giovedì 12 luglio 2018

Il concetto di rassegnazione

È fin dall’antichità che hanno fatto di tutto per convincerti che se sei povero è colpa tua perché non ti sei dato abbastanza da fare; mentre se sei ricco è perché sei bravo e intelligente. E lo stesso puntiglio ce l’hanno messo, sempre dalla notte dei tempi, per persuaderti che se sei nato in un posto povero, arido, climaticamente disagiato, socialmente terrificante, ebbene, hai avuto sfortuna, o, se credi, che un qualche Dio ce l’ha avuta con te; se, invece, hai visto la luce in un Paese fertile, ricco, dominante, è la sorte, o il destino, o quel qualche Dio ad aver deciso che tu non soltanto abbia diritto alla vita più di altri, ma che, addirittura, quegli altri abbiano il dovere di supplicarti, di chiederti la grazia per avere qualche possibilità di sopravvivenza per sé e per i propri cari. E il corollario, importante come il teorema, è stato che in ogni caso bisognava rassegnarsi, che ribellarsi non era soltanto inutile, ma anche dannoso, perché blasfemo: come un essere umano poteva opporsi, infatti, ai voleri della sorte, del destino, o addirittura di un qualche Dio?

Dei risultati derivanti dal fatto che di queste sciocchezze per secoli siano riusciti a convincere la maggior parte della gente, sono pieni i libri di storia con imperi, regni, satrapie, nobiltà, servitù, schiavitù, guerre, razzismi, genocidi, stragi, rivoluzioni, repressioni, carestie, epidemie, migrazioni.

Poi si è cominciato a non credere più tanto, né alla sorte, né al destino, né al fatto che un qualche Dio, se esiste, possa divertirsi a farsi rappresentare da qualcuno e a permettergli di prevaricare gli altri invocando nobiltà, censo, o colore della pelle e dei capelli. Si è cominciato a pensare che tutti gli esseri umani siano uguali e abbiano il medesimo diritto di vivere e di puntare, se non alla felicità, almeno al miglioramento. Si è cominciato a lottare per estendere i diritti di tutti e a offrire garanzie generali a coloro che sono più deboli. Il tutto, convincendosi che, pur se ormai nulla poteva essere fatto per cambiare la storia, era invece possibile emendare preventivamente la cronaca da tutte le brutture passate.

Ma purtroppo – dobbiamo dircelo – è stato un sogno di breve durata. Forse la nobiltà ormai ha dovuto alzare definitivamente bandiera bianca, ma censo e razza, soldi e potere, nazionalismo e razzismo, hanno rialzato la testa con violenza e con la sete di vendetta di chi, vistosi ormai quasi perduto, riesce ad approfittare della disattenzione, o della sazietà dei carcerieri, per uscire di nuovo allo scoperto e per tornare a convincere gli altri agitando spettri come l’odio e la paura; come se tanti secoli fossero passati invano; come se di nuovo fosse lecito, com’era nell’antichità, condannare uno solo perché aveva pelle, o lingua, o religione, o vestiti, o gusti alimentari, o abitudini sessuali, o altro ancora, diversi dei nostri.

L’unica differenza, apparente e temporanea, da mantenere fin quando la conquista non sarà completata, è l’abitudine a mascherare le parole, a edulcorarle, per evitare di spaventare quella gente che si dice chieda sicurezza, mentre, invece, chiede soprattutto di non dover pensare, di non dover scegliere, di non dover rinunciare a qualcosa che si desidera, anche se non se ne ha un bisogno disperato, in favore di chi questo bisogno disperato, invece, ha.

E così abbiamo visto il parziale adattamento del termine “sovranismo”, di origine francese, per riferirsi, senza citarlo, al “fascismo”. Oppure abbiamo assistito allo stravolgimento del “populismo” che originariamente per i russi indicava una specie di socialismo rurale e che oggi, invece, punta a far credere che si voglia dare spazio alle qualità e capacità delle classi popolari, mentre invece è un’esaltazione demagogica rivolta a chi ascolta puntando a distrarlo e a convincerlo di avere in mano un potere che, invece, è saldamente in pugno di coloro che questo populismo usano. Ma si possono usare anche locuzioni: il «Prima gli italiani», infatti, non riesce a nascondere il razzismo di fondo che anima queste parole, sia perché lo slogan stato registrato come proprio marchio da Casapound il 20 marzo 2017, sia in quanto mostra inevitabilmente la corda quando Salvini si scaglia contro i rom e non perché non italiani, visto che per il 90 per cento lo sono, ma proprio e soltanto perché rom.

E, a questo punto, torna in campo il concetto di rassegnazione, quello che ha permesso che tante ingiustizie continuassero per secoli e che oggi, con lo stesso scopo, si vorrebbe ritirare in ballo un po’ imbrogliando le carte, un po’ approfittando che la sinistra appare impotente, tradita da chi era stato designato a guidarla, ma anche, almeno in parte, dai suoi frequentatori che, ormai troppo spesso feriti da altri, non riescono più a fidarsi di nessuno.
Bisognerebbe, quindi, rassegnarsi ad avere Salvini non solo come ministro degli Interni, ma addirittura come premier reale e debordante su ogni altro ministero, anche grazie all’inesistenza del presidente del Consiglio Conte e al timore di Di Maio, e grillini assortiti, di perdere la fascinosa poltrona da poco conquistata? Bisognerebbe rassegnarsi ad accettare fascismo, demagogia e razzismo?

Ovviamente no. E, per rifiutarsi, intanto non si può restare in silenzio davanti alle mostruosità che Salvini dice. A molti, per esempio, deve essere sfuggito – o hanno preferito far finta di niente – un botta e risposta tra il procuratore capo di Torino, Armando Spataro, e il ministro pro tempore (speriamo non lungo) degli Interni, Salvini. «Se per assurdo un barcone di immigrati arrivasse ai Murazzi del Po, dovrebbe poter attraccare perché la Convenzione di Ginevra prevede il diritto al non respingimento. Quindi un immigrato ha diritto di scendere per chiedere asilo politico e la sua richiesta deve essere vagliata. Se questo non accadesse io dovrei fare degli accertamenti», è la dichiarazione di Spataro. E Salvini risponde: «Mi ha incuriosito che decida lui cosa può fare o non fare un governo eletto da milioni di italiani. Io penso che bloccare i porti a chi aiuta i trafficanti di esseri umani non sia un diritto ma un dovere. Se qualcuno la pensa diversamente può candidarsi alle prossime elezioni».

Questa è una risposta che richiede attenzione su molti punti. Per prima cosa a decidere non è Spataro, ma la Convenzione di Ginevra alla quale l’Italia aderisce e che, quindi, deve rispettare. Poi magari Salvini non se ne ricorda, o non lo sa, ma dai tempi di Montesquieu esiste una cosa chiamata separazione dei poteri e un magistrato deve decidere seguendo la legge e non i piaceri del governo di turno. Poi sul governo eletto da milioni di italiani qualche dubbio c’è, perché molti di quei milioni di italiani hanno votato Centrodestra, o 5stelle non prevedendo minimamente – e forse neppure apprezzando – che i grillini potessero allearsi con una parte, quella più integralista, del Centrodestra.

Curioso, poi, l’ultimo – diciamo così – pensiero: «Se qualcuno la pensa diversamente può candidarsi alle prossime elezioni». La prima cosa che balza agli occhi è che la libertà di pensiero è di parola è assicurata dalla nostra Costituzione – altro testo che forse Salvini non ricorda, o non conosce – a tutti e non soltanto a onorevoli, senatori, ministri e sottosegretari. La seconda è che questa è la prima volta che Salvini è stato eletto in Parlamento, eppure è già da anni che ha ammorbato le nostre orecchie con le sue flatulenze intellettuali senza che mai nessuno – com’è giusto – gli abbia mai ricordato che era soltanto un deputato europeo e che, quindi, secondo le sue teorie, avrebbe avuto diritto a parlare soltanto di Europa e di rapporti tra Ue e Italia.

Sul bloccare i porti, infine, Salvini dovrebbe ricordare che non rientra tra le sue competenze, ma va a invadere quelle del ministero delle Infrastrutture del sognante ministro Toninelli, o quello della Difesa in cui la ministra Trenta almeno tenta di far rispettare le proprie prerogative. Molto ci sarebbe poi da ridire sul fatto che sempre Salvini non vuole autorizzare lo sbarco dei naufraghi recuperati dalla Diciotti, nave della Guardia costiera, nel porto di Trapani, a meno che non scendano tutti in manette, con una misura di costrizione, cioè, imposta non dico senza un giudizio, ma neppure senza un’indagine. E non mi si venga a dire che questo non ci riporta alla memoria quanto accadeva nel ventennio fascista.

In realtà, poi, almeno una cosa del ventennio fascista si è già ricreata: dopo decenni in cui con gli avversari politici, anche i più lontani, ci si affrontava a muso duro, ma si riusciva a discutere perché c’erano in comune un linguaggio politico e degli inamovibili caposaldi istituzionali, oggi tra le varie fazioni politiche (chiamarle partiti sarebbe un immeritato complimento) non si tenta nemmeno più di confrontarsi e ci si disprezza vicendevolmente come si fa con i nemici, in una guerra che, come tutte le guerre avrà uno sconfitto e un vincitore che, però, non sarà mai il popolo che continua a essere angariato da provvedimenti, o da altrettanto drammatiche latitanze, che causano morti, disuguaglianze e disperazioni che sono considerati semplici “danni collaterali”. E questa atmosfera si sta trasferendo anche ai rapporti umani: sempre più, infatti, si assiste a rapporti personali interrotti con decisione proprio per motivazioni politiche.

Rassegnarsi porta anche a questo.

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venerdì 6 luglio 2018

Non ci sono terze vie

Sarebbe il caso di metterselo velocemente e bene in testa: tutto questo non passa da solo. La storia ha dimostrato abbondantemente che se si lascia che un cancro sociale si estenda senza nemmeno tentare di opporvisi, diventa incurabile e può essere estirpato soltanto dopo momenti traumatici e drammatici, come guerre e rivoluzioni. E, allora, è il caso di chiederci – proprio adesso e non domani, perché il tempo forse potrebbe essere già scaduto – se intendiamo opporci a Salvini e soprattutto alle sue idee, o se preferiamo diventarne complici. Con la fastidiosa, ma innegabile coscienza che terze vie non ce ne sono perché, come giustamente ha detto Edmund Burke e altrettanto giustamente ha ricordato Martin Schultz «Per far vincere il male, è sufficiente che i buoni non facciano nulla».

Davanti a questa frase molti domandano se chi la pronuncia non è presupponente nel pensare di rappresentare il bene. E hanno ragione perché il bene è troppo perfetto per poter essere racchiuso in una sola persona, o anche in una sola idea; figuriamoci in un gruppo di persone, o in una nazione.

Ma se il bene non è facilmente definibile, sull’individuazione del male non ci possono essere dubbi. A meno che, ovviamente, non si rinunci a una buona parte della propria umanità.

Vi sembra davvero totalmente umano un ministro degli Interni che pretenda di far chiudere i porti alle navi che salvano i migranti che naufragano nel Mediterraneo? Che pretenderebbe che le navi italiane venissero meno agli obblighi di solidarietà che da sempre sono rispettati in mare? Che tenta di imporre ai prefetti di ridurre, a prescindere da questioni di sostanza, il numero di accoglimenti di domande di asilo politico, di protezione sussidiaria e di protezione umanitaria, specificando che anche madri, bambini e malati non devono sentirsi al riparo? 
Molto più beceramente umano, ma pur sempre umano, appare quando tenta di non ritenersi chiamato in causa dalla sentenza della Corte di Cassazione che impone la restituzione di 49 milioni di euro indebitamente incassati e fatti sparire dalla Lega, con la furbesca motivazione che quella si chiamava “Lega Nord” e quella di oggi si chiama “Lega per Salvini premier”.

E che il cancro si stia diffondendo non lo si evince soltanto dal comportamento di Salvini, coerentemente e progressivamente sempre più eterofobo e razzista, ma soprattutto da come sta cambiando il comportamento di molti, troppi italiani. Ce ne accorgiamo ogni giorno di più, in strada, al bar, guardando i giornali, o, per chi ne ha ancora lo stomaco, leggendo i vomitatoi di odio legati ai social network.

Di esempi ce ne sono a bizzeffe, ma uno accaduto ad Alassio qualche giorno fa mi sembra davvero emblematico. Nella località turistica ligure c’è un cagnolino addestrato a ringhiare solo «quando passano i negri – spiega la sua padrona, comproprietaria di un albergo con bagno annesso – perché li riconosce dall’odore; non contro quelli ricchi, ma solo quelli contro che hanno odore». Il cagnolino abbaia contro un ragazzo di colore, alcuni bagnanti ridono, applaudono e lo incitano, ma una signora li invita a smettere e loro la prendono in giro e una donna la offende pesantemente con riferimenti sessuali alla signora stessa e ai migranti. La proprietaria del cane, lungi dal sentirsi imbarazzata dall’avere un cane “razzista”, si affretta a specificare che «sì, la signora è stata offesa ma da clienti non del nostro hotel. Poi è vero che il mio cane ringhia contro i negri che hanno odore, ma non ha mai azzannato nessuno».

Siete d’accordo che non c’è più tempo se si vuole evitare che la nostra umanità e la nostra Costituzione vengano sgretolate ogni giorno di più? Siete d’accordo che tra l’opporsi e l’essere complici non c’è una terza via?

Indossare una maglietta, o una camicia rossa, come ha chiesto don Ciotti per questo sabato, «per fermare l’emorragia di umanità», può apparire un piccolo gesto, ma resta sempre un gesto di disobbedienza; resta sempre una testimonianza che ancora c’è gente che è capace di dire «NO!» alla barbarie e alla disumanità. La testimonianza non è soltanto importante: quasi sempre è determinante.


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domenica 1 luglio 2018

Il pericolo maggiore

È difficile credere che praticamente nessuno, tranne Salvini, si renda conto che il 2019 potrebbe diventare un momento di forte discontinuità nella storia dell’Europa, un vero spartiacque tra il progresso e il regresso. Tra meno di un anno, infatti, saranno celebrate le nuove elezioni europee e una vittoria dei sovranisti e delle destre xenofobe potrebbe innescare una serie di tensioni e reazioni tali da distruggere il castello della stessa Unione Europea, da far ricostituire le frontiere nazionali e da far cancellare la moneta unica. Sarebbe il pericolo maggiore: più una catastrofe, insomma, che un regresso.

Vi sembra un eccessivo e ingiustificato pessimismo? Non è così: pensate soltanto a quanti leader politici, al di là di Salvini e Orban, stanno vagheggiando la nascita di una specie di “Internazionale del nazionalismo”, idea che potrebbe sembrare uno dei tanti ossimori intrinsecamente senza senso, ma che, invece, possiede una dose di pericolosità di cui temo si sia persa la coscienza di quanto dovrebbe metterci paura, perché quando i nazionalismi e le frontiere rinascono, quando le etnie e le religioni tornano a essere determinanti nelle scelte sociali, ci si avvicina sempre e inevitabilmente a soprusi e a conflitti che, visto che troppi pensano di possedere ogni verità, diventa difficilissimo comporre prima che possano trasformarsi in veri e propri scontri di forza.

E se dal punto di vista politico i pericoli sono consistenti, da quello economico una dissoluzione della moneta unica sarebbe una catastrofe per i cittadini delle nazioni finanziariamente più esposte: il ritorno alle monete nazionali, infatti, preluderebbe a inevitabili – o, meglio, volute – svalutazioni intese a far aumentare l’export, ma destinate a mordere pesantemente e almeno temporaneamente il potere d’acquisto degli stipendi, ma ancor più pesantemente e definitivamente le pensioni, finendo non per riequilibrare situazioni di pesantissima diseguaglianza, ma per renderle ancora più profondamente inique.

Davanti a un Salvini che sta maramaldeggiando e, con l’aiuto dei suoi luogotenenti sui territori, sta cercando di capitalizzare paure reali, ma soprattutto indotte, come dall’assurda scelta di far scortare i medici dagli alpini in congedo, nessuno sembra pensare che i sondaggi di oggi tra meno di un anno potrebbero diventare voti e che, visto il sistema puramente proporzionale, il risultato potrebbe dare alla Lega un buon numero di seggi da portare in dote al gruppo di populisti e nazionalisti antieuropei.

I 5stelle sono troppo impegnati a difendere le loro poltrone per azzardarsi a contraddire il capo degli ex secessionisti del Nord, tanto che Di Maio, molto affezionato al suo ruolo di vicepresidente del Consiglio, rimbrotta senza esitazioni il presidente della Camera, Fico, suo compagno di partito, che condanna l’idea di chiudere i porti ed esalta l’opera delle Ong che si adoperano per salvare la vita dei migranti nel Mediterraneo.

Berlusconi è molto preoccupato soprattutto dal fatto che il suo ex alleato di minoranza, ora che ha davvero il potere in mano, finisca per danneggiare i suoi affari televisivi, e, quindi, sta ben attento a non contraddirlo; cosa che fa anche la Meloni, un po’ perché condivide i trucidi principi salviniani, un po’ perché capisce che, senza quell’alleanza, il suo partito rischierebbe di sparire dalle attribuzioni di seggi.

Intanto la sinistra, tra ambizioni individuali e di gruppetto, continua a non trovare il bandolo di una matassa che dovrebbe portare almeno a un’unità di intenti, se non a un’identità di idee. Si ostina a parlare di unità insistendo «sulle tante cose che ci uniscono» e trascurando completamente di parlare di «quelle poche che ci dividono», che numericamente saranno anche di meno, ma che sono quelle che da sempre finiscono per lacerare rapporti già logori in partenza.

Dal canto suo, il PD non smette di vivere in un suo mondo che sembra non avere più alcun addentellato con quello reale. Mentre Salvini avanza con la decisione di un carro armato, invadendo in continuazione anche campi che non sono suoi, il PD continua a interrogarsi senza la minima fretta su tra quanti mesi fissare il congresso, a discutere di possibili futuri candidati al ruolo di segretario, ma a evitare testardamente di individuare gli errori che hanno causato il disastro e anche a tracciare programmi futuri, a tentar di far vedere agli elettori quali sono le sue proposte sociali per riparare alle tensioni e diseguaglianze che stanno affondando la nostra società e il nostro Paese.

E la responsabilità del PD è di molto superiore a quella degli altri perché è l’unico partito dichiaratamente di centrosinistra che possa sperare di riconquistare in tempi accettabili una massa gravitazionale capace di attrarre i tanti satelliti che una volta gli giravano attorno puntando a influire sulle sue decisioni e che oggi lo hanno abbandonato quasi dappertutto al suo destino. È ovvio che mi sto riferendo al vero PD, non a quell’entità che di quel partito ha mantenuto il nome, ma ha stravolto completamente la sostanza.

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martedì 26 giugno 2018

Il dito e la Luna

L’ennesima batosta elettorale del centrosinistra, che ha perso ai ballottaggi anche quasi tutto quel che gli restava della Toscana, forse finalmente indurrà il centrosinistra stesso a non rinnovare l’antico errore: quello che ancora una volta, davanti a un dito che indica la Luna, ci si fermi a guardare il dito e non la Luna, incommensurabile più grande e più importante.
 
D’accordo che in questo caso, trattandosi di Salvini, il dito è molto ingombrante e appariscente, ma rischia di stornare rovinosamente l’attenzione dal problema più importante, che non si materializza nell’energumeno cui, pro tempore, è stata affidata la delicatissima responsabilità del ministero degli Interni, bensì in quella parte di popolo che ha dato il voto a lui, dichiaratamente razzista ed eterofobo. Poi, che in realtà si tratti del 17 per cento dei votanti, e, quindi, soltanto di circa il 12 per cento degli aventi diritto al voto, fa aumentare ancor di più il senso di desolazione, sia perché mette in rilievo che Salvini ha saputo approfittare, con ferma determinazione, della pochezza dei cosiddetti leader degli alleati e degli oppositori, sia in quanto è riuscito ad appropriarsi non soltanto dei voti di Forza Italia e di Fratelli d’Italia, ma anche di quelli di coloro che, avendo scelto di votare 5stelle, oggi si trovano a essere più o meno inconsapevoli, ma sicuramente silenziosi, complici dei suoi comportamenti.

Perché i sondaggi hanno un bel dire che Salvini sta affascinando fette sempre più consistenti dell’elettorato con il suo crudele maramaldeggiare sui più deboli e su coloro che non possono reagire, con il suo forsennato presenzialismo anche in ambiti che toccherebbero ad altri ministri che tutto sopportano pur di non vedersi togliere lo scranno di quel governo in cui sono tanto contenti di aver inopinatamente trovato posto. Ma il fatto più importante – quello che deve preoccupare maggiormente – è che senza una quantità di gente che è stata convinta ad anteporre il proprio benessere a qualunque considerazione umanitaria, Salvini non si sarebbe mai schiodato da quel 4, o 5 per cento che la Lega aveva quando lui ne è diventato segretario e ha cominciato (non certo «da buon papà», come dice lui) a seminare odio e paure a piene mani.

Voglio dire che a preoccuparci non deve essere tanto il fatto che sia Salvini a rovinare il popolo italiano, quanto la considerazione che, senza un terreno fertile, nessuna pianta, neppure quella più infestante, riesce a crescere e a svilupparsi. A preoccuparci, insomma, deve essere il terreno di coltura - parte del popolo italiano - dal quale Salvini ha tratto la forza per inerpicarsi fin dov’è arrivato e da dove sta minando le basi di una società che ha tanto sacrificato, anche in termini di vite umane, per diventare democratica; e che oggi rischia di non esserlo più.

Insomma, è sicuramente giusto e doveroso impegnarsi a fare opposizione contro l’attuale governo, ma se non ci si impegnerà, con molta maggiore forza, a parlare agli italiani, tutto sarà inutile. Dai tempi della nascita delle televisioni berlusconiane e dalla legge Mammì che ne ha permesso l’esplosione a livello nazionale, l’impegno maggiore della destra è stato quello di cancellare la memoria storica, o almeno di confonderne i ricordi; di far perdere i contorni a tutta una serie di valori sociali, etici, politici; di sostenere che tra destra e sinistra non ci sono più differenze; di instillare dubbi e sospetti su tutte le azioni, tranne le proprie; di infarcire i notiziari su carta, o via etere, con notizie pretestuosamente false, tanto da far diventare più importante il cosiddetto “percepito” che la realtà dei fatti; di dileggiare la cultura facendola apparire come una cosa inutile («Nessuno mangia con la cultura»), se non dannosa, e comunque spocchiosa, ben sapendo che era l’unica arma possibile per resistere a questo attacco. Alla fine la cultura è stata cacciata quasi completamente anche dalle organizzazioni politiche che ne avevano fatto la propria bussola, oltre che la propria bandiera. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Dicono che questa è la democrazia e che, quindi, bisognerebbe rassegnarsi alla sconfitta, all’irrilevanza, alla scomparsa. Non è così perché la democrazia, essendo umana, si limita a indicare quello che la maggioranza (quasi sempre molto relativa) vuole, non pretende di stabilire che le idee che ottengono più voti siano quelle giuste. Ed è proprio per questo che ogni cinque anni, o meno, si torna a votare: per tentare di avvicinarsi gradatamente, talvolta anche facendo qualche passo indietro, al meglio; mai all’ottimo.

Anche in quest’ottica adesso è necessario riprendere praticamente da zero. Proponendo certamente delle ricette alternative alla destra – e ai grillini con questa – nei settori economici e produttivi, nella lotta alla povertà e alle disuguaglianze, nella maniera di amministrare regioni e comuni, ma anche e soprattutto andando a recuperare valori e principi di solidarietà umana a prescindere, ideali che sono sempre stati nel patrimonio genetico della sinistra, e dei quali bisogna recuperare l’orgoglio. Perché non si tratta soltanto di vincere le prossime elezioni, ma di far imboccare alla società la strada che riteniamo più giusta; o, meglio, irrinunciabile.

E, allora, tutti devono impegnarsi, ma mettendo in primo piano gli ideali comuni e non le pur legittime ambizioni personali.

Il PD, con i suoi iscritti, deve ritrovare la propria massa gravitazionale ripulendo se stesso da scorie che, almeno dal punto di vista della sinistra, sono venefiche ed evidenti come quelle portate da un personaggio, Matteo Renzi, che fin dall’inizio aveva dichiarato che per lui «le uniche bandiere rosse sono quelle della Ferrari» e che, perseguendo questa strada, ha stravolto l’anima del partito e, prendendolo con un 40 per cento sicuramente gonfiato da simpatie che gli provenivano da destra, l’ha ridotto a un 19 per cento provocato da irriducibili antipatie che gli sono arrivate da sinistra e che lui ha inevitabilmente trasferito a tutto il partito che per troppo tempo è stato suo personale e quasi incontrastato dominio.

Gli altri gruppi della sinistra, e i loro aderenti, devono operare, sia rendendosi conto che i satelliti – e qui torniamo alla Luna - sembrano dipendenti dal pianeta attorno al quale gravitano, ma che su quel pianeta finiscono per influire in maniera determinante con maree marine e terrestri, sia non dando per scontato che le loro idee siano facili da instillare nelle menti altrui. Sono idee faticose, foriere di fastidi e sacrifici, inevitabilmente portate a far rinunciare a qualcosa di proprio pur di far star meglio tutti. La sinistra deve imprimersi nella mente che non assolve il proprio compito dicendo soltanto quello che pensa, bensì sforzandosi in maniera inesausta di convincere gli altri. E non con slogan che ormai sembrano fatti di plastica, ma con argomenti che trasudino umanità e speranza.

Sono tutti ragionamenti su cui si deve ritornare con più tempo e con maggiori approfondimenti, ma credo che una cosa la si possa già dire: che in questo momento il centrosinistra avrebbe bisogno di politici capaci, ma soprattutto di predicatori che cerchino di parlare con orgoglio e convinzione non pensando alle prossime elezioni, ma ai propri convincimenti, di predicatori pazienti, capaci di farsi capire da tutti, e di far sentire che stanno parlando sinceramente di qualcosa che deve essere di tutti nella realtà e non soltanto nella teoria; di predicatori che sappiano farsi ascoltare non soltanto attraverso il comodo canale di internet, ma tornando a guardare negli occhi la gente con cui parlano.


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sabato 16 giugno 2018

I numeri e la vita

La notizia è di quelle che non possono lasciare indifferente nessuno, ma soprattutto chi ha lavorato per quarant’anni sotto le insegne del Messaggero Veneto e, grazie agli orari di una volta, ha passato innumerevoli notti a contatto di gomito con i rotativisti. Eccola: poco prima delle 3 di notte un caporeparto di 49 anni, friulano, si è tolto la vita in un ufficio dello stabilimento del centro stampa di Savogna, vicino a Gorizia, dove si trovano le rotative che stampano il Messaggero Veneto e Il Piccolo. Lascia la moglie e un figlio di 11 anni. Il fatto si verifica cinque giorni dopo che il gruppo Gedi News Network, di cui sono parte integrante le due testate, aveva annunciato la chiusura del centro stampa isontino con il trasferimento dell’attività e del personale non interessato da possibili prepensionamenti nel centro stampa di proprietà del gruppo a Padova. La produzione è stata subito fermata e poligrafici e giornalisti hanno proclamato un giorno di sciopero. Il Gruppo Gedi, dal canto suo, si è dichiarato «profondamente colpito e addolorato». «Siamo vicini alla famiglia ha continuato – alla quale non faremo mancare il nostro aiuto». Va anche ricordato che il Centro stampa di Gorizia era in funzione da circa sei anni, dopo la dismissione delle rotative di Udine e di Trieste e il loro conseguente accorpamento nell’Isontino.

Le segreterie regionali di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil, nel commentare la notizia sottolineano: «Temiamo che anche questa possa essere una delle ragioni della tragica decisione». «Temiamo», dicono; e, infatti, nessuno può permettersi di trinciare giudizi di correlazione tra quello che è avvenuto e il perché questo è avvenuto, ma è altrettanto certo che se anche la notizia del trasferimento obbligato a Padova è stato soltanto la goccia che ha fatto traboccare un vaso, bisogna pur dire che è stata una goccia terribilmente, drammaticamente importante.

Non si può pensare, infatti, che, al di là dei dettagli di legge e di contratto, un trasferimento di città, a una distanza di circa 160 chilometri, possa essere qualcosa che lascia indifferenti, specie se la quantità di denaro a disposizione non è tale da cancellare ogni preoccupazione legata a uno spostamento di residenza, visto che un simile pendolarismo non è ipotizzabile. E non si può pensare nemmeno che non abbiano peso la quasi certa perdita di amicizie e di abitudini anche per la moglie e il figlio.

Intendiamoci: nessuna colpa particolare al Gruppo Gedi, ma, casomai, al sistema–lavoro, alla società che abbiamo costruito. Il Gruppo si è comportato come avrebbero fatto quasi tutte le altre aziende: ha deciso tenendo d’occhio soltanto i bilanci e non quelli che, lavorando, rendono possibili quei bilanci stessi. Come tutti, anche il Gruppo Gedi ha guardato i numeri e non la vita.

Nulla da eccepire se non che è semplicemente, abitudinariamente, del tutto asimmetrico pretendere dedizione, fedeltà e massimo impegno dai dipendenti, se l’azienda non li ripaga con la stessa moneta.

Ma anche l’asimmetria è diventata di moda e purtroppo non soltanto tra aziende e lavoratori, ma anche tra tante persone e la loro coscienza. Un esempio emblematico in tal senso mi sembra quello fornito in questi giorni da Alessandro Di Battista che ha ceduto per 50 mila euro i diritti per un suo prossimo libro di memorie alla Mondadori, editore Berlusconi. Alla maliziosa domanda del giornalista che gli chiedeva se non gli creasse imbarazzo ricevere soldi da uno degli imprenditori più disprezzati da lui e da tutti i 5stelle, l’ex onorevole ha risposto che come guadagna denaro «sono cavoli miei», anche se, a dire il vero, non ha usato la parola “cavoli”, ma un’altra che comincia sempre con la “c”, ma poi prosegue in modo diverso. E, asimmetricamente, non gli è venuto neppure in testa che come risponde lui, potrebbero rispondere tutti; Berlusconi compreso.

Ed è proprio per questo che l’asimmetria ha successo: solo perché i numeri, il guadagno, hanno sempre la precedenza sulla vita. Sarebbe assurdo se cercassi di illustrare bene questo concetto quando c’è già stato chi lo ha fatto alla perfezione. Si tratta di Robert Kennedy che il 18 marzo del 1968, tre mesi prima di essere assassinato mentre era in campagna elettorale per la Presidenza degli Stati Uniti, ha tenuto un discorso all’università del Kansas. Ve ne ripropongo, parola per parola, la parte che interessa l’argomento di cui sto parlando.

«Non troveremo mai un fine per la nazione, né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo».
«Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari».
«Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere, o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi».
«Il PIL non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. In breve, misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta».

Le mie più sentite e commosse condoglianze alla famiglia e ai colleghi che non sono soltanto suoi, ma anche miei, perché nei vecchi giornali i poligrafici esistevano ancora ed erano della stessa famiglia dei giornalisti in quanto entrambe le categorie sapevano che l’una senza l’altra non poteva esistere. E sono convinto che la stessa regola, pur con il dilagare dei computer, sia ancora del tutto valida, se si vuole sfruttare al massimo due professionalità e non accontentarsi di ibridi che non potranno mai – e non per colpa loro – dare il massimo, né in un campo, né nell’altro.

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lunedì 4 giugno 2018

Per sempre coinvolti

Con la consueta lucidità Umberto Galimberti, nell’ultimo numero della sua rubrica su D la Repubblica, sotto il titolo “Il terribile è già accaduto”, agganciandosi agli infiniti massacri siriani, afferma: «Quello che succede in Siria è terribile, ma ancora più terribile è l’indifferenza che ci avvolge e ci rende insensibili quando si è già paralizzata la nostra immaginazione, la nostra percezione e il nostro sentimento». E poi specifica che noi vediamo immagini di distruzioni, ma non percepiamo più quello che dietro quelle immagini si agita: fame, sete, dolore; e così «s’inceppa anche il nostro sentimento» perché «è fuori misura rispetto al nostro quieto modo di vivere, dove non manca chi agita i fantasmi di un’insicurezza che in nessun modo è possibile paragonare alle condizioni di chi vive sotto le bombe». E, ancora: «il nostro sentimento di reazione si arresta alla soglia di una certa grandezza e, ridotti a un totale analfabetismo emotivo, continuiamo la nostra vita a colpi di rimozione», concludendo che «Questa amputazione che ci rende insensibili alle sorti dei nostri simili, è peggiore persino di quello che sta accadendo in Siria, o in qualunque altro teatro di guerra».
Ineccepibile; ma credo che, oltre alla tranquillità data dalla rimozione, a spingerci verso un generale rifiuto dell’orrore sia anche una specie di autoconsolazione: quando vediamo i “cattivi” per noi è più facile sentirci “buoni” e, una volta autocollocatici nella casella che più ci soddisfa, la rimozione diventa ancora più facile.

Il fatto è che per innestare questi meccanismi e trovare i “cattivi” non occorre andare in Siria e neppure ai confini tra Israele e la striscia di Gaza dove un militare israeliano può sparare da lontano e uccidere un’infermiera palestinese ventunenne mentre sta soccorrendo un ferito, senza neppure subire un rimprovero: basta stare qui da noi.

Continua a essere vero che non ci può essere paragone tra il vivere sotto le bombe e le nostre insicurezze, ma, proprio per questo, a maggior ragione, sono ingiustificabili certi atteggiamenti come quello del nuovo ministro degli Interni, Matteo Salvini che, forse spinto dal fatto che è ancora in campagna elettorale visto che tra poco ci saranno nuove elezioni amministrative, distribuisce frasi orrende sul tipo: «Nessun vicescafista deve attraccare nei porti italiani» che, tradotto, significa che le navi delle Ong che soccorrono i migranti naufraghi nel Mediterraneo è meglio che se ne stiano a casa perché quelli che riusciranno a salvare non saranno accettati più nemmeno in Italia. E, visto il comportamento delle altre nazioni costiere, ai migranti resterebbe solo la scelta tra il morire in mare e l’essere restituiti agli aguzzini libici; soluzione che probabilmente – checché ne dica Minniti – tanto meglio non è.

Noi oggi possiamo guardare Salvini e ripetere che è un barbaro, sia perché tratta da “vicescafisti” donne e uomini che si sacrificano per salvare più vite possibili, sia in quanto, da uomo politico che ostenta di giurare sul Vangelo e sul rosario, continua a ignorare che la parola “prossimo” per il cattolicesimo non significa “vicino”, ma semplicemente “essere umano”. Avremmo ragione, ma la rimozione e l’autoconsolazione ci impedirebbe di vedere una realtà più sconvolgente e anche più importante: che barbari siamo anche noi, intesi come italiani, che abbiamo consentito che si arrivasse a questa situazione.

Alcuni alzeranno i sopraccigli, offesi da questa mia affermazione in quanto sono convinti di avere fatto il possibile perché questo non si verificasse. Ma sono la minoranza e con loro mi scuso. E non parlo nemmeno di quelli che hanno votato Lega convinti di far bene e che sia giusto lo slogan “Prima gli italiani”; con loro è inutile farlo. Mi rivolgo, invece, a quelli che hanno deciso di votare per il nuovo governo perché non hanno previsto che si potesse verificare un’alleanza di cui si parlava da almeno un anno, nonostante le indignate smentite di Grillo, Di Maio Di Battista, Salvini eccetera; a coloro che hanno votato pensando a promesse che andavano a solleticare soltanto i propri interessi personali, soprattutto economici, e non quelli dell’intera comunità, o a evitare i propri fastidi; ai tantissimi – troppi – che non hanno visto nessuno dotato di adamantina coincidenza con i loro ideali e si sono sentiti troppo nobili per abbassarsi ad andare votare per il meno peggio; ai non pochi che hanno svilito e confuso tanto la politica da farla sentire lontanissima a un numero enorme di persone. Sono anche questi i barbari che hanno consentito a un barbaro di provare a trascinare nel fango, oltre che a svariate decine di anni indietro nel tempo, la nostra civiltà che era cresciuta anche e soprattutto basandosi sulla solidarietà generale.

E adesso? Adesso pochi si pentono, mentre la maggior parte degli altri è impegnata nell’individuare gli errori che ci hanno portati a questo disastro. Errori, ovviamente, che si trovano sempre negli altri e mai in se stessi.

Un suggerimento? Proviamo a usare di nuovo le parole con il loro significato, magari dicendo davvero quello che pensiamo e mandando a quel paese quella falsa e melliflua diplomazia che non fa mai avvicinare davvero due parti in disaccordo, ma le fa soltanto convenire sul fatto che è giusto mentire esclusivamente a scopo di propaganda.

Per esempio recuperiamo il senso di parole ormai svuotate di significato, oppure non usiamole più. Pensiamo a "unità", antica chimera della sinistra: una volta, giustamente, significava mediazione tra le varie idee fino allo sfinimento; oggi è diventata adeguamento obbligatorio alle idee non di chi dirige, ma di chi comanda. Dimenticando clamorosamente che uno dei grandi pregi della democrazia sta nel fatto che non è detto che chi ha la maggioranza abbia contemporaneamente anche ragione.

Già questo dovrebbe bastare per cancellare ogni desiderio di rimozione e di autoconsolazione e per mettersi a lavorare con l'unico obbiettivo di risalire la china; ma, per sicurezza, sarebbe anche utile non dimenticare mai una frase cantata da Fabrizio De Andrè nella “Canzone di maggio” e poi ripetuta in “Nella mia ora di libertà”: «Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti».

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mercoledì 30 maggio 2018

Vicini e lontani

Mentre a livello nazionale tutto ribolle, sul piano regionale e comunale tutto è già chiaro e cristallizzato per cinque anni. A Roma ci sono pochissime certezze che riguardano Quirinale, 5stelle, Lega e PD.

Il presidente della Repubblica, per esempio, ha ben presente che un suo cedimento nella vicenda dei ministri non avrebbe avuto soltanto un significato politico opposto a quello che gli è stato dato, ma che sarebbe stato un ulteriore smottamento istituzionale che avrebbe potuto essere determinante per condurre a quella frana costituzionale desiderata da più d’uno e segnatamente da coloro che ragionano soltanto in termini di comodo a seconda delle contingenze del momento, senza neppure pensare che i contrappesi costituzionali potrebbero essere utili, o meglio necessari, anche a loro in situazioni contingenti diverse, se non diametralmente opposte.


I grillini, ma soprattutto Di Maio, non possono nemmeno pensare di non andare al governo questa volta in quanto sanno – e i sondaggi glielo stanno ricordando impietosamente – che la fase calante è già cominciata. Quindi, per arrivare a palazzo Chigi, sia pur in coabitazione, sono disposti a qualsiasi giravolta, come passare in poche ore, con splendida faccia di bronzo, dallo strillare all’impeachment, all’offrire collaborazione a Mattarella, pur di non veder sfumare il sogno.

La Lega si tiene in splendido quasi assoluto silenzio, non per sopraffina abilità politica, ma per placida sicurezza che se il governo arriva in porto, sbarca a palazzo Chigi; altrimenti i sondaggi la danno straripante in elezioni a tempi brevissimi.

Il PD, invece, continua ad andare verso la dissoluzione. Messa la sordina a divisioni interne che continuano a ribollire sotterranee, anche se poi fanno capolino ogniqualvolta Renzi parla ricordando che è «un semplice senatore», o «un mediano», ma che comunque si deve fare quello che dice lui, l’incertezza interna si manifesta anche con scelte francamente incomprensibili. Sollecitare per primi nuove elezioni in tempi brevissimi, per esempio, sembra dimostrare che quei dirigenti non hanno minimamente capito che se il partito non cambia – e non sta cambiando – la china che ha portato alla perdita di oltre cinque milioni di voti, rischia di assumere una pendenza ancora più vertiginosa. Oppure dichiarare di astenersi nel voto di fiducia a un possibile governo Cottarelli significa ancora una volta non saper scegliere, oppure privilegiare i bizantini equilibri di potere interni rispetto a una chiarezza di indirizzo che tanti vorrebbero: l’attuale PD non è né con Mattarella, né con chi l’accusa, come, del resto, dall’arrivo di Renzi alla segreteria, non è più né di destra, né di sinistra. E anche su una posizione di centro ci sarebbe qualcosa da ridire.

Lascio perdere, per carità di patria, la sinistra che continua a dividersi – e la vicenda Mattarella è il più recente, clamoroso esempio – tra inflessibile purezza e ragionata contaminazione, tra desiderio di unirsi e voglia di dividersi, con l’unica costante di una clamorosa assenza dalla scena. Sembra un sistema gravitazionale in cui la coesistenza di forze centripete e centrifughe non permettano alcun, seppur temporaneo, o addirittura momentaneo, equilibrio.

E veniamo alle nostre certezze. Per cinque anni, salvo inipotizzabili sorprese, Fedriga dominerà la Regione e Fontanini farà lo stesso a Udine. Balza subito in primo piano, insomma, la necessità di capire come fare opposizione. Può bastare il «Non faremo sconti» in consiglio? Credo di no, perché non ricordo alcuna opposizione che sia stata tenera a parole con la maggioranza; eppure i risultati delle elezioni successive non sono praticamente mai dipesi dalla lettura delle cronache consiliari. Molto più determinante, invece, può essere l’esplicitazione pubblica dei proprio dissenso, o, ancor meglio, l’impegno pratico a far sì che i progetti della maggioranza non si concretizzino.

Prendiamo l’esempio di Udine dove, per il momento, il massimo impegno del nuovo sindaco sembra essere quello di riservare parcheggi per sé e per i consiglieri vicino al municipio. Sicuramente utile è stata la manifestazione pubblica contro la scelta di Fontanini di inserire in giunta un elemento dichiaratamente nostalgico del fascismo; e che quel posto non sia andato direttamente a Salmé, ma alla sua compagna di vita ha messo in mostra soltanto un’ottima dose di ipocrisia.

Molto più importante, invece, mi appare una battaglia da cominciare subito in difesa di vicino/lontano evento culturale giunto al 14.mo anno di vita e che Fontanini ha detto che «va ripensato» come «Friuli doc». Già l’avvicinare questi due avvenimenti, lontanissimi tra loro, la dice lunga sulla sensibilità del nuovo sindaco. Ma bisognerebbe che la minoranza – ma anche la popolazione – ricordasse un po’ di cose al sindaco. Intanto per “ripensare”, bisogna aver prima aver “pensato” e questo non si attaglia proprio a vicino/lontano che in realtà è stato ideato da persone che con Fontanini non avevano contatti neppure casuali. Poi, visto che l’idea non appartiene né al sindaco, né al Comune di Udine, affermare di volerlo “ripensare” significa soltanto che a questa frase sottende una minaccia neanche tanto velata: “O accettate di cambiare, oppure il Comune non vi concederà più gli ormai tradizionali spazi, né vi darà più alcun aiuto”.

La cosa non dovrebbe stupire visto che il centrodestra ha sempre agito così nei confronti della cultura. Nella Destra Tagliamento, visto che Pordenonelegge era ormai lanciatissimo e praticamente autonomo, per ipotizzare un contenitore culturale di destra è stato creato Pordenonepensa, che si trascina da qualche anno trovando momenti di vivacità soltanto nei dibattiti tra posizioni sociali e politiche contrapposte. Per impadronirsi del Mittelfest, invece, a suo tempo non è stato rinnovato il contratto di direzione a Moni Ovadia, sperando di trovare un buon palcoscenico di propaganda. Ne è uscita la mortificante gestione Devetag, dapprima come presidente e poi come direttore artistico (?), che ha avvilito il Mittelfest fino a fargli rischiare la sparizione.

Ora la storia sembra potersi ripetere perché ancora non si è capito che la politica, se non c’è, può essere camuffata da propaganda, mentre la cultura, se non c’è, non c’è e basta.

Ecco: a me sembra obbligatorio rendersi conto che in una quinquennale serie di battaglie pubbliche e popolari di opposizione, quella per vicino/lontano mi sembra davvero la prima, e non solo temporalmente, perché è emblematica, ma è anche fondamentale per far capire che ci si può muovere assieme per salvare le cose che meritano di essere salvate in attesa di poterne costruire altre nuove. Difendere la cultura, insomma, anche per essere vicini alla politica e lontani dalla propaganda.

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venerdì 25 maggio 2018

Pianeti, satelliti e asteroidi

Una precisazione iniziale: non sono mai stato iscritto al PD, come a nessun altro partito politico, ma nella stragrande maggioranza dei casi, gli ultimi esclusi, da quando è stato fondato, è stato proprio per il PD che ho votato.

È stato con lo spirito di ospite, quindi, che, con tantissime altre persone, sono entrato nella sua sede dem udinese su invito di Enzo Martines che voleva ragionare, con tutti coloro che si collocano dal centrosinistra alla sinistra, su quello che è successo e su come andare avanti non disperdendo ciò che, nonostante la sconfitta, si è riusciti a costruire.

Ed è stato con lo spirito di ospite che, per rispetto degli ospitanti, ho scelto di non intervenire per evitare ogni possibile polemica che non avesse il tempo di essere sviscerata e analizzata, non andando quindi, verso una sua risoluzione, ma soltanto verso un ulteriore accumulo di rancori reciproci che sicuramente a sinistra non mancano, anzi sono talmente diffusi da rendere l’aria difficilmente respirabile. Preferisco, insomma, affidare allo scritto quello che penso lasciando a chi lo desidera di cominciare un dibattito che non sia limitato in poche frazioni di ora e che possa non essere inquinato dalle istintive reazioni a caldo che spesso vanno anche oltre l’intendimento di chi le ha.

Nella sede del PD ho sentito molti e apprezzabili progetti per il futuro, mi sono apparse troppo scarse le analisi – a dire il vero rinviate a data da destinarsi – sul perché di una sconfitta, ma è mancato del tutto un argomento che, a mio modo di vedere, è stato determinante, sul quale avrei voluto intervenire e che, probabilmente, mi avrebbe fruttato alcuni indispettiti «Fatti i fatti tuoi». In una serie di interventi tutti circoscritti alla situazione udinese, infatti, avrei voluto attirare l’attenzione generale sulla situazione del PD nazionale che, sempre secondo me, ma non credo soltanto secondo me, ha influito pesantemente anche sui risultati delle comunali, oltre ad aver creato disastri assoluti a livello nazionale e regionale. E a chi si fosse sentito offeso dalla mia “intrusione”, avrei voluto avere il tempo di spiegare che il problema è che questi sono anche fatti miei.

Provo a spiegarmi con un esempio astronomico. Attorno al Sole ruotano pianeti, satelliti e asteroidi. I pianeti sono diventati tali perché a un certo punto della loro genesi si è creato un nucleo di attrazione talmente potente da far unire a sé i frammenti che continuavano a orbitare separatamente. Nel frattempo si sono formati anche altri nuclei di attrazione secondari che sono diventati i satelliti, più piccoli, ma non privi di importanza: si pensi a quali problemi angustierebbero la Terra senza il fenomeno delle maree che dipende per grandissima parte proprio dalla Luna. E poi ci sono gli asteroidi, piccolissimi e insignificanti, incapaci di unirsi di fase di genesi, o di riunirsi se relitti di un antichissimo pianeta disgregatosi per cause a noi sconosciute; sono visti non certamente come possibili sedi di vita artificiale, ma soltanto, eventualmente come futuribili porzioni di materia da sfruttare succhiandone le ricchezze.

Il paragone con la nostra situazione politica mi sembra evidente. Quando il PD ha perduto la sua fisionomia politica e, quindi, la sua forza gravitazionale, si sono staccati milioni di asteroidi che non vogliono più sentire alcuna forma di attrazione, rischiano di allontanarsi ancora di più, fino a uscire dall’orbita, i vari satelliti; e lo spesso pianeta sta isterilendosi fino a rischiare di sparire schiacciato dalle forze gravitazionali di nuovi pianeti che invece stanno crescendo a dismisura.

Fuor di metafora: o il PD a livello nazionale ritroverà il suo spirito originario, o i disastri, anche a livello locale saranno terribili e difficilmente riparabili. Sono convintamente antirenziano e l’archivio dei miei “Eppure…” dimostra anche che temporalmente sono stato uno dei primi, ma vi prego di credere che nella mia analisi l’antipatia per Renzi c’entra ben poco, mentre domina la convinzione che sia necessario avere un PD nuovamente attrattivo perché anche gli altri corpi celesti del centrosinistra e della sinistra tornino ad avere un ruolo nella cosmologia della politica italiana.

Ora si parla sempre più insistentemente di una nuova separazione in casa PD in cui sarebbe Renzi ad andarsene per creare, in omaggio alla sua “grandeur”, un proprio nuovo partito personale modellato su quello di Macron. Si tratta di movimenti che passano sulla testa delle varie realtà locali? Certamente sì, ma non del tutto, perché, in previsione del congresso del PD, indicazioni preziose e importantissime possono arrivare anche e soprattutto dai responsi delle elezioni locali dei delegati e, soprattutto dalla preparazione a queste elezioni.

Prego, insomma, il PD di tornare alle sue origini e di dimenticare chi l’ha portato talmente fuori strada da fargli perdere oltre cinque milioni di voti. Non sono fatti miei? Altroché se lo sono. Anzi, lo sono di un numero incredibilmente alto di italiani.

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domenica 20 maggio 2018

Qualcosa di nuovo; anzi, d’antico

A naso, l’unica soluzione possibile sembra quella di rinchiudere l’intero PD in un unico posto: i renziani, gli antirenziani, quelli che sono convinti della loro collocazione, quelli che non riescono a trovare il coraggio di andarsene e quelli che sono ancora lì soltanto perché non riescono a decidere cosa sono in realtà, o in quanto ripugna loro l’idea di uscire da quella che hanno sempre considerato casa propria e che ora dovrebbero lasciare in mano a coloro che sentono come “estranei”.

Bisognerebbe chiuderli tutti insieme a doppia mandata e poi lasciarli uscire soltanto quando hanno deciso cosa fare: mantenere il PD in una posizione di centro con forti simpatie per il centrodestra, riportarlo nelle posizioni di centrosinistra nelle quali e per le quali era nato, oppure finire di distruggerlo definitivamente con nuove diaspore e deporre il suo ricordo in un mausoleo assieme a quelli dei tanti partiti italiani che non ci sono più.

L’unica cosa che dovrebbe essere proibita sarebbe quella di continuare ad arzigogolare sul nulla, su bizantinismi che sicuramente avranno importanza per gli equilibri di potere interno, ma che sono perniciosi – e lo si vede sempre più distintamente – per l’intero Paese.

Lasciamo pur perdere che ben difficilmente, se non perché Renzi ha scelto e tiene in pugno troppi dirigenti e parlamentari, si può riuscire a capire come e perché l’ex sindaco di Firenze sia ancora lì a fare il bello e cattivo tempo in un partito che da quattro anni sta portando da una sconfitta all’altra e del quale, sempre in quattro anni, è riuscito a più che dimezzare le percentuali (da 40,81 a 18,72%) e a perdere oltre cinque milioni di voti.

Ma ancora più ostico è tentar di capire come non sia stato mandato a quel paese durante l’assemblea romana (alla quale ha scelto di non presenziare), che avrebbe dovuto decidere molte cose e non ha deciso nulla, se non di non decidere. Riassumo brevemente: all’Ergife le dimissioni di Renzi sono diventate «irrevocabili», anche se tutti erano convinti che fossero già state dichiarate tali già dopo il 4 marzo, ma ancora una volta l’obbediente Orfini è riuscito, pur tra fischi e urla, a rinviare la formalizzazione delle dimissioni. Ufficialmente per lasciare spazio – quel pochissimo che è rimasto dopo la discussione sul rinvio – per discutere sulla situazione politica venutasi a creare dopo l’accordo tra Lega e 5stelle; in realtà, per non arrivare subito alla designazione di un segretario non più soltanto reggente e, quindi, al fine di concedere tempo all’“irrevocabilmente dimissionario” per assicurarsi che non ci siano sorprese lungo la strada che deve far arrivare sullo scranno che conta un altro ubbidiente a tutta prova.

Poi, alla fine, come sempre, il voto con un unanimismo di maniera nella speranza di far vedere al mondo di essere sempre uniti, senza, però, risolvere nulla, senza riuscire neppure a illudere se stessi, per non parlar degli altri. A questo proposito merita riportare le parole pronunciate, dopo il voto dell’Assemblea PD, da Olga D'Antona, ex deputato del PD, alla cerimonia in ricordo del marito Massimo D'Antona, il giurista assassinato 19 anni fa dalle nuove brigate rosse: «E Maurizio Martina cosa fa? Non può permettere tutto questo. Ragazzi fate qualcosa, quello è entrato in casa nostra, ha sfasciato tutto il mobilio e adesso si è messo a mangiare i pop–corn con i piedi sul tavolo». E Rosi Bindi, “madre nobile” del PD, ha detto senza mezzi termini che «la sinistra va ricostruita e questo significa lo scioglimento del PD».

La domanda che mi pongo – e che sicuramente è anche la vostra – è: perché perdere tempo a parlare di un partito il cui recupero nella lotta contro il centrodestra e i grillin–casaleggiani appare un’impresa sempre più evidentemente disperata? La risposta è semplice: perché in quella lotta non si può rinunciare a nessuno di coloro che ancora credono che ritrovare nostalgici fascisti dichiarati, o populisti dotati soltanto di istinti sovranisti e di esclusione, nei posti dove si può decidere sia un incubo al quale non ci si può rassegnare. E anche nel PD ce ne sono molti che, però, non si decidono né a ribaltare sul serio presidenza e segreteria, né ad andarsene per tentare di creare qualcosa di nuovo; anzi, d’antico. E certamente non di vecchio e inutilizzabile.


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giovedì 17 maggio 2018

Comprendere non è condividere

Non posso dire di non comprendere Giancarlo Velliscig quando dà sfogo al suo scoramento per l’elezione di Fontanini dicendo che quella di quest’anno sarà l’ultima edizione di Udin&jazz che si svolgerà nel capoluogo friulano perché il jazz è di sua natura antifascista visto che, infatti, «è stata una musica fortemente osteggiata dai regimi dittatoriali e autoritari di tutto il mondo».
 
Posso comprendere, dicevo, visto che sono tantissimi – e tra questi anch’io – coloro che stanno vivendo come un incubo la probabilità che nella giunta comunale udinese siano inseriti un paio di nostalgici fascisti dichiarati. Ma comprendere non è condividere.

Tanti hanno sentito che Fontanini starebbe compilando una lista di proscrizione di manifestazioni culturali sgradite; e lui stesso ha affermato, senza poi mai smentire, che vicino/lontano dovrà cambiare, o sparire.

Poi, se vogliamo andare più a fondo, pensiamo soltanto a cosa succederà il prossimo 25 aprile: parlerà lui che ha sempre disertato la cerimonia perché disse – forse per motivi di sue opportunità politiche, ma le parole sono pietre – che vedeva la Resistenza soltanto come una parte di una guerra civile, praticamente senza maggiori meriti dell’altra, perché di tutti i morti – indifferente se vittime o carnefici – bisogna avere la medesima pietà? O magari designerà a farlo il futuribile assessore Salmè?.

Cosa dovrebbe fare l’Anpi? Andarsene da Udine? Disertare la manifestazione in piazza? Contestare sonoramente il sindaco? Oppure, ancora, creare una manifestazione alternativa?

L’unica ipotesi impossibile è proprio la prima perché non è andandosene che si combatte un’idea che si aborrisce. Lo si fa restando e combattendo con le proprie armi.

Parliamo di jazz? E allora parliamo anche della sua storia di libertà e di emancipazione. Lavoriamo su quello che finora è stato fatto evidentemente in maniera non sufficiente: facciamo cultura non tenendola soltanto nei posti deputati, ma diffondendola dappertutto, anche e soprattutto dove inizialmente può essere vista come una fastidiosa orticaria. Anche tra i più deboli e gli ultimi, gratuitamente, per far loro percepire che povertà non è necessariamente sinonimo di emarginazione sociale.

Non rendiamo più facile a Fontanini, andandocene, il compito di compilare le liste di proscrizione che, anzi, se saranno davvero compilate si rivolteranno potentemente contro di lui.

La nostra politica deve essere impastata di cultura, deve essere essa stessa cultura. E sono convinto che sia stata proprio la mancanza di una cultura non autoreferenziale, non sdegnosa e aperta davvero a tutti, la causa che ha innescato la crisi che ha sminuzzato il PD e che ha continuato e continua a travolgere la sinistra in genere.

Gramsci di cui domani, venerdì, alle 18, presenterò una nuova biografia di Angelo D’Orsi, alla Feltrinelli di Udine, per combattere il fascismo non se n’è andato dall’Italia, se non in fase di crescita e poi è tornato, ben sapendo quali rischi avrebbe corso e ha trasformato la sua lunga carcerazione nella distillazione di pensieri che poi si sono rivelati mortalmente venefici per quel fascismo che oggi è tornato ad alzare il capo soltanto perché noi non siamo stati evidentemente capaci di indurre sentimenti di sdegno e ripulsa in coloro che poi si sono lasciati affascinare da schifose smanie di suprematismo, di esclusione, di rapporti di forza e non di giustizia.

Per combattere questa situazione non si può lasciare campo libero a chi vorrebbe farlo diventare un campo obbligato.

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venerdì 11 maggio 2018

Fascismi, alleanze e ignoranze

Il ballottaggio tra Martines e Fontanini per diventare sindaco di Udine avrà comunque il merito di far capire anche ai più distratti quali pericoli stiamo correndo; e non soltanto a livello locale. L’apparentamento di Fontanini con Stefano Salmé, segretario nazionale di RSI Fiamma nazionale e il sostegno dichiarato da parte dei seguaci di Casapound, ha messo definitivamente in chiaro, infatti che in Italia è molto difficile parlare ancora di centrodestra in quanto del “centro” è rimasto soltanto il ricordo, mentre la “destra” è diventata sempre più estrema e priva di pudore, quasi esultante perché crede di veder vicino il momento di un’impossibile riabilitazione di quella che è stata la peggiore destra italiana.
 
Nel dibattito finale televisivo con Martines Fontanini ha sostenuto che con Salmè stanno soltanto un paio di liste civiche che si rifanno alle politiche di destra, che comunque in un’amministrazione cittadina non si vede perché si debba parlare di fascismo e di antifascismo, che però Udine è amministrata da troppi anni dalla “sinistra” (ha detto così e non “centrosinistra”) e che il “centrodestra” (ha detto così e non “destra”) merita di vincere per il concetto di alternanza (probabilmente a prescindere) e perché altrimenti Udine rimarrebbe l’unica città non amministrata dal “centrodestra” in una regione di “centrodestra”. Il tutto in una povertà di indicazioni e proposte da lasciare addirittura sorpresi.

Ma la parte più interessante, anche per i non udinesi, riguarda i rigurgiti fascisti che stanno acquistando sempre più forza e flatulenza etica. E se Fontanini cerca di glissare il più possibile per non allontanare da sé coloro che ancora pensano a una destra moderata e liberale, i suoi seguaci sono più sinceri e più ruspanti e danno vita a dibattiti social nei quali desta imbarazzo scegliere tra la protervia e l’ ignoranza.

Per carità di patria taccio il nome del protagonista, ma è interessante annotare alcune sue dichiarazioni.

Davanti all’affermazione che Udine, città medaglia d’oro per la Resistenza, rischia di trovarsi dei fascisti in giunta, interviene dicendo: «Il problema sta tutto nella definizione di “fascismi”» e alla risposta che «I fascismi di adesso sono quello che i fascisti possono permettersi in attesa e nella (loro) speranza che torni davvero il fascismo», chiede: «E quindi chi sarebbero questi presunti fascisti tanto pericolosi?».

Nel colloquio, diventato a più voci, un interlocutore dà un esempio: «I sovranisti per primi» e riceve una risposta che lascia inizialmente interdetti: «Quindi l art.1 della Costituzione sarebbe pericolosamente fascista?». Dopo un istante ci si rende conto che probabilmente fa riferimento alle parole «La sovranità appartiene al popolo…» e si capisce che per il simpatizzante nostalgico la sovranità cui si riferisce la Costituzione non riguarda la potestà di decisione del popolo sulle proprie leggi e sui propri progetti, ma ha unicamente una connotazione territoriale ed eventualmente etnica.

Ma lui persevera: «L’antifascismo (quello vero non l’attuale squallida pagliacciata) fu marcatamente sovranista, e la nostra bellissima Costituzione lo dimostra». A parte il profondo fastidio di sentir finire una termine come “Costituzione” nella bocca di chi usa questa nobile parola soltanto per stravolgerla a suo uso e consumo, va detto che la vera pagliacciata è il fascismo, neo o vecchio che sia, e ancor più pagliacci sono coloro che tentano di sostenere i nostalgici facendo finta di non farlo. E che i partigiani e gli antifascisti hanno lottato e hanno dato la vita per la libertà e per la democrazia; non per la sovranità. Altrimenti avrebbero potuto benissimo restare sotto Mussolini che la sovranità la voleva, eccome, e, anzi, la sognava sempre più vasta e imposta ad altri popoli in un vergognoso e pernicioso delirio imperial–coloniale.

Si potrebbe andare ancora avanti, ma lo squallore di chi vuole la destra estrema, e contemporaneamente si vergogna di farlo cercando di mascherarsi dietro arzigogoli di vertiginosa ignoranza e illogicità, è già abbondantemente evidente.

E anche l’insegnamento è chiaro: se Udine è l’ultimo avamposto regionale ancora non inquinato dai fascisti (neo o vetero che siano) e dai loro fiancheggiatori, è giusto e doveroso fare in modo che resti tale. Domenica non ci sono alibi: chi non vota per chi si oppone a questa destra, ma anche chi non va a votare credendo di essere ininfluente, deve sapere che tipo di responsabilità si assume.

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lunedì 7 maggio 2018

Le tante democrazie

Nelle nostra costante smania di semplificazione parliamo sempre, in maniera indifferenziata, di “democrazia”, mentre, invece, pur senza entrare troppo nei dettagli, dovremmo riferirci ad almeno quattro democrazie: quella in ingresso, quella in elaborazione, quella in uscita e quella in verifica. E basta che una sola delle quattro non funzioni perché l’intero sistema democratico vada in crisi, o, almeno, in difficoltà. Ma se ad avere problemi sono tutte e quattro queste fasi, allora si può ben dire che la malattia del sistema è davvero grave e può condurre a una vera e propria metastasi che minaccia seriamente di morte quella democrazia che Winston Churchill ha definito «la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora» e, per conquistare la quale tanti hanno sacrificato la propria vita.
 
Passiamo in rassegna queste quattro fasi.

Democrazia in entrata. È quella che riguarda il modo con cui i cittadini scelgono coloro che li rappresentano, o che dovrebbero rappresentarli. Si lega ovviamente ai sistemi elettorali e deve districarsi nella ricerca di un punto di equilibrio tra la rappresentanza e la cosiddetta governabilità. Difficilmente riesce ad accontentare tutti, ma in qualche raro caso e con la presenza di una mente particolarmente devota al caos, come quella di Rosato con i cui effetti stiamo penosamente convivendo, può riuscire a negare sia rappresentanza, sia governabilità. Inoltre la crisi può essere aggravata dall’eliminazione delle preferenze e, quindi della possibilità di scegliere davvero i propri rappresentanti, perché i capi dei partiti preferiscono non correre rischi e mandare in Parlamento donne e uomini di sicura fedeltà, più che di certa capacità. Dicono che le preferenze sono state tolte per evitare voti di scambio tra i candidati. A parte il fatto che con la preferenza unica questo già non poteva succedere, ma sarebbe stato come se una volta avessero tolto tutti bancomat perché talvolta li facevano saltare. È stato logico, invece, difendersi meglio dai delinquenti.

Democrazia in elaborazione. Di questa, purtroppo, ormai dovrei parlare soltanto al passato perché attiene all'attività del Parlamento come costruttore di leggi, e in questo campo quasi tutti i disastri sono già stati combinati: ha cominciato Berlusconi, ma la demolizione della funzione parlamentare è stata eseguita con ben più grande efficacia da Renzi che ha abusato di decreti d'urgenza e di voti di fiducia. Inutile cercare paragoni esplicativi perché l'operato di Renzi ha sfiorato la perfezione distruttiva sia con il comportamento del suo governo, sia con il tentativo fortunatamente fallito, di stravolgere la nostra Costituzione.

Democrazia in uscita. Potrebbe essere definita come l'aderenza tra le leggi approvate e le reali necessità dei cittadini e non serve trovare paragoni di fantasia visto che la realtà ci ha fornito esempi in abbondanza: dal Jobs Act che ha risolto alcuni problemi imprenditoriali creandone molti di più ai lavoratori che hanno l'unica apparente soddisfazione di uscire dall'elenco dei disoccupati se lavorano per un paio di giorni al mese, alla Buona scuola che, tagliando, tagliando, riesce a scontentare docenti e discenti; dagli interventi per le banche, che salvano gli istituti di credito truffatori, ma non i risparmiatori truffati, al mondo della sanità nel quale tutti gli interventi sembrano spingere gli ammalati dalle strutture pubbliche a quelle private; e l'elenco potrebbe proseguire.

Democrazia di controllo. È quella teorica possibilità di giudizio da parte degli elettori sul comportamento degli eletti che, se non si sono comportati bene dovrebbero non essere rieletti. Ma, visto che la scelta delle liste non appartiene all'elettorato, ma soltanto ai piaceri delle segreterie dei partiti, anche la possibilità di controllo non esce dal novero delle possibilità che non riescono a diventare realtà. E questa desolante constatazione si attaglia anche a chi non vuole chiamarsi partito, ma movimento, perché intanto la scelta viene affidata a sondaggi telematici che sono nelle mani di un'azienda privata, la Casaleggio Associati, che dei 5stelle è non soltanto parte importantissima, però addirittura ideatrice e fondatrice, ma poi si è visto, anche qui in regione, che se il risultato via internet non è di gradimento del cosiddetto "capo politico", questo può tranquillamente cambiarlo decidendo a suo piacimento.

Va sottolineato anche che l'importanza di queste quattro fasi è chiaramente discendente: se il primo livello, insomma, non funziona, ne discende in maniera praticamente automatica che difficilmente reggerebbe il secondo e poi questo accade anche per il terzo e per il quarto. E ne consegue anche che, per far funzionare bene il primo livello, occorre non soltanto operare sui sistemi elettorali, ma anche e soprattutto è necessario che siano gli elettori a essere convinti dei propri doveri, oltre che dei diritti, partecipando al voto e prendendo la scheda in mano informati di cosa sta succedendo e ben coscienti della propria responsabilità.

Per fare un esempio secco e immediato, tutti coloro che al ballottaggio per il Comune di Udine andranno al seggio con l'intenzione di scegliere Fontanini e non Martines, non possono non sapere che Fontanini si è ufficialmente apparentato con Stefano Salmé, segretario nazionale di RSI Fiamma nazionale. E, quindi, devono rendersi conto di chi, votando Fontanini, vorrebbero portare nel centro decisionale del capoluogo del Friuli, città medaglia d'oro della Resistenza. Poi, in democrazia, ognuno può scegliere la strada che preferisce, ma deve anche assumersi la responsabilità delle proprie scelte. E non è che non andando a votare ci si può lavare le mani perché si passerebbe soltanto da esecutori materiali a complici.

Ancora una cosa: perché il sistema democratico funzioni occorre che prima funzionino in maniera democratica alcune realtà come i partiti e altri corpi intermedi che sono stati previsti dalla Costituzione come cinghie di trasmissione capaci di portare le necessità dei cittadini dai posti in cui vivono tutti ai luoghi in cui pochi decidono e devono decidere con conoscenza e coscienza di causa. Ed è evidente che se la democrazia non tornerà nei partiti e nei corpi intermedi, ben difficilmente riuscirà a tornare a vivere nelle quattro fasi della democrazia nostra e altrui.

In definitiva, la conclusione è lapalissiana, però non per questo va sottaciuta, ma anzi va ripetuta insistentemente e ad alta voce: la democrazia senza il demos, senza il popolo, non è altro che una finzione nella quale prosperano proprio coloro che non la amano; non pochi, ma soprattutto i fascisti e i loro fiancheggiatori.

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venerdì 4 maggio 2018

Ricordando Angela

Il cielo non ha sprecato una giornata di sole nell’inutile tentativo di stemperare la tristezza per l’addio ad Angela Felice. Molti hanno già scritto molte cose su di lei, sulla sua vita, la sua cultura, la sua dedizione per l’insegnamento, il suo amore per il teatro. A me resta il desiderio di mettere in luce un altro suo aspetto, quello che forse, unito agli altri, ma più vincolante degli altri, ci ha portato spesso a scambiarci pensieri, opinioni, idee di progetti: mi riferisco alla sua passione sociale e, quindi, politica, unita alla maniacale attenzione con cui usava l’italiano individuando proprio nell’approssimazione, nella sciatteria nell'uso delle parole, una delle cause fondamentali del declinare di troppi dei vecchi caposaldi della nostra società, della loro scomparsa non perché fossero obsoleti e, quindi, fosse necessaria una loro sostituzione, ma soltanto in quanto era troppo faticoso mantenerli in piedi.

A proposito della sinistra, per esempio, continuava a sottolineare come la parola “unità” venisse colpevolmente confusa con “unanimità”. E sono sicuro che oggi ripeterebbe il medesimo concetto.

Anche nel teatro non c’era avventura nella quale si buttasse a corpo morto che non avesse uno sfondo sociale che poi, in realtà diventava il vero protagonista della pièce; e a tal proposito vi ricordo soltanto alcuni (perché sono quelli che mi hanno coinvolto di più) dei tanti spettacoli che con il suo aiuto sono nati: “Prima che sia giorno” e “Parlamentarmente” con Massimo Somaglino e Riccardo Maranzana su testi di Carlo Tolazzi e la lunga serie di spettacoli di Giuliana Musso, tra cui "La fabbrica dei preti" e "Mio eroe" alla quale Angela ha voluto dedicare una splendida antologia nel suo “Akropolis”.

Non c’era aspetto di crisi umana e sociale che non sollecitasse la sua attenzione e la sua riflessione; e tutto questo si riverberava anche sul Palio studentesco nel quale le sue due maggiori passioni– il teatro e l’educazione dei giovani – convergevano nel medesimo filone di attività. È difficile dimenticare il suo frenetico e vigoroso impegno per salvare il Palio messo incredibilmente in pericolo da un assessore regionale quantomeno distratto, ma anche la sua evidente coscienza che proprio quel momento di pericolosissima crisi poteva diventare un momento di grande crescita sociale per i ragazzi, se riusciva a farli stare assieme per lavorare per un unico obbiettivo e anche a far loro rendere conto di quale forza possa ancora avere l’unità di intenti in un’epoca nella quale è l’individualismo sfrenato a essere più superficialmente apprezzato.


Potrei portare molti altri esempi, ma mi sembrerebbero superflui per dimostrare che Angela Felice non mancherà soltanto a me e ai tanti che ne hanno scritto, ma mancherà anche a moltissimi che non hanno la possibilità di esprimere pubblicamente il loro dolore. E mancherà anche a tantissimi che non lo sanno nemmeno perché non l’hanno conosciuta, ma che se lei fosse ancora qui l’avrebbero incontrata in una delle sue tante attività. E se ne sarebbero inevitabilmente arricchiti.

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martedì 1 maggio 2018

Difficile come camminare

Primo maggio, festa del lavoro e, quindi, dei lavoratori. Per festeggiarla degnamente tutti dovremmo fare qualcosa: al di là del decidersi a ottemperare alle leggi sulla sicurezza nei cantieri evitando, così, quella strage di lavoratori che funesta ogni giornata in questo Paese, gli imprenditori non dovrebbero costringere donne e uomini a lavorare anche in questa giornata; noi non dovremmo entrare nei negozi che restano aperti; il PD dovrebbe decidersi a scaricare quel suo “semplice senatore” che, con la solita faccia tosta, continua a vantarsi del «milione di posti di lavoro creati dal Jobs Act» proprio mentre i mezzi di informazione raccontano le storie di molti che vengono inconsapevolmente inseriti in questo milione di teorici non disoccupati perché hanno lavorato un paio di giorni al mese, o, addirittura, soltanto per una notte una tantum.
 
Ma la prima domanda che riguarda quel “semplice senatore”, che è anche ex presidente del Consiglio, che afferma anche di non essere più segretario del PD e che risponde al nome di Matteo Renzi, è a che titolo e da chi gli è stato regalato domenica un pulpito seguitissimo come “Che tempo che fa” dal quale ha dettato le regole con le quali il PD dovrebbe rapportarsi, o, meglio, non rapportarsi, con i 5stelle. Non intendo entrare nel merito di questa questione, ma, a prescindere da cosa se ne pensi, soltanto rilevare che già sarebbe intollerabile – e non soltanto per Martina – il fatto che il teorico ex segretario, approfittando della visibilità donatagli, parli da segretario in carica, ma ancor più inaccettabile è che approfitti della situazione per tentare di riproporre i cambiamenti della Costituzione già bocciati dal referendum del 4 dicembre 2016.

L'ineffabile pseudo–ex segretario pretende, come sempre, di impartire lezioni di comportamento politico e accusa tutti – tranne ovviamente se stesso – di prendere in giro gli elettori del 4 marzo 2018, visto che i vincitori non riescono a fare (o non vogliono) il nuovo governo. Ma non gli passa neppure lontanamente per la testa che la sua proposta di far rientrare dalla finestra la riforma costituzionale e quella elettorale è una colossale presa in giro per quel 60 per cento di italiani che poco più di un anno fa ha già bocciato senza incertezze le sue derive antidemocratiche.

A prima vista potrebbe sembrare che tutto questo c'entri ben poco con i risultati delle regionali del Friuli Venezia Giulia e con le comunali di Udine, ma così non è. Intanto sono proprio queste prese in giro, queste scelte di voler fare tutto quello che passa nella propria testa senza mai curarsi del fatto se passa, o meno, anche nella testa degli altri cittadini, che causano quel calo di affluenza alle urne che per la prima volta ha fatto rimanere a casa più della metà degli aventi diritto al voto di questa regione. Poi è stata la perdita di identità della sinistra, indotta da un PD renziano che, soprattutto in fatto di diritti sociali, ha scelto di scimmiottare le idee della destra (che, invece, la sua identità l’ha anzi riportata a livelli temibili) a togliere speranze e motivazioni a molti di coloro che votavano sempre pensando proprio ai diritti sociali, oltre che a quelli individuali. E non è stato indifferente neppure il fatto che a guidare per cinque anni il Friuli Venezia Giulia sia stata Debora Serracchiani, convintissima seguace di colui che dice di sé di essere «recordman del mondo in fatto di dimissioni», ma che è di certo anche l’ex più presente della storia.

Ma tutto questo non basta per spiegare la delusione per il risultato di SinistrAperta. Ci si può appigliare, è vero, a problemi oggettivi come una nascita troppo recente, una carenza economica e organizzativa, una litigiosità troppo alta tra componenti ancora troppo gelose delle proprie particolarità, alcune smanie di protagonismo che hanno illuminato più alcuni nomi che i principi politici della lista; ma questo non può bastare.

Il vero problema è costituito dal fatto che se si vuole riprendere a essere attrattivi, bisogna tornare ad apparire convinti e sinceri; occorre fare attente analisi e autocritiche, e, se si vuole che l’Associazione SinistrAperta non muoia prima di nascere, bisogna riparlare di ideali di sinistra, ma anche essere aperti, sia per chi è fuori e sinceramente vuole entrare, sia per chi è già dentro e decide di uscire un po’ se, con il confronto sulle cose che ci dividono e non su quelle che ci uniscono, si rende conto che il luogo più giusto per far incontrare, senza stravolgerli, i nostri ideali sarà un po’ fuori dal contenitore che in questo momento siamo abituati a immaginare.

In tutto anche in attesa che il PD – se non è già troppo tardi – possa liberarsi davvero del suo pseudo–ex segretario per tornare a essere quel partito di massa di cui il centrosinistra ha bisogno per fare da centro di gravità in un sistema di alleanza che non siano soltanto elettorali, ma che restino costantemente strette per il progresso della nostra società.

Sembra difficilissimo, ma in realtà non è più difficile del camminare, quando continuiamo a perdere l’equilibrio e cadere, passo dopo passo, ma sempre recuperando immediatamente l’equilibrio per poi rischiare di cadere ancora. Passo dopo passo. Ma senza mai rovinare a terra.

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sabato 28 aprile 2018

Parole e Resistenze

Questo testo è già stato pubblicato sul Messaggero Veneto di questa mattina, sabato 28 aprile, con il titoletto “L’intervento” e il titolo “I valori della Resistenza non possono essere né barattati, né inquinati”. Adesso, nel pomeriggio, quando la stragrande maggioranza delle edicole è già chiusa, ve lo propongo anche su “Eppure…”.


Le parole hanno sempre un loro peso e, quindi, devono essere usate con la necessaria attenzione. Quando si legge, per esempio, che Marco Orioles, sul Messaggero Veneto di giovedì 26 aprile, scrive che «il 25 aprile è diventata una data radioattiva», non si può sfuggire all’immagine che sempre si affaccia alla mente quando si usa un simile aggettivo: un oggetto, o un posto dal quale è necessario fuggire e stare lontani per non diventare preda di radiazioni mortali. Meno sbagliato sarebbe stato utilizzare l’aggettivo “avvelenato” che fa pensare a qualcosa che può essere pericolosa, ma soltanto se la si usa senza la dovuta attenzione.

Sono due i temi toccati da Orioles per motivare questa “radioattività”: la festa «che dovrebbe unire gli italiani a prescindere dalle appartenenze» e il problema dei rapporti tra ebrei e palestinesi.

Credo che per prima cosa sia da ribadire che la Liberazione, come la Resistenza, non è di tutti.

Giustamente non lo è mai stata di Almirante, né di chi ha combattuto con la Repubblica Sociale Italiana alleata con i nazisti; non lo è neppure di coloro che a quelle idee ancora si rifanno, né di quelli che comunque si riconoscono in ideali fascisti e razzisti; ma nemmeno di chi sull’opposizione al 25 aprile è andato a caccia di voti in territori più a destra del proprio; e mi riferisco esplicitamente a Berlusconi al quale oggi, invece, fa gioco farsi fotografare a Porzûs davanti al labaro dei partigiani della Osoppo, cosa che ha fatto indignare Paola Del Din, medaglia d’oro della Resistenza.

Insomma, nella frase in cui si auspica la «condivisione dei principi che dovrebbero essere alla base della nostra Repubblica», cambierei il condizionale “dovrebbero” con l’indicativo “devono” e, per capirci meglio, specificherei che questa condivisione non può essere frutto di una mediazione tra posizioni diverse: i valori sono quelli per i quali sono morti a migliaia e non possono essere né barattati, né inquinati.

Fin quando ci sarà un sindaco Di Piazza che rifiuta di invitare alla Risiera di San Sabba, a Trieste, il presidente degli Istituti per lo studio del Movimento di Liberazione e fin quando a Pradamano ci sarà un signore che chiede lo scioglimento della banda comunale perché ha suonato “Bella ciao”, il fatto che il 25 aprile sia una data divisiva resterà non un difetto, bensì un valore a indicare che la nostra Repubblica vuole continuare a onorare i suoi principi costitutivi.

Molto più complesso e impossibile da affrontare in uno spazio ristretto il discorso sulla contrapposizione tra ebrei e palestinesi, ma alcune cose vanno dette.

Intanto guardar male i palestinesi di oggi perché il Gran Muftì di Gerusalemme fu alleato di Hitler, corrisponderebbe a trattar male i tedeschi di oggi perché i loro padri, o nonni, furono per la quasi totalità nazisti.

Poi, sempre pensando all’uso delle parole, occorrerebbe non confondere i termini “israeliani” ed “ebrei”. Sono molti, per esempio, gli ebrei – anche in Israele – che non concordano con la politica del loro Stato guidato da Netanyahu e che la considerano, a essere benevoli, un eccesso di legittima difesa.

E mi sembra del tutto fuori luogo, oltre che offensivo per la quasi totalità degli italiani, sostenere che i sentimenti ostili al governo di Tel Aviv «poi vengono proiettati sugli incolpevoli ebrei italiani», ma anche pretendere dall’ANPI una «moral suasion sui seguaci della Palestina»: intanto non sono seguaci, ma cittadini, e poi quella per cui stanno lottando è anch’essa una Resistenza per la Liberazione del proprio popolo. Si può anche non essere d’accordo sull’obbiettivo, ma è così.

Proprio come per noi dal 1943 al ’45.

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mercoledì 25 aprile 2018

L’illusione del rimbalzo

Sento il dovere di cominciare questa riflessione con un sentito ringraziamento – personale, ma sono convinto, anche di molte altre persone – a Gino Dorigo per le parole che ha detto in piazza Libertà, a Udine, durante la celebrazione della Festa della Liberazione. Parole che tanti sentono costantemente dentro di sé, ma che soltanto raramente in questi ultimi anni hanno potuto sentire anche con le proprie orecchie in quanto il presunto “politically correct”, la moda di dire che destra e sinistra non esistono più, il desiderio di andare a pescare voti in stagni che fino a poco tempo prima erano considerati ricolmi di acqua putrida, in poche parole, la perdita di valori e di ideali, avevano cancellato dai discorsi pubblici.

Non ha detto cose sorprendenti, ma le ha dette. E le ha dette non soltanto ricordandoci che queste realtà esistono, ma anche con quel calore e quella sofferta partecipazione che anima la voce soltanto di chi sente davvero come propri i valori che alle barbarie si oppongono.

Purtroppo non ho sotto mano l’intero discorso di Dorigo, ma provo ad andare a memoria, anche se quasi sicuramente non rispetterò l’ordine in cui questi concetti sono stati espressi. 

Non si può definire in altra maniera che con la parola disumanità quella che anima chi usa violenza contro coloro che hanno una pelle di diverso colore e che approfitta della propria condizione di favore per negare loro l’aiuto di cui hanno bisogno. Il razzismo e il fascismo sono la medesima cosa e il fascismo non è un brutto ricordo, ma è una realtà ancora sempre presente ed è indiscutibilmente un reato, mentre il contrario del fascismo sono il lavoro, la libertà e la democrazia, tre realtà che oggi sono sotto assedio, se non già ampiamente compromesse. È intollerabile l’idea di trasformare la festa della Liberazione in festa della libertà, perché la Liberazione, come la Resistenza, non è stata e non è di tutti e se oggi siamo riusciti a liberarci dalla dittatura fascista, anche se non ancora dal fascismo, lo si deve alla Resistenza. E altrettanto assurdo è dire che tutti i morti sono uguali, perché è il motivo per il quale sono morti che li rende diversi: insomma non è che la morte sia una specie di grande cancellino di ogni colpa; un assassino morto resta sempre un assassino, mentre una vittima resta sempre una vittima.

Spero di essere stato abbastanza fedele alle parole di Gino e di non aver dimenticato troppe cose, ma ho ritenuto importante riassumerle per mettere in evidenza che nell’assordante silenzio della politica, si è dovuta attendere la voce di un lavoratore, di un sindacalista, per sentire quello che per troppo tempo non si era sentito: sembra quasi che soltanto in quegli anfratti popolati ancora da lavoratori continuino a sopravvivere quei principi che sono gli stessi enunciati e difesi dalla Costituzione.

Sono parole di grandissima importanza perché ricordano a una società che ha perduto la capacità, e soprattutto la voglia di pensare, affascinata più dalle apparenze che dalla sostanza delle cose, che non può continuare ad aspettare fatalisticamente, illudendosi che, una volta toccato il fondo, la risalita debba essere automatica, quasi come un riombalzo, mentre invece la fatica e la sofferenza sono inevitabili, perché altrimenti ogni volta, si potrà scavare e scendere ancora, pur sempre con una scusante pronta, ben disposti ad accusare gli altri, e mai disposti ad ammettere la propria ignavia.

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