lunedì 16 marzo 2015

Il futuro delle ideologie

Che Felice Casson, dichiaratamente di sinistra, abbia sconfitto due candidati renziani alle primarie per le comunali di Venezia ha un grande significato, anche perché lo ha fatto con il 55,6%: il che vuol dire che avrebbe vinto anche se gli altri due non si fossero parzialmente elisi a vicenda. Ritengo, infatti, che il messaggio che arriva dalla laguna vada ben oltre l’ambito comunale al quale si riferisce, ma che si estenda all’intero panorama nazionale come momento in cui può prendere corpo una svolta auspicata da tantissimi di coloro che avevano il PD come punto di riferimento come catalizzatore delle forze di sinistra e di quelli che se ne erano allontanati in quanto non sentivano più quel partito come casa loro.
 
Al di là del grande significato del rifiuto della corruzione dato al voto pro Casson, da Venezia – se si combina quel risultato con la “Coalizione sociale” di Landini e con altre iniziative simili, già da tempo partite, come, nella nostra regione, “Officina 2.0 – arriva un segnale netto del fatto che finalmente sta riprendendo forza non il fascino delle persone, ma l’idea politica che le anima.

Nel luglio del 2008, nella serie di incontri che avevo organizzato per il Mittelfest targato Moni Ovadia, ho introdotto e gestito un incontro tra il senatore Mino Martinazzoli, l’uomo che ha sciolto la DC e ha fondato il PPI, e il professor Natalino Irti, giurista che aveva da poco scritto uno splendido libro: “La tenaglia – In difesa dell’ideologia politica”.
 

Nell’introduzione avevo detto che il crollo del muro di Berlino aveva trascinato con sé nella caduta molte cose brutte ma anche alcune cose belle e di valore: aveva tolto, per esempio, alla politica il passato e il futuro perché aveva trascinato con sé non soltanto l’ideologia che rappresentava ma anche tutte le altre, tranne quelle del liberismo e del razzismo che ideologie non sono, ma semplici applicazioni pratiche del concetto di egoismo alla società umana.

Guardiamo a cos’è successo: dopo il muro, per un lungo periodo quasi tutti hanno buttato via, almeno per una certa parte, i loro valori. Lo hanno fatto i comunisti, i socialisti, i cattolici, i liberali e persino i fascisti, anche se, per me, la parola “valori” in questo caso andrebbe sostituita con qualcos’altro. Li hanno buttati via illudendosi che senza valori ci si sarebbe potuti avvicinare l’uno all’altro in una sorta di fatale attrazione verso un posto indistinto e ritenuto vincente che per molti per comodità chiamano centro; che però è molto diverso dal centro di una volta perché anche il centro di una volta aveva i suoi valori, mentre adesso è, appunto, una cosa indistinta e vive il giorno per giorno e non quella pulsione verso una meta che invece esisteva prima. E molti si sono avvicinati facendo ressa tutti insieme, cercando di farsi belli e attrarre simpatie, facendosi vedere simili a quelli che in quel momento stavano vincendo. Ma non sono riusciti ad attrarre nessuno perché il vuoto non attrae mai nessuno, ma, anzi, dà un senso di repulsione. Il risultato è che sempre meno gente si è avvicinata al voto e alla politica, alla partecipazione al vivere sociale. E contemporaneamente chi ha fatto così non si è sentito più vicino agli avversari di una volta perché sono rimasti completamente estranei. Ma contemporaneamente hanno perduto molti amici perché senza valori non li riconoscevano più, né da loro erano riconosciuti. E, in molti casi, hanno perso anche il rispetto di sé stessi e, per recuperarlo, si sono allontanati da qualsiasi cosa avesse attinenza con la politica.

Ora molti temono la nascita di un nuovo partitino. Ma non si tratta di questo: si tratta di voler avere nuovamente un partito di sinistra e se sarà ancora il PD, ma depurato dal renzismo, che di sinistra non è, sarà più che ben accetto.
 

Quell’incontro del 2008 era intitolato “Il futuro delle ideologie” e oggi, finalmente, quel futuro sembra avvicinarsi: non sarà importante il nome dell’ideologia, ma il contenuto che deve basarsi sulla difesa dei diritti conquistati con sangue e fatica da chi ci ha preceduto, sull’intransigenza davanti a qualsiasi cosa metta a repentaglio la democrazia, sull’uguaglianza, sulla solidarietà e sulla ricerca di partecipazione – reale e non soltanto formale – di tutti. Poi chiamatela pure come volete.

sabato 7 marzo 2015

Non c'è tempo

L’articolo 138 della nostra Costituzione prescrive che «Le leggi di revisione della Costituzione… sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni a intervallo non minore di tre mesi…». A parte il fatto che anche questo articolo poi dovrà essere cambiato perché le due Camere non esisteranno più, almeno nel senso inteso dai padri costituenti che non pensavano neppure lontanamente a una delle due Camere fatta interamente da nominati e non da eletti, una particolare attenzione va applicata a quell’«intervallo non minore di tre mesi». Si tratta, infatti, di un esplicito richiamo alla necessità di una pausa di riflessione poiché la materia è talmente complicata che si possono rischiare, senza quasi accorgersene, di alterare equilibri delicatissimi e di andare a toccare inconsapevolmente, ma inevitabilmente e nella sostanza, altri articoli costituzionali, come il 138, appunto. Ora, è evidente che Renzi non ha alcun interesse a sollevare discussioni su un tema che per lui riveste importanza soprattutto come affermazione personale anche e soprattutto nel far vedere che lui riesce a fare in fretta ciò che altri non hanno fatto. L’unica cosa che riesce a dire in questo periodo è sostenere che, mentre prima, il suo nuovo testo non si poteva toccare perché era in piedi il cosiddetto patto del Nazareno, ora non lo si può toccare anche se non è più in piedi il patto del Nazareno. Quello che stupisce è il silenzio degli altri che questionano, ogni tanto, su alcune cose, ma che sui rischi che la Costituzione corre dicono davvero poco. E invece sarebbe il caso di farlo subito perché il referendum confermativo per le nuove leggi costituzionali esiste, se le maggioranze che le hanno approvate non raggiungono i due terzi, ma quel referendum deve anche essere richiesto «da un quinto dei membri di una Camera, o cinquecentomila elettori, o cinque Consigli regionali». E, oltre che chiesto deve essere sostenuto con forza, perché il rischio che sta correndo la nostra democrazia non è davvero di piccolo momento.
Inoltre, riassumo per sommi capi, ricordando che, al di là della deleteria combinazione tra nuovo assetto istituzionale del Senato e nuova legge elettorale, nel quadro di una democrazia sempre più a rischio entrano di diritto altri possibili cambiamenti voluti da Renzi che furbescamente non vanno a mutare il testo della Costituzione, ma che comunque puntano a cambiarne profondamente la sostanza.
Mi riferisco al Jobs Act che incide sullo spirito sostanziale degli articoli dall’1 al 4 e dal 35 al 40 della nostra Carta fondamentale, ma in particolar modo dell’articolo 4 che parla di lavoro come diritto (sempre più negato), ma anche come dovere per il «progresso materiale o spirituale della società» (sempre più impedito).
E anche alla nuova legge sulla responsabilità dei magistrati, approvata con i soli voti del partito di Renzi, che non tocca gli articoli costituzionali riservati alla magistratura, ma va a incidere pesantemente soprattutto sulla sostanza degli articoli 104 e 105 e, quindi, sulla reale indipendenza di uno dei poteri dello Stato, anche se la Carta parla di Ordine, ma specifica che «è autonomo e indipendente da ogni altro potere».
Né su può dimenticare che Renzi dica che «non sono politica, ma mercato» i tentativi di acquisizione da parte di Mediaset, delle torri di Rai Way e dell’intero pacchetto azionario della Rizzoli-Corriere della Sera che, se andassero a buon fine, creerebbero un vulnus terribile alla sostanza dell’articolo 21, quello che si occupa dell’informazione come base necessaria per ogni democrazia.
Vediamo che sempre di più Renzi e i suoi tentano di far coincidere il concetto di vittoria elettorale con l’idea che il verbo “vincere” corrisponda al concetto di avere sempre ragione per almeno cinque anni. E sentiamo parlare di Partito della Nazione, una specie di pericolosissimo ossimoro che ricorda troppo quei partiti nazionali che hanno firmato i più terribili avvenimenti del XX secolo.
E non dimentichiamo mai che, mentre con un’infinita serie di “canguri” e di “fiducie” si sono già svuotate le due Camere di ogni potere reale, si ventila sempre più spesso di stabilire per vie interne ai partiti quel “vincolo di mandato” che è negato inequivocabilmente dall’articolo 67 della Costituzione: ormai, infatti, è esplicito il richiamo a votare, al di là dei legittimi dubbi di coscienza, solo ciò che è deciso dalla maggioranza del partito; quindi dal suo vertice. Se questo diventasse reale, non ci sarebbe più bisogno di un Parlamento, ma soltanto di una specie di snello consiglio d’amministrazione legislativo – già vagheggiato a suo tempo da Berlusconi per farsi risparmiare tempo e fastidi – in cui ogni capo di partito porta con sé la quantità di voti parlamentari accumulati nelle più recenti elezioni e chi alla fine – o, meglio, già prima dell’inizio – ha più voti, con il premio di maggioranza ovviamente, vince.
È terrorizzante. Diamo pure atto a Renzi di buona fede, ma non possiamo non pensare a come sarebbe l’Italia di oggi se nel 1994 il Berlusconi vincitore delle elezioni avesse trovato queste regole già in vigore. E a cosa potrebbe succedere in futuro se qualche altro personaggio poco raccomandabile dovesse conquistare Palazzo Chigi.
Non crediamo di avere tempo a disposizione. Non possiamo limitarci ad assistere a questa fase di grande pericolo. Dobbiamo opporci, resistere.

mercoledì 25 febbraio 2015

Tre poteri in uno

Nessuna sorpresa: dopo aver attaccato il potere legislativo con la volontà di eliminazione del Senato, con un premio elettorale che impedirà ogni discussione utile in Parlamento, con un’infinita serie di “canguri” e di “fiducie” che hanno già svuotato le due Camere di ogni potere reale, ora era giunto il momento di attaccare anche il potere giudiziario. L’obbiettivo evidente, infatti, è quello di dilatare oltre ogni limite il potere del potere esecutivo. Proprio quello che la Costituzione voleva a ogni costo evitare creando tutta una serie di contrappesi per limitare una possibile, sia pur temporanea, dittatura del governo in carica. 

E non è una caso che il cambiamento delle regole sulla responsabilità civile dei magistrati sia stato approvato soltanto con i voti del partito di Renzi (chiamarlo ancora PD, mi sembrerebbe un’offesa a coloro che lo hanno fondato). Il ministro della Giustizia Andrea Orlando dice che «la giustizia sarà meno ingiusta e i cittadini saranno più tutelati». Ma dimentica che la giustizia è spesso ingiusta soprattutto perché i colpevoli, se ricchi, se la cavano pagando avvocati espertissimi nel dilatare i tempi per raggiungere la prescrizione, che la corruzione dilagante trova gran parte del suo alimento proprio in alcuni anfratti di quella politica che poco o nulla fa contro i conflitti di interesse, che lascia depenalizzato il falso in bilancio, che non si preoccupa se nei tribunali mancano giudici, cancellieri, addirittura la carta.

Del tutto ridicolo, poi, è lo stesso ministro quando dice che «Valuteremo laicamente gli effetti e siamo pronti a correggere alcuni punti. Ma ritengo che molti dei pericoli paventati non hanno riscontro». Ma come? Laicamente in un partito che è talmente confessionale da accettare come vangelo le parole del capo? Ma si rende conto che confessa che, per la fretta endemica di Renzi e dei renziani, non è stata valutata preventivamente con attenzione una norma delicatissima? Ma davvero pensa che non avrà riscontro il fatto che ci sarà un diluvio di ricorsi, ora che non serve più un passaggio preventivo per valutarne l’ammissibilità e che il travisamento del fatto e della prova rientra fra le ipotesi per cui chiedere i danni? Il tutto mentre si innalza la soglia economica di rivalsa del danno. 

Stanno distruggendo la Costituzione. E hanno cominciato dall’articolo 1. Ora, in attesa di vari referendum abrogativi, l’appello non può che essere quello lanciato a suo tempo da Borrelli contro Berlusconi: «Resistere. Resistere. Resistere». È improcrastinabile fuori dal Parlamento, ma anche al suo interno. E anche all'interno del partito di Renzi.

lunedì 16 febbraio 2015

Il problema è nostro

Come dice da sempre Guglielmo Lucilli, ogni problema non deve mai essere visto come “suo”, ma sempre come nostro. E questo vale a qualsiasi livello. Se abbiamo un figlio in situazione di disagio, il problema è nostro, non suo. Dobbiamo viverlo e tentare di risolverlo insieme, non delegarglielo e pensare che il nostro compito sia soltanto quello di fare la morale e di rimproverare, e non, soprattutto, quello di capire le nostre colpe per quanto è accaduto e di impegnarci strettamente insieme a lui per risolvere il problema. E lo stesso vale anche per tante altre cose.
Vale per la crisi economica della Grecia che è tanto nostra che ora – ma era evidente già da molto tempo – rischia di minare le fondamenta stesse dell’Europa, se si continuerà a non capire che l’Unione deve essere sociale e politica molto prima che economica.

Vale per le crudeltà dell’Isis che stanno diventando davvero nostre soltanto perché si sono avvicinate geograficamente ai nostri confini e perché un ministro, in evidente ricerca di visibilità, ha scelto di parlare prima di pensare e di coordinarsi con i tanti altri che di quelle violenze sono già vittime. Ma che con attuale grande evidenza erano nostre già prima.

Vale per la disperazione dei migranti che scappano da guerre, fame, malattie, dittature, violenze, schiavitù. Che non possono non farlo, come non potremmo non farlo noi nelle loro condizioni. E che troppo spesso lasciamo morire nei loro viaggi della disperazione per risparmiare qualche soldo.

Vale per chi non riesce a trovare un lavoro, per chi non riesce a sostentare decorosamente la propria famiglia, per chi non può curarsi decentemente scontando una crisi economica che non potrà non innescare altre tensioni pericolosissime e subendo un’incapacità politica che permette che gli squilibri nella distribuzione della ricchezza raggiunga livelli tali da far pensare a una fredda determinazione proprio da parte della politica, o a una sua incredibile debolezza davanti ai ricchi.

Vale per chi in Italia vede in pericolo la democrazia davanti a certe parodie di partiti e agli attuali ostinati e inaccettabili metodi di forzare la mano legislativa a colpi di maggioranza per realizzare un teorico potere che poi, inevitabilmente, passerà ad altri e che, comunque, toglierà potere a chi la nostra Costituzione vorrebbe davvero appartenesse: quel popolo in cui esistono pure delle minoranze che hanno diritto di parola, anche e soprattutto se quella parola è capace di dimostrare che chi comanda – e non governa – sta sbagliando.

Vale in tutti questi casi e anche in tanti altri. E valeva anche nel passato mentre Hitler, Stalin, Mussolini, i colonnelli greci, i generali argentini e tanti altri della loro stessa risma distruggevano milioni di uomini.

In tutti questi casi del presente e del passato il problema non è mai “suo”, è sempre nostro.

Questo, ovviamente, se pensiamo di essere parte di una comunità e se decidiamo di comportarci di conseguenza. Di una comunità di grandezza assolutamente variabile che spazia dalla famiglia alla specie umana.

Perché nostra non deve essere soltanto la ricchezza: nostro deve essere sempre anche il debito. E non parlo soltanto di ricchezze e debiti pecuniari. Altrimenti, se non ci impegneremo con fatica, con pazienza, magari anche commettendo qualche errore, alla fine ci resterà soltanto il debito che deriverà da ogni problema che delegheremo totalmente agli altri con l’assurda e sbagliata convinzione che il non restarne coinvolti, che il non considerare mai la nostra responsabilità individuale in quello che ci succede attorno, possa assicurarci la tranquillità. Questo impegno è sempre stato il connotato e la spinta di quella vera sinistra che oggi non può non essere costruttivamente rimpianta.

Tutti gli “Eppure…” li puoi trovare anche all’indirizzo http://g-carbonetto.blogspot.it/

sabato 14 febbraio 2015

Chi deve rammaricarsi

Che, secondo lui, il Parlamento non serva più a niente Renzi ormai l’ha dimostrato ad abundantiam con quello che è successo negli ultimi giorni e soprattutto nell’ultima notte nella quale il PD è rimasto da solo nell’aula a cancellare tutti gli emendamenti possibili ai cambiamenti della Costituzione con una fretta e un’improntitudine che soltanto il presidente del Consiglio pro tempore potrebbe spiegare. Dopo la squallida approvazione da parte della sola maggioranza di un solo partito, ha detto: «Credo che a rammaricarsi debbano essere il centrodestra, le opposizioni. Noi bene così, andiamo avanti».
 
Io sono convinto, invece, che a rammaricarsi debbano essere i deputati del PD cjhe, pur recalcitranti, hanno preferito cancellare il loro voto di coscienza per privilegiare la disciplina di partito. Ma evidentemente Renzi non crede che in questa Italia ci siano tantissime persone che oltre al discorso economico – o forse addirittura prima del discorso economico – tengano alla democrazia. Ettore Rosato, bontà sua, chiudendo i lavori dell'Assemblea, ha ammesso che quell’aula semivuota, per la decisione di tutte le opposizioni di uscire, è «una ferita istituzionale». E verrebbe da chiedergli perché, allora, stante la sua consapevolezza, ha contribuito a infliggere questa profonda ferita alla democrazia italiana.

Una ferita che è stata anche accompagnata da qualche beffa come quella che, in presenza di un articolo della Costituzione che afferma che «l’Italia ripudia la guerra», stabilisce che spetterà alla sola Camera dei deputati, con la maggioranza assoluta dei voti a deliberare lo stato di guerra. Dal suo profondo vuoto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, definisce questa scelta un ragionevole punto di «mediazione». Ma quale mediazione può esserci con un ripudio? E che senso ha parlare di maggioranza assoluta se nell’unica Camera esistente la nuova legge maggioritaria con premi assegnerà a chi vince almeno il 55 per cento dei seggi?

Renzi è riuscito nel capolavoro di far sentire personaggi come quelli della Lega e di Forza Italia autorizzati a parlare di democrazia; addirittura a sentirsene paladini. Non riesco a capire come si potrà votare ancora per il partito di Renzi fino a quando Renzi sarà il suo segretario.
 
Sono sempre più coloro che si stanno rendendo conto che dalle crisi economiche, pur profonde, è più facile uscire che dalle crisi democratiche. E forse molti che avevano rifiutato il diritto di voto perché non soddisfatti dalle alternative proposte cominceranno a pensare che davanti a questo rischio sempre più palpabile occorre darsi da fare per opporsi democraticamente allo smantellamento della democrazia. L’omissione adesso sarebbe assimilabile alla complicità. Sia dentro, sia fuori dal PD.

domenica 8 febbraio 2015

La battaglia per il referendum

Debora Serracchiani, nella sua veste di vicesegretario del PD, ha perfettamente ragione quando dice: «Berlusconi che parla di deriva autoritaria è quasi commovente», rispondendo alla frase «Avvertiamo il rischio che vengano meno le condizioni indispensabili per una vera democrazia e che ci si possa avviare verso una deriva autoritaria». Il problema è che nella sostanza l’ex cavaliere ha ragioni da vendere e che adesso sbraita soltanto perché questa “deriva autoritaria” non sarà lui a gestirla, anche se da un ventennio tentava di realizzarla.
 
Da sempre considero lo stravolgimento assoluto del Senato e la nuova legge elettorale due iatture da evitare a qualsiasi costo, ma adesso la cosa diventa ancora più pericolosa e più urgente perché sempre più vicino alla realtà è quello che fino a poco tempo fa sembrava soltanto un incubo: il Partito della Nazione, che già nella sua esposizione semantica è un ossimoro creato per imbrogliare la gente, visto che partito significa dividere da altri e nazione postula un’unità da non scalfire.

L’incubo diventa realtà perché dopo l’ingresso nel PD di Migliore e di altri esponenti di SEL, ora assistiamo al rientro di personaggi come Ichino, Maran e altri di SC, mentre si stanno spalancando le porte anche a buona parte dei fuoriusciti del M5S. Ne uscirà un guazzabuglio politico indistinguibile.Maria Elena Boschi afferma che il PD è un partito aperto e Pierluigi Bersani ribatte dicendo che il PD non può essere una porta girevole attraverso la quale si può entrare e uscire a piacimento. Ma questo è soltanto un aspetto – e probabilmente il minore – della faccenda.

Il punto fondamentale è che se si proseguirà su questa strada l’esistenza del Parlamento non avrà più alcun senso, se non quello di fare da paravento a un regime più o meno autocratico, perché tutto sarà discusso e votato nell’assemblea del Partito della Nazione e poi le decisioni saranno portate a Montecitorio soltanto per sottoporle a una scontata ratifica di una maggioranza straripante e praticamente invariabile in cui le opposizioni faranno soltanto da figuranti senza diritto di pensiero, oltre che di parola. Anche perché sempre più è guardato con insofferenza l’articolo 67 della Costituzione, quello in cui si dice – difendendo, appunto, l’essenza della democrazia – che i parlamentari non hanno “vincolo di mandato”.

Aggiungete a questa nuova realtà che non ci sarà più nemmeno una seconda Camera capace di riformare gli errori della prima e il quadro diventa completo. Oltre che terrorizzante.

E non ci si venga a dire che chi la pensa come me è soltanto un oppositore di Renzi e dei suoi: diamo loro pure atto di totale buona fede, ma non possiamo non pensare a come sarebbe l’Italia oggi se nel 1992 il Berlusconi vincitore delle elezioni avesse trovato queste regole già in vigore. E a cosa potrebbe succedere in futuro se qualche altro personaggio poco raccomandabile dovesse conquistare Palazzo Chigi.

Chiediamoci, per favore, perché tanti italiani hanno sacrificato la vita durante il fascismo e durante la Lotta di Liberazione con il sogno di una democrazia stabile. Chiediamoci perché i padri costituenti sono stati così attenti a creare contrappesi capaci di disinnescare ogni tentazione autoritaria. Chiediamoci se l’Italia in cui dilaga la corruzione è più virtuosa – e quindi dotata di anticorpi sociali – di quella del 1948.

La realtà è che non siamo mai stati così vicini alla realizzazione di una parte fondamentale del cosiddetto “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli.

La battaglia per il referendum previsto dalla Costituzione in caso di leggi di revisione costituzionale approvate con meno di due terzi dei parlamentari (sempre sperando che questo avvenga davvero) deve cominciare già da oggi.

domenica 1 febbraio 2015

Complimenti e verifiche

Niente da dire. Questa volta è obbligatorio fare i complimenti a Matteo Renzi e alle altre figure di primo piano della maggioranza e delle minoranze del PD per come sono arrivati all’elezione di Sergio Mattarella che mai riuscirà a cancellare lo sfregio fatto dai 101 con il tradimento nella votazione per Prodi, ma che ci assicura un presidente che possiede un’etica sociale e politica, e che da queste non intende deflettere perché mai le ha tradite, per i prossimi sette anni. Complimenti anche perché questa elezione ha ulteriormente indebolito la posizione di Berlusconi e ridotto le nefaste conseguenze del patto del Nazareno. Ridotto, ma non eliminato perché alcuni frutti avvelenati, come il Jobs act, sono già entrati nella vita degli italiani e altri, come questa riforma elettorale, sembrano molto vicini a entrarci.
 
Ma in quest’anno il cinismo politico di Renzi ha già avuto modo di esprimersi abbondantemente con una specie di politica a geometrie variabili che gli permette di allearsi ora con questo, ora con quello, a seconda di quelle che sono le sue necessità del momento per raggiungere i suoi obbiettivi.

I complimenti a Renzi, dunque, sono obbligatori, ma questo non può cancellare il dissenso con il suo operato, Né, tantomeno, può far abbassare la guardia sulle tante altre cose che si dovranno decidere per tirare fuori l’Italia da quella profonda crisi – non soltanto economica – in cui è sprofondata.

Le prime parole del nuovo presidente della Repubblica («Il pensiero va soprattutto e anzitutto alle difficoltà e alle speranze dei nostri concittadini. È sufficiente questo») e il suo primo atto pubblico (la visita alle Fosse Ardeatine) sono realtà che già indicano una strada ben precisa che non si sostanzia soltanto in minore disoccupazione, maggiori stipendi e minori tasse, ma anche e soprattutto, con la parola “speranze”, nell’antico e sempre disatteso desiderio di trasformare l’Italia in un Paese in cui normale sia la legalità e non la corruzione, in cui gli onesti non si sentano dei poveri scemi, in cui i conflitti di interessi cessino di essere la norma, in cui le cose che non vanno vengano denunciate non soltanto dalle inchieste di pochi giornalisti, ma soprattutto dai responsabili della politica.