forze dell’ordine, né manganelli, la
cosa che più colpisce è l’ipocrisia di questa posizione teoricamente
equidistante.
Non è vero che tutti siano vittime. Forse si tratta di un eccesso
di difesa da parte di chi non aveva i nervi saldi, ma sta di fatto che qualcuno
– soprattutto a livello di comando – ha sbagliato e che è giusto che gli errori,
anche senza successive punizioni, siano messi in rilievo perché, come sempre, è
soltanto la giustizia che può allontanare quelle tensioni sociali paventate e che
si tenta di esorcizzare nascondendo le responsabilità e tentando di dire siamo
tutti buoni e tutti abbiamo ragione.
Ho smesso già da molto giovane l’illusione di poter essere
simpatico a tutti e che tutti potessero essere simpatici a me. E non per altezzosa
misantropia, ma perché l’unico modo per accettare tutto e tutti è quello di rinunciare
a pensare, ad avere un proprio punto di vista, a prendere parte, a essere se
stessi. Talvolta può essere scomodo, ma questa scomodità tocca a tutti: pensate
a Papa Francesco che è costretto a specificare che lui non è comunista, ma che si
limita a seguire i dettami del Vangelo.
Essere tutti dalla stessa parte è politicamente e
socialmente molto pericoloso e anche questa idea è una delle cose che non
riesco proprio a digerire tra i progetti di Matteo Renzi che vorrebbe aprire le
porte del PD a tutti, dimenticando qualsiasi valore, perché la cosa importante
non è far avanzare i propri principi e le proprie idee, ma vincere le elezioni e
vincere sempre più nettamente. E se per questo bisogna spostarsi su posizioni
distantissime da quelle di partenza, allora pazienza. Forse perché le idee di
partenza tanto solide proprio non erano.
Renzi ora parla di “Partito nazionale” usando un aggettivo
che storicamente non ha una buona fama, visto che era ripreso nel Partito nazionale fascista e nel Partito
nazionalsocialista tedesco. È sempre questione di punti di vista, ma quello che
osservo dal mio, mi fa rabbrividire.
domenica 26 ottobre 2014
Le parole e i silenzi
Come sempre in politica le differenze sostanziali tra due posizioni sono segnate dalle parole, ma anche dai silenzi; e tra piazza San Giovanni e la Leopolda queste differenze sono state tantissime, anche se i silenzi hanno trovato posto più a Firenze che a Roma.
Confesso subito, per chi già non lo avesse intuito, che le mie maggiori simpatie vanno decisamente verso la piazza della Cgil, ma non credo che alcune mie considerazioni siano influenzate e falsate da queste mie simpatie.
Più che arrabbiarmi, infatti, resto male se sento che Matteo Renzi, segretario del maggior partito di centrosinistra, afferma che «Qui parla la gente che ha creato posti di lavoro», come se il benessere delle aziende, e quindi l’esistenza dei posti di lavoro,non dipendesse anche, e forse soprattutto, da chi vi lavora.
Resto male e comincio ad arrabbiarmi, invece, quando lo sento dire che «Ci confronteremo, ma poi andremo avanti, non è pensabile che una piazza blocchi paese», perché la sua frase, tradotta dal politichese, significa: «Va bene: perderemo un po’ di tempo ad ascoltare questi rompiscatole, ma, qualunque cosa dicano i rappresentanti dei lavoratori, andremo avanti lo stesso perché siamo noi ad avere in mano la verità».
Sono decisamente arrabbiato, poi, quando sento Davide Serra – il finanziere proprietario del Fondo Algebris creato nel paradiso fiscale delle Cayman e grande fiancheggiatore anche economico di Matteo Renzi – che sostiene a piena voce che apprezza il cosiddetto “Job Act” ma lo avrebbe voluto più deciso e sbilanciato perché, secondo lui, il diritto di sciopero va limitato in quanto «Dico che è un diritto; cerchiamo di capire che è un costo».
Intanto sembrano parole pronunciate intorno alla metà dell’800 da un illuminato latifondista della Confederazione quando in America si discuteva se dare la libertà agli schiavi: un loro diritto, ma sicuramente anche un costo “insostenibile” per i produttori di cotone e affini. Però sono anche parole di una persona che sicuramente si è laureata con il massimo dei voti alla Bocconi, che ha avuto enorme successo nel suo lavoro, ma che evidentemente non ha mai trovato il tempo per sfogliare con attenzione la nostra Costituzione che nell’articolo 1 afferma bizzarramente che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, che nel 39 statuisce che «L’organizzazione sindacale è libera» e «Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge» e nel 40 sottolinea che «Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano». E le leggi lo regolamentano soltanto per motivazioni di pubblico interesse e limitatamente ai soli servizi pubblici essenziali. Cioè quando i diritti collettivi di alcuni possono andare a ledere i diritti collettivi di tanti. E tra i diritti collettivi – credo che in questi tristissimi tempi vada sottolineato – non è mai annoverato quello di tagliare i diritti altrui per poter spendere di meno.
Resto nuovamente malissimo quando sento che alle parole di Serra a Firenze risponde un generale silenzio interrotto soltanto dalle parole di Graziano Del Rio («Io non la penso come lui») e di Debora Serracchiani («Non è uno dei problemi del Paese»). Credo davvero che nel PD le parole di Serra meriterebbero un «Non può dire cose del genere e restare tra di noi» e che sono proprio queste parole uno dei problemi del Paese.
sabato 18 ottobre 2014
La comandabilità
Potrà sembrare bizzarro, ma mi sto convincendo sempre di più che, al netto delle pur importanti contingenze internazionali, una delle maggiori cause della nostra crisi economica risiede nella perdita di democrazia del nostro Paese.
Cerco di spiegarmi specificando subito che di questo non attribuisco colpe soltanto a Renzi che non ha creato questa situazione, ma che la sta portando avanti e cerca di perfezionarla dando sempre più sostanza a un tipo di regime che di democratico porta quasi soltanto il nome. È da molti anni, infatti, che – con le brevi eccezioni degli esecutivi presieduti da Prodi – non si governa più, ma si comanda; che si tenta di limitare sempre più il momento democratico al solo esercizio del voto, mentre è sempre più marginalizzata la vera essenza della democrazia e cioè la discussione e la faticosa ricerca della soluzione migliore, ma anche più equilibrata, che possa aiutare più gente possibile e danneggiarne il meno possibile.
Perché la base della democrazia ha ben presente il concetto laico che nessuno possiede la verità assoluta e che, quindi, chi ha il maggior numero di voti riesce sicuramente a imporre le proprie leggi, ma anche che il possesso di una maggioranza non corrisponde al dono dell’infallibilità e che chi vince non sempre ha ragione. E infatti la democrazia prevede il cambiamento.
Da molto tempo, invece, vediamo che, o per motivazioni politiche, o per supposte necessità “tecniche”, si procede a strappi, senza aprirsi a consultazioni e discussioni, a meno che non si sappia che, o per totale assenza di obiezioni da parte di parlamentari-dipendenti, o per numeri di voti già certi a prescindere dalla discussione prima dell’inizio della discussione stessa, che il risultato sarà assolutamente scontato e aderente alla volontà del presidente del Consiglio in carica pro tempore.
E tutto questo non procura soltanto un danno diretto nel promulgare leggi che hanno in sé una quantità di errori inevitabili quando qualcuno, in nome della propria supposto infallibilità, rifiuta di confrontarsi con coloro che hanno opinioni diverse, ma soprattutto si innesca un disastro a lungo termine perché nella testa dei cittadini entra inevitabilmente il concetto che le discussioni sono inutili, che esporre le proprie idee non porta neppure all’apertura di una discussione, che è del tutto inutile partecipare e che, quindi, parafrasando il celebre «libertà è partecipazione» di Giorgio Gaber, siamo sempre meno liberi.
So che a molti sembrerà una bestemmia, ma sono terribilmente pentito di aver votato per il maggioritario nel referendum sul sistema elettorale che ha abolito quel metodo proporzionale che faceva diventare importanti anche le variazioni dello 0,5 per cento e che, quindi, rendeva molto più sensibili ai bisogni e alle opinioni della gente i vari partiti che potevano diventare o meno determinanti nella composizioni dei governi che si susseguivano a ritmi forse un po’ troppo veloci, ma che, comunque, erano capaci di portare l’Italia fuori dal disastro della guerra, di dare vita al boom economico e di portare l’intero Paese a un grado di benessere prima inimmaginabile.
Quella volta pensare e discutere era considerato un pregio e non un fastidioso difetto. Oggi anche la Boldrini, come i suoi predecessori di oltre due decenni lamenta il fatto che nel Parlamento non si parlamenti più, ma soltanto si ratifichi, a colpi di fiducia su decreti governativi ciò che si decide altrove. Oggi le Regioni protestano perché i pretesi tagli delle tasse sono, in realtà, o spostamenti delle tasse dallo Stato centrale alle amministrazioni decentrate, oppure corrispondono a forti tagli dei servizi e, dunque, a maggiori spese per i cittadini.
È da decenni che si sente parlare della necessità di governi stabili, ma, in realtà, più che la governabilità viene rincorsa – scusate il neologismo – la comandabilità.
martedì 14 ottobre 2014
Renzi, la sinistra e Lupi
Matteo
Renzi torna tronfio dall’incontro con la Confindustria di Bergamo e
afferma di aver presentato «una manovra di sinistra» e che «se questo
discorso l’avesse fatto qualcun altro, la Cgil avrebbe applaudito».
Ad ascoltare Renzi spesso si resta sorpresi, ma questa volta non posso evitare di chiedermi se sia possibile che mi sia sbagliato tanto nel criticare il suo operato ritenendolo assolutamente squilibrato a destra? È sicuramente possibile perché non possiedo il dono dell’infallibilità di cui lui si ritiene, invece, dotato. Ma a questo punto diventa obbligatorio analizzare un po’ meglio il suo programma.
Abbassare l’Irap può essere considerato di sinistra? Probabilmente sì, ma visto che era anche tra i desideri di Berlusconi e Monti, oltre che in quelli di Prodi e Letta, può essere considerato anche di destra. O, forse, è soltanto una necessità economica a prescindere da chi sia al governo. Poi sicuramente conviene alle imprese; soltanto sperabilmente ai lavoratori.
Anche l’idea di togliere l’obbligo di versare i contributi per i primi tre anni di lavoro per gli assunti a tempo indeterminato sembra una bella idea, anche se pure i predecessori di Renzi avevano messo in progetto alcune ipotesi simili. Ma due sono le obiezioni ed entrambe minacciano molto di più la felicità del dipendente piuttosto che quella del datore di lavoro.
La prima si riassume in una domanda: chi mai assumerà qualcuno, se non avrà lavoro da far fare a un nuovo assunto? Della seconda ho già scritto recentemente e considera il fatto che tre anni senza contributi da versare con contratti a tutele crescenti e che nei primi anni saranno debolissime, e con la quasi totale cancellazione dell’articolo 18, se non in casi estremi, potrebbe far accelerare la già triste giostra dei turnover aziendali anche se nominalmente nessuno – tranne i lavoratori e i sindacati – parlerà più di precariato, ma soltanto di necessità aziendali contingenti.
Difficile, dunque, dare credito a Renzi quando si erge a campione della sinistra nel campo del lavoro. Se possiamo permettercelo, gli suggeriamo di investirsi di questo onore e onere quando arriveranno al pettine gli enormi nodi del Decreto Lupi che, in termini di edilizia e di opere pubbliche, continua imperterrito su quella strada che la destra ha sempre voluto chiamare libertà e che, invece, ha la sostanza dell’arbitrio. Le cosiddette liberalizzazioni previste da Lupi consistono, infatti, in cancellazioni di quei controlli e di quelle garanzie che, se applicate a suo tempo, avrebbero impedito lo scempio portato a Genova, ma non solo lì, da un’acqua costretta in tante condotte forzate a cielo aperto create dalla dilagante cementificazione.
Ecco, un governo che tenta di qualificarsi con politiche che dice di essere di sinistra dovrebbe opporsi strenuamente a quella distruzione dell’ambiente che porta morti e a immense spese pubbliche non per proteggere i cittadini, ma soltanto per riparare i danni. Dicono: “Ma Lupi e di destra”. Davvero? Ve ne sietre accorti ora? E accettare i suoi vaneggiamenti è forse di un governo di centrosinistra?
Ad ascoltare Renzi spesso si resta sorpresi, ma questa volta non posso evitare di chiedermi se sia possibile che mi sia sbagliato tanto nel criticare il suo operato ritenendolo assolutamente squilibrato a destra? È sicuramente possibile perché non possiedo il dono dell’infallibilità di cui lui si ritiene, invece, dotato. Ma a questo punto diventa obbligatorio analizzare un po’ meglio il suo programma.
Abbassare l’Irap può essere considerato di sinistra? Probabilmente sì, ma visto che era anche tra i desideri di Berlusconi e Monti, oltre che in quelli di Prodi e Letta, può essere considerato anche di destra. O, forse, è soltanto una necessità economica a prescindere da chi sia al governo. Poi sicuramente conviene alle imprese; soltanto sperabilmente ai lavoratori.
Anche l’idea di togliere l’obbligo di versare i contributi per i primi tre anni di lavoro per gli assunti a tempo indeterminato sembra una bella idea, anche se pure i predecessori di Renzi avevano messo in progetto alcune ipotesi simili. Ma due sono le obiezioni ed entrambe minacciano molto di più la felicità del dipendente piuttosto che quella del datore di lavoro.
La prima si riassume in una domanda: chi mai assumerà qualcuno, se non avrà lavoro da far fare a un nuovo assunto? Della seconda ho già scritto recentemente e considera il fatto che tre anni senza contributi da versare con contratti a tutele crescenti e che nei primi anni saranno debolissime, e con la quasi totale cancellazione dell’articolo 18, se non in casi estremi, potrebbe far accelerare la già triste giostra dei turnover aziendali anche se nominalmente nessuno – tranne i lavoratori e i sindacati – parlerà più di precariato, ma soltanto di necessità aziendali contingenti.
Difficile, dunque, dare credito a Renzi quando si erge a campione della sinistra nel campo del lavoro. Se possiamo permettercelo, gli suggeriamo di investirsi di questo onore e onere quando arriveranno al pettine gli enormi nodi del Decreto Lupi che, in termini di edilizia e di opere pubbliche, continua imperterrito su quella strada che la destra ha sempre voluto chiamare libertà e che, invece, ha la sostanza dell’arbitrio. Le cosiddette liberalizzazioni previste da Lupi consistono, infatti, in cancellazioni di quei controlli e di quelle garanzie che, se applicate a suo tempo, avrebbero impedito lo scempio portato a Genova, ma non solo lì, da un’acqua costretta in tante condotte forzate a cielo aperto create dalla dilagante cementificazione.
Ecco, un governo che tenta di qualificarsi con politiche che dice di essere di sinistra dovrebbe opporsi strenuamente a quella distruzione dell’ambiente che porta morti e a immense spese pubbliche non per proteggere i cittadini, ma soltanto per riparare i danni. Dicono: “Ma Lupi e di destra”. Davvero? Ve ne sietre accorti ora? E accettare i suoi vaneggiamenti è forse di un governo di centrosinistra?
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