Vi ricordate di
quando , sotto una foto di Berlusconi, girava la scritta «Comprereste
un’auto usata da questo signore?». Francamente oggi al posto
dell’immagine dell’ex cavaliere ci vedrei bene quella dell’attuale
presidente del Consiglio, dopo il non grande successo dell’Assemblea dei
deputati PD sulla nuova legge elettorale (120 su 310 che non votano sì)
e dopo le sue proposte, subito rimangiate, di cambiamento delle riforme
istituzionali in cambio del passaggio della legge elettorale, appunto.
A parte il fatto che i
costituzionalisti dicono che per cambiare la nuova legge sul Senato
bisognerebbe ripartire da zero con una perdita (ma, più giustamente,
guadagno) di tempo decisamente superiore a quella già rifiutata dal capo
del governo, immediatamente dopo Renzi ha fatto marcia indietro e nello
stesso modo si sono – ovviamente – comportati i suoi fedelissimi. È
evidente che lo hanno fatto per mettere qualche altro cuneo nelle crepe
di una minoranza che non riesce ad andare perfettamente d’accordo
neppure quando è in ballo la stessa democrazia, ma sta di fatto che
l’impressione che se ne trae è esattamente quella di un venditore
smaliziato che, davanti a un possibile cliente facile da imbonire,
decanta la cromatura dell’automobile per distrarre l’attenzione dalle
magagne del motore.
Ma davvero i trucchetti di Berlusconi, pur riveduti e un po' ammodernati, non ci sono ancora bastati?
sabato 18 aprile 2015
giovedì 16 aprile 2015
Il governo e il partito
Dopo l’assemblea
dei deputati PD nella quale 120 dei 310 aventi diritto (più di un
terzo) non ha votato sì alle richieste del segretario, e nella quale le
dimissioni del capogruppo Speranza sono state accolte con la stessa
attenzione che si può dedicare a quattro gocce di pioggia in primavera,
credo che meriti soffermarsi per un momento per analizzare bene la frase
con cui Renzi ha detto che all'Italicum «questo governo è totalmente
legato nel bene e nel male».
È una frase esatta, nel senso che a essere legato a questa legge elettorale è il governo Renzi, non il PD che, anzi, finalmente sembra aver cominciato a riprendere in mano la propria coscienza fondativa democratica e di centrosinistra. Lo dico perché di Renzi poca gente avvertirà il rimpianto, una volta che finalmente non sarà più il despota che si sente in possesso di tutte le verità, mentre il PD, se riscoprirà se stesso, resterà ancora come possibile punto di attrazione gravitazionale e di aggregazione per quell’Italia che spera ancora di poter riuscire a vivere in un Paese in cui ci sia finalmente una democrazia matura con i suoi non trascurabili corollari di giustizia, uguaglianza, solidarietà, trasparenza, libertà e rispetto.
È una frase esatta anche perché parla esplicitamente del bene (pochissimo) e del male (davvero incommensurabile) che questa legge provocherebbe. Ora se ne sta discutendo sempre più spesso e in sempre più posti, ma è già da mesi che su questo blog si sta parlando dei terribili pericoli per la democrazia che deriverebbero dal combinato disposto di una legge elettorale con un forte premio maggioritario e di una variazione costituzionale che vuole ridurre in pratica a una le Camere del Parlamento italiano. Con un simile cambiamento sarebbe la democrazia stessa a essere messa a rischio: sarebbe un frutto avvelenato troppo pericoloso da accettare per soddisfare le bramosie di lasciare tracce nella storia da parte di una persona che privilegia la velocità al pensiero e che considera soltanto cosa potrebbe succedere alle prossime elezioni che lo vedevano favoritissimo, disinteressandosi completamente di quanto potrebbe accadere in un futuro leggermente più lontano.
Ma ora, forse, potrebbe già cominciare a ripensare alle prossime elezioni.
È una frase esatta, nel senso che a essere legato a questa legge elettorale è il governo Renzi, non il PD che, anzi, finalmente sembra aver cominciato a riprendere in mano la propria coscienza fondativa democratica e di centrosinistra. Lo dico perché di Renzi poca gente avvertirà il rimpianto, una volta che finalmente non sarà più il despota che si sente in possesso di tutte le verità, mentre il PD, se riscoprirà se stesso, resterà ancora come possibile punto di attrazione gravitazionale e di aggregazione per quell’Italia che spera ancora di poter riuscire a vivere in un Paese in cui ci sia finalmente una democrazia matura con i suoi non trascurabili corollari di giustizia, uguaglianza, solidarietà, trasparenza, libertà e rispetto.
È una frase esatta anche perché parla esplicitamente del bene (pochissimo) e del male (davvero incommensurabile) che questa legge provocherebbe. Ora se ne sta discutendo sempre più spesso e in sempre più posti, ma è già da mesi che su questo blog si sta parlando dei terribili pericoli per la democrazia che deriverebbero dal combinato disposto di una legge elettorale con un forte premio maggioritario e di una variazione costituzionale che vuole ridurre in pratica a una le Camere del Parlamento italiano. Con un simile cambiamento sarebbe la democrazia stessa a essere messa a rischio: sarebbe un frutto avvelenato troppo pericoloso da accettare per soddisfare le bramosie di lasciare tracce nella storia da parte di una persona che privilegia la velocità al pensiero e che considera soltanto cosa potrebbe succedere alle prossime elezioni che lo vedevano favoritissimo, disinteressandosi completamente di quanto potrebbe accadere in un futuro leggermente più lontano.
Ma ora, forse, potrebbe già cominciare a ripensare alle prossime elezioni.
venerdì 10 aprile 2015
Gli azionisti e i picchiati
La decisione di
Renzi di esprimere palesemente che «Confermiamo la fiducia nei vertici
di Finmeccanica» anche dopo la sentenza di condanna per l’Italia da
parte della Corte di Giustizia europea di Strasburgo con riferimento
alla mattanza del G8 di Genova già di per sé meriterebbe un approfondito
commento di desolazione e ci farebbe attendere altri commenti - che
quasi certamente non arriveranno mai - da parte di Matteo Orfini che
chiedeva l’allontanamento da Finmeccanica del presidente De Gennaro,
allora capo della Polizia, e di Debora Serracchiani che si affidava alla
sua presunta coscienza.
Ma ancora di più mi sembra utile soffermarmi sulla frase con cui Renzi ha accompagnato la sua dichiarazione principale: «Vorrei si parlasse di responsabilità della politica, talvolta: è facile parlare della responsabilità delle forze dell'ordine, dei manifestanti. Ma oggi sarebbe assurdo e inutile aprire una discussione del genere. Per il rispetto che dobbiamo a Finmeccanica, agli azionisti e a chi ha fiducia in questa società sui mercati, diciamo che il governo non ha alcun dubbio su De Gennaro».
La prima parte è ineccepibile: finalmente qualcuno che non sia all’opposizione punta il dito contro le responsabilità della politica in tutti gli scontri sociali e soprattutto per quello che non soltanto ha tollerato, ma ha addirittura indotto a Genova. La maggior parte di noi non ha minimamente dimenticato quello che hanno fatto Scajola e Fini nella sala comando del cosiddetto ordine pubblico per il G8. E nessuno ha mai dubitato che eseguissero - anche se più che volentieri - gli ordini di Silvio Berlusconi che, sacerdote dell’apparenza, voleva dare al mondo l’idea che tutta l’Italia fosse disciplinatamente con lui e con i suoi sogni di disparità sociale. E, a rincarare la dose, nessuno può dimenticare che tutto il centrodestra di allora, Lega compresa, si è schierata compatta in difesa dei picchiatori e contro i picchiati. Esattamente come sta ripetendo adesso.
Ma allora la domanda è inevitabile: come fa Renzi, autoproclamatosi uomo democratico e di sinistra, a mettersi d’accordo per “cambiare” l’Italia con Berlusconi e con coloro che sono responsabili di uno dei peggiori atti antidemocratici che si siano mai visti in questo Paese? Dire che De Gennaro non è responsabile del comportamento della polizia al G8 di Genova equivarrebbe a dire che Berlusconi non è stato responsabile dello sfascio anche etico a cui ha portato l’Italia perché la colpa è stata dei suoi ministri. Perché nominare un capo in un organismo gerarchicamente organizzato se non per dare ordini e per controllare costantemente che i suoi ordini siano eseguiti, proprio perché anche politicamente importanti?
«Aprire oggi una discussione del genere», non mi sembra per niente assurdo. O, quantomeno, mi sembra meno assurdo che dichiarare che un ex capo della Polizia è la persona più adatta per sedere ai vertici della più grande industria pubblica italiana.
Ma l’abisso di pochezza renziana si spalanca con la franse in cui tenta di giustificare la sua decisione con «il rispetto che dobbiamo a Finmeccanica, agli azionisti e a chi ha fiducia in questa società sui mercati». E non si deve rispetto a chi è stato picchiato, ferito, storpiato dai poliziotti con il casco in testa? Non lo si deve alla memoria di Carlo Giuliani?
Non so se è vero che - come diceva Andreotti - il potere logora chi non ce l’ha. Ma so per certo che al potere è arrivato uno che ha ben presente che preferisce logorare chi è già molto logorato e lasciare in pace chi già dispone di altri poteri.
Ma ancora di più mi sembra utile soffermarmi sulla frase con cui Renzi ha accompagnato la sua dichiarazione principale: «Vorrei si parlasse di responsabilità della politica, talvolta: è facile parlare della responsabilità delle forze dell'ordine, dei manifestanti. Ma oggi sarebbe assurdo e inutile aprire una discussione del genere. Per il rispetto che dobbiamo a Finmeccanica, agli azionisti e a chi ha fiducia in questa società sui mercati, diciamo che il governo non ha alcun dubbio su De Gennaro».
La prima parte è ineccepibile: finalmente qualcuno che non sia all’opposizione punta il dito contro le responsabilità della politica in tutti gli scontri sociali e soprattutto per quello che non soltanto ha tollerato, ma ha addirittura indotto a Genova. La maggior parte di noi non ha minimamente dimenticato quello che hanno fatto Scajola e Fini nella sala comando del cosiddetto ordine pubblico per il G8. E nessuno ha mai dubitato che eseguissero - anche se più che volentieri - gli ordini di Silvio Berlusconi che, sacerdote dell’apparenza, voleva dare al mondo l’idea che tutta l’Italia fosse disciplinatamente con lui e con i suoi sogni di disparità sociale. E, a rincarare la dose, nessuno può dimenticare che tutto il centrodestra di allora, Lega compresa, si è schierata compatta in difesa dei picchiatori e contro i picchiati. Esattamente come sta ripetendo adesso.
Ma allora la domanda è inevitabile: come fa Renzi, autoproclamatosi uomo democratico e di sinistra, a mettersi d’accordo per “cambiare” l’Italia con Berlusconi e con coloro che sono responsabili di uno dei peggiori atti antidemocratici che si siano mai visti in questo Paese? Dire che De Gennaro non è responsabile del comportamento della polizia al G8 di Genova equivarrebbe a dire che Berlusconi non è stato responsabile dello sfascio anche etico a cui ha portato l’Italia perché la colpa è stata dei suoi ministri. Perché nominare un capo in un organismo gerarchicamente organizzato se non per dare ordini e per controllare costantemente che i suoi ordini siano eseguiti, proprio perché anche politicamente importanti?
«Aprire oggi una discussione del genere», non mi sembra per niente assurdo. O, quantomeno, mi sembra meno assurdo che dichiarare che un ex capo della Polizia è la persona più adatta per sedere ai vertici della più grande industria pubblica italiana.
Ma l’abisso di pochezza renziana si spalanca con la franse in cui tenta di giustificare la sua decisione con «il rispetto che dobbiamo a Finmeccanica, agli azionisti e a chi ha fiducia in questa società sui mercati». E non si deve rispetto a chi è stato picchiato, ferito, storpiato dai poliziotti con il casco in testa? Non lo si deve alla memoria di Carlo Giuliani?
Non so se è vero che - come diceva Andreotti - il potere logora chi non ce l’ha. Ma so per certo che al potere è arrivato uno che ha ben presente che preferisce logorare chi è già molto logorato e lasciare in pace chi già dispone di altri poteri.
giovedì 9 aprile 2015
Il lusso di pensare
La vicenda Di
Gennaro - Finmeccanica mi appare estremamente utile per chiarire come
funziona – o, meglio, come dovrebbe funzionare – un partito che dice di
essere di centrosinistra. Il PD, infatti, adesso si scaglia, in parte,
contro quello che era a capo della polizia quando si sono verificati i
vergognosi fatti del G8 di Genova con le violenze praticate dagli uomini
in divisa nelle strade, nella scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto.
Oggi Matteo Orfini, presidente del PD, dice che «è vergognoso che De
Gennaro sia a capo di Finmeccanica» confermando di essere ormai molto
più turco, che parla da una posizione di potere tanto quanto era
silenzioso quando potere non ne aveva, che giovane. Il segretario Renzi,
che aveva confermato De Gennaro ai vertici del primo gruppo industriale
pubblico italiano, sta rigorosamente zitto, come sempre gli succede
quando non può nemmeno tentare di gettare le colpe su altri, mentre il
vicesegretario Debora Serracchiani spera di trovare una via di mezzo
appellandosi alla presunta coscienza dello stesso Di Gennaro, coscienza
che evidentemente non ha dato alcun segno di vita durante la
“macelleria” di Genova, ma neppure dopo.
Ma la vera domanda è: serviva una sentenza di condanna della Corte europea perché un partito di centrosinistra si rendesse conto della vergogna gettata su tutto il Paese dagli allora ministri Scajola e Fini e dall’allora capo della polizia De Gennaro? E anche la dizione “rendersi conto” è inesatta perché il vero centrosinistra di quella volta, - l’Ulivo di cui il partito di Renzi sostiene, con evidente millantato credito, di essere erede - era stato inflessibile nelle accuse a chi aveva gestito quella mattanza che peserà per sempre come una vergogna su uno Stato che si picca di essere democratico. Quindi non di “rendersi conto” si tratta, ma di aver tradito l’opera e il pensiero che di, soltanto quando comoda, è indicato come ispiratore e che in 101 hanno preferito impallinare quando l’Italia avrebbe ancora potuto evitare le distorsioni che sta vivendo.
Serviva che la Corte di Strasburgo dicesse ufficialmente che alla Diaz si verificarono vere e proprie torture e che i colpevoli sono rimasti impuniti perché Orfini si sentisse indignato per la posizione di De Gennaro e perché Renzi dicesse che bisogna spicciarsi a infilare nel codice anche il reato di tortura? Ma il Pd crede davvero che per dimostrare davvero di essere almeno di centro, basti ora stigmatizzare quello che accadde a Genova, mentre la destra continua a incensare i suoi “eroi” della violenza eletta a sistema di Stato?
Un vero partito di centrosinistra avrebbe continuato a credere sempre che la violenza di Stato non abbia diritto di cittadinanza in uno Stato di diritto, avrebbe continuato a condannare quei fatti e i suoi protagonisti anche prima di una sentenza ufficiale e oggi non continuerebbe a esibirsi in equilibrismi dialettici che non riescono a nascondere il tonfo etico avvenuto in questi anni.
Si difendono sostenendo che la Costituzione dice che nessuno è colpevole fino a quando una sua condanna non diventa definitiva. D’accordo: anche davanti a obbrobri come quelli di Genova non si può condannare, ma un minimo di etica civile afferma che almeno non bisognerebbe promuovere, o mantenere in posizioni di spicco, i responsabili dello scempio. Ma per fare ciò si sarebbe dovuto anche pensare, cosa che in tempi di velocità obbligata, è evidentemente un lusso per molti insostenibile. Molto più comodo lasciare l’incombenza del pensiero ad altri, come la Corte di Strasburgo.
Ma la vera domanda è: serviva una sentenza di condanna della Corte europea perché un partito di centrosinistra si rendesse conto della vergogna gettata su tutto il Paese dagli allora ministri Scajola e Fini e dall’allora capo della polizia De Gennaro? E anche la dizione “rendersi conto” è inesatta perché il vero centrosinistra di quella volta, - l’Ulivo di cui il partito di Renzi sostiene, con evidente millantato credito, di essere erede - era stato inflessibile nelle accuse a chi aveva gestito quella mattanza che peserà per sempre come una vergogna su uno Stato che si picca di essere democratico. Quindi non di “rendersi conto” si tratta, ma di aver tradito l’opera e il pensiero che di, soltanto quando comoda, è indicato come ispiratore e che in 101 hanno preferito impallinare quando l’Italia avrebbe ancora potuto evitare le distorsioni che sta vivendo.
Serviva che la Corte di Strasburgo dicesse ufficialmente che alla Diaz si verificarono vere e proprie torture e che i colpevoli sono rimasti impuniti perché Orfini si sentisse indignato per la posizione di De Gennaro e perché Renzi dicesse che bisogna spicciarsi a infilare nel codice anche il reato di tortura? Ma il Pd crede davvero che per dimostrare davvero di essere almeno di centro, basti ora stigmatizzare quello che accadde a Genova, mentre la destra continua a incensare i suoi “eroi” della violenza eletta a sistema di Stato?
Un vero partito di centrosinistra avrebbe continuato a credere sempre che la violenza di Stato non abbia diritto di cittadinanza in uno Stato di diritto, avrebbe continuato a condannare quei fatti e i suoi protagonisti anche prima di una sentenza ufficiale e oggi non continuerebbe a esibirsi in equilibrismi dialettici che non riescono a nascondere il tonfo etico avvenuto in questi anni.
Si difendono sostenendo che la Costituzione dice che nessuno è colpevole fino a quando una sua condanna non diventa definitiva. D’accordo: anche davanti a obbrobri come quelli di Genova non si può condannare, ma un minimo di etica civile afferma che almeno non bisognerebbe promuovere, o mantenere in posizioni di spicco, i responsabili dello scempio. Ma per fare ciò si sarebbe dovuto anche pensare, cosa che in tempi di velocità obbligata, è evidentemente un lusso per molti insostenibile. Molto più comodo lasciare l’incombenza del pensiero ad altri, come la Corte di Strasburgo.
giovedì 2 aprile 2015
Regole uguali per tutti
Sono
perfettamente d'accordo con Michele Serra quando scrive che nessuno
«saprebbe spiegare a un iraniano, o a un qualunque altro abitante del
pianeta Terra che vive in un Paese sprovvisto di energia nucleare,
perché solo un ristretto gruppo di nazioni è autorizzato a farne uso,
anche militare, senza che questa prerogativa possa essere considerato
"minacciosa" per altri popoli e altre nazioni. In punta di diritto e di
buon senso è un ragionamento così iniquo e così illogico da non essere
spendibile». Sono perfettamente d'accordo - dicevo - e non pensando alla
conseguenza pratica che tutti possano realizzare per sé un arsenale
atomico, ma, sempre in un quadro di equità e di parità, alla speranza
che anche gli arsenali esistenti siano progressivamente smantellati.
Perché parlare dell'Iran in questa sede? Intanto perché è una questione che riguarda il mondo intero, e quindi pure noi, ma anche in quanto il senso di potere che fa consentire a se stessi quello che si vuole proibire agli altri è molto diffuso in tutti i campi e a tutti i livelli.
Scendiamo molto di livello e prendiamo, per esempio, la vicenda del PD siciliano in cui il presidente regionale, Mario Zambuto, si è dimesso, su sollecitazione di esponenti vicinissimi a Renzi, tra cui il vicesegretario nazionale Lorenzo Guerini, che hanno ritenuto del tutto inopportuno il suo incontro con Berlusconi per scegliere assieme la candidatura di Silvio Alessi, vicinissimo a Forza Italia, alle primarie del centrosinistra; primarie da Alessi vinte e poi annullate per la protesta montante degli elettori davvero di centrosinistra.
Sono perfettamente d’accordo sul fatto che Zambuto doveva andarsene, perché la colpa di tradire il centrosinistra con Berlusconi non è certamente veniale; ma come mai lo stesso Guerini dimentica che è stato Renzi a dare l’esempio, andando a resuscitare politicamente Berlusconi e fissando con lui quel “patto del Nazareno” che ha dato tantissimi frutti avvelenati tra cui quella legge elettorale che, oltre a spaccare il PD e ad allontanare tanti altri elettori, mette a serio rischio la tenuta della stessa democrazia italiana?
Sono perfettamente d'accordo - dicevo - e non pensando alla conseguenza pratica che tutti potrebbero continuare a sporcare ulteriormente il centrosinistra andando a trattare di posti e poltrone con Berlusconi, ma, sempre in un quadro di equità e di parità, alla speranza che anche chi ritiene di essere superiore a qualsiasi regola di morale politica si decida ad accettarla.
Perché parlare dell'Iran in questa sede? Intanto perché è una questione che riguarda il mondo intero, e quindi pure noi, ma anche in quanto il senso di potere che fa consentire a se stessi quello che si vuole proibire agli altri è molto diffuso in tutti i campi e a tutti i livelli.
Scendiamo molto di livello e prendiamo, per esempio, la vicenda del PD siciliano in cui il presidente regionale, Mario Zambuto, si è dimesso, su sollecitazione di esponenti vicinissimi a Renzi, tra cui il vicesegretario nazionale Lorenzo Guerini, che hanno ritenuto del tutto inopportuno il suo incontro con Berlusconi per scegliere assieme la candidatura di Silvio Alessi, vicinissimo a Forza Italia, alle primarie del centrosinistra; primarie da Alessi vinte e poi annullate per la protesta montante degli elettori davvero di centrosinistra.
Sono perfettamente d’accordo sul fatto che Zambuto doveva andarsene, perché la colpa di tradire il centrosinistra con Berlusconi non è certamente veniale; ma come mai lo stesso Guerini dimentica che è stato Renzi a dare l’esempio, andando a resuscitare politicamente Berlusconi e fissando con lui quel “patto del Nazareno” che ha dato tantissimi frutti avvelenati tra cui quella legge elettorale che, oltre a spaccare il PD e ad allontanare tanti altri elettori, mette a serio rischio la tenuta della stessa democrazia italiana?
Sono perfettamente d'accordo - dicevo - e non pensando alla conseguenza pratica che tutti potrebbero continuare a sporcare ulteriormente il centrosinistra andando a trattare di posti e poltrone con Berlusconi, ma, sempre in un quadro di equità e di parità, alla speranza che anche chi ritiene di essere superiore a qualsiasi regola di morale politica si decida ad accettarla.
lunedì 30 marzo 2015
Velocità e democrazia
Quando Landini dice che Renzi è peggio di Berlusconi, ha torto e ragione assieme.
Torto perché di suo, pur assommando ed esaltando alcune delle caratteristiche peggiori dei vecchi democristiani di destra, Renzi non può riuscire a superare il vecchio maestro che, tra l'altro, ritiene di essere ancora tale.
Ragione, in quanto è riuscito a dare realtà ad alcuni tra i sogni berlusconiani da lui non realizzati; e ci è riuscito in quanto ha la possibilità di sfruttare al massimo contemporaneamente sia la cupidigia di servilismo e di adulazione del suo popolo che, ricordando molto da vicino quello di Nerone-Petrolini, è pronto ad applaudire addirittura prima che il capo abbia finito di parlare, sia in quanto può contare sul pur riluttante, ma ripetuto assenso di chi crede ancora che chi si oppone al governo Renzi, si oppone a un governo di sinistra.
Ma così non è e sarebbe il caso di dirlo ripetutamente e a voce alta, cominciando, per esempio, da quella sbandierata velocità che può sembrare un punto di forza, ma è anche di debolezza.
Pensiamoci: se la democrazia è scelta e se la scelta è figlia della conoscenza, allora ne deriva in maniera inconfutabile che la velocità è contraria alla democrazia perché non permette la conoscenza e, quindi la scelta. Tutto questo appare ancora più chiaramente se si considera che una persona può passare tutto il tempo che gli serve a pianificare un proprio progetto e poi pretende che la risposta – ovviamente affermativa – arrivi in tempi ristretti non lasciando agli altri il tempo per riflettere sulla risposta che, man mano che il tempo passa, ha maggiori probabilità di essere almeno parzialmente negativa in quanto un’attenta riflessione può mettere in luce quelle crepe che a una prima, veloce occhiata, non appaiono evidenti.
Quello della velocità è un modo di fare che può andare bene nell'economia e nella finanza, ma non nella democrazia e, quindi, nella politica. Perché nell'economia e nella finanza nella concorrenza si cerca il disequilibrio, mentre nella democrazia si dovrebbe cercare l’equilibrio.
L'importante, insomma, non è fare riforme, ma farle bene. L'Europa non ha mai chiesto a nessuno, tanto per dare un esempio, di eliminare, o di stravolgere il Senato, né di impostare una legge elettorale fortemente maggioritaria.
Sicuramente la parte buona dell'Europa sarebbe molto più interessata a una buona legge anticorruzione. Fare riforme non è un merito a prescindere dal risultato che si ottiene e con l'uso strumentale e ricattatorio del concetto di velocità le probabilità di fare errori cresce in maniera esponenziale.
Se si combinano le nuove leggi costituzionali con la nuova legge elettorale fortemente maggioritaria e senza predisporre i necessari contrappesi istituzionali, per esempio, non è difficile immaginare cosa potrebbe succedere se a vincere il ballottaggio fosse un esponente politico della destra peggiore, magari con tendenze all'autoritarismo e con tutte le leve del potere in mano. E allora la velocità di oggi sarebbe la causa del disastro di domani.
E anche di questo dobbiamo continuare a parlare spesso e a voce alta.
Torto perché di suo, pur assommando ed esaltando alcune delle caratteristiche peggiori dei vecchi democristiani di destra, Renzi non può riuscire a superare il vecchio maestro che, tra l'altro, ritiene di essere ancora tale.
Ragione, in quanto è riuscito a dare realtà ad alcuni tra i sogni berlusconiani da lui non realizzati; e ci è riuscito in quanto ha la possibilità di sfruttare al massimo contemporaneamente sia la cupidigia di servilismo e di adulazione del suo popolo che, ricordando molto da vicino quello di Nerone-Petrolini, è pronto ad applaudire addirittura prima che il capo abbia finito di parlare, sia in quanto può contare sul pur riluttante, ma ripetuto assenso di chi crede ancora che chi si oppone al governo Renzi, si oppone a un governo di sinistra.
Ma così non è e sarebbe il caso di dirlo ripetutamente e a voce alta, cominciando, per esempio, da quella sbandierata velocità che può sembrare un punto di forza, ma è anche di debolezza.
Pensiamoci: se la democrazia è scelta e se la scelta è figlia della conoscenza, allora ne deriva in maniera inconfutabile che la velocità è contraria alla democrazia perché non permette la conoscenza e, quindi la scelta. Tutto questo appare ancora più chiaramente se si considera che una persona può passare tutto il tempo che gli serve a pianificare un proprio progetto e poi pretende che la risposta – ovviamente affermativa – arrivi in tempi ristretti non lasciando agli altri il tempo per riflettere sulla risposta che, man mano che il tempo passa, ha maggiori probabilità di essere almeno parzialmente negativa in quanto un’attenta riflessione può mettere in luce quelle crepe che a una prima, veloce occhiata, non appaiono evidenti.
Quello della velocità è un modo di fare che può andare bene nell'economia e nella finanza, ma non nella democrazia e, quindi, nella politica. Perché nell'economia e nella finanza nella concorrenza si cerca il disequilibrio, mentre nella democrazia si dovrebbe cercare l’equilibrio.
L'importante, insomma, non è fare riforme, ma farle bene. L'Europa non ha mai chiesto a nessuno, tanto per dare un esempio, di eliminare, o di stravolgere il Senato, né di impostare una legge elettorale fortemente maggioritaria.
Sicuramente la parte buona dell'Europa sarebbe molto più interessata a una buona legge anticorruzione. Fare riforme non è un merito a prescindere dal risultato che si ottiene e con l'uso strumentale e ricattatorio del concetto di velocità le probabilità di fare errori cresce in maniera esponenziale.
Se si combinano le nuove leggi costituzionali con la nuova legge elettorale fortemente maggioritaria e senza predisporre i necessari contrappesi istituzionali, per esempio, non è difficile immaginare cosa potrebbe succedere se a vincere il ballottaggio fosse un esponente politico della destra peggiore, magari con tendenze all'autoritarismo e con tutte le leve del potere in mano. E allora la velocità di oggi sarebbe la causa del disastro di domani.
E anche di questo dobbiamo continuare a parlare spesso e a voce alta.
venerdì 20 marzo 2015
L’individuo e la società
Nel suo
recentissimo “L’animale politico”, Gianluca Briguglia comincia
ricordando una dichiarazione di Margaret Thatcher: «Non esiste una cosa
come la società. Esistono uomini e donne. Ed esistono famiglie». Si
sarebbe tentati di definirla agghiacciante, ma, in realtà, è ingenua
ancor prima che stupida, perché già in sé contiene l’ammissione che
esiste uno stimolo naturale all’associazione e, quindi, i presupposti
per negare se stessa: i singoli, infatti, hanno in sé l’impulso a vivere
in coppie e a formare famiglie; e le famiglie avvertono una spinta
altrettanto naturale a creare uno spazio civile e politico che diventa
etico in quanto dona umanità ai suoi membri che proprio in quell’ambito
possono mostrare doti e virtù, educarsi e crescere culturalmente,
mettere a disposizione degli altri i propri talenti per poter
contemporaneamente godere dei talenti degli altri, uscire dalla barbarie
individualistica per dare forma, appunto, a una società.
Il problema è se questa società possa e debba essere anche politica. Una risposta affermativa appare obbligata perché il dialogo e la mediazione sono fondamentali nella ricerca della felicità propria e comune. Eppure, a guardare il mondo in cui sembra che ci siamo rassegnati a vivere, si sarebbe tentati di dire esattamente il contrario perché, visto che la semplificazione è il contrario della politica, la parte dominante della nostra classe politica sembra essersi specializzata proprio in quella semplificazione che è figlia diretta della cancellazione del passato e del futuro per pensare soltanto al presente, considerando il successo elettorale come il massimo bene possibile, e subordinando tutto, salute e felicità compresa, al denaro.
È certo che nella lista delle cose imprescindibili che ognuno deciderebbe di portare con sé in un’isola deserta, nessuno includerebbe il denaro, ma è altrettanto vero che nei Paesi industrializzati (e non solo in quelli) la trasformazione di denaro in potere è giunta a tal punto da costituire il pericolo più grave per le democrazie perché, essendo sedi primarie di potere, subiscono inevitabilmente una specie di assalto in cui chi riesce a superare le difese, e a entrare nei palazzi in cui si decide, punta a utilizzare il potere non più a favore della polis, ma di sé stesso, o dei gruppi che possono assicurargli un ritorno di qualche tipo.
Nemmeno la Thatcher credeva nella sua frase, ma la usava per respingere le richieste di un welfare migliore; anzi, per distruggerlo tout court. Ma la Thatcher era e si dichiarava di destra. La domanda è: come fa un governo che si autodefinisce di sinistra a elargire i famosi 80 euro alle persone, ma a scaricare le spese riducendo certi servizi per la società? Come fa a ridurre oggettivamente gli spazi di scelta della popolazione e quelli di democrazia perché ritiene necessario privilegiare la cosiddetta governabilità? Come fa ad accusare tutti gli oppositori – interni ed esterni – di “fare ricatti”, quando è il primo soggetto a parlare soltanto per aut aut rifiutando qualsiasi discussione reale e qualsiasi mediazione possibile?
E, a proposito di denaro e di corruzione, come fa a lasciare – anche se soltanto ufficialmente – a un proprio ministro la scelta se dimettersi o no davanti a uno scandalo nel quale si è scoperto un nuovo apice di corruttela? Il messaggio è fondamentale e così Renzi ha dimostrato che per lui l’unica cosa importante è la sopravvivenza del suo esecutivo; non dare l’immagine di un governo che vuole – e non soltanto a parole – la pulizia – nelle cose pubbliche. Sembra quasi che lui, cattolico praticante, che non abbia sentito il recentissimo l’intervento dei vescovi che su Berlusconi hanno sottolineato che una cosa è l’assoluzione giudiziaria, mentre ben altra cosa è l’assoluzione morale. Ma, del resto, la stessa idea l'aveva già data quando proprio con Berlusconi, quella volta già colpevole anche per la magistratura, oltre che per l'etica, si era messo a decidere come cambiare la Costituzione in Italia.
Il problema è se questa società possa e debba essere anche politica. Una risposta affermativa appare obbligata perché il dialogo e la mediazione sono fondamentali nella ricerca della felicità propria e comune. Eppure, a guardare il mondo in cui sembra che ci siamo rassegnati a vivere, si sarebbe tentati di dire esattamente il contrario perché, visto che la semplificazione è il contrario della politica, la parte dominante della nostra classe politica sembra essersi specializzata proprio in quella semplificazione che è figlia diretta della cancellazione del passato e del futuro per pensare soltanto al presente, considerando il successo elettorale come il massimo bene possibile, e subordinando tutto, salute e felicità compresa, al denaro.
È certo che nella lista delle cose imprescindibili che ognuno deciderebbe di portare con sé in un’isola deserta, nessuno includerebbe il denaro, ma è altrettanto vero che nei Paesi industrializzati (e non solo in quelli) la trasformazione di denaro in potere è giunta a tal punto da costituire il pericolo più grave per le democrazie perché, essendo sedi primarie di potere, subiscono inevitabilmente una specie di assalto in cui chi riesce a superare le difese, e a entrare nei palazzi in cui si decide, punta a utilizzare il potere non più a favore della polis, ma di sé stesso, o dei gruppi che possono assicurargli un ritorno di qualche tipo.
Nemmeno la Thatcher credeva nella sua frase, ma la usava per respingere le richieste di un welfare migliore; anzi, per distruggerlo tout court. Ma la Thatcher era e si dichiarava di destra. La domanda è: come fa un governo che si autodefinisce di sinistra a elargire i famosi 80 euro alle persone, ma a scaricare le spese riducendo certi servizi per la società? Come fa a ridurre oggettivamente gli spazi di scelta della popolazione e quelli di democrazia perché ritiene necessario privilegiare la cosiddetta governabilità? Come fa ad accusare tutti gli oppositori – interni ed esterni – di “fare ricatti”, quando è il primo soggetto a parlare soltanto per aut aut rifiutando qualsiasi discussione reale e qualsiasi mediazione possibile?
E, a proposito di denaro e di corruzione, come fa a lasciare – anche se soltanto ufficialmente – a un proprio ministro la scelta se dimettersi o no davanti a uno scandalo nel quale si è scoperto un nuovo apice di corruttela? Il messaggio è fondamentale e così Renzi ha dimostrato che per lui l’unica cosa importante è la sopravvivenza del suo esecutivo; non dare l’immagine di un governo che vuole – e non soltanto a parole – la pulizia – nelle cose pubbliche. Sembra quasi che lui, cattolico praticante, che non abbia sentito il recentissimo l’intervento dei vescovi che su Berlusconi hanno sottolineato che una cosa è l’assoluzione giudiziaria, mentre ben altra cosa è l’assoluzione morale. Ma, del resto, la stessa idea l'aveva già data quando proprio con Berlusconi, quella volta già colpevole anche per la magistratura, oltre che per l'etica, si era messo a decidere come cambiare la Costituzione in Italia.
Iscriviti a:
Post (Atom)