venerdì 16 novembre 2018

Registratori, araldi e giornalisti

«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». È la prima parte dell’articolo 21 della nostra Costituzione e merita riportarne il testo in un momento in cui una parte della politica italiana, insofferente alle critiche, aggredisce i giornalisti definendoli, con garbo, «sciacalli» e «puttane». Il “governo del cambiamento”, insomma, anche in questo non cambia nulla: i grillini imitano quello che avevano già fatto Berlusconi e Renzi alzando alti lamenti perché qualcuno si permette di criticare le loro scelte; ma ci aggiungono offese e turpiloquio. E non illuda il fatto che Salvini stranamente si dissoci da questo modo di parlare: se oggi, pur non avendo mai amato i giornalisti, è in disaccordo con Di Maio lo fa soltanto perché questo rientra perfettamente nella sua strategia ormai palese di attaccare e logorare l’alleato-servitore di governo.

Non avrebbe molto senso, quindi, tornare su questa antica difficoltà di rapporti tra politica e stampa, tra chi decide e chi pensa di poter valutare le decisioni e, se del caso, di criticarle. E neppure potrebbe spingere verso ulteriori approfondimenti l’uso di epiteti che evidentemente gli attuali capi grillini si sentono in dovere di mutuare dal capostipite Grillo. È importante, invece, mettere a fuoco che oggi Di Maio, Di Battista, Grillo, la Casaleggio Associati e molti loro dipendenti vorrebbero che l’articolo 21 fosse applicato a tutti i cittadini, ma non ai giornalisti; perché è a loro che viene rimproverato il fatto di sentirsi in «diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

Una fetta dei 5stelle, infatti, vorrebbe vedere il giornalista come puro registratore dei fatti, o, magari, come araldo che non cita tutti i fatti che talvolta si commentano già da soli. Ma così non è e non può essere anche perché, pur se il pubblicista Di Maio probabilmente non lo sa, nella nostra professione la deontologia non solo è importante, ma addirittura fondamentale perché, nel dare una notizia, il giornalista non può mai dimenticare che il rapporto tra informatore e informato deve essere regolato da quelle norme di comportamento che vanno sotto il nome di deontologia ma che, più semplicemente, rientrano del campo dell’etica.
 

Professionalità giornalistica, infatti, non significa soltanto saper trovare e verificare le notizie e poi tradurle in un brano letterariamente valido e in un titolo accattivante, inseriti in una pagina graficamente gradevole: potrebbe farlo chiunque, e con non eccessivo addestramento. Perché un mestiere diventi professione deve poggiare, invece, su un solido substrato etico. E, per dare contorni più definiti al tema, dico anche che l’obbligo di una moralità, di una deontologia, esiste non perché la professione giornalistica nasca per educare, ma perché, se questa eticità manca, ne consegue, in maniera praticamente automatica, che finisce per diseducare. Lo si vede succedere ogni giorno.

Oggi da varie parti, soprattutto da alcuni dei 5stelle, si sta chiedendo a gran voce l’abolizione del nostro Ordine professionale. Grillo e soci non lo fanno puntando a un miglioramento, ma soltanto per cancellare quel residuo di preparazione e deontologia che sono la base sulla quale un Ordine deve rendersi garante verso gli esterni della rigorosità professionale dei propri iscritti. Quando i grillini attaccano un giornale auspicandone la chiusura, in realtà puntano a rimuovere, almeno temporaneamente, ogni tipo di controllo nel nome di una libertà comunicativa che, in realtà, è soltanto arbitrio da parte di chi in quel momento è più forte. Temporaneamente, perché ogni potere, quando diventa tale, trova poi comodo controllare quello che è raccontato, perché sia aderente al cosiddetto “storytelling”, mentre sono diffusissime le “fake-news”, infestanti e combattute soltanto se provengono da campi avversi.

Ralf Dahrendorf, in “Dopo la democrazia”, ha sostenuto che i media devono essere estremamente liberi, oltre che rigorosi, perché nella realtà hanno assunto alcune funzioni di collegamento tra elettori ed eletti che sono state abbandonate dai partiti politici, ormai allo sfascio anche come cinghie di trasmissione tra i cittadini e il potere. Ed è evidente che la delicatezza di questo compito non può lasciare spazio al dolo, ma nemmeno all’approssimazione. Perché, se è vero che il giornalista dovrebbe essere una specie di testimone e traduttore che porta i fatti dal luogo dove succedono agli occhi e alle orecchie dei fruitori, rendendoli intellegibili, è altrettanto vero che a un professionista non si può soltanto chiedere di essere onesto relatore di ciò che vede. Gli si deve domandare anche di rendere i fatti più comprensibili, eliminando le parti inessenziali, individuando eventuali collegamenti con altre notizie, rovistando nella memoria per scovare eventuali precedenti o precursori, ragionando per prevedere possibili conseguenze e commentandole, ribattendo con fermezza ad affermazioni mistificanti da parte di protagonisti e intervistati. 

Altrimenti - ed è quello che vorrebbero i grillini, ma non soltanto loro - ci si riduce al colpevole ruolo di cassa di risonanza, o, alternativamente, a seconda dei comodi altrui, di sordina.

Ma perché i 5stelle si accaniscono soprattutto contro la carta stampata proprio mentre la crisi dei giornali si tocca con mano nel calo della maggior parte delle tirature e nella scomparsa di un numero impressionante di edicole? La risposta è semplice: perché la lettura di testi stampati su carta è ancora quella più congeniale ai ritmi del nostro cervello che può pensare anche mentre, con i suoi tempi, assorbe le parole e le frasi degli articoli. E l’atto del pensare, per chi comanda, è sempre visto come molto pericoloso.

Molto mi è piaciuta la frase scritta su un cartello portato da un giovane in una recente manifestazione: «Prima vennero a prendere i giornalisti. Chi hanno preso dopo, non lo sappiamo». E, visto che ormai resistere non è più sufficiente, ma serve ribellarsi, in maniera assolutamente non violenta, ma con alcuni no, vi prego: leggete! Come forma di disobbedienza civile.


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domenica 11 novembre 2018

Pubblicità regresso

Quando Giacomo Leopardi, ne “La ginestra”, metteva in dubbio, con malinconico sarcasmo, «le magnifiche sorti e progressive», non esprimeva uno sterile e pessimista rimpianto del passato, ma si dichiarava contrario non al progresso in quanto tale, bensì a coloro che lo vedevano come inarrestabile e positiva sostanza del presente, ignorando, però, del tutto le contraddizioni etiche, sociali ed economiche che tale sviluppo porta con sé; e, quindi, non pensando minimamente a correggerle. Affermava, in pratica, che non sempre quello che viene dopo è, per ciò stesso, progresso.

La cosa potrebbe anche essere accettata con una sorta di tranquillo disinteresse se non fosse che l’esperienza insegna che ogni cosa umana, se non progredisce, è inevitabilmente condannata a retrocedere. E oggi, mentre non è ancora finita una lunga e drammatica crisi non soltanto economica, questo regresso appare evidente in maniera addirittura smaccata, anche perché, in una sorta di “pubblicità regresso”, i passi indietro, le rinunce a conquiste costate sudore, lacrime e sangue, vengono presentati come nuove conquiste. E, se non stupisce che gli imbonitori tentino di subornare i possibili “acquirenti”, lascia annichiliti il fatto che in tanti si lascino convincere dalle loro parole, vuote e con scarsissimi addentellati con la realtà.

L’esempio più evidente è rappresentato dal mutare della sensibilità degli italiani nei confronti dei migranti che, pur di tentar di sopravvivere a guerre, fame, tirannie, torture e malattie, decidono di rischiare la vita attraversando il Mediterraneo su barconi totalmente inadatti e mettendosi nelle mani di personaggi privi di qualsiasi scrupolo. Ilvo Diamanti ha sottolineato come tre anni fa il 52 per cento degli italiani, nei confronti dei migranti in mare, aveva sentimenti di accoglienza, mentre erano il 40 per cento quelli che puntavano sul respingimento. Oggi, sotto la martellante propaganda di Salvini, con il suo pubblicitario «Prima gli italiani!», la situazione si è quasi esattamente invertita. E a nulla è servito sottolineare che i migranti via mare sono meno del 10 per cento del totale degli stranieri che arrivano in Italia ogni anno che, per la maggior parte, sono di sesso femminile. Come a nulla serve ribadire che l’Italia, tralasciando i Paesi del Gruppo di Visegrad, è agli ultimi posti in Europa come accoglienza calcolata sulla percentuale di presenza di stranieri rispetto al totale della popolazione.

Ma gli esempi di regresso si stanno moltiplicando ben al di là dell’accoglienza e stanno entrando pesantemente pure nella sfera privata della vita degli italiani. Un esempio clamoroso è offerto dal Ddl Pillon, un disegno di legge presentato, con il numero 735, dal senatore leghista Simone Pillon, fondatore del Family Day, il cui provvedimento, che fissa una serie di modifiche sull’affido condiviso dei figli in caso di separazione e di divorzio, è ora all’esame della Commissione Giustizia del Senato.

In breve, prevede l’eliminazione dell’assegno forfettario di mantenimento per il figlio disposto dal giudice, che sarebbe sostituito da una cifra calcolata sulle varie spese e perfettamente, ma iniquamente divisa tra i due genitori. I figli sarebbero obbligati a passare non meno di 12 giorni al mese con entrambi i genitori facendo la spola tra le due diverse abitazioni. Imporrebbe il ricorso obbligatorio a un mediatore familiare pagato dai genitori in via di separazione.

La prima considerazione è immediata e riguarda la disumanizzazione di tutti i protagonisti. Innanzitutto le prime vittime sono i figli che da bambini e ragazzi vengono trasformati in una sorta di pacchi, obbligati a vagare da una casa all’altra e magari da una città all’altra, con problemi evidentissimi, solo per citare i primi che balzano agli occhi, dal punto di vista di scuola, amicizie ed educazione. Ma ancora più grave appare il fatto che non avranno più una famiglia di riferimento, ma ne avranno due, magari in contrasto tra loro; quindi, praticamente nessuna. Senza contare il fatto che i 12 giorni a casa di uno dei due genitori potrebbero essere decisamente contrari alla loro volontà.

Disumanizzante è anche il meccanismo che fa cessare l’uguaglianza tra i coniugi e favorisce nettamente il genitore più ricco, statisticamente quasi sempre l’uomo, che potrà più facilmente ottemperare alla sua metà di contribuzione alle spese, ma che anche potrà, senza eccessivi sforzi, accollarsi la propria parte di spesa per la consulenza obbligatoria.

E qui merita sottolineare un particolare perché il senatore Pillon di professione è avvocato specializzato proprio nelle mediazioni familiari. Tanto che per promuovere la sua attività sul sito del proprio studio legale scrive: «È in corso di approvazione una modifica al codice civile che conferirà grande rilievo all’attività di mediazione nel corso dei procedimenti per la separazione dei coniugi». Nel Ddl proposto si prescrive che i coniugi con figli minori per separarsi dovranno essere, per legge, seguiti da un mediatore per una durata massima di sei mesi in un numero di sedute variabile di cui soltanto la prima sarebbe gratuita., mentre le altre sarebbero da pagare al mediatore e a carico delle due persone che si stanno separando con tariffe che evidentemente dipenderanno dai vari mediatori. Il mediatore, inoltre, dopo la prima seduta potrebbe escludere dagli incontri gli avvocati di parte. Sembra un’altra fulgida perla della ricchissima collana italiana di interessi privati in atti d’ufficio e di conflitti di interesse.

Forse il vecchio slogan di Borrelli, «Resistere! Resistere! Resistere!» è ormai inadeguato. Probabilmente è il momento di sostituire la resistenza con la ribellione. Assolutamente pacifica, per carità. Ma fondata su quell’esplosivo potenziale che è racchiuso nella disobbedienza civile, in quel “No” che sempre più appare come la più preziosa parola a nostra disposizione per difendere la democrazia e la società per la quale si è tanto lottato e combattuto. Per salvare, insomma, noi stessi e i nostri cari.


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lunedì 5 novembre 2018

Le friabilità di un Paese

Davanti ai disastri provocati dall’acqua e dal vento in Carnia, nel Bellunese e in altre parti d’Italia bisognerebbe riuscire a superare in fretta le prime, pur forti e stravolgenti, emozioni per cominciare a pensare immediatamente al futuro. Non può essere sufficiente per tutti noi, infatti, piangere per le vittime, o lamentarsi per i danni catastrofici da riparare e per le stagioni turistiche almeno in parte inevitabilmente compromesse. Né può bastare, per i politici, pensare di aver esaurito il proprio compito stanziando, pur faticosamente, qualche centinaio di milioni per ricostruire ciò che è andato perduto e per aiutare chi i danni li ha subiti in prima persona.
 
Ci sono, infatti, almeno due cose di ancor più grande importanza che tutti, sia i politici, sia coloro che ne determinano l’elezione, dovrebbero tener ben presente.

La prima consiste nel rendersi conto che la locuzione “mutamento climatico”, apparentemente legata soltanto a piccoli cambiamenti di abitudini meteorologiche, nasconde, invece, quella che è la maggiore e più terribile minaccia alla vera e propria sopravvivenza, se non del pianeta, almeno della nostra specie e della civiltà a essa legata. Non soltanto i disastri di questi giorni stanno cessando di essere eccezionali, per diventare una regola con episodi sempre più ravvicinati nel tempo, ma il progressivo innalzarsi della temperatura sta già spostando le necessità umane, animali e vegetali in maniera stravolgente e il cambiamento accelererà sempre di più. Sapere che tutto questo dipende quasi unicamente dall’incredibile aumento di emissioni nell’atmosfera di gas capaci di aumentare l’effetto serra dovrebbe farci capire che la strada sulla quale oggi stiamo camminando porta alla morte. Ma evidentemente sono tanti – e non sto parlando soltanto di Trump – a pensare soprattutto alla propria attuale comodità più che alla sopravvivenza di figli, nipoti e discendenti.

Ma se questa constatazione può darci qualche alibi di impotenza in quanto riguarda l’azione politica e sociale dell’intero pianeta, una seconda evidenza ci coinvolge molto più direttamente perché riguarda proprio i territori in cui viviamo e la loro amministrazione. Poche settimane fa, alla presentazione del libro “Sisma. Dal Friuli 1976 all’Italia di oggi”, geologi, ingegneri, tecnici e amministratori hanno convenuto che se il “modello Friuli” non è stato applicato anche in altre zone colpite dai terremoti, questo dipende in parte dal fatto che oggi non potrebbe più essere applicato nemmeno in Friuli. Nuove leggi, dilagare della burocrazia e ancora più aumentata attenzione a ciò che può procurare voti rispetto a quello che davvero potrebbe fare il bene della società hanno composto una miscela assolutamente esplosiva che dovrebbe essere disinnescata e che, invece, addirittura sta progressivamente aumentando la sua pericolosità.

Oggi tutti deprechiamo sdegnati che in Sicilia si sia lasciata in piedi una villetta nel greto di un corso d’acqua che, gonfiatosi, ha distrutto nove vite, ma vi invito a dare un’occhiata alle aree golenali dei corsi d’acqua nella nostra regione e a contare quanti edifici, abitativi, produttivi, o addirittura pubblici, vi sono stati costruiti. Senza contare le coltivazioni concesse su aree demaniali. E intanto la politica trucca la realtà con parole che hanno l’unico scopo di distogliere l’attenzione, di illudere che si sia fatto tutto, mentre – per bene che vada – si è appena cominciato a fare qualcosa.

Un esempio che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi è quello della “Protezione civile”, organizzazione più che benemerita, oltre che necessaria, ma che porta, però, un nome sicuramente sbagliato. “Protezione”, infatti, deriva da proteggere, dal latino pro (davanti, cioè prima) e tegere (coprire). Quindi proteggere vuol dire fare scudo, intervenire in anticipo e non a frittata già fatta, quando si tratta di raccogliere morti e feriti, di recuperare quel poco che non è stato distrutto, di fare i pesanti conti dei danni, di rattoppare alla bell’e meglio comunità che portano ferite tanto gravi da non riprendersi più, se non trasformandosi profondamente; e non sempre in meglio. In realtà la Protezione civile che conosciamo dovrebbe chiamarsi, più puntualmente, “Soccorso civile” e dovrebbe continuare a essere pronta a intervenire sui disastri perché mai l’uomo riuscirà a innalzarsi completamente sopra la natura e a evitarli del tutto. Ma accanto ci dovrebbe essere una vera e propria “Protezione civile” intesa non solo come organizzazione, ma anche e soprattutto come sincera filosofia politica che possa essere messa in condizioni di lavorare per la prevenzione. Una “Protezione civile” capace di conoscere, studiare, progettare, intervenire e di pretendere, con buone probabilità di successo, di avere i fondi, per adempiere ai propri compiti. E, insieme, solidalmente, dovrebbe muoversi una società conscia dei pericoli a cui va incontro, ben consapevole che mettere in sicurezza un versante è meno appariscente che costruire un nuovo ponte, ma che privilegia davvero la sicurezza, anche se fa ritardare la comodità.


Ed è difficile non pensare che i disastri provocati dalla natura, o dall’uomo, si avvicinano molto anche ai disastri sociali nei quali la natura c’entra davvero ben poco. Perché l’Italia è un Paese molto friabile fisicamente, ma anche socialmente. E se intervieni sempre in emergenza non puoi che stravolgere, mentre servirebbe gradualità e progettualità per innovare davvero, cioè cambiando, pur nel rispetto di ciò che di esistente merita di essere conservato, sia a livello materiale, sia a livello sociale; ma con la determinazione a non lasciarsi irretire da abitudini di apparenza e non di sostanza; di futile comodità e non di concreta sicurezza.

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sabato 3 novembre 2018

Il gatto e la volpe

Una marea di gente a Trieste in piazza contro il fascismo
Il 4 novembre, secondo Giorgia Meloni leader di Fratelli d’Italia, dovrebbe tornare a essere festa nazionale per celebrare l’anniversario della vittoria della guerra del 1915-18, quella che i cosiddetti patrioti hanno chiamato la “Grande Guerra” e che Papa Benedetto XIV aveva definito “l’inutile strage”. Non contenta, ha rincarato la dose affermando che «Saremo in piazza per ricordare che ancora oggi vale la pena di combattere per difendere la nostra sovranità. Il 4 novembre è una festa molto più unificante di altre feste che oggi sono festa nazionale». E il riferimento, reso esplicito dai parlamentari Francesco Lollobrigida e Giovanni Dozelli, presenti alla dichiarazione, va al 25 aprile e al 2 giugno. Naturalmente, la nostalgica Meloni, che intanto ha lanciato la campagna “Non passa lo straniero”, ha ottenuto subito il consenso di Salvini che si è detto pronto a candidarla come sindaca di Roma in caso di uscita anticipata dal Campidoglio della fallimentare e inquisita Virginia Raggi. Matteo Salvini che – merita ricordarlo – vorrebbe Fdi in maggioranza per avere l’ok al decreto sicurezza sul quale al Senato almeno quattro grillini, ascoltando la propria coscienza più che Grillo e Casaleggio sono decisi a votare contro anche accettando il rischio di espulsione dal partito.
 
Come sempre, al di là delle considerazioni di sostanza, occorre apprezzare quando qualcuno parla con chiarezza perché dirada immediatamente le fumosità con cui altri cercano di dissimulare e travisare la realtà. Va in briciole, ove ve ne fosse stato ancora bisogno, infatti, uno degli slogan dei 5stelle – «La destra e la sinistra sono due realtà ormai superate» – che è stato furbescamente fatto proprio nelle parole, ma non nei fatti, anche da Salvini. Ed è difficile non illuminare dei collegamenti tra la voglia di rinfrescare la retorica sulla prima guerra mondiale e lo sfilare di camicie nere in anchilosato saluto fascista a braccia tese a Predappio per celebrare la marcia su Roma, mentre qualche imbecille sfoggiava vergognosamente una maglietta con la scritta “Auschwitzland”. Come è difficile non percepire una voglia di censura e di autoritarismo anche nel nuovo presidente della Provincia di Trento, il leghista Maurizio Fugatti che, appena eletto, ha detto che bisognerà cambiare il Festival Economia di Trento perché troppo di sinistra.
 

E che destra e sinistra esistano ancora lo dimostra anche la contemporanea presenza di due cortei a Trieste, uno inqualificabilmente autorizzato a esporre il proprio credo fascista; l’altro praticamente obbligato a scendere in strada per rivendicare orgogliosamente che l’antifascismo, nonostante i Salvini e le complicità dei Di Maio, esiste ancora ed è ben vivo; molto di più dei partiti che dovrebbero rappresentarlo.

Ma, se preferisce far finta di niente, forse Di Maio neppure sa che la prima guerra mondiale ha voluto dire per l’Italia oltre 600 mila morti direttamente per motivi bellici e altre centinaia di migliaia di civili deceduti per malattie e per fame, come Amal, quella povera bimba di 7 anni morta d’inedia a causa della guerra nello Yemen e che noi oggi compiangiamo, increduli che questo possa avvenire da qualche parte del mondo mentre succedeva, e spesso, nei luoghi dove abitiamo, anche se cento anni più indietro nel tempo. E che l’inutile strage ha cancellato intere generazioni in combattimento e migliaia di ragazzi e uomini fucilati soltanto per mantenere la disciplina, magari per decimazione.

Quando Giorgia Meloni parla di vittoria dovrebbe ricordarsi che buona parte del territorio conquistato non era mai stato italiano e che poco più di due decenni dopo ha cessato nuovamente di essere italiano. Quando parla di 25 aprile e del 2 giugno come «feste divisive» dovrebbe ricordarsi che hanno diviso soltanto i fascisti dal resto degli italiani che hanno combattuto insieme, pur con idee politiche molto diverse, per liberare la patria tanto amata a parole dai fascisti da coloro, i nazisti, che l’avevano invasa e che usavano i fascisti soltanto come spregevoli lacchè.

Se Salvini appoggia la Meloni lo fa un po’ per lucrare qualche voto e un po’ perché segue il razzista che è in lui. Se Di Maio, complice, tace, lo fa un po’ perché non sa nemmeno di cosa si parla e un po’ per non perdere le poltrone sulle quali lui e i suoi stanno tanto comodi.

Ma da Di Maio tutto questo ce lo si poteva attendere: per lui, infatti, le parole hanno un senso molto relativo visto che è il “capo politico” di un partito, anche se si fa chiamare “movimento”, che continua a scandire «Onestà! Onestà!» e contemporaneamente diffonde una falsa intervista video all’ex presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem in cui le immagini sono vere, ma le parole di chi teoricamente traduce sono largamente travisate. Del tutto inventata, per esempio è la frase secondo cui Dijsselbloem inviterebbe apertamente i mercati a «lanciare un attacco alle finanze italiane», spiegando loro anche come devono fare, e cioè orchestrando un danno ai titoli italiani, facendo così salire gli interessi sul debito all’Italia. Qualcuno dovrebbe spiegare a Di Maio che disonestà non significa soltanto appropriarsi dei soldi di qualcun altro, ma anche falsificare la realtà per ottenere vantaggi, anche se non direttamente economici, per sé e per il proprio gruppo.

Certo è che il gatto e la volpe di Pinocchio oggi ci appaiono come poveri dilettanti: la realtà, come sempre, supera di gran lunga la fantasia.

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martedì 23 ottobre 2018

Distrazioni di massa

A un primo sguardo, molto distratto, potrebbe sembrare che il “problema migranti” si sia risolto d’incanto. Sui giornali non ce n’è quasi più traccia anche perché è da giorni che Salvini non esterna più sull’argomento. Ma l’illusione è di brevissima durata perché ci si rende conto subito che il ministro dell’odio e della paura in questo momento ha trovato altri nemici da additare alla pubblica riprovazione per distrarre l’attenzione dai problemi che non sa risolvere: per un po’ nel mirino non sono più i disperati che cercano di sopravvivere a guerre, dispotismi, fame e malattie, bensì gli opulenti gestori dell’Europa Unita che si rifiutano esplicitamente – anche i sovranisti più convinti; anzi, loro soprattutto – di pagare i debiti nostri.

E a cancellare l’illusione e a far capire che questa è soltanto una breve pausa, poi, ci sono anche i leghisti del luogotenente Fedriga che, giorno dopo giorno, ne inventano sempre una nuova per rendere ancora più difficile la vita a chi già sopravvive a stento e che, solo per sperare, ha dovuto lasciare patria, casa, affetti, abitudini. L’ultima trovata consiste nel proclamare il taglio dei contributi agli albergatori che accolgono migranti, mentre il sindaco Fontanini, dal canto suo, interrompe il progetto Aura per l’accoglienza diffusa dei migranti e fa partire le ronde private che gireranno in Borgo Stazione dalle 17 alle 24 dando la sensazione di essere sgraditi ai tanti onesti che in quel borgo vivono e spingendo i disonesti nelle altre parti della città.

Eppure anche il ristoratore silenzio di Salvini non impedisce che ai nostri occhi continuino ad arrivare le immagini delle guerre, con ragazzini, donne e anziani feriti o uccisi; della desolazione di terre sconvolte dalle bombe e spaccate dalla siccità; della fame che gonfia i ventri dei bambini e svuota i seni delle donne; dei medici che si affannano al di là delle loro possibilità in ambienti inadatti e con strumenti e farmaci scarsi, se non assenti. Né possiamo dimenticare come sono state diffamate le ONG che hanno visto calare sostanziosamente i contributi volontari di persone avvelenate dai dubbi instillati da premeditate falsità.

E osservando più attentamente si notano tra le mani della gente confinata nei campi profughi, dall’America all’Africa, dall’Asia all’Europa, che spesso sono veri e propri luoghi di detenzione per innocenti, quei simboli di povertà che hanno popolato parte della nostra infanzia e che contraddistinguono ancora le baraccopoli di casa nostra: catini e taniche di plastica semitrasparente e spellata dall’uso e dal degrado chimico, strumenti e giochi primitivi, materiale che noi avremmo già gettato da tempo e che, invece, viene utilizzato ancora senza problemi.

E se ci si lascia penetrare da queste immagini si prende coscienza ancora più profondamente che la sorte di nascere in un posto anziché in un altro lascia intatta l’uguaglianza regalataci dalla natura, ma fa balzare agli occhi la diversità impostaci dalla fortuna e dal potere di certi uomini.

Poi, frugando nella mente, si trovano i ricordi di conflitti, magari coloniali, che hanno insanguinato quelle terre per trascolorare poi in non meno cruente guerre che ci ostiniamo a chiamare “civili”, anche se della civiltà non hanno più nemmeno il più pallido ricordo, e nelle quali ogni giorno tanti sono ammazzati e tantissimi altri, sicuramente di più, sono comunque uccisi, pur se apparentemente sembrano essere stati lasciati in vita.

E se si osservano i loro volti identici ai nostri, tranne che per l’irrilevante aspetto del colore, viene il sospetto che alcuni li guardino male perché diventano una specie di fantasma per noi che, permettendo il dilagare di questa crisi che ancora ci attanaglia, abbiamo cancellato troppe speranze per i nostri figli. E si capisce che hanno diritto di fuggire per dare una chance di vita vera, e non solo di angosciosa sopravvivenza, a sé e ai propri cari e non si capisce come possa esserci della gente che li respinge condannandoli a morire annegati, o a tornare in Paesi nelle cui carceri li picchiano, li torturano, li violentano, li assassinano.

Né ci si capacita che il razzismo nostrano sia diventato talmente pervasivo e sottovalutato da permettere a una donna di alzarsi dal suo posto su un treno Frecciarossa perché accanto a lei si stava per sedere una ragazza italiana, ma dalla pelle scura perché di origini indiane, dicendo di non voler sedere «accanto a una negra» con un tono di illusoria superiorità che rivela, invece, una bassezza senza confini.

E se si ragiona su tutto questo ci si accorge che provare rabbia, o piangere, davanti a simili barbarie è del tutto umano, ma che dissimulare la rabbia, o piangere in silenzio, è qualcosa di molto vicino alla complicità.

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domenica 14 ottobre 2018

Fatti non foste…

I capi di un governo che ha come motto principale “Prima gli italiani” dovrebbero essere orgogliosi dei personaggi che hanno dato lustro al nostro Paese, ma spesso viene il sospetto che non ne conoscano nemmeno l’esistenza; oppure che facciano finta di non sapere cos’hanno detto e fatto perché, in caso contrario, saprebbero benissimo di essere totalmente lontani dai loro insegnamenti.

Prendiamo, per esempio, Dante che, nel XXVI canto dell’Inferno mette in bocca a Ulisse una delle terzine più famose dell’intera Divina Commedia: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza». Per secoli si è stati tutti d’accordo che queste sono le caratteristiche principali che distinguono l’uomo da tutte le altre specie animali diffuse sulla Terra. Poi si è capito che in almeno due ambiti queste qualità dovevano essere lasciate temporaneamente da parte: le pubblicità e le campagne elettorali; che poi sono praticamente la medesima cosa.

Oggi il problema è che questo governo “anomalo bicefalo” (rubo il titolo di uno spettacolo di Dario Fo e Franca Rame) è sempre in campagna elettorale in quanto teme, una volta raggiunto il potere più per demeriti altrui che per meriti propri, di dover lasciare quelle poltrone che si sono rivelate molto più comode di quello che pensavano.

Leghisti e grillini, Salvini e Di Maio (scusate se non mi soffermo su Conte, il molto teorico presidente del Consiglio cui è stato tolto anche il diritto di parola, se non ossequiente), nella disperata ricerca di soldi per realizzare le tante promesse irrealizzabili, sembrano essersi divisi i compiti nel trascinare nel fango sia “virtute”, sia “canoscenza”.

Quale “virtute”, per esempio, può essere trovata nel “capitano” dei leghisti, ministro dell’odio e della paura, che, una volta resosi conto che la sua promessa di flat tax era irrealizzabile, non ha trovato di meglio che distrarre il proprio elettorato andandone a pungolare ulteriormente la parte più razzista, xenofoba e aliofoba, scagliandosi con fredda e meditata ferocia non soltanto contro coloro che fuggono da guerre, carestie, torture, ma anche contro gli italiani che hanno colore di pelle, religione, o abitudini sociali diverse da quelle che lui considera “giuste”: censire tutti i rom, per esempio, anche quelli italiani, ha un innegabile puzzo di discriminazione che ricorda troppo da vicino quello che dalla metà degli Anni Trenta, per un decennio, ha dominato in Germania. E non si venga a dire che non c’è pericolo che torni il fascismo in quanto la storia non si ripete mai in maniera uguale. D’accordo: qualche differenza di superficie per il momento c’è ancora, ma la sostanza sembra proprio la stessa.

Tra l’altro il censimento dei rom è sicuramente anticostituzionale, ma curiosamente Salvini, mentre “se ne frega” – verbo caro a lui e a un passato regime – della Costituzione, reclama l’osservanza totale alle leggi che gli fanno comodo, anche se sono le più contestate, quelle che maggiormente sollevano problemi di coscienza, come la Bossi-Fini sull’immigrazione. E così, approfittando della sua posizione istituzionale, ha fatto arrestare, senza neppure inviare prima un avviso di garanzia, il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, per “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” e “abuso d’ufficio”.

Poi, con la paura di dover ammettere che ci sono realtà che hanno già dimostrato di funzionare benissimo nel campo dell’accoglienza, Salvini ha deciso che è proprio tutta Riace che deve chiudere: lo ha messo nero su bianco con una delibera del 9 ottobre del suo dipartimento Immigrazione che ordina la chiusura di tutti i progetti e il trasferimento di tutti i migranti entro 60 giorni. Al centro delle contestazioni ci sono quegli strumenti di accoglienza che hanno fatto di Riace un modello di riferimento nel mondo, ma anche la solidarietà con quei richiedenti asilo che sono in condizioni di particolare vulnerabilità e che sono stati ospitati anche oltre il termine burocraticamente previsto dal progetto Sprar.

Il Viminale avrebbe voluto che quella gente – donne con figli a carico, anziani, malati – fosse messa subito alla porta. Ora l’ultima parola spetta al TAR, ma già si vede che ancora una volta la parola “legalità” non è sinonimo di “giustizia”; anzi, spesso è ed è stato addirittura il contrario. Consegnare gli ebrei ai nazisti, per esempio, era perfettamente legale, ma sfido chiunque ad affermare che fosse giusto.

E passiamo alla “canoscenza”. Lascio perdere, per eccessiva facilità di critica, le imprese del ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Toninelli, tra cui l’ultimo, per ora, è stata quella di inserire, o di lasciar inserire, nel decreto per Genova l’innalzamento di 20 volte del limite per lo sversamento in discarica di fanghi di depurazione e di alcune volte quello per la dispersione di alcuni idrocarburi nei terreni agricoli. Alla faccia della prima delle 5 stelle che avrebbe dovuto indicare l’ambiente.

Ma sulla mancata “canoscenza” bastano e avanzano le opere del “capo politico” dei grillini, Di Maio, sia nella stesura del Def, sia anche nelle sue già annunciate prime correzioni. Anche per lui la necessità primaria è quella di non far capire che il reddito di cittadinanza promesso è irrealizzabile e che, al massimo, potrà essere messo in campo un suo pallido simulacro, più povero e applicabile a meno persone. E allora si dà da fare ad annunciare che, per trovare fondi, toglierà e taglierà a tutti, senza rendersi conto che certe cose proprio non potrà farle e senza capire nemmeno che, se davvero vuole che l’economia riparta, deve lasciare più denaro possibile in circolo, esattamente il contrario di quello che intende fare perché a condannare questa politica economica non sarà soltanto l’inerpicarsi dello spread, ma anche il fatto che la classe media, sempre più impoverita dai suoi colpi di genio e dalle sollecitazioni di Salvini, che ha già chiesto ulteriori sacrifici, finirà per spendere molto meno del poco che già spende adesso, mentre il denaro che andrà ai più poveri finirà inevitabilmente, per la gran parte, ad andare ad appianare, con qualche giro di spesa, i debiti di affitto e di bollette.

Di Maio sembra un ragazzo che vuole una trave per costruirsi una capanna dei giochi e che, incapace di capire quello che sta facendo, decide di prendersi quella che regge il colmo del tetto della casa in cui vive con tutta la sua famiglia, condannandola al crollo.

A sentir parlare in giro, ci si accorge che un numero sempre crescente di cittadini non è più d’accordo con questo “governo del cambiamento” in cui una parte brilla per incompetenza, mentre l’altra spicca per cattiveria; e che sempre più gente si è pentita del voto dato a marzo. E allora, anche se appare problematico pensare di rivederli insieme, come mai i sondaggi continuano a offrire percentuali trionfali ai due partiti di governo nel caso di prossime elezioni?

La risposta è semplice: anche i sondaggi, come l’attribuzione dei seggi, si basano inevitabilmente sulle percentuali dei voti espressi a voce, o deposti nelle urne; e non sui numeri reali. Cioè, se uno non sa ancora per chi votare, oppure ha deciso addirittura di disertare le urne, esce dal conteggio. Se su cento intervistati, per esempio, cinquanta non si esprimono, basta che 17 dicano di votare per il partito X perché quel partito ottenga il 34 per cento dei suffragi espressi. Ed è immediatamente evidente, quindi, che se aumenta la quota dei votanti, calano, a parità di voti, le percentuali dei partiti che non trovano consensi ulteriori tra coloro che decidono di andare alle urne.

Il problema è che per indurre più gente ad andare a votare occorrerebbe presentare proposte serie, alternative e credibili. Servirebbe che il centrosinistra e la sinistra tornassero a mettere in campo “virtute e canoscenza”, doti che di certo non le mancavano e che si sono smarrite in una continua campagna elettorale addirittura peggiore di quelle dei leghisti e dei grillini, perché intesa non a conquistare il governo di uno Stato, ma, in modo più miserando, quello interno di un partito, o di un’area politica,, in una serie di faide personali, o di gruppuscoli, che ha svilito i tanti partiti della sinistra e ha avvilito i tanti elettori che ancora rispettano e amano i valori della sinistra e che nella sinistra continuano a sperare.

Accanto alla serietà di una proposta alternativa, però, serve anche una visibilità non di facciata, ma di partecipazione e, allora, forse diventa necessario andare a riscoprire una forma di comunicazione che è stata abbandonata con una buona dose di puzza sotto il naso: quella dello scendere in piazza. Proviamoci e magari scopriremo che saremo in molti di più di quanto temiamo e che, testimoniando esplicitamente le nostre idee, potremmo forse tornare a influire sulla politica del nostro Paese in maniera più efficace di quella che si è inaridita negli ultimi decenni quando si affidavano i nostri sogni a persone che, per la maggior parte, li mettevano subito in un cassetto e poi se ne dimenticavano perché impegnati in minuscoli giochi di potere interno.

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mercoledì 3 ottobre 2018

Sorrisi e sogghigni

Herman Melville scrisse che «Il sorriso è il veicolo d’elezione per ogni ambiguità». La mia prima impressione, quando l’avevo letta, era stata quella di trovarmi davanti a una frase cinica e pessimistica, ma gli avvenimenti più recenti l’hanno avvalorata abbondantemente confermando che non raramente un apparente sorriso, in realtà è un sogghigno che invariabilmente appare come tale quando le labbra si rilassano in quanto il cervello, troppo impegnato su altre faccende, non riesce a mantenere un decente controllo anche sui muscoli facciali.
 
Abbiamo tutti ben presente il sorriso da imbonitore sfoggiato da Matteo Renzi ogniqualvolta voleva convincere gli elettori della bontà delle sue scelte e – cosa ancor più difficile – che quelle scelte erano di sinistra. Ma bastava che qualcuno lo attaccasse sottolineando che Jobs Act, riforma costituzionale, decreto salvabanche e molte altre cose erano decisamente più vicine ai desideri del centrodestra che alle necessità di coloro che nella società sono relegati nelle posizioni più scomode, perché il sorriso scomparisse completamente lasciando spazio a una faccia decisamente arrabbiata, se non addirittura furente. Un soprassalto di sincerità al termine di un momento propagandistico non particolarmente efficace.

C’è poi il sorriso stereotipato, che sembra quasi il frutto di una paralisi facciale: quello di Di Maio, per intenderci. Immutabile, con tutti i denti, regolari e bianchissimi sempre in vista, è usato per far concentrare l’attenzione del telespettatore sul video e non sull’audio, puntando, appunto, a non far percepire immediatamente bene il senso delle parole che spesso nascondono realtà indigeribili, come quella del nuovo Def che sicuramente farà aumentare il debito, e non solo del 2,4 per cento, ma altrettanto sicuramente non farà raggiungere un incremento del Pil del 3 per cento. Poi, comunque, lo steso sorriso può essere utilizzato anche per opere di distrazione di massa. Guardate, per esempio, il sorriso smagliante con cui, per distrarre l’attenzione dal Def, tenta di spostarla sulla nuova proposta di riforma costituzionale che, guarda caso, insiste ancora sulla riduzione dei parlamentari perché – così pensano i grillini – tanto con la piattaforma Rousseau diventano sempre più inutili. Per far raggelare il sorriso di Di Maio e farlo completamente sparire più che trasformarlo in un sogghigno, basta che qualcuno gli ponga una domanda scomoda e ben argomentata: quei secondi – a faccia teoricamente seria – che impiega a cercar di capire se può cavarsela con il solito slogan, se è necessario tentare un’altra via, o se è meglio far finta di non aver sentito, sono più rivelatori di mille discorsi.

Nel caso di Salvini, invece, non è il sogghigno a interrompere il sorriso, ma succede esattamente il contrario. È stato di breve durata, infatti, il sorriso che ha sostituito il cipiglio del ministro dell’odio e della paura, quando, riferendosi all’arresto del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, orribilmente colpevole di solidarietà nei confronti dei poveri cristi che arrivano in Italia da guerre, torture, malattie e fame, ha chiesto: «Chissà cosa diranno adesso Saviano e tutti i buonisti che vorrebbero riempire l’Italia di immigrati?». È durato poco perché probabilmente ha avvertito distintamente che non soltanto Saviano e i buonisti, ma anche molti altri italiani non particolarmente impegnati, gli avrebbero risposto che semplicemente questa è una conferma che almeno uno dei due vicepremier è razzista, xenofobo ed eterofobo. Niente paura, però, la sua faccia è semplicemente tornata alla normalità.

Da ultimo, il sorriso subdolo di chi pensa di fare qualcosa di scorretto senza che nessuno se ne accorga, che si irrigidisce mentre, scoperto, tenta di escogitare velocemente una giustificazione per la scorrettezza, e poi si sgretola quando si rende conto che anche la scusa è talmente assurda da essere incredibile anche per i più distratti. In tal caso il sorriso viene sostituito da un sogghigno, ma talmente posticcio da durare poco anch’esso; non si sa se più per la delusione di non essere riusciti a imbrogliare gli altri, o per la delusione di essersi accorti di quanto incapaci, anche di mentire, si è. È il caso della sindaca di Monfalcone, la leghista Annamaria Cisint che ha tagliato gli abbonamenti per la biblioteca civica comunale ai quotidiani Il Manifesto e Avvenire, guarda caso un feroce avversario politico della Lega e il quotidiano dei vescovi che ha fatto campagne convinte contro la pretesa di Salvini di far passare per cristianesimo l’assenza di umanità e di solidarietà. Il sorriso della Cisint c’era ancora quando ha affermato: «Nessuna censura, ma razionalizzazione delle spese». Il sorriso è scomparso, però, quando, dopo che i frequentatori della biblioteca hanno fatto una colletta per finanziare i due abbonamenti, ha proibito ancora l’ingresso dei due giornali colpevoli di non essere leghisti e li ha dirottati nella casa di riposo. In questo caso anche il sogghigno non è riuscito tanto bene perché nulla come il ridicolo riesce a distruggere la protervia.

È vero che nella vecchia politica si sorrideva poco perché a dominare il quadro era la seriosità ancor più che la serietà e che frequenti erano le arrabbiature esplicite. Ma, tutto sommato, si trattava ancora più di politica che di pubblicità. Esattamente il contrario di quello che accade oggi.

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domenica 30 settembre 2018

L’abolizione del consumismo

Quando Di Maio, mentre dal balcone di palazzo Chigi i maggiorenti grillini salutavano con i segni di vittoria i loro deputati che li inneggiavano, ha cominciato a snocciolare con aria trionfante i numeri che avrebbero dovuto dimostrare la mirabolante “abolizione della povertà”, la prima reazione è stata quella di dire: «Ma chi vuoi prendere – diciamo così – in giro?». Poi, visto che sono convinto che non si possa mai dire «Non accetto lezioni da nessuno», ho preferito attendere che cifre e intendimenti fossero confermati anche da altri e poi mettere su carta alcune semplici operazioni fatte già subito a mente in pochi istanti. Adesso, però, a più di ventiquattr’ore di distanza, la mia domanda resta la stessa ed è, eventualmente affiancata da un altro quesito: «Ma davvero non c’è limite alla creduloneria anche se l’evidenza del contrario è così immediata?».

Ricapitoliamo in breve le frasi dette dall’immaginifico Di Maio che ha cominciato con: «Ci sono 10 miliardi per il reddito di cittadinanza» , una misura con la quale «restituiamo un futuro a 6,5 milioni di persone». E poi ha aggiunto che «Nessuno in Italia potrà guadagnare meno, o avere una pensione minima sotto i 780 euro».

La prima cosa che viene immediatamente da fare è dividere i 10 miliardi per i 6 milioni e mezzo di persone per capire quanto toccherebbe mediamente a testa a ognuno dei beneficiati e il risultato parla di un po’ più di 1.500 euro l’anno a persona che, divisi in dodici mensilità, sono 128 euro e qualche centesimo al mese. È ovvio che queste cifre per molti sarebbero a integrazione di pensioni minime, o di emolumenti e stipendi vergognosamente bassi che adesso riescono a mettere insieme, ma la cifra mi sembra comunque inadeguata, tenuto conto che in Italia, secondo gli ultimi dati Istat, ci sono circa 5 milioni di persone che versano nella povertà assoluta e sono oltre un milione le famiglie totalmente senza reddito. Inoltre bisognerebbe sapere se questi 128 euro saranno netti, o saranno soggetti a una pur piccola tassazione, e se il passaggio a un reddito di 780 euro mensili non porterà alla cancellazione di agevolazioni ed esenzioni già esistenti per i redditi più bassi o inesistenti.

Ma è comunque innegabile che aiutare chi non ha nulla non è assolutamente una cosa riprovevole; anzi. E – aspetto assolutamente non secondario – che tutti i beneficiati proveranno una qualche gratitudine che, almeno in parte, si tradurrà in voti elettorali. Quello che colpisce, invece, è l’improntitudine di Di Maio quando afferma che «Dobbiamo far ripartire i consumi aiutando quei 10 milioni di italiani che oggi vivono sotto la soglia di povertà: se diamo un reddito di cittadinanza a queste persone, loro faranno ripartire i consumi e aiuteranno il mercato e la domanda interna» aggiungendo che, anche con l’aumento dei consumi, questa «manovra del popolo», come l’ha ribattezzata, sarà «il più grande piano di investimenti della storia italiana».

Ma davvero Di Maio non sa che la maggior parte di quei 128 euro medi non si trasferiranno nelle tasche di commercianti e produttori facendo aumentare la domanda interna, ma andranno inevitabilmente a tappare, per prima cosa i buchi di debito che si creano con gli affitti e con le bollette di acqua, luce e gas? In realtà soltanto una piccola parte sarà destinata al vitto, al vestiario e a qualche altra necessità primaria, come il curarsi, e, quindi, più che favorire i consumi e creare, conseguentemente, produzione e crescita di posti di lavoro, questi redditi e pensioni di cittadinanza, finiranno soprattutto per ridurre i crediti di persone ed enti che affittano case e di Enel, Eni e altre aziende distributrici di energia.

Viene il dubbio che Di Maio, illudendosi di assestare un colpo mortale alla povertà, abbia semplicemente inferto un altro fendente al consumismo. Poi si potrà dire – e con molte ragioni – che anche il consumismo andrebbe abolito visto che ha portato con sé nuove e più profonde disuguaglianze, sovvertimento sociale della scala di valori che troppo spesso sono stati confusi con i prezzi, distruzione progressiva dell’ambiente che, appunto, viene “consumato”. Ma anche il consumismo, come la povertà, purtroppo non può essere abolita con decreto.

Forse qualcuno dovrebbe dirlo non tanto a Di Maio, al quale addirittura Salvini ha già risposto dicendo che «Mi piacerebbe anche abolire il cattivo tempo e i pareggi del Milan, ma purtroppo con decreto non ci riesco», bensì ai tanti che stanno festeggiando qualcosa che può essere efficace propaganda, però non soltanto è lontana dalla soluzione dei nostri problemi, ma, anzi, rischia addirittura di aggravarli.

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sabato 22 settembre 2018

La scelta della barbarie

Da un certo punto di vista potrebbe anche apparire bizzarramente giusto: per secoli l’Italia è stata invasa dai barbari che l’hanno percorsa in lungo e in largo, soprattutto devastandola. Ora sembra giunto il terribile momento della reciprocità nel quale siamo noi, dopo averla elettoralmente scelta e portata al vertice del nostro esecutivo, a esportare la barbarie e, dopo aver reso insicura e traballante la nostra democrazia, a contribuire alla devastazione di quella degli altri.

Salvini e i leghisti, con il determinante aiuto dei loro alleati grillini, infatti, non soltanto stanno facendo saltare con colpevole determinazione, o non meno colpevole incoscienza e incapacità, le regole che hanno tenuto insieme e fatto progredire per oltre settant’anni il nostro Paese, ma ora puntano a distruggere anche l’idea primigenia, quella di Spinelli, Rossi e Colorni, dell’Europa Unita. Lo fanno prefigurando alleanze con Orban, con la Le Pen e con tutta la destra più retriva degli Stati europei che, in vista delle elezioni di primavera, prefigura il materializzarsi dell’incubo di un continente trasformato in una fortezza assediata e incattivita, decisa a non far entrare nessuno, ma incapace essa stessa di uscire per nutrirsi e, quindi, destinata a soccombere per inedia economica, ma soprattutto etica e intellettuale.

Non serve lavorare di fantasia per rendersi conto di quello che sta per succedere: basta scorrere il testo dei 17 articoli dell’ultima bozza del decreto migranti, che il governo si prepara a varare, promettendo – o meglio minacciando – di ridisegnare il volto del “pianeta immigrazione”. Si parla della cancellazione dei permessi umanitari, di strette sui rifugiati e sulle nuove cittadinanze, di vie accelerate per costruire nuovi centri per i rimpatri, di possibilità di chiudere nei cosiddetti “hotspot” – inglesismo usato per nascondere la realtà della prigione – per 30 giorni anche i richiedenti asilo, di un prolungamento del trattenimento massimo nei centri da 90 a 180 giorni – sono sei mesi – e della cancellazione della rete Sprar che coinvolge oltre 400 comuni e che è considerato un modello di accoglienza in Europa, la cui «abolizione – afferma l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione – appare come uno dei più folli obiettivi politici degli ultimi anni, destinato, in caso di attuazione, a produrre enormi conseguenze negative in tutta Italia, tanto nelle grandi città che nei piccoli centri, al Nord come al Sud».

E non serve avere una vocazione all’autoflagellazione per capire che se Salvini continua a predicare orrori e, nonostante ciò, vede aumentare i consensi nei sondaggi, questo vuol dire che non soltanto l’opposizione in Parlamento, ma tutti noi, siamo troppo zitti. Che siamo incapaci di ribellarci se la pretesa generale è quella di farci parlare soltanto per slogan non sostenuti da ragionamenti. Che ci eravamo illusi che il razzismo, la xenofobia, l’odio per il diverso, che noi pensavamo non esistessero più, invece, sono tornati a esplodere con tutto il loro bagaglio di violenze mentali, verbali e fisiche. Ed è agghiacciante rendersi conto che la situazione sta peggiorando ancora senza che nella maggior parte della società si avverta neppure quel rifiuto ribelle con cui aveva immediatamente reagito a quell’altro abominio che ha insanguinato soprattutto gli anni Settanta e che si chiamava terrorismo.

Oggi Salvini continua a ripetere «Prima gli italiani» e quasi nessuno si rende conto che, mutando a seconda del luogo dove lo si pronuncia il nome del popolo “superiore”, si tratta dello stesso concetto che ha dato vita a tutti i colonialismi del mondo e alle guerre tra “noi” e “loro”, sia per conquistare potere e ricchezze, sia per stabilire chi – diciamo così – è “più superiore” degli altri.

E molto dovrebbe far pensare il fatto che Salvini e Di Maio – chissà se Conte se ne accorge? – si affannino a stilare decreti che fissino come legge i loro sogni che per me e per molti altri, invece, sono incubi. Del resto non è una novità il fatto che il concetto di legalità è uno di quelli maggiormente in grado di turlupinare i distratti: legalità, infatti, significa soltanto che stiamo parlando di qualcosa conforme alla legge, ma non sempre una legge è conforme alla giustizia e, quindi, all’etica. Un esempio per tutti sono state le leggi razziste promulgate dal fascismo ottant’anni fa secondo le quali criminale era chi salvava gli ebrei e non chi li condannava a morte praticamente sicura nei Lager. Ma non serve andare tanto indietro nel tempo: basta pensare all’oggi quando un ministro che si definisce dell’Interno, ma in realtà è dell’odio e della paura, stabilisce che salvare un naufrago in mare non è più un dovere, ma diventa un delitto. Se non è barbarie questa…

E oggi, non sazi di subirla in casa nostra, mentre il PD e la sinistra sono impegnati a discutere di cene e di congressi, di correnti e segreterie, di leadership e di minuscoli interessi, stiamo rischiando di permettere che la barbarie di casa nostra sia esportata anche in tutto il continente. Eppure dovremmo ricordare la cosiddetta “svolta di Salerno”, dell’aprile del 1944, quando nel Comitato di Liberazione Nazionale fu trovato un compromesso tra tutti – ma proprio tutti – coloro che volevano sconfiggere fascisti e nazisti, accantonando temporaneamente la questione istituzionale e il possibile futuro equilibrio tra le varie forze politiche. Fu in quell’occasione che fu pronunciata per la prima volta la frase «Senza resistere non si può esistere». Uno slogan, ma assolutamente non vuoto e anzi pieno di ragionamenti e di significati. Tanto pieno che poi ha permesso di far scrivere quella preziosa Costituzione che oggi leghisti e grillini stanno allegramente calpestando e per difendere la quale in campo dovrebbero scendere di nuovo tutti. Anche coloro che hanno tentato, fortunatamente invano, di cambiarla un paio di anni fa con un sistema che oggi ci vedrebbe in una situazione ancora più pericolosa.

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giovedì 20 settembre 2018

Lo sforzo del paragone

Di solito si parla della forza del paragone, ma quando il raffronto è inadeguato e ridicolo, allora la forza si tramuta in sforzo e i risultati sono talmente miserandi che, per chi su quella strada ha voluto incamminarsi sperando di fare bella figura, il risultato è quello di mettere in mostra una specie di oscena ernia cerebrale.
 
A dire il vero questo commento avrebbe dovuto uscire già il 18, nel giorno dell’ottantesimo anniversario dell’annuncio, da parte di Mussolini a Trieste, delle leggi razziste che discriminavano gli ebrei dagli altri italiani e dagli altri esseri umani. Il ritardo – e anche un mancato intervento immediato – è dovuto a un malinteso senso di rispetto per le istituzioni che mai, però, deve superare il rispetto per la realtà dei fatti.

Martedì 18, davanti al monumento che a Udine ricorda i deportati nei Lager nazisti, ha anche voluto prendere la parola quello che la maggioranza degli udinesi votanti ha scelto come loro sindaco: Pietro Fontanini. Il suo discorso non è durato molto, ma in quello spazio di tempo è riuscito a dire due concetti degni di nota.

Per prima cosa ha affermato che le leggi razziali (lui preferisce definirle più morbidamente così) sono state certamente una pessima cosa perché hanno finito per far portare tanti ebrei a morire nei Lager nazisti; che, però, non bisogna dimenticare che tanti italiani sono stati uccisi dagli slavo-comunisti che li hanno gettati nelle foibe. Poi ha anche detto che la persecuzione contro gli ebrei non è finita in quanto ci sono molti «arabi» (ma forse voleva dire musulmani, visto che gli iraniani arabi non sono) che non accettano l’esistenza dello Stato di Israele e che vorrebbero vederlo sparire.

Partiamo da questo secondo punto mettendo in evidenza che è difficile pensare che il concetto di Stato di Israele possa essere considerato coincidente con quello di persona ebrea, intesa – visto che il concetto di razza è un abominio scientifico oltre che etico e sociale – come donna o uomo di religione ebraica. Molti ebrei, pur convinti della loro religiosità, o forse proprio per questo, non si riconoscono nella politica di Netanyahu, né nelle cicliche stragi di palestinesi muniti di sassi che sono perpetrate da soldati armati di fucili da guerra; come con si erano riconosciuti nella ferocia messa in campo da Ariel Sharon a Beirut quando aveva permesso le stragi di donne, vecchi e bambini a Sabra e Shatila. Non per questo può essere accettato il terrorismo, ma quando si rifiuta per partito preso qualsiasi ipotesi di pace per problemi di sovranità basati soprattutto sulla lettura di una Bibbia che si riferisce a cose di migliaia di anni fa, qualche problema diventa inevitabile.

Ancor più evidente è l’inqualificabile sforzo di paragonare i Lager con le foibe. È evidente che anche le seconde sono state un terribile esempio di inumana ferocia, ma non si può dimenticare che le prime foibe sul Carso e in Istria non risalgono alla fine della seconda guerra mondiale, ma a circa vent’anni prima e che nella prima versione non erano gli slavi a far precipitare nel baratro gli italiani, ma esattamente il contrario. Ma anche che il 1° marzo 1942 il generale Mario Roatta emise una circolare indirizzata ai comandanti di corpo d’armata di occupazione che ordinava di incendiare e demolire case e villaggi, uccidere ostaggi e internare massicciamente la popolazione, mentre pochi mesi più tardi il generale Mario Robotti, comandante dell’XI Corpo d’Armata italiano in Slovenia e Croazia, si lamentava, sempre per iscritto, con i suoi sottoposti perché «Non si ammazza abbastanza!».

Con tutto questo non voglio assolutamente dire che la vendetta sia giustificabile; anzi. Ma intendo soltanto sottolineare che anche senza queste considerazioni, anche dando tutta la colpa all’immotivata ferocia degli slavo-comunisti, sia i crimini nazisti, sia l’orrore delle leggi razziste fasciste, non apparirebbero meno gravi nemmeno di una frazione infinitesima del loro orrore.

Comprendo che quando si è alleati con la destra estrema si è tentati di distogliere l’attenzione dai tanti crimini che la destra di un tempo ha compiuto e che quella di oggi non ha mai rinnegato, ma paragonare diversi orrori per tentar di stilare una classifica dell’inaccettabile con cui seppellire l’orrore che più ci dà fastidio sotto il mucchio di tanti altri orrori non è soltanto un’operazione sciocca: è semplicemente criminale perché, pur a distanza di tanti anni, ancora complice, di chi quegli orrori ha compiuto o almeno connivente.

Potessi esprimere un desiderio, non vorrei sentire un discorso di Pietro Fontanini, da altri eletto primo sindaco di destra di Udine, città un cui sindaco è morto in un Lager, il 25 aprile in piazza Libertà. La Resistenza non è di tutti. E tantomeno è di chi la disprezza tentando di travisare la storia e parificandone i protagonisti e le vittime ai carnefici e a coloro che l’hanno resa necessaria e benedetta.

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martedì 18 settembre 2018

Cancellare o nascondere

Da quando sono scomparse le monarchie assolute, l’impegno di quasi tutti governi del mondo è stato quello di nascondere le cose di cui non ci si poteva vantare. Lo hanno fatto anche le dittature più terribile, consce dell’effetto che trovarsi faccia a faccia con la realtà avrebbe prodotto sia sulle altre nazioni, sia anche sulla propria popolazione nella quale, per quanto asservita e servile, può sempre celarsi quella scintilla di dignità, in partenza apparentemente gracile, ma poi capace di trasformarsi in qualcosa di tanto potente da riuscire a sgretolare e abbattere anche i muri antidemocratici più muniti e più feroci. È sempre successo e sempre succederà.
 
L’unica alternativa al nascondere un’azione inaccettabile è quella di cancellarla; però si tratta di un’impresa legata non soltanto all’ammissione della colpa e al riscatto, ma anche alla vigilanza costante che i semi della pianta velenosa non possano trovare terreno fertile per rifiorire. E, quindi, troppo difficile e faticosa, quasi tutti la evitano sperando che tutto vada bene lo stesso. Ma anche in questo caso è sempre successo e sempre succederà che la mala pianta prima o poi riesca a mettere nuovamente radici.

Oggi, 18 settembre, ricorre l’ottantesimo anniversario dell’annuncio, da parte di Benito Mussolini a Trieste, in una piazza dell’Unità gremita da 150 mila persone, della promulgazione delle leggi razziste che discriminavano gli ebrei, ne limitavano la libertà e che sarebbero poi state determinanti nel causare la morte di migliaia di cittadini italiani follemente, ancora prima che ingiustamente, separati dagli altri esseri umani. Parlo di leggi “razziste” e non “razziali”, perché sono convinto che il loro vero nome non vada ammorbidito, in quanto nell’aggettivo “razziale”, quasi sempre usato, c’è soltanto una fredda constatazione del loro contenuto e non una loro esplicita e contestuale condanna.

Ebbene, oggi, a ottant’anni di distanza, si può constatare che anche in questo caso la scelta di nascondere invece che cancellare, il cullarsi in una falsa sicurezza che ha nascosto pigrizia e timore di assumere un colore politico distinto che avrebbe potuto alienare qualche simpatia elettorale, ha permesso che la malapianta rinascesse. Questa volta non si parla ancora di ebrei – e spero che quell’“ancora” sia soltanto un segno di un mio ingiustificato pessimismo – ma si parla in abbondanza, e in forma evidentemente negativa, di neri, zingari, arabi, extracomunitari in genere, allargandosi poi ai diversi di ogni tipo, anche per credenze religiose, preferenze sessuali e – perché no? – per foggia dei vestiti o per gusti alimentari.

Poi, per sicurezza, ancora ci si dà da fare per nascondere gli orrori del passato. A Trieste per esempio, i ragazzi del liceo classico Francesco Petrarca – con personale orgoglio, il mio liceo di tantissimi anni fa – ha organizzato la mostra “Razzismo in cattedra” per ricordare l’abominio di ottant’anni fa cui Trieste ancora, pur se incolpevole, si vergogna. Ebbene, il comune, saldamente in mano alla destra, approfittando che la sede della mostra è di proprietà comunale, ha di fatto finora impedito l’apertura dell’iniziativa chiedendo modifiche al manifesto e alla mostra stessa dicendo che – ha affermato il sindaco Di Piazza - «bisogna ammorbidire i toni». Ammorbidire i toni di cosa? Della ghettizzazione di centinaia di migliaia di italiani? Della loro deportazione nei Lager? Dello sterminio di migliaia di loro? Del silenzio con cui troppo spesso si è voluto velare il ricordo?

O forse, molto più direttamente, ammorbidire il tono nei confronti della giunta comunale che è quella stessa che, con esplicito ricatto economico, ha avversato il manifesto della prossima Barcolana sul quale Marina Abramovic aveva tracciato lo slogan «Siamo tutti sulla stessa barca» che evidentemente alla giunta era scomodo in quanto poteva pericolosamente ricordare non solo che anche i migranti sono esseri umani, ma che anche noi siamo stato migranti e che su quella barca che si chiama mondo c’è una sola razza, quella umana.

Con questo non voglio assolutamente dividere il mondo ponendo tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra, ma, se forse non esiste nella realtà una pur piccola quota di totalmente buoni, indubbiamente i cattivi ci sono e continuano a voler nascondere. Sia perché non sanno e non vogliono cancellare, sia perché, a lasciar parlare e a lasciar raccontare la storia, è concreto il rischio che in tanti si accorgono della rassomiglianza dell’oggi con ottant’anni fa e che agiscano, umanamente, di conseguenza.

Forse la becera determinazione della giunta comunale di Trieste, delle persone di destra in genere, dei seguaci di Salvini e dei suoi complici governativi che gli permettono di fare quello che più gli aggrada, può essere utile a far tornare in primo piano due parole. La prima è un vocabolo che dovrebbe scomparire: l’“indifferenza” con la quale silenziosamente abbiamo lasciato che il mondo precipitasse fin dove è oggi, alimentando addirittura il timore che la discesa non sia ancora finita. La seconda, invece, è la parola “urgenza” che dovrebbe diventare primaria non soltanto in questo momento, ma per un lungo e continuativo periodo nel quale si deve essere consci che ognuno deve fare il proprio possibile per cominciare a risalire: senza interruzioni e testimoniando senza esitazioni con i pensieri, le parole e le opere e cancellando del tutto le omissioni. Come hanno fatto i ragazzi, i professori e la dirigente scolastica del Petrarca che hanno scelto di ridare dignità alla parola “scuola” ritrasformandola in un luogo dove l’importante non è tanto ottenere il lasciapassare per la classe successiva, ma cominciare a conoscere davvero il mondo, imparare a imparare e a far tesoro di ciò che si apprende per rendere possibile un ragionamento non parziale e non servo di chi ha digerito più cose, o, più semplicemente, sa costruire slogan vuoti, ma efficaci.

A loro tutti i nostri più sentiti ringraziamenti perché ancora una volta hanno dimostrato che, se non riusciremo a cancellare le vergogne di questo nostro mondo, non riusciremo certo a nasconderle perché, anche se non ci piace ammetterlo, ne saremo corresponsabili.

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venerdì 31 agosto 2018

La democrazia dal volto umano

Contrariamente a quello che non pochi pensano, il primo compito di un leader democratico non è quello di vincere le elezioni successive; consiste, invece, nel difendere la democrazia, creatura preziosissima e sempre molto fragile; difenderla cercando di salvaguardare le sue istituzioni e di far vivere nella maniera migliore possibile i propri cittadini. Tenendo sempre presente che, in questa ricerca del vivere meglio, l’economia è importante, ma che non può essere elevata in posizione tale da mettere in pericolo, o addirittura da cancellare, l’etica e i suoi valori perché altrimenti, alla lunga, sarà proprio la democrazia a essere cancellata.

Dopo molti anni di silenzio su questo argomento primario, finalmente a sinistra si è ricominciato a parlare di futuro, perché quello smisurato presente che tutto sembrava assorbire, facendo dimenticare il passato e non progettare il domani, è diventato talmente brutto e pauroso da costringere a sforzarsi di uscirne al più presto. E anche, finalmente, a capire che bisogna muoversi in fretta perché di giorno in giorno diventa sempre più concreta la minaccia di perdere valori, diritti e democrazia, parole nobilissime che sembrano avere cambiato significato e sostanza nella bocca della destra estrema, violenta, razzista, xenofoba, capace di minacciare, come per Maria Lucis, se nascosta dalla moltitudine del branco, o dall’anonimato dei social network, incarnata da Salvini e dei suoi complici grillini che gli permettono di andare avanti sulla sua strada con un misto di voluttà di servilismo che si lega alla paura di perdere poltrone che hanno trovato di grande comodità, mescolata alla tradizionale presunzione e ignoranza che fa credere loro di sapere sempre più di chi davvero sa, che siano medici, scienziati, economisti; che fa sbertucciare le istituzioni facendo dire al loro capo, da un po’ abbastanza silenzioso per togliere se stesso e la Casaleggio Associati dalla luce dei riflettori, che i posti in Parlamento potrebbero essere addirittura estratti a sorte, negando in un sol colpo sia la democrazia, sia quella meritocrazia di cui Grillo si è sempre riempito la bocca, ma lasciandola evidentemente del tutto vuota.

Molti, per far capire cosa sta accadendo oggi, hanno tirato in campo il ricordo della Repubblica di Weimar che fu il prodromo della salita al potere di Hitler e del nazismo. Credo, però, che per capire come uscire da questa situazione, sia più opportuno dare un’occhiata all’invasione sovietica di Praga, di cui proprio in questo mese si è celebrato il cinquantesimo anniversario, e che è stata decisa per il timore del progetto politico di Dubcek che voleva instaurare quello che è stato definito il “comunismo dal volto umano”. Un progetto che, dal punto di vista di Mosca, era rivoluzionario e terribilmente destabilizzante, ovviamente non per il termine “comunismo”, ma per la specificazione “dal volto umano” che sottolineava come un’ideologia, pur nata per la ricerca della giustizia sociale, avesse bisogno di riacquistare quella umanità dalla quale si era allontanata per i burocratici calcoli di potere messi in campo da chi aveva in mano lo scettro del comando.

Probabilmente oggi, per sperare di uscire dal buio buco in cui siamo caduti, bisognerebbe applicare la specificazione “dal volto umano” al termine “democrazia” che ha visto deturpare il proprio volto, tanto da diventare non appetibile, se non proprio sgradita, dai tanti che ne hanno approfittato per fare i propri interessi in quella che è stata definita la “Prima Repubblica”, poi, più dichiaratamente, nel periodo berlusconiano, in quello renziano e, oggi, in quello del governo giallo-bruno, che è sicuramente il meno umano di tutti.

So bene che molti si adonteranno del fatto che abbia inserito Renzi (ma certamente non l’unico, a sinistra) tra i colpevoli di questo sfascio, ma credo sia necessario ricordarlo, visto che l’ex presidente del Consiglio continua a dire di interessarsi d’altro, ma a riempire giornali e televisioni di dichiarazioni che confermano il suo inalterato protagonismo. Su di lui, una considerazione e una domanda. La considerazione è che con il suo affannoso rincorrere la destra nella speranza di recuperare voti, Renzi ha distrutto il simbolo della sinistra e, come insegna l’etimologia che affonda le sue radici nella saggezza dell’antica Grecia, chi distrugge un simbolo (che deriva da syn-bállein, mettere insieme, unire) finisce inevitabilmente per evocare e materializzare il suo opposto, il diavolo (che deriva da dià-bállein, separare, dividere), quel demonio che sembra non aver ancora finito di distruggere quel popolo che aveva saputo trasformare alcuni sogni in realtà e che voleva materializzare ancora altre utopie. La domanda, invece, chiede di riflettere a cosa succederebbe oggi, se la riforma costituzionale e la nuova legge elettorale volute da Renzi fossero andate in porto e potessero essere usate oggi da Salvini per dilatare ulteriormente la sua prepotenza. Molti non vogliono, né possono dimenticarsene, e una presenza di Renzi e di altri che già hanno fallito diventerebbe una zavorra troppo pesante per lasciar decollare la rinascita di qualsiasi formazione di sinistra. Occorrono, invece, volti nuovi che sappiano adattare alla realtà idee vecchie, ma non desuete; che sappiano coniugare in progetti credibili la nuova società e tutti quei valori etici ai quali non è accettabile rinunciare. Forse sarebbe anche il caso di trovare anche un nome diverso da quello che è legato ormai a troppe sconfitte, ma l’importante, pur nell’epoca della apparenza, continua a essere il contenuto e non il contenitore. Ma bisogna riuscir a far capire anche questo e lo si può fare soltanto con un “volto umano”.

Ne parlo perché questo auspicato decollo è decisamente urgente e può essere possibile soltanto se, al di là degli uomini, ci sarà un recupero di quella umanità che si nutre di convinzioni, di valori e di ideologie. E, a proposito di questo, ormai appare evidente che nessuno è più integralista degli integralisti laici che dicono che tutte le ideologie devono essere annullate, combattute, distrutte. Sono come gli ateisti che non soltanto non credono in Dio, ma per negarne l’esistenza al di là di ogni dubbio, creano una propria religione che, tra l’altro, li rende liberi di cambiare atteggiamento ogni volta che lo desiderano.

E deve essere un recupero urgente perché non può bastare confidare nel tempo e nel fatto che ogni satrapia, nella vana convinzione della propria superiorità finisce per perdere i contatti con la realtà e per condannare se stessa. Pensate a quanto tempo e denaro viene oggi assorbito dalla crudele e inutile lotta contro l’accoglienza a detrimento di mille altri problemi reali, spinosi e più importanti e provate a ricordare come, sempre per motivi razzistici, i nazisti finirono per indebolire il proprio esercito privilegiando, nell’uso dei treni, i trasporti degli ebrei verso i campi di sterminioe togliendoli al rifornimento di materiali, munizioni e sussistenze ai soldati al fronte. Vien da dire che i razzisti vengono accecati da se stessi.

Non si può aspettare perché i disastri aumentano ogni giorno in progressione geometrica, ma anche perché la prima cosa da fare è quella di ridare un volto umano e finalmente davvero partecipato alla democrazia. E questo lo si può fare benissimo fin da subito perché, se non siamo riusciti a evitare che rovinassero l’Italia, dobbiamo impegnarci al massimo perché dai nazionalismi e dai razzismi, dall’odio e dalla paura non venga travolta anche la già fragile Europa per la quale si voterà in primavera. Rischierebbe di essere una strada senza ritorno.


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sabato 18 agosto 2018

La scelta impossibile

Come quasi tutte le tragedie, anche quella di Genova ha finito per scavare solchi profondi nella consapevolezza delle nostre coscienze. Il terribile dolore per l’inconcepibile numero delle vittime e per le sofferenze dei loro cari; l’assoluta incredulità per quello che è successo; l’indignato sgomento per coloro che hanno dovuto vivere per decenni sotto l’incombere di un’enormità di cemento, ferro e traffico e che ora sono senza casa e con pochissimo della loro vita; il profondo disprezzo per chi ha tenuto tanto d’occhio l’importanza dei dividendi da distribuire tra gli azionisti da relegare in secondo piano le necessità della sicurezza; l’irrefrenabile schifo per gli sciacalli che, prima ancora che lo sgomento potesse cominciare a sedimentarsi, hanno tentato di approfittare politicamente del dramma; la rancorosa incredulità che ci sia ancora qualcuno che possa pensare di decantare i pregi delle privatizzazioni.

Ma dalla tragedia esce anche un’altra considerazione tutt’altro che secondaria e che, anzi, è forse il problema maggiore, quello che sta alla base di tutti le altre difficoltà che ci angustiano. Consiste nel fatto che, mentre abbiamo sviluppato enormemente la capacità di accumulare informazioni e di realizzare cose, non abbiamo sviluppato di pari passo quella di ragionare; che, mentre abbiamo progredito a dismisura nella scienza e nella tecnologia, non abbiamo migliorato per nulla, e anzi siamo regrediti, nella capacità di prevedere dove ci porterà il futuro; che crediamo ancora nelle “magnifiche sorti e progressive”, ma siamo diventati talmente miopi da non riuscire a immaginare se davvero sono “magnifiche” e, comunque, dove ci potrebbero condurre; che ascoltiamo, leggiamo, impariamo e pensiamo talmente poco che siamo diventati incapaci di coordinare i vari segnali e indizi che potrebbero far capire su che strada ci si sta incamminando e a quali risultati si finirà per arrivare. Meravigliosi o drammatici che siano. Comunque stravolgenti.

È anche in questo senso che il disastro del ponte Morandi è emblematico, perché il crollo ancora una volta ha travolto e trascinato con sé non la fiducia nella scienza, ma quella nella capacità da parte di chi può decidere di ascoltare quello che la scienza dice. È già successo da poco con la criminale e drammatica vicenda dei vaccini diventata farsesca con la trovata di una signora, evidentemente diventata ministro per caso, che ha voluto prendere in giro tutti gli italiani – ma, senza accorgersene, anche se stessa – coniando l’assurdo concetto di “obbligo flessibile”, o “obbligo volontario”. È stato confermato adesso, quando è apparso evidente che i rischi insiti in quella struttura erano già stati abbondantemente segnalati e che addirittura si era più volte, ma sempre parzialmente, tentato di tamponarli; senza contare che altrettanto spesso era stato anche segnalato che dagli anni Sessanta a oggi il traffico si è moltiplicato a dismisura, sia in termini di passaggi, sia di peso complessivo, sia, quindi, di sollecitazioni che andavano a stressare ulteriormente le strutture portanti del manufatto che già di per sé apparivano minate da alcune carenze di base.

Se questo non seguire la strada logica è accaduto – e accade continuamente – con la scienza e la tecnologia, è evidente che con ancor meno discernimento si affrontano argomenti meno solidi e certi, nei quali, almeno a prima vista, si pensa che tutti possano dire tutto e il contrario di tutto. E così assistiamo a cosiddetti uomini politici, che dovrebbero essere di primo piano, che sproloquiano di azioni da intraprendere, ritenendosi giudici più che governanti, senza aver neppure mai letto i contratti che quelle azioni permettono, negano, o rendono obbligatorie. E lo fanno con l’unico obbiettivo di cercar di lucrare qualche voto in più in un’inesausta ricerca non di governare un Paese, ma di farsi governare da quella parte di Paese che è maggiormente influenzabile dall’apparente assonanza dei discorsi politici con le reazioni più immediate e viscerali davanti a qualsiasi avvenimento.

Da sempre si dice che la qualità di una democrazia dipende dalla qualità delle persone che vanno al voto, ma appare sempre più importante un corollario fondamentale di cui una volta non si parlava nemmeno, tanto appariva scontato: coloro che vanno al voto non devono trovarsi davanti a una scelta impossibile. E oggi la scelta appare quasi impraticabile perché appare limitata tra coloro che del loro pressapochismo, dell’ignoranza e dell’inesperienza fanno un vanto, quelli che si muovono sospinti da razzismi e aliofobie assortiti, da odi e paure e dalla convinzione che vada ripristinata la legge del più forte, e quelli che, se non sono temporaneamente ipnotizzati dall’ego smisurato del capo del momento, preferiscono passare il loro tempo a costruire ipotetiche e complesse partite a scacchi interne, piuttosto che affrontare il mondo reale che li circonda e davanti al quale non vanno oltre un tiepido balbettio nel timore di irritare qualcuno.

Dopo il crollo del ponte Morandi, ci vorrà un po’ di tempo, ma sicuramente si realizzerà una nuova opera che lo sostituirà, almeno nelle funzioni. Speriamo che la stessa cosa accada, che nasca qualcosa di nuovo e valido anche per rimediare al crollo della politica italiana. In queste condizioni, infatti, la scelta del meno peggio non può più bastare a mettere in pace la coscienza di nessuno.

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giovedì 9 agosto 2018

Per quanto voi vi crediate assolti…

Riesce difficile credere che possa davvero esistere un’ignoranza così abissale. Ma se per chi parla si può ipotizzare una falsità premeditata per trarne qualche vantaggio – come, per esempio, far dimenticare promesse non realizzate perché erano e sono irrealizzabili – per chi ascolta e annuisce è difficile trovare altre spiegazioni.

L’elenco è lungo e potrebbe riempire pagine su pagine, ma per chiarire di cosa stiamo parlando basterebbe ricordare la folle vicenda dei vaccini nella quale ci sono coloro che preferiscono credere a ciarlatani piuttosto che alla scienza che, tra l’altro, a riprova delle sue certezze, porta anche il numero crescente dei contagi e quello, ancor più drammatico, delle morti di bambini indifesi, mentre, soltanto per non rischiare di perdere qualche possibile voto, Lega e 5stelle decidono di rinviare di un anno una decisione di obbligatorietà giusta, doverosa e che dovrebbe essere applicata subito; anche perché, se fosse sbagliata, dovrebbe essere semplicemente cancellata.

E la lista si allunga ogni giorno. Alle celebrazioni del 62.mo anniversario della strage avvenuta nella miniera di carbone di Marcinelle, dove persero la vita 262 minatori, di cui 136 italiani, il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha detto: «Non dimentichiamo che Marcinelle è una tragedia dell’immigrazione, soprattutto ora che tanti vengono in Europa. Non sottostimiamo la difficoltà di gestire un tale fenomeno, ma non dimentichiamo che i nostri padri e nonni erano migranti». Una frase incontrovertibile che ricorda come il fenomeno dell’emigrazione abbia portato in altri Paesi milioni di italiani interessando tutte le regioni d’Italia. E la risposta della Lega, tramite gli sproloqui dei capigruppo a Camera e Senato, è incredibile: «Moavero manca di rispetto agli italiani. Paragonare gli italiani che sono emigrati nel mondo, a cui nessuno regalava niente, né pagava pranzi e cene in albergo, ai clandestini che arrivano oggi in Italia è poco rispettoso della verità, della storia e del buon senso». È ben vero che, quanto a scarso rispetto della verità, della storia e del buon senso, quelli della Lega sono espertissimi e che sono loro, con le loro bugie, a mancare di rispetto agli italiani, ma consiglierei, a chi li ascolta annuendo, almeno la lettura de “L’orda – Quando gli albanesi eravamo noi”, scritto nel 2002 da Gian Antonio Stella, giornalista del Corriere e sicuramente non sospettabile di “sinistrismo”.

Poi, messa da parte la domanda come possa Moavero restare in quella compagnia governativa che lo attacca falsificando la realtà, vanno anche segnalate la servile assistenza di Fratelli d’Italia che spera ancora di non essere cancellato dal cannibalismo salviniano nei confronti degli altri partiti di destra («Il richiamo di Moavero – detta il capogruppo di FdI alla Camera – o è inutile, o è fuorviante rispetto alla necessaria azione per impedire una invasione di clandestini che con gli emigranti italiani non c’entra nulla. Il ministro degli Esteri eviti paragoni impropri e offensivi»), e la guardinga prudenza del vicepresidente del Consiglio Di Maio che riesce a confezionare una frase che, proprio per non scontentare nessuno, tenta di voler dire contemporaneamente tutto e niente: «Io penso che queste tragedie storiche devono farci riflettere. La tragedia di Marcinelle ci deve ricordare che non bisogna emigrare». Un’ardita elucubrazione mentale dalla quale si arguisce che non si è emigrati, né si emigra, per necessità, ma soltanto per distrazione, o per scarsa capacità di ricordare.

Nessun fantasioso commento da parte del governo, invece, davanti all’accusa di Amnesty International (un’Ong e non l’Internazionale Comunista) che, in un rapporto di 27 pagine, scrive che fra giugno e luglio sono morti in mare 721 esseri umani e che, «nonostante il calo del numero di persone che cerca di attraversare il Mediterraneo negli ultimi mesi, il numero dei morti in mare è salito»; inoltre rileva anche che sono più che raddoppiati (da 4.400 a 10 mila) gli internati nei centri libici di detenzione dove rifugiati e migranti «rischiano torture e orribili abusi» e non possono avanzare domanda di asilo. Poi non si nasconde dietro giri di parole e accusa: «L’Ue è più preoccupata di tenere le persone fuori piuttosto che salvare vite umane», e punta il dito contro l’Italia, Malta e l’Europa accusandole di essere «colluse con i libici» e di usare come «moneta di scambio le vite dei migranti».

Come dicevo, nessuna reazione ufficiale a questo documento. È ovvio che Salvini e coloro che ne sono affascinati non ne tengano conto perché andrebbe a smantellare le loro tesi che si basano su razzismi, fascismi, etnofobie, xenofobie ed eterofobie assortiti. Ed è altrettanto ovvio che questi testo sia trattato con grande delicatezza dai 5stelle che, tranne che per non tantissime virtuose eccezioni, temono di scontentare il loro alleato e, quindi di rischiare di dover abbandonare poltrone che prima descrivevano come strumenti del demonio e che ora trovano davvero comode.
 

Ma sono gli altri, quelli che si rendono conto di quello che sta accadendo, che preoccupano perché, per il momento, la loro reazione più diffusa, ma anche più sbagliata è quella di accusare semplicemente di razzismo i razzisti e di complicità i complici, mentre, invece, per tutti noi sarebbe il caso di ricordare uno dei versi più pregnanti scritti da Fabrizio De André e tanto sentito, da essere da lui cantato in due diverse canzoni: «Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti».

Coinvolti perché noi, più anziani, dopo il Sessantotto, credevamo di avere il mondo in mano e comunque, dopo aver ottenuto alcune cose fondamentali sul piano dei diritti individuali e sociali, ci siamo stufati troppo presto di impegnarci, o ci siamo considerati troppo presto soddisfatti. E se qualcuno contesta la tesi delle nostre responsabilità, mi spieghi come sia stato possibile che, senza incontrare troppa resistenza, alcuni siano riusciti a ridurre il mondo – e non soltanto l’Italia – in questo stato.

Sarà noioso ripetere le stesse cose, ma non è possibile non ricordare che chi si limita ad accusare gli altri dimentica che la democrazia rappresentativa si basa su necessarie deleghe a coloro ai quali viene dato il compito di informarsi, ragionare e decidere – cosa assolutamente impossibile nella cosiddetta, vagheggiata e velocissima “democrazia diretta” – ma che si sono delle deleghe non delegabili, come quelle che riguardano la nostra coscienza e la nostra dignità. Sofocle ne era perfettamente conscio quando, un po’ meno di 2.500 anni fa, scrisse l’“Antigone” in cui la protagonista preferisce morire piuttosto che obbedire a una legge che riteneva ingiusta e che andava contro quei caposaldi etici e morali che riteneva più profondamente divini e, quindi, più profondamente umani.

Nessuno, ovviamente chiede sacrifici così estremi, ma una ribellione limitata a una testimonianza testarda e incessante a parole, almeno per svelare le menzogne più evidenti e schifose, mi appare doverosa e inevitabile.

L’altra strada, che non mi convince perché si basa proprio su quella mancanza di serietà che sta rovinando sempre più irreparabilmente il mondo, sarebbe quella di rubare a Grillo l’idea di un Vaffa day, da dedicare, però, a Grillo stesso, alla Casaleggio Associati e a buona parte dei suoi adepti, nonché a Salvini e ai suoi complici. Ma sarebbe dare ragione a chi sostiene che l’importante è l’apparenza e non la sostanza, il tornaconto e non la giustizia, lo spot e non il ragionamento. Finiamola di copiare gli altri e tentiamo di copiare quello che una volta – ormai tanto tempo fa – eravamo; e che poi non era davvero tanto male.

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venerdì 3 agosto 2018

Cattolicesimo e altri politeismi

E la divaricazione, se possibile, si amplia ulteriormente. Si allarga tanto che si potrebbe essere tentati di pensare che, se davvero tutti quelli che reclamano di essere cattolici lo fossero davvero, allora il cattolicesimo, più che un monoteismo con forti dialettiche interne, potrebbe essere una sorta di politeismo nel quale si pretenderebbe di far coesistere due essenze di Dio molto diverse tra loro; praticamente antitetiche.

Questa volta il vallo si è ancor di più approfondito con la decisione di Papa Francesco di cambiare il Catechismo della Chiesa cattolica per dichiarare sempre «inammissibile» la pena di morte e per sottolineare che la Chiesa cattolica «si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo». Non è cosa da poco, sia perché non stiamo parlando di quel catechismo che viene insegnato ai bambini, bensì di un volume di oltre 900 pagine nel quale è contenuta, in una grande sintesi, l’esposizione ufficiale di tutta la dottrina della Chiesa, sia in quanto questa scelta cambia profondamente un importante parametro etico e spirituale, riportandolo alle origini e ripulendolo da secolari incrostazioni utili ai vari poteri temporali succedutisi nei secoli.

Nel testo del nuovo paragrafo 2267, un rescritto del cardinale Luis Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, si legge che «per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune». Oggi, però «è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi». Inoltre, «si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato» e «sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi». «Pertanto – stabilisce quindi la nuova versione del Catechismo, citando un discorso di papa Francesco dello scorso anno – la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo».

Cioè, mentre la Chiesa stabilisce che in nessun modo può essere accettabile la soppressione di una vita da parte di uno Stato, Matteo Salvini, ministro alla Paura, ribadisce che la pena di morte deve poter essere comminata, senza un giudizio preventivo da parte di una corte di giustizia, da chi trova un ladro in casa e può sparare senza poi dover giustificare il suo gesto ed evitando, così, anche un giudizio successivo sulle sue azioni. È una tesi che Salvini difende a spada tratta anche per rispettare un “patto d’onore” (è incredibile come talvolta la parola “onore” possa puzzare di putrido marciume) stretto da lui con i fabbricanti di armi.

Eppure Salvini è quello stesso personaggio che in campagna elettorale giura sul Vangelo e sul rosario, senza aver, come sottolinea la Conferenza episcopale italiana, mai letto attentamente il primo, e forse chiedendosi anche a cosa mai potrebbe servire quella cinquantina abbondante di grani tenuti insieme da una cordicella. Ma sapendo bene che sono simboli molto amati e rispettati in quella che in Italia, dai tempi della DC in poi, è sempre stata una potente riserva di voti.

Sul tema dei migranti Famiglia Cristiana e L’Avvenire hanno già abbondantemente sottolineato le profonde differenze esistenti tra il Dio di Papa Francesco, amorevole e accogliente, e quello di Salvini, trucido e respingente. Ma le differenze tra la Chiesa di Papa Francesco e quella che era la Chiesa del Dio Po non si fermano qui e, anzi, sono destinate ad aumentare di numero e importanza. Non perché il Vaticano abbia interesse a mutare una dottrina che trova tutti i suoi fondamenti in quattro libri – i Vangeli – scritti poco meno di due millenni or sono, ma in quanto, invece, Salvini e compagnia hanno tutto l’interesse, come spesso è accaduto nella storia, di tenere in piedi lo schermo della spiritualità per lavorare su quello che più loro preme, e cioè la politica, o, meglio, il potere.

Viktor Orbán, premier ungherese, preso a esempio e modello da Salvini, ha già tracciato la sua strada, che riecheggia di spaventevoli echi del passato, vagheggiando una sua nuova Europa, ovviamente da lui diretta, che dovrà reggersi su alcuni pilastri dei quali il primo è «il diritto di proteggere la cultura cristiana rigettando il multiculturalismo», con un esplicito attacco a quell’ecumenismo che la Chiesa cattolica ricerca, come bene assoluto, da molto tempo: almeno - anche se più d’uno fa finta di dimenticarsene - dagli anni di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II.

Per anni abbiamo sentito contrapporre la “Chiesa profetica” alla “Chiesa burocratica”, l’aspirazione al bene comune a quello di qualche comunità soltanto, la sostanza all’apparenza, ma oggi si sta concretizzando un’escalation negativa alla quale è necessario opporsi. E i primi a farlo sono proprio i cattolici socialmente più sensibili, come quelli della Comunità di San’Egidio, che fanno riferimento più a Papa Francesco che a Matteo Salvini: è loro il progetto, che dovrebbe decollare a settembre, di creare Democrazia Solidale, un’iniziativa politica che non fa questione di fede, né, tantomeno, di religione. Ma che punta al riconoscimento di quei principi etici che sono, sì, nei Vangeli, ma che, contemporaneamente, sono anche patrimonio dei laici più incalliti, se convinti di voler portare avanti quei valori morali ed etici che finora hanno permesso il miglioramento del mondo.

Ed è proprio in quest’ottica di miglioramento sociale che il pensiero del politeismo mal si adatta al concetto di un cattolicesimo nel quale un Dio diverso da quello amorevole - come disse Jean-Jacques Rousseau, uno certamente non accusabile di fideismo - non potrebbe esistere perché «di tutti gli attributi di una divinità onnipotente, la bontà è quello senza il quale non la si potrebbe neppure concepire». Ben si attaglia, invece, al credo di Salvini - al quale oggi si adattano Grillo e, quindi Di Maio - in cui al dio del potere e del denaro si affiancano, almeno, quelli dell’odio, della paura, della discriminazione, dell’insensibilità ostentata, dell’incapacità di com-patimento nel senso etimologico del termine.

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